Le ore, paradossalmente, più si avvicinava il momento dell’azione più sembravano dilungarsi e protrarsi all’infinito. L’attesa per Arturo stava diventando estenuante. Più ripensava alle varie mosse da tempo pianificate, più gli sorgevano dubbi e la testa si riempiva di "se" e di "ma". Doveva assolutamente sbarazzarsi al più presto di quell’ingombro. In quel momento per la prima volta nella sua vita, stava provando una sensazione strana, fino ad ora sconosciuta. I sintomi che avvertiva erano identificabili con quelli che alcune volte, suoi conoscenti gli avevano descritto ed avevano catalogato con il termine Paura. Miedo. Fear. Cтрах. Furcht. 공포. الخوف. 恐惧. 恐れ.
Molte volte, in troppe lingue aveva sentito pronunciare quella parola e tutte le volte era rimasto del tutto indifferente. Di fronte a Paura, Arturo reagiva come chiunque di noi reagirebbe sentendo pronunciare un termine sconosciuto, nuovo, mai sentito prima d’ora e del quale si ignora il reale e profondo significato.
Adesso, chiuso in quelle quattro mura, rapito da un inconsistente senso di claustrofobia, Arturo avvertiva tutti i sintomi della Paura, ed il semplice fatto di esserne consapevole lo disturbava intimamente. Non lo aiutò la musica psicadelica dei Pink Floyd che utilizzava solitamente come sedativo per l’ansia. Nemmeno ci riuscì la canna di olio d'hashish. Ne aveva rollata una abbastanza leggera per evitare che l’effetto si protraesse troppo avanti nel tempo lasciandolo rincoglionito al momento del colpo. La testa doveva essere leggera e libera da pensieri. Provò a pensare all'inquilina del piano di sopra, quella con due tettone da togliere il respiro. Provò ad immaginarla nuda, come spesso gli era capitato di fare. Niente. Quella sera tutti i suoi pensieri erano catalizzati dal Colpo. Dal Colpo che, comunque fosse andato, in un modo o nel suo opposto, gli avrebbe cambiato la vita.
Arturo non era mai stato dentro, in prigione. Aveva sempre vissuto ben oltre la legalità, sempre sul filo del rasoio. In tutti gli anni di onorata carriera criminale, Arturo era sempre riuscito a farla franca, spesso beffandosi degli stessi tutori dell'ordine. Arturo aveva un eloquio fuori dal comune ed una capacità di persuasione incredibile che, sommati alla sua elegante e distinta presenza, riusciva a tenere lontano da sè qualunque presunzione di colpevolezza.
Più il tempo rallentava, più le sue preoccupazioni si accentuavano. Per quanto riguardava la sua parte era tranquillo e fiducioso. Aveva meticolosamente ripassato tutti i minimi particolari compresa l’espressione e le parole che avrebbe dovuto vomitare alle tre guardie giurate come un sacerdote intento durante l'omelia. Sapeva quale tono avrebbe dovuto assumere e quali gesti accompagnare a quelle parole. La sua parte era perfetta. Ma per quel colpo erano in tre; lui al massimo avrebbe potuto far funzionare alla perfezione il suo terzo di competenza dell'intera macchina. Il resto spettava al Torre ed al Pizza. Al provocatore ed al rancoroso. Ed i dubbi che nutriva in quel momento Arturo riguardavano proprio la loro parte. Non lo impensieriva tanto la manovra di sorpasso che avrebbe dovuto fare il Pizza, elementare, ma il sangue freddo che avrebbe dovuto far seguire una volta bloccato il furgone. Il Pizza sarebbe stato armato e qualunque provocazione o fraintendimento avrebbe potuto far scoppiare un vero casino di sangue e soprattutto mandare a monte l’intero piano.
Il Pizza, anni indietro, nel periodo in cui era nel commercio della cocaina, per un nonnulla aveva fatto fuoco tre volte su due persone perchè convinto, a torto, che lo stessero beffando. Il più sfortunato di quei due si beccò due pallottole in corpo. La prima gli frantumò la clavicola, lacerandogli 5 centimetri di muscoli, tendini ed ossa tra il collo e la spalla lasciandogli uno squarcio rosso e bianco sotto al maglione. L’altra lo trapassò da parte a parte all’altezza dell’addome, trascinandosi dietro parte dell’intestino. Sembrava spacciato ma l’anima, probabilmente, in quel momento non si trovava nè vicino alla clavicola nè vicino all’intestino. Al secondo le cose andarono decisamente meglio anche se, probabilmente, il sibilo della pallottola che gli si fece strada tra le due guancie, portandosi al seguito qualche fila di denti, giunse sicuramente all’orecchio e, senza aspettare troppo, pure al cervello. Si era trattato veramente di una manciata di inutili millimetri e la pallottola anzichè tirarsi dietro denti, saliva e pelle avrebbe sparso tutt'attorno una grigia poltiglia puzzolente, condannando quasi certamente il Pizza alla cattura e dunque all'ergastolo. Se la cavarono alla meno peggio con un calvario di interventi e trapianti vari. Nessuno dei due si dice tornò ad essere quello che era prima. Ma il caos che seguì la sparatoria durò diversi mesi. Nelle centrali di polizia della zona si era già costituito un team per fronteggiare “un’escalation di violenza becera e cieca”, come riecheggiarono alcuni telegiornali nazionali. A quell’episodio non ne fecero seguito altri ed il tutto si risolse con un forzato ritiro del Pizza dal mondo del commercio della cocaina, lasciandolo tossicodipendente e senza un soldo. Questa era acqua passata da almeno cinque anni. Ora il Pizza aveva ridimensionato il suo rapporto con la cocaina ad una semplice relazione occasionale. Ma nella mente di Arturo il semplice sovrapporsi di quell’aneddoto al colpo di quella sera, gli faceva gelare il sangue nelle vene ed aumentare la sudorazione. Il Pizza seguiva l’istinto come un cane da caccia segue la traccia. Senza chiedersi mai un "perchè".
Una volta convintosi della maturità del Pizza, un tarlo nella testa di Arturo traghettava i pensieri al Torre. Il Torre non era certo pazzo come il Pizza ma non era nemmeno così razionale nel prendere decisioni quando, più che la testa, usava le mani. La vicenda che in quel momento turbava i pensieri di Arturo risaliva anch’essa alla gioventù del Torre. Si trattava di una semplice rapina in un Autogrill. Un colpo semplice e veloce. Il Torre, 10 chili più magro, non esitò a prendere a sberle un avventore per il semplice fatto di essersi intromesso tra lui e la cassiera. lo prese per il bavero della giacca e, con un fare holliwoodiano, lo scaraventò di peso contro il frigorifero delle bibite. All'impatto della schiena del tizio contro l'anta del mobile, il vetro andò in frantumi lasciandosi dietro una pioggia di finissimi cristalli ed un tintinnio tendente all'infinito. Tutto questo fece perdere tempo prezioso rischiando l'arrivo della polizia. Tutto finì liscio ma la fortuna non sempre sta dalla tua parte.
Quello che mancava ai quei due schizzati era quello che invece caratterizzava Arturo: autocontrollo e fredda lucidità.
Mancavano solo tre ore alle 03.00, ora in cui la macchina si sarebbe dovuta mettere in moto. Arturo aveva trovato sollievo immergendosi nella vasca da bagno giallognola ed arrugginita che, per tre lunghi anni si era sempre rifiutato anche solo di riempire.
Con l’acqua che gli lambiva la bocca, Arturo teneva le orecchie immerse e gli occhi chiusi. I rumori lenti, metallici, amplificati ed ovattati che percepiva riuscivano in qualche modo a farlo evadere dai cattivi pensieri che, come avvoltoi, stringevano cerchi concentrici intorno alla sua testa come fosse una carogna.
Nelle ore che pecedevano il colpo, Arturo aveva vietato a tutti di mettersi in contatto telefonicamente. Sarebbe stato troppo rischioso nonostante nessuno, oltre a loro tre, avrebbe dovuto sapere del colpo. Alle 03.15, cercando di non dare nell’occhio, si sarebbero dati appuntamento nel parcheggio del cinema Esmeraldo, sulla sinistra del cubo spigoloso di cemento, vicino ai bidoni per la raccolta differenziata. Per evitare problemi legati al trasporto delle armi, la sera prima, fingendo di buttare la spazzatura, il cui ritiro sarebbe stato alle 07.00 del mattino successivo, Arturo avrebbe posizionato, in uno zaino nascosto in un cespuglio, la sua Beretta Modello 92S, la Glock 37 calibro .45 Gap del Pizza, la Steyr M9A1 calibro 9x21 del Torre, la vecchia Skorpion comprata vicino alla stazione scambiandola con qualche dosa di eroina e cocaina, ed i tre passamontagna neri con i fori per gli occhi. Il Torre doveva preoccuparsi invece del reperimento e del trasporto della bombola e della fiamma ossidrica con cui aprire il portellone blindato del furgone portavalori. Quello era un posto di scambisti animato tutta notte ma tranquillo, di cui tutti erano a conoscenza e per questo motivo addirittura sicuro, in quanto tollerato dalla polizia. Solitamente una pattuglia faceva un timido giro nel parcheggio più per far presenza che per controllare e presidiareverso l'una del mattino, dopodichè non ci sarebbe stato più alcuna presenza di polizia. Lì, una volta arrivati tutti e tre, senza nemmeno bisogno di scambiarsi una parola, Arutro sarebbe salito in macchina con il Torre, mentre il Pizza, da solo sull’auto “ariete” si sarebbe messo in marcia verso la statale. Il Torre ed Arturo si sarebbero diretti verso la sede della compagnia di trasferimento di denaro. Quella sera, una soffiata di una vecchia conoscenza, costata 20.000 €, ovvero l’intero patrimonio che i tre erano riusciti a raccimolare in diverse rapine, gli aveva annunciato l’orario di uscita di un portavalori straordinario per le 03.45 ed il suo tragitto preciso sino alla destinazione. Questo “trasporto eccezionale”, gli avevano detto che avrebbe veicolato 750.000€ dal deposito centrale al mercato del pesce, ad una trentina di chilometri dalla città, dove pare fosse programmata un’asta record per aragoste, salmoni e tonni. Una volta visto uscire il portavalori, Arutro avrebbe semplicemente fatto uno squillo al cellulare del Pizza. Questo segnale avrebbe significato
“è partito. Tra 25 minuti sarà da te. Fatti trovare pronto”.
Nei giorni precedenti i sopralluoghi e le prove cronometrate lungo quel tragitto furono diverse e permisero di stimare il tempo necessario per percorrere la tratta dal deposito all’innesto con la statale in 25 minuti. In quel lasso di tempo, il Torre ed Arturo, tagliando per il centro della città, a quell’ora deserta, avrebbero guadagnato una manciata di minuti sul portavalori, anticipandolo di qualche chilometro. Approfittando di quel vantaggio, si sarebbero piazzati sulla strada secondaria, a poche centinaia di metri dall’incrocio, punto in cui il Pizza avrebbe bloccato il portavalori.
In una stradina appartata e sterrata che si immetteva sulla statale, il Pizza avrebbe atteso, prima il transito del Torre ed Arturo che raggiungevano la loro postazione, dopodichè, il passaggio del furgone portavalori. Una volta avvistato, gli avrebbe lasciato qualche centinaia di metri di vantaggio, dunque gli si sarebbe accodato per circa 4 chilometri, sino all’intersezione dell’altra strada secondaria, punto in cui sarebbe entrato in azione e dalla quale sarebbero sbucati con effetto sorpresa il Torre ed Arturo.
venerdì 31 agosto 2007
mercoledì 29 agosto 2007
Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 5)
Arturo, seduto sulla sua poltrona davanti alla porta finestra che da sul viale, faceva seguire allo sguardo i pensieri.
La gioielleria davanti a casa, dove innumerevoli volte si era soffermato ad osservare quell’amato IWC Portoghese cronografo in acciaio, fu la prima cosa su cui appoggiò gli occhi. Non era appassionato di orologi e non ne capiva nemmeno nulla in fatto di meccanismi automatici e cariche manuali, ma il fascino dell’eleganza di quella linea lo rapiva e, come una rapsodia, gli faceva danzare i pensieri al ritmo dei secondi. L’indomani sarebbe entrato e, senza nemmeno volerlo provare, lo avrebbe acquistato. Al polso avvertiva già la pesantezza dell’acciaio del vetro dell’orgoglio e nell'orgoglio provava già la soddisfazione di indossarlo.
