Ho tagliato minuziosamente i due peperoni, uno rosso e uno giallo perchè
anche l’occhio vuole la sua parte. Ho pelato un paio di spicchi d’aglio, li ho
schiacciati con il cucchiaio e con un goccio d’olio extravergine d’oliva ho
messo il tutto ad arrostire a fuoco lento. Tra un attimo salerò, sfumerò con un
goccio di vino bianco e insaporirò con una spolverata di pepe nero a fine
cottura aspettando che arrostiscano a modino.
Il dado non lo uso quasi mai. Da quando ho smesso di bere cerco di tenermi
lontano anche dal glutammato. Ho deciso che voglio condurre una vita sana; ho
anche investito un ventello comprando una Brita per rendere l’acqua del mio
rubinetto più morbida. Solo all’idea mi sento già meglio.
Vado ghiotto di peperoni arrostiti in padella e la cucina è una delle mie
passioni. Ma non è di questo che voglio scrivere oggi. Alle lezioni di cucina
ci penserà quell’incapace di Benedetta Parodi su La7 questa sera. Mamma, mancano due minuti al tiggì.
Fanculo!
Ma non voglio nemmeno parlarvi del mio amico Juri che hanno trovato morto
stecchito per overdose d’eroina l’altra notte al parchetto della Luna. Non
preoccupatevi per me, ero psicologicamente preparato da tempo a questo. Non ho
sofferto tanto alla notizia; da anni aspettavo questo tragico epilogo. Anzi,
delle volte mi sono trovato a stupirmi che Juri fosse ancora vivo. Da parte
mia, trovo che morire per eroina nel 2013 sia un pò demodè, vintage, d’essai. E
soprattutto, diciamocelo, a trentanni passati. Pace all’anima sua.
Fin da piccolo Juri era affascinato dal cosmo. Dai pianeti, dalle galassie.
Stavamo ore ed ore al parchetto a fissare le stelle la notte. Sapeva tutto.
Sapeva perchè erano luminose, perchè alcune bianche altre gialle e sapeva
perchè ogni sera cambiavano. Poi, quando ha scoperto che il primo uomo a volare
nello spazio portava il suo nome la frittata è stata fatta. Presa
consapevolezza con l’età che diventare astronauta era impossibile, ha
cominciato a viaggiare sotto effetto delle più disparate schifezze si
risucissero a reperire alla stazione. O al baretto.
Ne ha leccate, ingerite, fumate, tirate con il naso, sciolte negli occhi,
sparate nel culo e dritte dritte nelle vene. Juri era veramente un ragazzo
intelligente. Riusciva a trovare un senso per qualsiasi cosa accadesse al
modno. Lui sapeva perchè i dinosauri si erano estinti, chi c’era dietro ai
cerchi nei campi di grano e aveva parlato pure con Dio una notte, lo ricordo
come fosse ieri.
L’ultima volta che l’ho incontrato sarà stato un mesetto fa. Faceva ancora
freddo e una notte insonne ho deciso di andare a fare quattro passi al
parchetto della Luna. Il silenzio misto al buio mi aiutano a pensare e pensare
mi aiuta a prender sonno. Prender sonno mi riempie di gioia.
Saranno state le tre di notte, alcuni dicono le tre di mattina, quando vedo
apparire Juri dal niente in sella la suo cavallo di legno.
Capelli unti appiccicati al cranio, giubbetto di ecopelle primaverile,
spalle alte e arcuate, fronte e tempie perennemente rigate di sudore. Aveva
negli occhi l’algoritmo del senso della vita.
Mi pesta quasi i piedi senza guardarmi nemmeno in faccia e fila dritto e
veloce come il vento dove solo sa lui. Lo afferro per un braccio e lo blocco.
Ci scambiamo un saluto e mi liquida in un baleno confidandomi che ha fretta.