Il bar dove lavorava Marina, quella gran passerona che rimbalzava di fiore in fiore, premurandosi di sceglierne uno con sempre più grana. Ma se lo meritava. Aveva quel culetto, non rinsecchito come l’hanno le modelle, ma morbido e sporgente come quello delle brasiliane. Le sue gambe facevano fantasticare anche i vecchietti che le chiedevano un bianco alle 10 di mattina. Il suo viso dolce, gioviale e perennemente sorridente, con quei due occhi verde smeraldo che riuscivano a diffondere buon umore anche nelle giornate uggiose di autunno. Nel giro di una settimana al massimo, Arturo ne era certo, sarebbe riuscito a farla sua, viziandola e riverendola come si deve alle principesse.
Il rivendiotore autorizzato Harley Davidson e Buell, davanti alle cui vetrine troppe volte, come un bambino, Arturo si era perso a fantasticare su quell’incantevole modello di Buell Firebolt XB12R nera e gialla da più di 12.000€. Era un vero piacere per i suoi occhi. Portare al lago Marina con quel mezzo, evitando le code che tormentano e rubano fascino a quei fantastici posti. Anche quella l’indomani non sarebbe più stato un desiderio per lui.
L’agenzia viaggi, dove massimo era andato ad acquistare un biglietto del treno per evitare la canicola estiva in coda alla stazione, pure quella da domani sarebbe diventata il suo punto di fiducia per prenotare i viaggi caraibici che avrebbe finalmente cominciato a fare con cadenza semestrale oppure per prenotare la settimana bianca a cavallo di Natale e San Silvestro.
Arturo, dalla poltrona, aveva un occhio puntato sul futuro. Domani sarebbe stato il futuro. Da domani Arturo avrebbe finalmente garantito il rispetto, che sino a quel giorno aveva sempre negato, a quel suo nome mal sopportato.
Domani sarebbe stato tutto ma prima doveva assicurarsi che tutto, quella sera, filasse liscio come l’olio. L’ingranaggio doveva funzionare alla perfezione ed a quel punto tutto sarebbe andato bene. In palio c’erano un sacco di soldi e la possibilità che diventassero ancora di più. Almeno il triplo.
Solitamente, nelle ore che precedevano un colpo, Arturo si sentiva sempre estremamente tranquillo e confidente nella buona riuscita. Ma fino ad ora, si era sempre trattato di piccole cose, una cassa continua da forzare, un bancomat da far saltare, un distributore self service da convincere a sganciare la grana, niente di più. Il rischio che partisse un colpo da un’arma poteva essere causato solo dalla distrazione o dalla leggerezza con cui la si maneggiava ed al massimo avrebbe determinato una fuga più veloce. Stavolta la possibilità che le armi diventassero necessarie era data quasi per certa. Per la prima volta si trovava ad agire avendo di fronte non macchine sputasoldi bensì persone, guardie. Lui, il topo, si trovava ad avere a che fare direttamente con il gatto. In quella circostanza si sarebbe trovato davanti due occhi, scuri o forse chiari non avrebbe avuto differenza, sarebbero comunque stati pieni di vita ed ofuscati da un misto di desiderio di sopravivenza e terrore. Si sarebbero rivelati esattamente uguali a quelli del Pizza o del Torre, probabilmente addirittura identici ai suoi. Non c’era nessuna combinazione da comporre o bancomat da strappare dal muro, doveva affrontare almeno tre uomini armati e corazzati il cui lavoro consisteva nel prioteggere il trasporto dei valori. I dubbi non mancavano, il rischio era obiettivamente molto alto ma mai, nemmeno per un secondo, la sua testa contemplò un ripensamento. Quella sera, non sarebbe più stato un colpo, ma il Colpo. Se tutto finiva liscio, da quel momento, Arturo si sarebbe trasferito in un’altra città, si sarebbe affacciato ad una nuova vita lontano dalla precarietà generata dai piccoli crimini.
Arturo avrebbe cominciato la sua nuova vera vita. Arturo sapeva nel profondo della sua mente che per un criminale, riuscire a cambiare vita è estremamente difficile, quasi impossibile. Questo lo sapeva bene, ricordando uno dopo l'altro tutti i nomi di suoi conoscenti che comunque ed inesorabilmente erano finiti dentro ed una volta riconquistata la libertà, quasi inconsapevolmente si ritrovavano immersi e trascinati nuovamente nel vortice della delinquenza e della criminalità; l'unico stile di vita che conoscevano e che li avrebbe sempre riaccolti a braccia aperte una volta diventati reietti avanzi di galera.
In quel momento Arturo non era tranquillo come al solito. Il pensiero che gli altri suoi complici potessero commettere qualche cazzata, lo rendeva pensieroso e cupo.
Per la prima volta nella sua vita, avrebbe volentieri chiacchierato con qualcuno, cercando di scaricare parte della tensione accumulata e che adesso cominciava a fargli dolere la testa. Una presenza umana, non necessariamente amica, al suo fianco gli sarebbe sicuramente stata di grande aiuto. Ma Arturo non aveva mai avuto nessuno con cui scambiare 4 chiacchiere od affrontare un tema abbastanza personale da esulare dal tempo o dal carovita, dalla politica o dallo sport. In quarant’anni aveva accumulato emozioni, sensazioni, preoccupazioni e quant’altro sotto uno strato di grigia indifferenza. I suoi stati d’animo, come la polvere, erano sempre stati spazzati sotto il tappeto, nascosti solo alla vista ma mai eliminati definitivamente. Intorno a se, come un artropode, un esoscheletro lo schermava, separando quello che provava dentro di se da tutto quello che invece lo circondava. Niente che lo riguardasse personalmente al punto da toccarlo in prima persona lo preoccupava. Non un terremoto, non la morte di un bambino, non un colpo di Stato od una guerra, riuscivano a rubargli un’emozione. Come la pelle di un pescatore dopo decenni di sole, acqua, sale, vento e solitudine non avverte più la differenza tra una carezza ed uno schiaffo, anche il cuore calloso di Arturo era ormai incapace di reagire a qualsiasi stimolo. Ed anche quando qualcosa lo colpiva in quanto Arturo piuttosto che comune essere umano, in ogni caso la reazione rimaneva celata e nascosta dagli occhi, comunque indifferenti, della gente.
Il colpo, da mesi progettato, era all’apparenza abbastanza semplice da realizzare.
Il Pizza, al volante di un’auto resistente, all’altezza di una strada secondaria, avrebbe dovuto superare un furgone portavalori e, rientrando in carreggiata, tagliargli la strada piazzandoglisi di traverso a pochi metri. In senso contrario sarebbero arrivati il Torre ed Arturo con una anonima ma veloce auto utilizzata come ponte, munita di una bombola d’ossigeno ed una fiamma ossidrica. In pochi minuti avrebbero forzato il portellone tenendo sotto tiro le guardie le quali, assicurate sui furti e rassicurate dalle parole che avrebbe pronunciato Arturo, non avrebbero rischiato la pelle consegnando loro il malloppo. Il Pizza avrebbe messo fuori gioco il furgone e, una volta pronti, tutti e tre, con la macchina procurata dal Torre, avrebbero percorso quei pochi chilometri che li separavano dalla Polo arrugginita di Arutro, precedentemente posizionata in uno slargo vivino ad un campo incolto. Una volta incendiata l’auto rubata utilizzata per la fuga, i tre si sarebbero rifugiati in un casolare abbandonato in aperta campagna, ad una ventina di chilometri, dove avrebbero trascorso qualche giorno in attesa che le acque si fossero calmate.
La gioielleria davanti a casa, dove innumerevoli volte si era soffermato ad osservare quell’amato IWC Portoghese cronografo in acciaio, fu la prima cosa su cui appoggiò gli occhi. Non era appassionato di orologi e non ne capiva nemmeno nulla in fatto di meccanismi automatici e cariche manuali, ma il fascino dell’eleganza di quella linea lo rapiva e, come una rapsodia, gli faceva danzare i pensieri al ritmo dei secondi. L’indomani sarebbe entrato e, senza nemmeno volerlo provare, lo avrebbe acquistato. Al polso avvertiva già la pesantezza dell’acciaio del vetro dell’orgoglio e nell'orgoglio provava già la soddisfazione di indossarlo.
Il bar dove lavorava Marina, quella gran passerona che rimbalzava di fiore in fiore, premurandosi di sceglierne uno con sempre più grana. Ma se lo meritava. Aveva quel culetto, non rinsecchito come l’hanno le modelle, ma morbido e sporgente come quello delle brasiliane. Le sue gambe facevano fantasticare anche i vecchietti che le chiedevano un bianco alle 10 di mattina. Il suo viso dolce, gioviale e perennemente sorridente, con quei due occhi verde smeraldo che riuscivano a diffondere buon umore anche nelle giornate uggiose di autunno. Nel giro di una settimana al massimo, Arturo ne era certo, sarebbe riuscito a farla sua, viziandola e riverendola come si deve alle principesse.
Il rivendiotore autorizzato Harley Davidson e Buell, davanti alle cui vetrine troppe volte, come un bambino, Arturo si era perso a fantasticare su quell’incantevole modello di Buell Firebolt XB12R nera e gialla da più di 12.000€. Era un vero piacere per i suoi occhi. Portare al lago Marina con quel mezzo, evitando le code che tormentano e rubano fascino a quei fantastici posti. Anche quella l’indomani non sarebbe più stato un desiderio per lui.
L’agenzia viaggi, dove massimo era andato ad acquistare un biglietto del treno per evitare la canicola estiva in coda alla stazione, pure quella da domani sarebbe diventata il suo punto di fiducia per prenotare i viaggi caraibici che avrebbe finalmente cominciato a fare con cadenza semestrale oppure per prenotare la settimana bianca a cavallo di Natale e San Silvestro.
Arturo, dalla poltrona, aveva un occhio puntato sul futuro. Domani sarebbe stato il futuro. Da domani Arturo avrebbe finalmente garantito il rispetto, che sino a quel giorno aveva sempre negato, a quel suo nome mal sopportato.
Domani sarebbe stato tutto ma prima doveva assicurarsi che tutto, quella sera, filasse liscio come l’olio. L’ingranaggio doveva funzionare alla perfezione ed a quel punto tutto sarebbe andato bene. In palio c’erano un sacco di soldi e la possibilità che diventassero ancora di più. Almeno il triplo.
Solitamente, nelle ore che precedevano un colpo, Arturo si sentiva sempre estremamente tranquillo e confidente nella buona riuscita. Ma fino ad ora, si era sempre trattato di piccole cose, una cassa continua da forzare, un bancomat da far saltare, un distributore self service da convincere a sganciare la grana, niente di più. Il rischio che partisse un colpo da un’arma poteva essere causato solo dalla distrazione o dalla leggerezza con cui la si maneggiava ed al massimo avrebbe determinato una fuga più veloce. Stavolta la possibilità che le armi diventassero necessarie era data quasi per certa. Per la prima volta si trovava ad agire avendo di fronte non macchine sputasoldi bensì persone, guardie. Lui, il topo, si trovava ad avere a che fare direttamente con il gatto. In quella circostanza si sarebbe trovato davanti due occhi, scuri o forse chiari non avrebbe avuto differenza, sarebbero comunque stati pieni di vita ed ofuscati da un misto di desiderio di sopravivenza e terrore. Si sarebbero rivelati esattamente uguali a quelli del Pizza o del Torre, probabilmente addirittura identici ai suoi. Non c’era nessuna combinazione da comporre o bancomat da strappare dal muro, doveva affrontare almeno tre uomini armati e corazzati il cui lavoro consisteva nel prioteggere il trasporto dei valori. I dubbi non mancavano, il rischio era obiettivamente molto alto ma mai, nemmeno per un secondo, la sua testa contemplò un ripensamento. Quella sera, non sarebbe più stato un colpo, ma il Colpo. Se tutto finiva liscio, da quel momento, Arturo si sarebbe trasferito in un’altra città, si sarebbe affacciato ad una nuova vita lontano dalla precarietà generata dai piccoli crimini.
Arturo avrebbe cominciato la sua nuova vera vita. Arturo sapeva nel profondo della sua mente che per un criminale, riuscire a cambiare vita è estremamente difficile, quasi impossibile. Questo lo sapeva bene, ricordando uno dopo l'altro tutti i nomi di suoi conoscenti che comunque ed inesorabilmente erano finiti dentro ed una volta riconquistata la libertà, quasi inconsapevolmente si ritrovavano immersi e trascinati nuovamente nel vortice della delinquenza e della criminalità; l'unico stile di vita che conoscevano e che li avrebbe sempre riaccolti a braccia aperte una volta diventati reietti avanzi di galera.
In quel momento Arturo non era tranquillo come al solito. Il pensiero che gli altri suoi complici potessero commettere qualche cazzata, lo rendeva pensieroso e cupo.
Per la prima volta nella sua vita, avrebbe volentieri chiacchierato con qualcuno, cercando di scaricare parte della tensione accumulata e che adesso cominciava a fargli dolere la testa. Una presenza umana, non necessariamente amica, al suo fianco gli sarebbe sicuramente stata di grande aiuto. Ma Arturo non aveva mai avuto nessuno con cui scambiare 4 chiacchiere od affrontare un tema abbastanza personale da esulare dal tempo o dal carovita, dalla politica o dallo sport. In quarant’anni aveva accumulato emozioni, sensazioni, preoccupazioni e quant’altro sotto uno strato di grigia indifferenza. I suoi stati d’animo, come la polvere, erano sempre stati spazzati sotto il tappeto, nascosti solo alla vista ma mai eliminati definitivamente. Intorno a se, come un artropode, un esoscheletro lo schermava, separando quello che provava dentro di se da tutto quello che invece lo circondava. Niente che lo riguardasse personalmente al punto da toccarlo in prima persona lo preoccupava. Non un terremoto, non la morte di un bambino, non un colpo di Stato od una guerra, riuscivano a rubargli un’emozione. Come la pelle di un pescatore dopo decenni di sole, acqua, sale, vento e solitudine non avverte più la differenza tra una carezza ed uno schiaffo, anche il cuore calloso di Arturo era ormai incapace di reagire a qualsiasi stimolo. Ed anche quando qualcosa lo colpiva in quanto Arturo piuttosto che comune essere umano, in ogni caso la reazione rimaneva celata e nascosta dagli occhi, comunque indifferenti, della gente.
Il colpo, da mesi progettato, era all’apparenza abbastanza semplice da realizzare.
Il Pizza, al volante di un’auto resistente, all’altezza di una strada secondaria, avrebbe dovuto superare un furgone portavalori e, rientrando in carreggiata, tagliargli la strada piazzandoglisi di traverso a pochi metri. In senso contrario sarebbero arrivati il Torre ed Arturo con una anonima ma veloce auto utilizzata come ponte, munita di una bombola d’ossigeno ed una fiamma ossidrica. In pochi minuti avrebbero forzato il portellone tenendo sotto tiro le guardie le quali, assicurate sui furti e rassicurate dalle parole che avrebbe pronunciato Arturo, non avrebbero rischiato la pelle consegnando loro il malloppo. Il Pizza avrebbe messo fuori gioco il furgone e, una volta pronti, tutti e tre, con la macchina procurata dal Torre, avrebbero percorso quei pochi chilometri che li separavano dalla Polo arrugginita di Arutro, precedentemente posizionata in uno slargo vivino ad un campo incolto. Una volta incendiata l’auto rubata utilizzata per la fuga, i tre si sarebbero rifugiati in un casolare abbandonato in aperta campagna, ad una ventina di chilometri, dove avrebbero trascorso qualche giorno in attesa che le acque si fossero calmate.
lunedì 20 agosto 2007
il cane del buon vecchio Colmackie
Avevo innegabilmente assassinato il cane del mio capo. Con sadismo qualcuno potrebbe aggiungere. Ragionevolmente. Non mi ero accontentato di quel piatto arricchito dal cianuro. Gli avevo pure conficcato un paio di dardi sulla schiena in puro stile corrida. E dovevo aver beccato una arteria. Il sangue dipingeva il legno per terra, il bianco alle pareti e le mie scarpe lucide da bowling. Piccole gocce si allargavano sfumate filtrando nell’intonaco. Come una goccia di pittura si sdraia su di una tela tesa.
Il cane ringhiava bava bianca. C’era puzza di vomito e bile. Lo stesso odore di una confezione aperta di fegato di maiale.
Il colpo di grazia glielo diedi con un calcio ben assestato in faccia.
“Stack” La testa gli si girò.
E cadde a terra pesante. Gli occhi aperti guardavano su. La bava andava riassorbendosi nei peli del muso con grumi gialli congiuntivite.
Ci fu un attimo di silenzio. Respirai. I dardi penzolavano senza vita. Stanchi comignoli di stufe inutili. Il sangue non zampillava più forte sui muri. Non era stato un lavoro chirurgico come previsto. Mi ero fatto, per così dire, prendere dal pathos del momento. Calcare la mano. Il cane poi non c’entrava niente. A me Marianna piaceva pure.
“Che macello!” dissi troppo forte per sembrare del tutto naturale. Nei film in questi istanti l’attore guarda la telecamera regalando qualche momento di filosofia spicciola. Tipo frasi da Baciperugina.
Le mie scarpe erano da buttare. E pure i pantaloni.
Respirai a fondo osservando quel casino di peli e sangue che non sarei certo riuscito a pulire. E tanto meno a spiegare.
Mi accesi una sigaretta muovendomi lungo il corridoio. Reinfilai in tasca l’accendino d’oro.
Sul bancone della cucina a pochi passi riluceva una anfora nera. Si specchiava sul marmo scuro del piano. Aveva tutta l’aria di essere un oggetto costoso. I miei passi suonavano sudati sul pavimento in ciliegio. Passai a fianco del vaso ad una distanza reverenziale di svariati centimetri. Lo sollevai tra le mani, specchiai il mio volto nel suo collo allungato. Soffiai fuori il fumo e lo riposi.
“Bell’oggetto” pensai. Come quelle macchine vecchie tirate a lucido che corrono la Millemiglia. Se c’era una cosa che al mio capo non mancava era il buon gusto. Si contornava solo di oggetti belli e spesso unici. Come era stato il suo cane. Come era ancora quell’anfora. Anche le persone che lo circondavano, dalla segretaria ai collaboratori più o meno stretti avevano un bell’aspetto. E questo mi lusingava.
Quando entrai nella Colmackie avevo poco più di ventun’anni, una laurea fresca ed una sfacciata ambizione.
“Rampante, molto anni ‘90” lessi in una missiva privata pervenuta nel 1999 a Colmackie in persona da Stumbeck. Quasi commovente.
Ero nello studio ora. Sfogliavo gli archivi.
Odore di quella polvere sottile che sfugge anche alla più abile donna delle pulizie. Dal colore marrone, magari sfumata in grigio. Quella incastrata nelle piegature delle cartelle di cartone giallo.
Pensare a Stumbeck mi fece sorridere come quando si ricorda una foto scolorita che ci ritrae giovani ed in compagnia di un improbabile amico. Stumbeck era stato il mio capo. Stumbeck aveva posseduto una fortuna di automobili di marca, cristalli, ville in Sardegna e donne bellissime. Stumbeck era tutto quello che volevo essere a ventitrè anni. Cambiai idea l’anno seguente: il 2002.
Il 2002 fu l’anno del mio interessato divorzio da Costanza, la donna della mia vita.
Il 2002 fu l’anno delle mie interessate nozze con Carla, la figlia di Colmackie.
Stumbeck divenne insignificante seduto ad un tavolo, lontano dai festeggiamenti. Si faceva sempre più satellite lasco del sistema solare Colmackie. Distratto dal buco nero della sorte. Ero soddisfatto come il pedone degli scacchi che coglie la regina di sorpresa.
Brindai e lo champagne mi bagnò il polsino bianco inamidato. Altri tempi.
Il sangue che mi imbrattava le scarpe in quel momento anni dopo sembrò per un momento irreale. Le punte su cui cercavo di equilibrarmi disegnavano sbavati sorrisi rossi sul parquet. Sarei potuto scivolare facile.
Prestai nervosa attenzione.
“Quel cazzo di cane! A Colmackie glielo avevo detto: “se vuoi qualcuno che ti sia fedele 10 anni compra un frigorifero”. E lui aveva chiesto a Banny, la sua segretaria cerebrolesa, di invitare Petr dalla Russia”.
Petr possedeva un allevamento in Toscana che frequentava come si fa con parenti: a Natale, a Pasqua e quando muoiono.
Petr arrivò in aereo da Mosca. Si sistemò nella sua stanza poi cenammo assieme. Questi dimostrò particolare abilità nella scelta dei vini provandosi in accostamenti improponibili. Molti prevedevano un qualche tipo di confettura. Rincasammo allegri. Ciascuno con la sua signora sottobraccio. Ero probabilmente persuaso di amare più Carla di Costanza. Sbagliavo.
Il giorno seguente Petr si presentò con un panama e calzoncini corti alla colazione nel parco. Mangiò poco e parlò ancor meno. Ricordava solo vagamente la affabile persona con cui avevamo trascorso la serata. Il naso tagliente ed il mento austero. Passò il pomeriggio in quel risibile abbigliamento misurando la casa e il giardino con un metro. Poi ripartì per Mosca e non ci rivedemmo più. Non mi dispiacque molto.
Il sangue intanto andava marcendo nell’ingresso.
Un mese dopo conobbi Marianna, il cane. Me la presentarono che avevo un completo marrone. Poi mi avvicinai al tavolo bianco disegnato in ferro e colorato da qualche bicchiere che avevo abbandonato poco prima. Gli occhi verdi del pastore tedesco sull’attenti a poca distanza. Recuperai il mio karkadè. Meno rosso del sangue di quella bestia spalmato sulle pareti che in quel momento ripercorrevo con l’apprensione di chi sa di essere spacciato. Lo scalpiccio si faceva più bagnato e confuso. Probabilmente sudavo. Non avevo trovato il mio taccuino nello studio assieme a tutte quelle inutili scartoffie.
Rassegnato quindi mi feci raccomandare da un amico un cinese per rassettare tutto quel casino.
Devo ammettere che fece un ottimo lavoro.
Il vecchio Colmackie, il suo cane ed il mio taccuino non saltarono mai più fuori.
Il cane ringhiava bava bianca. C’era puzza di vomito e bile. Lo stesso odore di una confezione aperta di fegato di maiale.
Il colpo di grazia glielo diedi con un calcio ben assestato in faccia.
“Stack” La testa gli si girò.
E cadde a terra pesante. Gli occhi aperti guardavano su. La bava andava riassorbendosi nei peli del muso con grumi gialli congiuntivite.
Ci fu un attimo di silenzio. Respirai. I dardi penzolavano senza vita. Stanchi comignoli di stufe inutili. Il sangue non zampillava più forte sui muri. Non era stato un lavoro chirurgico come previsto. Mi ero fatto, per così dire, prendere dal pathos del momento. Calcare la mano. Il cane poi non c’entrava niente. A me Marianna piaceva pure.
“Che macello!” dissi troppo forte per sembrare del tutto naturale. Nei film in questi istanti l’attore guarda la telecamera regalando qualche momento di filosofia spicciola. Tipo frasi da Baciperugina.
Le mie scarpe erano da buttare. E pure i pantaloni.
Respirai a fondo osservando quel casino di peli e sangue che non sarei certo riuscito a pulire. E tanto meno a spiegare.
Mi accesi una sigaretta muovendomi lungo il corridoio. Reinfilai in tasca l’accendino d’oro.
Sul bancone della cucina a pochi passi riluceva una anfora nera. Si specchiava sul marmo scuro del piano. Aveva tutta l’aria di essere un oggetto costoso. I miei passi suonavano sudati sul pavimento in ciliegio. Passai a fianco del vaso ad una distanza reverenziale di svariati centimetri. Lo sollevai tra le mani, specchiai il mio volto nel suo collo allungato. Soffiai fuori il fumo e lo riposi.
“Bell’oggetto” pensai. Come quelle macchine vecchie tirate a lucido che corrono la Millemiglia. Se c’era una cosa che al mio capo non mancava era il buon gusto. Si contornava solo di oggetti belli e spesso unici. Come era stato il suo cane. Come era ancora quell’anfora. Anche le persone che lo circondavano, dalla segretaria ai collaboratori più o meno stretti avevano un bell’aspetto. E questo mi lusingava.
Quando entrai nella Colmackie avevo poco più di ventun’anni, una laurea fresca ed una sfacciata ambizione.
“Rampante, molto anni ‘90” lessi in una missiva privata pervenuta nel 1999 a Colmackie in persona da Stumbeck. Quasi commovente.
Ero nello studio ora. Sfogliavo gli archivi.
Odore di quella polvere sottile che sfugge anche alla più abile donna delle pulizie. Dal colore marrone, magari sfumata in grigio. Quella incastrata nelle piegature delle cartelle di cartone giallo.
Pensare a Stumbeck mi fece sorridere come quando si ricorda una foto scolorita che ci ritrae giovani ed in compagnia di un improbabile amico. Stumbeck era stato il mio capo. Stumbeck aveva posseduto una fortuna di automobili di marca, cristalli, ville in Sardegna e donne bellissime. Stumbeck era tutto quello che volevo essere a ventitrè anni. Cambiai idea l’anno seguente: il 2002.
Il 2002 fu l’anno del mio interessato divorzio da Costanza, la donna della mia vita.
Il 2002 fu l’anno delle mie interessate nozze con Carla, la figlia di Colmackie.