Sono trentotto ore che non si buca e se non trova due gocce d’eroina al volo
per dissetarsi le vene giura che esplode. Capisco. Mi affianco a lui e
camminiamo insieme nell’oscurità senza dirci niente. Non vuole parlare, cazzo,
possibile che sia così difficile da capire? Ha un passo inspiegabilmente
veloce, forse per seminarmi. Mi ostino a stargli appresso. Arriviamo al
laghetto e vedo una brace ardere nel niente. Capisco che quì la nostra
passeggiata può considerarsi finita. Il sonno non mi ha ancora raggiunto. Lo saluto
senza ricevere nemmeno una parola in risposta. Lo seguo qualche altro istante
con lo sguardo e me ne torno sui miei passi ripensando ai suoi occhi che una
volta erano grigi. Una decina di minuti più tardi vedo emergere dall’abisso uno
zombie vestito da Juri. Quando mi arriva a pochi lenti passi vicino lo chiamo
con il nome che usavamo quando eravamo ragazzi. Gagarin dove vai?
Scandendo le sillabe come parlasse al rallentatore, per giunta con la bocca
piena di marshmallow, mi dice, a raccogliere i papaveri sulla luna per la mia
Marina... il sole di primavera rischia di bruciarli se rimangono ancora un pò
là da soli.
Solo allora ho capito che Juri è stato il più grande poeta surrealista mai
esistito al mondo. So che parlare di mondo per lui sarebbe restrittivo ma
questo è quello che penso.
Ma ho detto che non vi avrei parlato di Juri quindi basta così o rischiate
di lasciarvi coinvolgere troppo emotivamente e non vorrei mai che diventasse
per voi come un fratello da compiangere.
Oggi è una splendida giornata di sole. Prove generali di primavera dalla mia
finestra mentre i peperoni sfregolano in padella.
Un piccione atterra giusto sul mio davanzale. Mi sta fissando. E’ buffo. Non
avevo mai osservato così a lungo ed attentamente un piccione. Devo confessare
che non è poi così brutto. Stupido forse, ma brutto certo no. Muove quella
testolina di cazzo a scatti a intervalli regolari e poi mi ammicca. Un piccione
mi sta ammiccando alla finestra mentre la vita mi rotola addosso e la terra si
sgretola sotto i miei piedi. Mi sovviene un triste sorriso. Il piccione decide
di cacarmi sul davanzale e senza batter ciglio si butta di sotto. Spero almeno
che le ali non gli si siano aperte.
Dall’odore che sento capisco che i peperoni necessitano del mio aiuto.
Allora diamoci dentro con il vino bianco. Mi accendo una mezza canna
bruciacchiata che trovo nel posacenere. Assaggio i peperoni e decido che un
mezzo dado va aggiunto o non sentiranno di un emerito cazzo. Odio i sapori
tenui. Dato che ci siamo, diamo uno strappo alla regola.
La prima sorsata di birra fresca dopo qualche mese trascorso a far salire la
glicemia a suon di bibite gassate dolci è qualcosa che non si può descrivere a
parole.
Fatto trenta, facciamo trentuno. Aggiungo anche l’altra metà del dado e
buonanotte ai suonatori. Fanculo al rigore, la vita è già di per se troppo
triste.
Sono distratto ultimamente. Ci sono tasselli della mia vita che non trovano
il giusto posto. E’ come se vivessi in un puzzle da trecentomilamilioni di
pezzi sparsi alla rinfusa per il mondo. Mi trovo coinvolto in una caccia al
tassello del puzzle. Buffo. Ogni tanto passeggiando distrattamente ne trovo
qualcuno per terra. L’istinto mi dice di raccoglierlo ma la pigrizia mi
impedisce di farlo e passo oltre certo che sulla mia strada ce ne saranno
altri. Se lo scopo è comporre un bel paesaggio montano con cime innevate, temo
tanto che fallirò.
Quasi dimenticavo perchè mi sono messo seduto davanti alla finestra a
schiacciar tasti come in una prova d’abilità “sgrancisci dita”.