Stumbeck divenne insignificante seduto ad un tavolo, lontano dai festeggiamenti. Si faceva sempre più satellite lasco del sistema solare Colmackie. Distratto dal buco nero della sorte. Ero soddisfatto come il pedone degli scacchi che coglie la regina di sorpresa.
Brindai e lo champagne mi bagnò il polsino bianco inamidato. Altri tempi.
Il sangue che mi imbrattava le scarpe in quel momento anni dopo sembrò per un momento irreale. Le punte su cui cercavo di equilibrarmi disegnavano sbavati sorrisi rossi sul parquet. Sarei potuto scivolare facile.
Prestai nervosa attenzione.
“Quel cazzo di cane! A Colmackie glielo avevo detto: “se vuoi qualcuno che ti sia fedele 10 anni compra un frigorifero”. E lui aveva chiesto a Banny, la sua segretaria cerebrolesa, di invitare Petr dalla Russia”.
Petr possedeva un allevamento in Toscana che frequentava come si fa con parenti: a Natale, a Pasqua e quando muoiono.
Petr arrivò in aereo da Mosca. Si sistemò nella sua stanza poi cenammo assieme. Questi dimostrò particolare abilità nella scelta dei vini provandosi in accostamenti improponibili. Molti prevedevano un qualche tipo di confettura. Rincasammo allegri. Ciascuno con la sua signora sottobraccio. Ero probabilmente persuaso di amare più Carla di Costanza. Sbagliavo.
Il giorno seguente Petr si presentò con un panama e calzoncini corti alla colazione nel parco. Mangiò poco e parlò ancor meno. Ricordava solo vagamente la affabile persona con cui avevamo trascorso la serata. Il naso tagliente ed il mento austero. Passò il pomeriggio in quel risibile abbigliamento misurando la casa e il giardino con un metro. Poi ripartì per Mosca e non ci rivedemmo più. Non mi dispiacque molto.
Il sangue intanto andava marcendo nell’ingresso.
Un mese dopo conobbi Marianna, il cane. Me la presentarono che avevo un completo marrone. Poi mi avvicinai al tavolo bianco disegnato in ferro e colorato da qualche bicchiere che avevo abbandonato poco prima. Gli occhi verdi del pastore tedesco sull’attenti a poca distanza. Recuperai il mio karkadè. Meno rosso del sangue di quella bestia spalmato sulle pareti che in quel momento ripercorrevo con l’apprensione di chi sa di essere spacciato. Lo scalpiccio si faceva più bagnato e confuso. Probabilmente sudavo. Non avevo trovato il mio taccuino nello studio assieme a tutte quelle inutili scartoffie.
Rassegnato quindi mi feci raccomandare da un amico un cinese per rassettare tutto quel casino.
Devo ammettere che fece un ottimo lavoro.
Il vecchio Colmackie, il suo cane ed il mio taccuino non saltarono mai più fuori.
lunedì 13 agosto 2007
accadimenti veramente tragici
Accadde che Lucio morì a ventidue anni. Inaspettatamente.
"Troppo giovane" disse il vecchio Gino. Altri gli fecero il coro. In paese sembravano tutti d'accordo, per la prima volta.
Il Bonzi e la Giuseppina, il vecchio Gino e l'infingardo Stefano, il ribelle Tony e la gang dei metallari. Sembrava un piatto agrodolce. Impossibile. Di quelli dagli accoppiamenti sofisticati. Tutte le facce tese, piatte e vagamente tristi dietro la telecamera mormoravano. Luisella piangeva. Gli occhi arrossati come nelle giornate di vento affrontate in bicicletta, la schiena sudata e la maglietta appiccicata. Era stata la fidanzata del suddetto (e peraltro defunto) Lucio ed ora era improvvisamente al centro dell'attenzione. Tutti volevano dirle una parola di conforto, darle un abbraccio. Pensò per un istante alla sensazione della vincitrice di miss Italia. Poi si scosse. Come fanno i cani per asciugarsi. La sua coda bionda dipinse un morbido semicerchio nell'aria. Era indiscutibilmente bella. Qualcuno si allontanò, altri arrivarono.
"Via, via, lasciatela respirare" disse il fratello prendendola sotto braccio spingendola verso casa.
Si muovevano diagonalmente. Franco la trascinava letteralmente. I muscoli del collo tesi. Sudore.
Lei non ricordava più bene perché fosse uscita. Sembrava tutto lontano come fosse sempre stato così. Immobile.
"Ho sentito le sirene" ricordò.
Il fratello non rispose. Avrebbe voluto portarla via. Nel tempo e nello spazio. Come in ritorno al futuro. Calciò la porta di casa ed entrarono.
La madre portava un infuso fumante. Fuori c'erano 35 gradi ed in casa non si stava molto più freschi. Era tuttavia l'unica cosa che le era venuto in mente di fare mentre il fratello correva a recuperare Luisella. Carla con suoi 53 anni non si era mai sentita tanto inadeguata. Guardava la tazza nelle sue mani. Ceramica sottile e bianca ornata da ripetitivi disegni di un ragazzo con un cappello di paglia ed una anatra in mano. Odore di infuso ai frutti di bosco. Colore rosso non troppo rassicurante. Lo appoggiò sul tavolino basso davanti al divano ed alla figlia. Si raffreddò nei singhiozzi di Luisella. La televisione era accesa ma senza volume.
"Voglio morire" le uscì dalle labbra salate dalle lacrime.
E Dio misericordioso la accontentò.
"Troppo giovane" disse il vecchio Gino. Altri gli fecero il coro. In paese sembravano tutti d'accordo, per la prima volta.
Il Bonzi e la Giuseppina, il vecchio Gino e l'infingardo Stefano, il ribelle Tony e la gang dei metallari. Sembrava un piatto agrodolce. Impossibile. Di quelli dagli accoppiamenti sofisticati. Tutte le facce tese, piatte e vagamente tristi dietro la telecamera mormoravano. Luisella piangeva. Gli occhi arrossati come nelle giornate di vento affrontate in bicicletta, la schiena sudata e la maglietta appiccicata. Era stata la fidanzata del suddetto (e peraltro defunto) Lucio ed ora era improvvisamente al centro dell'attenzione. Tutti volevano dirle una parola di conforto, darle un abbraccio. Pensò per un istante alla sensazione della vincitrice di miss Italia. Poi si scosse. Come fanno i cani per asciugarsi. La sua coda bionda dipinse un morbido semicerchio nell'aria. Era indiscutibilmente bella. Qualcuno si allontanò, altri arrivarono.
"Via, via, lasciatela respirare" disse il fratello prendendola sotto braccio spingendola verso casa.
Si muovevano diagonalmente. Franco la trascinava letteralmente. I muscoli del collo tesi. Sudore.
Lei non ricordava più bene perché fosse uscita. Sembrava tutto lontano come fosse sempre stato così. Immobile.
"Ho sentito le sirene" ricordò.
Il fratello non rispose. Avrebbe voluto portarla via. Nel tempo e nello spazio. Come in ritorno al futuro. Calciò la porta di casa ed entrarono.
La madre portava un infuso fumante. Fuori c'erano 35 gradi ed in casa non si stava molto più freschi. Era tuttavia l'unica cosa che le era venuto in mente di fare mentre il fratello correva a recuperare Luisella. Carla con suoi 53 anni non si era mai sentita tanto inadeguata. Guardava la tazza nelle sue mani. Ceramica sottile e bianca ornata da ripetitivi disegni di un ragazzo con un cappello di paglia ed una anatra in mano. Odore di infuso ai frutti di bosco. Colore rosso non troppo rassicurante. Lo appoggiò sul tavolino basso davanti al divano ed alla figlia. Si raffreddò nei singhiozzi di Luisella. La televisione era accesa ma senza volume.
"Voglio morire" le uscì dalle labbra salate dalle lacrime.
E Dio misericordioso la accontentò.
mercoledì 25 luglio 2007
Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 4)
Arturo, trovatosi di fronte a quel duello troppo latente per permettersi di pensare ad altre soluzioni, intervenne.
“Ragazzi, cosa sta succedendo qua?” fece con tono paterno e rassicurante da animatore dell’oratorio, con l'intento di non creare allarmismi che avrebbero potuto far degenerare la situazione.
Nessuno dei due duellanti si era accorto dell’intrusione in campo di quello spettatore prima di quelle parole. Con grande stupore per il Pizza e grande rammarico per il Torre, entrambe si voltarono ripettivamente alla propria destra e sinistra in direzione della voce.
Il Pizza, immediatamente, per la seconda volta in dieci minuti, si trovò ad immaginare che quello appena arrivato fosse il vero proprietario della macchina. Dopo qualche secondo di fredda lucidità osservò “no, non può essere il proprietario. Adesso nessuno sta toccando questa cazzo di auto... Ommadonna, vuoi vedere che è uno sbirro in borghese?!”, scongiurò.
Arturo, avvicinandosi lentamente con le mani a mezz'altezza, volutamente ben visibili dal Pizza, si posizionò in un punto formando il terzo vertice di un triangolo isoscele visibile dall'alto. Le loro ombre si allungavano alla sinistra di Arturo per un paio di metri.
“Che cazzo state combinando?” disse poi con tono da maestrino che rimprovera gli alunni.
Il Pizza, frastornato, rimase in silenzio. Non sapeva più a cosa pensare.
”Se questo non è il proprietario e nemmeno un poliziotto... allora chi è sto qua?” continuava a ripensare tra se senza trovare il bandolo della matassa.
“Questo voleva rubare la Delta!”, spiegò con tono colpevole il Torre. “Gli ho detto che è nostra! Ma la vuole lui”.
Seguirono alcuni istanti di silenzio in cui gli occhi di tutti e tre si incrociarono e si lanciarono occhiate incriminatorie.
Finalmente nella mente del Pizza la situazione cominciò a prendere logicità “se non è il proprietario e nemmeno un piedipiatti od un missionario, sta a vedere che questo faceva il palo allo stupido!”.
Il Pizza capì.
Arturo, con fare ora forense, passeggiando in asse, due passi a destra e due a sinistra, esordì arringando “ascolta, mi sembra di avere capito che a tutti noi interessi questo bolide...”.
I due annuirono silenziosamente seguendo i segmenti tracciati da Arturo.
“... Ora ti faccio una proposta! Noi volevamo la Delta solo fare una sgroppata col culo schiacciato su questa mandria imbizzarita e basta. Non ce ne facciamo un cazzo di una macchina che tra meno di 4 ore diventa incandescente come il sole...”.
Arturo ha sempre avuto la capacità di pararsi il culo in qualunque situazione. Questo dono gli ha permesso di arrivare a quarant’anni con poche denunce non penali alle spalle. Quando Arturo spiegava qualcosa nel 99% dei casi riusciva strappare consensi e conversioni. Avrebbe sicuramente avuto successo come commerciale se solo avesse intrapreso quella strada anzichè perdersi nel dedalo del crimine.
“... Se tu vuoi questa macchina, non c’è problema. Non abbiamo niente in contrario, anzi. Ce la lasci qualche ora, il tempo necessario per provare un pò di brividi, poi te la prendi, la porti dove ti pare e non ti fai più vedere!”, Arturo concluse mimando con le mani la fine.
Il Torre, con il suo faccione illuminato dalla luna e striato ad intervalli irregolari dal lampione moribondo, lasciava trasparire soddisfazione ed ammirazione nei confronti di Arturo. Il Torre era la corazza ed Arturo la ragione. Insieme erano una macchina da guerra oliata pronta a qualunque evenienza. Erano un carroarmato ben pilotato.
Il Pizza, esterefatto dal tipo di proposta, finse di pensarci qualche istante non lasciando trapelare alcuna emozione. In cuor suo, si sentiva soddisfatto ma non voleva dare subito la soddisfazione a quel tizio di accettare la proposta. “Nemmeno il rischio di perdere un dente od un occhio”.
Passarono alcuni secondi, poi, con un cenno verticale del viso accettò "ochei, ci sto!".
In pochi minuti, i tre avevano già aperto la macchina e, col motore acceso si erano presentati ed accordati sul da fare in seguito. Con qualche risata e pacca sulle spalle uscirono dal parcheggio a bordo della Delta HF Integrale Evoluzione pronti per correre un rally notturno. Poi, avrebbero consegnato l’auto nelle mani del Pizza.
Arturo al volante, il Torre al suo fianco lato passeggero ed il Pizza dietro si avviarono senza fretta verso la vicina campagna.
Imboccarono la prima strada bassa poco fuori città, quella che costeggiava il fiume.
Arturo fermò la macchina all'imbocco, dove finiva l'asfalto e cominciava lo sterrato. “Allora siamo d’accordo! Io faccio la prima mezz’ora, poi tocca a te” disse indicando il Torre, “e poi, se vuoi provi tu; altrimenti ci riporti in città e vai dove vuoi con la Delta!”. Erano tutti d’accordo e si strinsero le mani come impegno solenne.
Si allacciarono le cinture di sicurezza, Arturo regolò meglio il sedile alla sua stazza, accese tutti fari in dotazione al bolide e, in folle, cominciò a far salire di giri il motore.
WROOM. WWRROOOMM. WWWRRROOOOOOMMM.
Facendo tre volte pressione, sempre un pò più forte, sull’acceleratore si sentì il motore rispondere scuotendo nervosamente l’abitacolo come la centrifuga di una lavatrice. La terza volta che premette l’acceleratore, la lancetta del contagiri sfiorò i 5000 giri al minuti.
Pieno di adrenalina, Arturo era pronto a lasciare la frizione per dare inizio al rally. Ingranò la prima marcia. Lanciò un'occhiata d'intesa ai due e mollò la frizione di colpo. Si sentirono le quattro ruote motrici slittare all’unisono sulla ghiaietta fina della strada. Il motore salì velocemente di giri mentre l’auto si trovava ancora pressochè ferma nello stesso punto. Proprio come in un cortone animato, prima di muoversi passò qualche frazione di secondo interminabile in cui gli pneumatici cercavano disperatamente di fare presa su qualcosa. Quando tutti i più di 200 cavalli si sprigionarono scaricando tutta la loro forza sulla terra, l’impressione che provarono i tre a borbo fu simile a quella del decollo di un aereo. I corpi dei tre ragazzi furono schiacciati a forza contro gli schienali profondi ed ergonomici della Delta HF Integrale Evoluzione. I sassi impazziti, sparati a velocità incredibile dagli pneumatici, rimbalzavano sulla carrozzeria provocando rumori metallici fitti e secchi simili ai chicchi di grandine. Nell'abitacolo il rombo del motore montava sempre più dando l'impressione di averlo sotto il sedile. Arturo inserì rapidamente la seconda mentre il bolide inghiottiva già decine di metri alla volta e, solo per pura ingordigia, provò anche la terza. Il volante sotto la presa serrata di Arturo cercava di divincolarsi e disarcionargli le mani. Il grip che ricopriva il volante asciugava il sudore che l’agitazione di Arturo faceva sgorgare dai suoi palmi. Le vibrazioni aumentavano proporzionatamente alla velocità. Il rettilineo davanti a loro sembrava accorciarsi alla velocità della luce. Il manto sconnesso della stradina sommato alla reazione delle pronte sospensioni Mc Pherson, faceva sussultare l’abitacolo, mettendo qualche centimetro di vuoto tra il sedile ed il culo dei tre ragazzi, ogni qualvolta prendevano una buca. Quando le ruote si trovavano a girare a vuoto, il motore suggiva salendo di giri ed una volta riatterrati imprimeva una nuova accelerazione all'auto.
“Garda quanto facciamo, veloce, guarda a quanto siamo che devo mollare!” ordinò Arturo al Torre.
“Centoventi, centoventicinque, centotrenta, cazzo ma questa vola!” disse il Torre con una soddisfazione ingenuamente infantile.
Artuto non conosceva quella strada. Non la aveva mai percorsa. Sapeva però che il fiume in quella zona disegnava una abbondante S. Sapeva anche che quella su cui stavano correndo il loro rally era la strada dell’argine del fiume. Prima o poi si sarebbe aspettato la curva.
Al limitare della zona illuminata dalle due file sovrapposte di fari scorse, finalmente, l'attesa curva sulla destra. L’entità della curva gli era sconosciuta quanto la presa delle gomme in frenata sulla superficie scivolosa della ghiaia. Avrebbe potuto trattarsi di una curva di 100 gradi come di una di soli 40. Lo avrebbero scoperto nell'arco di pochi secondi.
Arturo impugnò la leva del cambio lasciando sul volante l’impronta di sudore della sua mano sinistra. Nessuno la notò. Mollò il pedale dell’acceleratore e con un rapido spostamento dei piedi, scalò in seconda imballando un pò il motore.
Con in corpo la sicurezza e l’esperienza di Miki Biasion fece una leggera pressione sul pedale centrale del freno cercando di non bloccare completamente le ruote. Il motore, appena Arturo rilasciò la frizione, ruggì come un leone facendo godere delle sue vibrazioni i tre ragazzi a bordo. Stavano provando un’esperienza che pochi ragazzi all’epoca avevano il privilegio di sperimentare.
Al giorno d’oggi basterebbe andare in un qualunque parco di divertimenti per provare sensazioni molto più estreme, paragonabili al decollo di uno Shuttle od alla decelerazione di una Formula Uno. Loro non lo avrebbero mai potuto immaginare e continuarono a godersi quel momento.
Man mano che i fari inghiottivano la strada, Arturo sentì montargli dentro un senso di impotenza che, più il bolide bruciava metri, più aumentava in lui. Quando la strada fu tutta illuminata, la gioia che fino a quel momento aveva pervaso gli animi di quei tre giovani e si poteva respirare dispersa nell’abitacolo, in un baleno scomparve lasciando spazio alla preoccupazione. La curva che dovevano affrontare era in realtà un gomito a meno di 90 gradi. Arturo dalla delicatezza con cui fino ad allora aveva accarezzato il pedale del freno, sgranando gli occhi, passò ad esercitare tutta la forza che aveva in corpo per cercare di fermare la corsa di quel cazzo di razzo a quattro ruote. Il Torre ed il Pizza, con la bocca spalancata non riuscirono ad emettere alcun grido, bloccati, non tanto dal senso del pudore quanto piuttosto dalla repentinità della situazione. Il terrore si era impossessato delle loro facce e, dentro di ognuno di loro, c’era spazio solo per la speranza.
La Delta HF Integrale, ad una velocità almeno tripla a quella massima consentita per affrontare una tale curva, slittò sulla ghiaietta scartando lateralmente come fosse un copertone di camion sul giaccio. Tutti e tre si appiattirono istintivamente al sedile cercando con le mani appigli che non trovavano. Lo stesso Arturo aveva mollato l’inutile volante puntellandosi con entrambe le mani al tetto dell’abitacolo.
La Lancia Delta HF Integrale impazzita e fuori da ogni controllo umano, carambolò prima in un campo e, senza ribaltarsi, urtò di striscio un pioppo centenario con la fiancata destra e finì la pazza corsa con un salto nel vuoto di almeno due o tre metri. La Delta HF Integrale Evoluzione atterrò, sulle ruote, in uno stagno quasi aciutto utilizzato per l’rrigazione.
Il colpo al momento dell’atterraggio fu secco e laterale seguito da un boato sordo. I fari, ancora accesi, illuminavano qualcosa di marrone indefinibile davanti a loro. Il vetro anteriore, crepato in diversi punti, era rigato da spruzzi di acqua melmosa verdognola. Nell’abitacolo cominciò ad entrare del fumo bianco e denso dai bocchettoni dell’aria. Avvolti da un’odore di zolfo misto plastica bruciata, i tre si ricomposero sui sedili. Si squadrarono senza dirsi nulla e in un baleno, slacciate le cinture di sicurezza, cercarono di aprire le portiere. Quelle di destra, ovvero la fiancata che aveva impattato il pioppo, erano bloccate. Appena Arturo aprì a fatica la sua, nell’abitacolo entrarono trenta centimetri di acqua putrida e puzzolente da far venire il volta stomaco. Non avevano tempo per schifarsi dell'acqua. Uscirono dall’abitacolo e, in un metro di fango e melma, si trascinarono sul bordo dello stagno mentre dall’abitacolo continuava a fuoriuscire del fumo denso e bianco che contrastava con il buio scuro della notte. Tutti e tre in fila, seduti con le gambe a penzoloni sul bordo dello stagno. Restarono in religioso silenzio una decina di minuti ad osservare la Lancia Delta HF Integrale fumare con i fanali ancora accesi, mezza sprofondata nella fanghiglia dello stagno.
Poi Arturo ruppe il silenzio “ma quanto cazzo corre quella macchina... dovrebbero vietarla!”.
Una risata collettiva e catartica segnò la fine della tragedia scrollando di dosso la paura dai giovani e consacrando quella cazzata ad essere raccontata come aneddoto divertente agli amici ed alle ragazze.
“Ragazzi, cosa sta succedendo qua?” fece con tono paterno e rassicurante da animatore dell’oratorio, con l'intento di non creare allarmismi che avrebbero potuto far degenerare la situazione.
Nessuno dei due duellanti si era accorto dell’intrusione in campo di quello spettatore prima di quelle parole. Con grande stupore per il Pizza e grande rammarico per il Torre, entrambe si voltarono ripettivamente alla propria destra e sinistra in direzione della voce.
Il Pizza, immediatamente, per la seconda volta in dieci minuti, si trovò ad immaginare che quello appena arrivato fosse il vero proprietario della macchina. Dopo qualche secondo di fredda lucidità osservò “no, non può essere il proprietario. Adesso nessuno sta toccando questa cazzo di auto... Ommadonna, vuoi vedere che è uno sbirro in borghese?!”, scongiurò.
Arturo, avvicinandosi lentamente con le mani a mezz'altezza, volutamente ben visibili dal Pizza, si posizionò in un punto formando il terzo vertice di un triangolo isoscele visibile dall'alto. Le loro ombre si allungavano alla sinistra di Arturo per un paio di metri.
“Che cazzo state combinando?” disse poi con tono da maestrino che rimprovera gli alunni.
Il Pizza, frastornato, rimase in silenzio. Non sapeva più a cosa pensare.
”Se questo non è il proprietario e nemmeno un poliziotto... allora chi è sto qua?” continuava a ripensare tra se senza trovare il bandolo della matassa.
“Questo voleva rubare la Delta!”, spiegò con tono colpevole il Torre. “Gli ho detto che è nostra! Ma la vuole lui”.
Seguirono alcuni istanti di silenzio in cui gli occhi di tutti e tre si incrociarono e si lanciarono occhiate incriminatorie.
Finalmente nella mente del Pizza la situazione cominciò a prendere logicità “se non è il proprietario e nemmeno un piedipiatti od un missionario, sta a vedere che questo faceva il palo allo stupido!”.
Il Pizza capì.
Arturo, con fare ora forense, passeggiando in asse, due passi a destra e due a sinistra, esordì arringando “ascolta, mi sembra di avere capito che a tutti noi interessi questo bolide...”.
I due annuirono silenziosamente seguendo i segmenti tracciati da Arturo.
“... Ora ti faccio una proposta! Noi volevamo la Delta solo fare una sgroppata col culo schiacciato su questa mandria imbizzarita e basta. Non ce ne facciamo un cazzo di una macchina che tra meno di 4 ore diventa incandescente come il sole...”.
Arturo ha sempre avuto la capacità di pararsi il culo in qualunque situazione. Questo dono gli ha permesso di arrivare a quarant’anni con poche denunce non penali alle spalle. Quando Arturo spiegava qualcosa nel 99% dei casi riusciva strappare consensi e conversioni. Avrebbe sicuramente avuto successo come commerciale se solo avesse intrapreso quella strada anzichè perdersi nel dedalo del crimine.
“... Se tu vuoi questa macchina, non c’è problema. Non abbiamo niente in contrario, anzi. Ce la lasci qualche ora, il tempo necessario per provare un pò di brividi, poi te la prendi, la porti dove ti pare e non ti fai più vedere!”, Arturo concluse mimando con le mani la fine.
Il Torre, con il suo faccione illuminato dalla luna e striato ad intervalli irregolari dal lampione moribondo, lasciava trasparire soddisfazione ed ammirazione nei confronti di Arturo. Il Torre era la corazza ed Arturo la ragione. Insieme erano una macchina da guerra oliata pronta a qualunque evenienza. Erano un carroarmato ben pilotato.
Il Pizza, esterefatto dal tipo di proposta, finse di pensarci qualche istante non lasciando trapelare alcuna emozione. In cuor suo, si sentiva soddisfatto ma non voleva dare subito la soddisfazione a quel tizio di accettare la proposta. “Nemmeno il rischio di perdere un dente od un occhio”.
Passarono alcuni secondi, poi, con un cenno verticale del viso accettò "ochei, ci sto!".
In pochi minuti, i tre avevano già aperto la macchina e, col motore acceso si erano presentati ed accordati sul da fare in seguito. Con qualche risata e pacca sulle spalle uscirono dal parcheggio a bordo della Delta HF Integrale Evoluzione pronti per correre un rally notturno. Poi, avrebbero consegnato l’auto nelle mani del Pizza.
Arturo al volante, il Torre al suo fianco lato passeggero ed il Pizza dietro si avviarono senza fretta verso la vicina campagna.