Lo confesso, ieri ci sono ricascato nuovamente. Come un coglione. Io odio
Bret Easton Ellis. Dico senza vergognarmi che Bret Easton Ellis è uno scrittore
che mi fa letteralmente cacare. Forse il piccione di prima aveva appena finito
di leggere Glamorama. Trovo che Ellis
sia arrogante. Spocchioso. Odiosamente supponente. Io quando posso cerco di
tenermi alla lontana dalle persone arroganti. Se poi sono anche spocchiose e
supponenti, Dio ne ne scampi... Poi odio i sequel. Odio chi fa qualcosa di
grandioso e poi finisce con il mandare tutto a puttane venticinque anni dopo.
Magari per soldi. Peggio se per mancanza di idee. Meno di zero finisce con A
Los Angeles avevo sentito la canzone di un gruppo locale. La canzone si
intitolava Los Angeles e le parole e le immagini erano così dure e amare che
non riuscii a togliermele dalla testa per giorni e giorni. Le immagini, scoprii
in seguito, erano personali, nessuno che conoscevo le condivideva. Le immagini
che mi passavano per la testa erano di gente impazzita perchè viveva a Los
Angeles. Immagini di genitori così insoddisfatti e affamati che si mangiavano i
figli. Immagini di ragazzi della mia età che alzavano gli occhi dall'asfalto e
rimanevano accecati dal sole. Queste immagini non mi abbandonarono nemmeno
quando lasciai la città. Immagini così violente e malvagie che diventarono il
mio unico punto di riferimento per molto, molto tempo. Dopo la partenza.
Cioè, insomma, Bret Easton Ellis con Imperial
Bedrooms hai cacato fuori dal vaso.
Cazzo!
E tu, Josh Bazell, stai attento. Non pensare di averla fatta franca, ne ho
anche per te. E non tirarmi in ballo il solito povero David Foster perchè do di
matto.
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giovedì 18 aprile 2013
martedì 13 marzo 2012
Un ragazzo vestito tale quale a Jude Law
Non parlerò di David Foster Wallace, però ammettiamolo cazzo
di non essere poi così giovani. Inutile che nascondiamo dietro felpe stile
Abercrombie e jeans stretti. Non possiamo tenere per sempre il respiro. O
meglio quando lo faremo poi non ci sarà altro. Nemmeno vestirsi come non si
voleva apparire al liceo. E poi questa passione per il fitness, il bio ed i
telefilm che una volta avremmo chiamato telenovele. Siamo solo la copia della
copia della copia di quello che ci vomitano dalla rete col pollice alzato di
Facebook.
Aspettate.
Prima che siate voi a dirlo lo ammetto: questa frase penso
di averla copiata da qualche parte. Visto che qualcuno sicuramente controllerà
su Wikipedia mi può cortesemente dire da dove l’ho presa che saranno 5 minuti
buoni che ci penso e proprio non mi viene. Penso di averla rubata da un film
perché mi suona come se qualcuno me la stesse dettando. Non voglio dire ora che
sento le voci, tantomeno quella di David Foster Wallace. Anche perché con
l’inglese non me la cavo oltre il porno.
A questo punto potrei anche iniziare con la storia che mi
sentivo di raccontarvi con questo ragazzo di appena 35 anni come protagonista
che passeggia con l’a stessa aria trasandata delle foto di Jude Law sulle
pagine della repubblica.it. È convinto che qualcuno lo stia notando ed approvi
fortemente da lontano. E questo lo fa stare bene. Ed è convinto di essere
l’unico a leggere la repubblica.it dal suo smartphone. E si togliesse quelle
cuffie gigantesche dalle orecchie che per ascoltare i Vampire Weekend bastano
quelle scassate che regalavano sui treni in spagna quando si faceva l’interrail.
Chissà se ora è di moda? Potrei avvicinarmi a questo ragazzo che cammina con
l’aria schiva di chi è una star del cinema e chiederglielo. Oppure potrei
collegarmi in rete e vedere le mode del momento su un social network e magari
comprare anche qualcosa su Groupon. Perché no? Sarebbe bellissimo, se solo la
mia rete 3g prendesse. Lo sapevo che dovevo comprarmi l’iPad.
L’avrebbe voluto anche David Foster Wallace. Se solo non
fosse morto. Allora sì che ne potrei parlare male.
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