Imboccarono la prima strada bassa poco fuori città, quella che costeggiava il fiume.
Arturo fermò la macchina all'imbocco, dove finiva l'asfalto e cominciava lo sterrato. “Allora siamo d’accordo! Io faccio la prima mezz’ora, poi tocca a te” disse indicando il Torre, “e poi, se vuoi provi tu; altrimenti ci riporti in città e vai dove vuoi con la Delta!”. Erano tutti d’accordo e si strinsero le mani come impegno solenne.
Si allacciarono le cinture di sicurezza, Arturo regolò meglio il sedile alla sua stazza, accese tutti fari in dotazione al bolide e, in folle, cominciò a far salire di giri il motore.
WROOM. WWRROOOMM. WWWRRROOOOOOMMM.
Facendo tre volte pressione, sempre un pò più forte, sull’acceleratore si sentì il motore rispondere scuotendo nervosamente l’abitacolo come la centrifuga di una lavatrice. La terza volta che premette l’acceleratore, la lancetta del contagiri sfiorò i 5000 giri al minuti.
Pieno di adrenalina, Arturo era pronto a lasciare la frizione per dare inizio al rally. Ingranò la prima marcia. Lanciò un'occhiata d'intesa ai due e mollò la frizione di colpo. Si sentirono le quattro ruote motrici slittare all’unisono sulla ghiaietta fina della strada. Il motore salì velocemente di giri mentre l’auto si trovava ancora pressochè ferma nello stesso punto. Proprio come in un cortone animato, prima di muoversi passò qualche frazione di secondo interminabile in cui gli pneumatici cercavano disperatamente di fare presa su qualcosa. Quando tutti i più di 200 cavalli si sprigionarono scaricando tutta la loro forza sulla terra, l’impressione che provarono i tre a borbo fu simile a quella del decollo di un aereo. I corpi dei tre ragazzi furono schiacciati a forza contro gli schienali profondi ed ergonomici della Delta HF Integrale Evoluzione. I sassi impazziti, sparati a velocità incredibile dagli pneumatici, rimbalzavano sulla carrozzeria provocando rumori metallici fitti e secchi simili ai chicchi di grandine. Nell'abitacolo il rombo del motore montava sempre più dando l'impressione di averlo sotto il sedile. Arturo inserì rapidamente la seconda mentre il bolide inghiottiva già decine di metri alla volta e, solo per pura ingordigia, provò anche la terza. Il volante sotto la presa serrata di Arturo cercava di divincolarsi e disarcionargli le mani. Il grip che ricopriva il volante asciugava il sudore che l’agitazione di Arturo faceva sgorgare dai suoi palmi. Le vibrazioni aumentavano proporzionatamente alla velocità. Il rettilineo davanti a loro sembrava accorciarsi alla velocità della luce. Il manto sconnesso della stradina sommato alla reazione delle pronte sospensioni Mc Pherson, faceva sussultare l’abitacolo, mettendo qualche centimetro di vuoto tra il sedile ed il culo dei tre ragazzi, ogni qualvolta prendevano una buca. Quando le ruote si trovavano a girare a vuoto, il motore suggiva salendo di giri ed una volta riatterrati imprimeva una nuova accelerazione all'auto.
“Garda quanto facciamo, veloce, guarda a quanto siamo che devo mollare!” ordinò Arturo al Torre.
“Centoventi, centoventicinque, centotrenta, cazzo ma questa vola!” disse il Torre con una soddisfazione ingenuamente infantile.
Artuto non conosceva quella strada. Non la aveva mai percorsa. Sapeva però che il fiume in quella zona disegnava una abbondante S. Sapeva anche che quella su cui stavano correndo il loro rally era la strada dell’argine del fiume. Prima o poi si sarebbe aspettato la curva.
Al limitare della zona illuminata dalle due file sovrapposte di fari scorse, finalmente, l'attesa curva sulla destra. L’entità della curva gli era sconosciuta quanto la presa delle gomme in frenata sulla superficie scivolosa della ghiaia. Avrebbe potuto trattarsi di una curva di 100 gradi come di una di soli 40. Lo avrebbero scoperto nell'arco di pochi secondi.
Arturo impugnò la leva del cambio lasciando sul volante l’impronta di sudore della sua mano sinistra. Nessuno la notò. Mollò il pedale dell’acceleratore e con un rapido spostamento dei piedi, scalò in seconda imballando un pò il motore.
Con in corpo la sicurezza e l’esperienza di Miki Biasion fece una leggera pressione sul pedale centrale del freno cercando di non bloccare completamente le ruote. Il motore, appena Arturo rilasciò la frizione, ruggì come un leone facendo godere delle sue vibrazioni i tre ragazzi a bordo. Stavano provando un’esperienza che pochi ragazzi all’epoca avevano il privilegio di sperimentare.
Al giorno d’oggi basterebbe andare in un qualunque parco di divertimenti per provare sensazioni molto più estreme, paragonabili al decollo di uno Shuttle od alla decelerazione di una Formula Uno. Loro non lo avrebbero mai potuto immaginare e continuarono a godersi quel momento.
Man mano che i fari inghiottivano la strada, Arturo sentì montargli dentro un senso di impotenza che, più il bolide bruciava metri, più aumentava in lui. Quando la strada fu tutta illuminata, la gioia che fino a quel momento aveva pervaso gli animi di quei tre giovani e si poteva respirare dispersa nell’abitacolo, in un baleno scomparve lasciando spazio alla preoccupazione. La curva che dovevano affrontare era in realtà un gomito a meno di 90 gradi. Arturo dalla delicatezza con cui fino ad allora aveva accarezzato il pedale del freno, sgranando gli occhi, passò ad esercitare tutta la forza che aveva in corpo per cercare di fermare la corsa di quel cazzo di razzo a quattro ruote. Il Torre ed il Pizza, con la bocca spalancata non riuscirono ad emettere alcun grido, bloccati, non tanto dal senso del pudore quanto piuttosto dalla repentinità della situazione. Il terrore si era impossessato delle loro facce e, dentro di ognuno di loro, c’era spazio solo per la speranza.
La Delta HF Integrale, ad una velocità almeno tripla a quella massima consentita per affrontare una tale curva, slittò sulla ghiaietta scartando lateralmente come fosse un copertone di camion sul giaccio. Tutti e tre si appiattirono istintivamente al sedile cercando con le mani appigli che non trovavano. Lo stesso Arturo aveva mollato l’inutile volante puntellandosi con entrambe le mani al tetto dell’abitacolo.
La Lancia Delta HF Integrale impazzita e fuori da ogni controllo umano, carambolò prima in un campo e, senza ribaltarsi, urtò di striscio un pioppo centenario con la fiancata destra e finì la pazza corsa con un salto nel vuoto di almeno due o tre metri. La Delta HF Integrale Evoluzione atterrò, sulle ruote, in uno stagno quasi aciutto utilizzato per l’rrigazione.
Il colpo al momento dell’atterraggio fu secco e laterale seguito da un boato sordo. I fari, ancora accesi, illuminavano qualcosa di marrone indefinibile davanti a loro. Il vetro anteriore, crepato in diversi punti, era rigato da spruzzi di acqua melmosa verdognola. Nell’abitacolo cominciò ad entrare del fumo bianco e denso dai bocchettoni dell’aria. Avvolti da un’odore di zolfo misto plastica bruciata, i tre si ricomposero sui sedili. Si squadrarono senza dirsi nulla e in un baleno, slacciate le cinture di sicurezza, cercarono di aprire le portiere. Quelle di destra, ovvero la fiancata che aveva impattato il pioppo, erano bloccate. Appena Arturo aprì a fatica la sua, nell’abitacolo entrarono trenta centimetri di acqua putrida e puzzolente da far venire il volta stomaco. Non avevano tempo per schifarsi dell'acqua. Uscirono dall’abitacolo e, in un metro di fango e melma, si trascinarono sul bordo dello stagno mentre dall’abitacolo continuava a fuoriuscire del fumo denso e bianco che contrastava con il buio scuro della notte. Tutti e tre in fila, seduti con le gambe a penzoloni sul bordo dello stagno. Restarono in religioso silenzio una decina di minuti ad osservare la Lancia Delta HF Integrale fumare con i fanali ancora accesi, mezza sprofondata nella fanghiglia dello stagno.
Poi Arturo ruppe il silenzio “ma quanto cazzo corre quella macchina... dovrebbero vietarla!”.
Una risata collettiva e catartica segnò la fine della tragedia scrollando di dosso la paura dai giovani e consacrando quella cazzata ad essere raccontata come aneddoto divertente agli amici ed alle ragazze.
Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 3)
Il primo incontro tra il Pizza, Arturo ed il Torre ebbe a dir poco dell’epico.
Il Torre ed Arturo conobbero il Pizza per la prima volta nel parcheggio di una discoteca della zona, dove, ignorando ciascuno l'identità dell'altro, si trovarono a contendersi una macchina da rubare. Tutti più o meno coetanei, con un pregresso più o meno simile, alle tre di quella stessa notte, vennero a conoscenza gli uni degli altri. L’auto contesa era un bellissimo modello di Lancia Delta HF 16 valvole Evoluzione a trazione Integrale da più di 200 cavalli. Era un gioiellino che riassumeva potenza e bellezza. Una bomba. La sola vista ne usciva appagata ancor prima di aver provato la bruciante accelerazione sciogliendo le briglia della mandria di cavalli che nitrivano sotto il cofano. Un insieme di linee secche e spigolose condite da bombature laterali che davano l’idea di contenere a fatica l’esuberanza della potenza del motore. Faceva gola a tutti quella super car italiana.
Al Pizza interessava per un motivo meramente economico; aveva una commissione. La consegna dell’auto al ricettatore gli sarebbe fruttata la bellezza di 2 milioni di lire. Una cifra stratosferica per mezz’ora di lavoro in tutta sicurezza. Gli era capitata una vera occasione. Con quella cifra un ventenne come il Pizza aveva le idee ben chiare sul da farsi: qualche mese da nababbo tra lussi e donne.
Il Torre ed Arturo invece, volevano semplicemente togliersi lo sfizio di provare il brivido di pilotare il miglior stallone a quattro ruote sul mercato, in un improvvisato rally notturno nella campagna della bassa. Solo il brivido di sfrecciare a più di 100 chilometri all’ora per le stradine sterrate vicine all’argine del fiume, li scuoteva e li eccitava come bambini davanti ad un flipper. In tutto un’oretta di vero svago adrenalinico, niente di più.
“Ehi tu! Che cazzo stai facendo?” disse il Torre indicando il Pizza che, accovacciato accanto alla macchina, con un cacciavite in mano stava cercando di forzare la serratura del lato passeggero.
Il Pizza, temendo di essere stato beccato in flagrante dal proprietario, irrigidì i muscoli del corpo e con uno scatto violento si sollevò.
“Ehi capo, dov’è il problema? Non sto facendo nulla di male. È che nel pisciare ho perso le chiavi della mia macchina e le sto cercando!”, fu quanto in quattro e quattr’otto riuscì ad arrabattare il Pizza con una prontezza di parola tale da dissimulare il suo reale stato d’agitazione. Dentro di se il cuore pulsava talmente forte che lo sentiva spingergli il sangue sino in bocca. Improvvisamente sentì il bisogno di respirare più ossigeno e la respirazione si fece più profonda ed affannata. Il petto si gonfiava sotto la maglia e subito dopo si svuotava facendo vibrare le narici come fossero le froge di un cavallo affannato. Cercò di placare il tremore che nel frattempo aveva cominciato a manifestarsi impadronendosi dei suoi arti superiori. Una leggera forma temporanea di Parkinson che avrebbe potuto compromettere la sua fermezza.
“Sarà meglio per te!” continuò il Torre minaccioso distogliendo l'attenzione del Pizza dal tremore.
“Perchè questa macchina l’ho vista prima io e se non vuoi finire nel tuo pisco a cercare oltre alle chiavi anche i tuoi denti, farai meglio ad andare a scegliertene un’altra. Capito?”. Il Torre era in gamba sotto tutti gli aspetti, peccava solo in quanto a sufficienza e modestia. Questo non gli facilitò di certo in nessun caso la vita, soprattutto quando si trovò di fronte un suo clone.
Una volta capito che quell’essere enorme che il Pizza si trovava davanti altro non era che un suo concorrente, un ladro d’auto proprio come lui, il sangue cominciò a rallentare ed il tremore si placò lasciando un velo di gelido sudore sulla fronte e nell'incavo della spina dorsale. Riacquistò velocemente sicurezza e fermezza. Un senso di rilassamento lo pervase da capo a piedi e, con sangue freddo, serrando bene la mano attorno al manico del cacciavite appiattito lungo la coscia destra, gli annunciò “mi spiace per te amico! Ma questa l’ho vista prima io! Quindi chi deve levare i tacchi sei proprio tu! Guarda” aggiunse indicando con la mano sinistra, in un movimento a ventaglio da destra a sinistra, l’intera ampiezza del parcheggio “ne hai quante ne vuoi, qui, di macchine”.
L’affronto non fu gradito dal Torre. Nessuno poteva rivolgersi al Torre in quel modo. Il Torre possedeva uno dei ganci più potenti della provincia e forse dell’intera regione. Dopo anni ed anni di scazzottate, ormai non gli serviva nemmeno più dimostrare la sua superiorità fisica sugli altri. Si era già conquistato il rispetto ed ora tutti lo conoscevano evitando accuratamente di provare la forza del suo destro. Le dita del Torre automaticamente, senza alcuna volontà, presero ad accartocciarsi come canne mosse dal vento. Chiunque lo conoscesse un minimo sapeva leggere in quella mossa un preludio di polvere, sangue e denti rotti. “E questo coglione chiccazzo è per rivolgersi a me in questo modo?”, chiese al suo cervello. Ricordandosi del supporto che la chiave inglese infilata nella cintola dei pantaloni poteva offrirgli in caso di pericolo, il Torre, convinto comunque che non ne avrebbe avuto bisogno, si diresse lentamente, mettendo un oasso davanti all'altro, verso quel ladruncolo irriverente del cazzo. Fisicamente il Torre non si lasciò intimorire dalla stazza di quel cazzone, peraltro inferiore alla sua. Nonostante il chiarore della luna facesse luccicare qualcosa che avrebbe potuto essere un coltello od un cacciavite, nella mano destra di quel tizio, il Torre continuò ad avanzare fissandolo dritto negli occhi cercando di leggere le sue intenzioni. Come due predatori, si studiavano a vicenda riproponendo le stesse mosse e le stesse espressioni. Sembrava quasi che dei due solo uno fosse quello vero e l'altro niente più di una semplice immagine riflessa da uno specchio.
Arturo, che nel frattempo stava di gardia sul viale che porta alla discoteca attento che non sopraggiungesse nessuno, sentendo quell’attaccabrighe del Torre parlare ad alta voce e con tono abbastanza minaccioso, conoscendo bene il suo carattere, si insospettì.
“E adesso cosa gli è saltato in mente a quel decerebrato?” pensò mentre si incamminava con un buon passo nella direzione dalla quale provenivano le voci.
Quando Arturo arrivò in corrispondenza della Delta HF Integrale Evoluzione, si trovò davanti una scena degna di essere diretta da Sergio Leone in persona.
Un refolo di vento alzava una nuvoletta di polvere dal suolo sterrato del parcheggio, dissolvendola a mezz’altezza nell'aria. La luna, quella notte luminosa, dall’alto, inondava con i suoi raggi decisi e caldi tutto quello le stava sotto, compresi quei due pazzi mitomani e la Delta HF Integrale Evoluzione. In lontananza, i decibel delle casse dalla discoteca, creavano un sottofondo di dance music un pò fuori tema. Qualche uccello notturno, probabilmente un pipistrello o forse una civetta, lanciava fischi minacciosi e funerei che rompevano la monotonia delle note dance diffuse dalla discoteca. Un faro che, lampeggiando minacciava di fulminarsi a breve, lanciava psichedeliche vampate di luce sui due individui. Il Torre aveva a pochi passi, tre o quattro al massimo, dal suo destro il naso di un altro ragazzo che in pugno, di tutta risposta, lambiva minaccioso un cacciavite di almeno 25 centimetri. Se quel cacciavite avesse penetrato la pelle del Torre, molti meno centimetri sarebbero bastati per spedirlo all'altro mondo. L'adrenalina, in quei due corpi stava diminuendo vertiginosamente la loro capacità di valutare i rischi. Arturo, nella sua lungimiranza, capì che, se avesse tardato di qualche secondo il suo intervento, probabilmente qualcuno si sarebbe fatto male ma, certamente, qualcun’altro sarebbe morto. Il suo intervento sembrava richiesto dall’alto, dalla regia o da una voce fuori campo. “Arturo, fai qualcosa al più presto! Prima che quel pazzoide del Torre ceda alla ghiotta tentazione di spappolare il naso e la mascella di quell’incoscente che gli sta davanti”, si impose. Dallo sguardo che Arturo lesse sulla faccia livida del Torre capì che ormai era questione di secondi. Sarebbe bastata una mosca per far scatenare un putiferio e sporcare di rosso la terra del parcheggio impregnandola di sangue.
Il Torre ed Arturo conobbero il Pizza per la prima volta nel parcheggio di una discoteca della zona, dove, ignorando ciascuno l'identità dell'altro, si trovarono a contendersi una macchina da rubare. Tutti più o meno coetanei, con un pregresso più o meno simile, alle tre di quella stessa notte, vennero a conoscenza gli uni degli altri. L’auto contesa era un bellissimo modello di Lancia Delta HF 16 valvole Evoluzione a trazione Integrale da più di 200 cavalli. Era un gioiellino che riassumeva potenza e bellezza. Una bomba. La sola vista ne usciva appagata ancor prima di aver provato la bruciante accelerazione sciogliendo le briglia della mandria di cavalli che nitrivano sotto il cofano. Un insieme di linee secche e spigolose condite da bombature laterali che davano l’idea di contenere a fatica l’esuberanza della potenza del motore. Faceva gola a tutti quella super car italiana.
Al Pizza interessava per un motivo meramente economico; aveva una commissione. La consegna dell’auto al ricettatore gli sarebbe fruttata la bellezza di 2 milioni di lire. Una cifra stratosferica per mezz’ora di lavoro in tutta sicurezza. Gli era capitata una vera occasione. Con quella cifra un ventenne come il Pizza aveva le idee ben chiare sul da farsi: qualche mese da nababbo tra lussi e donne.
Il Torre ed Arturo invece, volevano semplicemente togliersi lo sfizio di provare il brivido di pilotare il miglior stallone a quattro ruote sul mercato, in un improvvisato rally notturno nella campagna della bassa. Solo il brivido di sfrecciare a più di 100 chilometri all’ora per le stradine sterrate vicine all’argine del fiume, li scuoteva e li eccitava come bambini davanti ad un flipper. In tutto un’oretta di vero svago adrenalinico, niente di più.
“Ehi tu! Che cazzo stai facendo?” disse il Torre indicando il Pizza che, accovacciato accanto alla macchina, con un cacciavite in mano stava cercando di forzare la serratura del lato passeggero.
Il Pizza, temendo di essere stato beccato in flagrante dal proprietario, irrigidì i muscoli del corpo e con uno scatto violento si sollevò.
“Ehi capo, dov’è il problema? Non sto facendo nulla di male. È che nel pisciare ho perso le chiavi della mia macchina e le sto cercando!”, fu quanto in quattro e quattr’otto riuscì ad arrabattare il Pizza con una prontezza di parola tale da dissimulare il suo reale stato d’agitazione. Dentro di se il cuore pulsava talmente forte che lo sentiva spingergli il sangue sino in bocca. Improvvisamente sentì il bisogno di respirare più ossigeno e la respirazione si fece più profonda ed affannata. Il petto si gonfiava sotto la maglia e subito dopo si svuotava facendo vibrare le narici come fossero le froge di un cavallo affannato. Cercò di placare il tremore che nel frattempo aveva cominciato a manifestarsi impadronendosi dei suoi arti superiori. Una leggera forma temporanea di Parkinson che avrebbe potuto compromettere la sua fermezza.
“Sarà meglio per te!” continuò il Torre minaccioso distogliendo l'attenzione del Pizza dal tremore.
“Perchè questa macchina l’ho vista prima io e se non vuoi finire nel tuo pisco a cercare oltre alle chiavi anche i tuoi denti, farai meglio ad andare a scegliertene un’altra. Capito?”. Il Torre era in gamba sotto tutti gli aspetti, peccava solo in quanto a sufficienza e modestia. Questo non gli facilitò di certo in nessun caso la vita, soprattutto quando si trovò di fronte un suo clone.
Una volta capito che quell’essere enorme che il Pizza si trovava davanti altro non era che un suo concorrente, un ladro d’auto proprio come lui, il sangue cominciò a rallentare ed il tremore si placò lasciando un velo di gelido sudore sulla fronte e nell'incavo della spina dorsale. Riacquistò velocemente sicurezza e fermezza. Un senso di rilassamento lo pervase da capo a piedi e, con sangue freddo, serrando bene la mano attorno al manico del cacciavite appiattito lungo la coscia destra, gli annunciò “mi spiace per te amico! Ma questa l’ho vista prima io! Quindi chi deve levare i tacchi sei proprio tu! Guarda” aggiunse indicando con la mano sinistra, in un movimento a ventaglio da destra a sinistra, l’intera ampiezza del parcheggio “ne hai quante ne vuoi, qui, di macchine”.
L’affronto non fu gradito dal Torre. Nessuno poteva rivolgersi al Torre in quel modo. Il Torre possedeva uno dei ganci più potenti della provincia e forse dell’intera regione. Dopo anni ed anni di scazzottate, ormai non gli serviva nemmeno più dimostrare la sua superiorità fisica sugli altri. Si era già conquistato il rispetto ed ora tutti lo conoscevano evitando accuratamente di provare la forza del suo destro. Le dita del Torre automaticamente, senza alcuna volontà, presero ad accartocciarsi come canne mosse dal vento. Chiunque lo conoscesse un minimo sapeva leggere in quella mossa un preludio di polvere, sangue e denti rotti. “E questo coglione chiccazzo è per rivolgersi a me in questo modo?”, chiese al suo cervello. Ricordandosi del supporto che la chiave inglese infilata nella cintola dei pantaloni poteva offrirgli in caso di pericolo, il Torre, convinto comunque che non ne avrebbe avuto bisogno, si diresse lentamente, mettendo un oasso davanti all'altro, verso quel ladruncolo irriverente del cazzo. Fisicamente il Torre non si lasciò intimorire dalla stazza di quel cazzone, peraltro inferiore alla sua. Nonostante il chiarore della luna facesse luccicare qualcosa che avrebbe potuto essere un coltello od un cacciavite, nella mano destra di quel tizio, il Torre continuò ad avanzare fissandolo dritto negli occhi cercando di leggere le sue intenzioni. Come due predatori, si studiavano a vicenda riproponendo le stesse mosse e le stesse espressioni. Sembrava quasi che dei due solo uno fosse quello vero e l'altro niente più di una semplice immagine riflessa da uno specchio.
Arturo, che nel frattempo stava di gardia sul viale che porta alla discoteca attento che non sopraggiungesse nessuno, sentendo quell’attaccabrighe del Torre parlare ad alta voce e con tono abbastanza minaccioso, conoscendo bene il suo carattere, si insospettì.
“E adesso cosa gli è saltato in mente a quel decerebrato?” pensò mentre si incamminava con un buon passo nella direzione dalla quale provenivano le voci.
Quando Arturo arrivò in corrispondenza della Delta HF Integrale Evoluzione, si trovò davanti una scena degna di essere diretta da Sergio Leone in persona.
Un refolo di vento alzava una nuvoletta di polvere dal suolo sterrato del parcheggio, dissolvendola a mezz’altezza nell'aria. La luna, quella notte luminosa, dall’alto, inondava con i suoi raggi decisi e caldi tutto quello le stava sotto, compresi quei due pazzi mitomani e la Delta HF Integrale Evoluzione. In lontananza, i decibel delle casse dalla discoteca, creavano un sottofondo di dance music un pò fuori tema. Qualche uccello notturno, probabilmente un pipistrello o forse una civetta, lanciava fischi minacciosi e funerei che rompevano la monotonia delle note dance diffuse dalla discoteca. Un faro che, lampeggiando minacciava di fulminarsi a breve, lanciava psichedeliche vampate di luce sui due individui. Il Torre aveva a pochi passi, tre o quattro al massimo, dal suo destro il naso di un altro ragazzo che in pugno, di tutta risposta, lambiva minaccioso un cacciavite di almeno 25 centimetri. Se quel cacciavite avesse penetrato la pelle del Torre, molti meno centimetri sarebbero bastati per spedirlo all'altro mondo. L'adrenalina, in quei due corpi stava diminuendo vertiginosamente la loro capacità di valutare i rischi. Arturo, nella sua lungimiranza, capì che, se avesse tardato di qualche secondo il suo intervento, probabilmente qualcuno si sarebbe fatto male ma, certamente, qualcun’altro sarebbe morto. Il suo intervento sembrava richiesto dall’alto, dalla regia o da una voce fuori campo. “Arturo, fai qualcosa al più presto! Prima che quel pazzoide del Torre ceda alla ghiotta tentazione di spappolare il naso e la mascella di quell’incoscente che gli sta davanti”, si impose. Dallo sguardo che Arturo lesse sulla faccia livida del Torre capì che ormai era questione di secondi. Sarebbe bastata una mosca per far scatenare un putiferio e sporcare di rosso la terra del parcheggio impregnandola di sangue.
Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 2)
Il Pizza avrebbe dovuto procurare la macchina ariete, “solida e robusta”. Avevano deciso che sarebbe dovuta essere “una di quelle con la carrozzeria tosta ed il motre di un trattore, tipo una Mercedes 200 degli anni ’90, una di quelle che anche se te la rubano non ti cambia la vita”, aveva detto il Torre. Con quelle parole il Torre non cercava un'attenuante al furto cui addurre una volta giunto al cospetto del Signore quanto piuttosto un vantaggio in termini di tempo. La denuncia avrebbe, probabilmente, tardato ad arrivare alla polizia giusto quella manciata di minuti che si sarebbero rivelati preziosissimi nell'economia del colpo.
Arturo aveva conosciuto il Torre ai tempi del primo riformatorio. Il loro primo incontro rimase scolpito nella memoria di Arturo come la data del suo compleanno. Il Torre finì dentro per aver taccheggiato, per diverse settimane consecutive, lo stesso minimarket del suo quartiere. Aveva cominciato rubando poca roba, due o tre confezioni di caramelle. Poi man mano che il gioco si faceva troppo semplice, alla necessità delle caramelle si sostituì quella di sfidare la sorte. Il primo motivo che lo mosse ai successivi furti fu il bisogno di appagamento che solo una scarica intensa di adrenalina sapeva regalare. L'azzardo del mettersi in competizione con la sorte. La sfida lanciata al destino lo faceva sentire grande, potente donandogli l'inpagabile sensazione di superiorità rispetto agli altri esseri umani. Dunque cominciò a sgraffignare anche oggetti dei quali, una volta fuori dal market, smaltita l'eccitazione e placato il brivido per aver violato un comandamento con la sua sola abilità, se ne sbarazzava gettandola nella spazzatura o regalandola ai suoi amici. Penne, quaderni, confezioni di caffè in chicchi, fazzoletti di carta ed altre futilità erano le preferite dal Torre. In preda al bisogno di osare sempre un pò più della volta precedente, un giorno, mentre il commesso era distratto ad asciugare l’olio di una bottiglia rotta, il Torre si avvicinò al registratore di cassa lasciato incostudito. Come prima cosa cercò invano di aprire il cassetto schiacciando a caso alcuni pulsanti della tastiera. Il cassetto non si aprì ma in compenso il registratore si mise a fischiare fastidiosamente. Allora il commesso, richiamato dal sibilo proveniente dalla sua postazione di cassa, voltò lo sguardo e vide il Torre che armeggiava attorno alla macchina. I loro sguardi si incrociarono. Il Torre vide lo stupore e la preoccupazione per quanto stava accadendo riflessa negli occhi del commesso. Il commesso invece si scontrò con uno sguardo felino che diffondeva un senso di sfida e consapevolezza della propria superiorità. Il Torre in un attimo, inpotente di fronte alla combinazione per aprire il cassetto delle banconote, prese l’intero registratore sotto braccio e si lanciò in uno scatto verso l’uscita. La fuga fu breve. Il filo di alimentazione del registratore non era più lungo di un metro e mezzo, ovvero, quei 2 o 3 secondi in cui il Torre credette di farcela. Quando il filo si tese al massimo della sua estenzione, il Torre, lanciato in corsa, d’un tratto avvertì uno strappo in tutto il suo fianco sinistro del corpo seguito da un immediato dolore lancinante. Il registratore ed il Torre si ritrovarono entrambe stesi sul pavimento in linoleum uno di fianco all'altro.
Il Torre era orfano di padre e, quella che avrebbe dovuto avere come madre, era in realtà solo 12 anni più vecchia di lui. Appena nato, sua madre decise di affidarlo alle cure dell’Istituto Antoniano Rogazionisti, dove crebbe rigoglioso ed ebbe modo di prepararsi al riformatorio. Il Torre, al secolo Anselmo, era il classico esempio di ragazzo “difficile”. Alla ragione ed alle discussioni, supportato da una natura clemente che a 13 anni lo dotò di 1 metro e 80 di statura, preferiva la violenza e spesso la prepotenza. Gli piaceva essere rispettato ed onorato da tutti i suoi compagni di sventura e ci riusciva a suon di scazzottate.
Il Torre, era incaricato di trovare il mezzo adatto alla fuga. Una macchina veloce, resistente e che non desse troppo nell’occhio. “Ci serve una BMW X5, una di quelle che nemmeno dio in mezzo alla strada riuscirebbe a fermare”, sentenziò il Pizza, “oppure una piccola scheggia del tipo Golf GT”, concluse.
“Senti, ma se tu sei così bravo ed hai le idee così chiare perchè non ci vai tu a rubarne una”, disse il Torre indicando con un indice inquisitoriamente teso il Pizza.
“Perchè? cosa credi? che rubare un carrettone di vent’anni sia più semplice? Torre, beato tu che non capisci proprio un cazzo...” ruggì con fare denigratorio.
Il Torre non lo lasciò nemmeno finire la frase che, con un tono della voce minaccioso come il cielo di autunno, coprì la voce del Pizza con “sai cosa ti dico! Che mi hai rotto le palle! e che se sei tanto bravo, fallo da solo il colpo e vaffanculo!”. L’ultima parte il Torre la ringhiò nervosamente in faccia al Pizza condendola con piccole goccie di saliva che nella foga andarono ad imperlare il tavolo della cucina di Arturo.
Il clima si stava scaldando troppo e, se è vero che due stupidi non ne fanno uno intelligente, Arturo si premurò di mettere fine alla diatriba con il suo potere carismatico. “Ehi ehi, ragazzi. Che cazzo vi succede. Tutti siamo nervosi, ochei, ma litigare per delle stronzate come queste è l’ultima cosa che ci serve. Ora mettiamoci tranquilli ed ognuno di noi faccia quello che sa di dover fare senza interferire con gli affari degli altri. Sono stato abbastanza chiaro?” domando retoricamente.
Mancavano due giorni al colpo e da quel momento Arturo aveva deciso “da ora al momento del colpo, nessuno di noi e per nessun motivo al mondo deve comunicare con gli altri. Intesi? Da adesso si comincia a giocare... quindi basta cazzate!"
Il Pizza non era cresciuto in orfanotrofio e non era mai entrato in riformatorio pur essendo orfano dei genitori e delinquente fin dalla nascita. La condizionale l’aveva sprecata di recente a causa di troppo leggerezze in piccole cose, ed ora, con gli altri, era alla ricerca del posto che gli spettava in società ma che, fino a quel momento, gli era sempre stato negato. Il Pizza, sino ai 16 anni di età, era cresciuto con la “sorella della madre” fervente cattolica, che però non ha mai chiamato zia, dopodichè, una mattina prese armi e bagagli e senza salutare o dir nulla a nessuno, cercò la sua strada. Se l’era sempre cavata in qualche modo. Spesso la fortuna lo aveva tenuto stretto accanto a se. Di espedienti ne conosceva in abbondanza. Sosteneva di essere un “self made man” nel senso che Si era fatto uomo da solo, senza aiuto e senza aver mai avuto qualcuno che gli tendesse una mano. Era molto orgoglioso della sua vita trascorsa e non accettava osservazioni o consigli da nessuno. Anzi, lo facevano prorio incazzare, “non ho mai avuto una madre che mi dicesse quello che dovevo fare e questo stronzo cosa fa? Vuol cominciare adesso senza essere nemmeno lontanamente simile a mia madre...”, era quello che vomitava addosso, rabbioso come un cane randagio, a chiunque ci provasse.
Arturo aveva conosciuto il Torre ai tempi del primo riformatorio. Il loro primo incontro rimase scolpito nella memoria di Arturo come la data del suo compleanno. Il Torre finì dentro per aver taccheggiato, per diverse settimane consecutive, lo stesso minimarket del suo quartiere. Aveva cominciato rubando poca roba, due o tre confezioni di caramelle. Poi man mano che il gioco si faceva troppo semplice, alla necessità delle caramelle si sostituì quella di sfidare la sorte. Il primo motivo che lo mosse ai successivi furti fu il bisogno di appagamento che solo una scarica intensa di adrenalina sapeva regalare. L'azzardo del mettersi in competizione con la sorte. La sfida lanciata al destino lo faceva sentire grande, potente donandogli l'inpagabile sensazione di superiorità rispetto agli altri esseri umani. Dunque cominciò a sgraffignare anche oggetti dei quali, una volta fuori dal market, smaltita l'eccitazione e placato il brivido per aver violato un comandamento con la sua sola abilità, se ne sbarazzava gettandola nella spazzatura o regalandola ai suoi amici. Penne, quaderni, confezioni di caffè in chicchi, fazzoletti di carta ed altre futilità erano le preferite dal Torre. In preda al bisogno di osare sempre un pò più della volta precedente, un giorno, mentre il commesso era distratto ad asciugare l’olio di una bottiglia rotta, il Torre si avvicinò al registratore di cassa lasciato incostudito. Come prima cosa cercò invano di aprire il cassetto schiacciando a caso alcuni pulsanti della tastiera. Il cassetto non si aprì ma in compenso il registratore si mise a fischiare fastidiosamente. Allora il commesso, richiamato dal sibilo proveniente dalla sua postazione di cassa, voltò lo sguardo e vide il Torre che armeggiava attorno alla macchina. I loro sguardi si incrociarono. Il Torre vide lo stupore e la preoccupazione per quanto stava accadendo riflessa negli occhi del commesso. Il commesso invece si scontrò con uno sguardo felino che diffondeva un senso di sfida e consapevolezza della propria superiorità. Il Torre in un attimo, inpotente di fronte alla combinazione per aprire il cassetto delle banconote, prese l’intero registratore sotto braccio e si lanciò in uno scatto verso l’uscita. La fuga fu breve. Il filo di alimentazione del registratore non era più lungo di un metro e mezzo, ovvero, quei 2 o 3 secondi in cui il Torre credette di farcela. Quando il filo si tese al massimo della sua estenzione, il Torre, lanciato in corsa, d’un tratto avvertì uno strappo in tutto il suo fianco sinistro del corpo seguito da un immediato dolore lancinante. Il registratore ed il Torre si ritrovarono entrambe stesi sul pavimento in linoleum uno di fianco all'altro.
Il Torre era orfano di padre e, quella che avrebbe dovuto avere come madre, era in realtà solo 12 anni più vecchia di lui. Appena nato, sua madre decise di affidarlo alle cure dell’Istituto Antoniano Rogazionisti, dove crebbe rigoglioso ed ebbe modo di prepararsi al riformatorio. Il Torre, al secolo Anselmo, era il classico esempio di ragazzo “difficile”. Alla ragione ed alle discussioni, supportato da una natura clemente che a 13 anni lo dotò di 1 metro e 80 di statura, preferiva la violenza e spesso la prepotenza. Gli piaceva essere rispettato ed onorato da tutti i suoi compagni di sventura e ci riusciva a suon di scazzottate.
Il Torre, era incaricato di trovare il mezzo adatto alla fuga. Una macchina veloce, resistente e che non desse troppo nell’occhio. “Ci serve una BMW X5, una di quelle che nemmeno dio in mezzo alla strada riuscirebbe a fermare”, sentenziò il Pizza, “oppure una piccola scheggia del tipo Golf GT”, concluse.
“Senti, ma se tu sei così bravo ed hai le idee così chiare perchè non ci vai tu a rubarne una”, disse il Torre indicando con un indice inquisitoriamente teso il Pizza.
“Perchè? cosa credi? che rubare un carrettone di vent’anni sia più semplice? Torre, beato tu che non capisci proprio un cazzo...” ruggì con fare denigratorio.
Il Torre non lo lasciò nemmeno finire la frase che, con un tono della voce minaccioso come il cielo di autunno, coprì la voce del Pizza con “sai cosa ti dico! Che mi hai rotto le palle! e che se sei tanto bravo, fallo da solo il colpo e vaffanculo!”. L’ultima parte il Torre la ringhiò nervosamente in faccia al Pizza condendola con piccole goccie di saliva che nella foga andarono ad imperlare il tavolo della cucina di Arturo.
Il clima si stava scaldando troppo e, se è vero che due stupidi non ne fanno uno intelligente, Arturo si premurò di mettere fine alla diatriba con il suo potere carismatico. “Ehi ehi, ragazzi. Che cazzo vi succede. Tutti siamo nervosi, ochei, ma litigare per delle stronzate come queste è l’ultima cosa che ci serve. Ora mettiamoci tranquilli ed ognuno di noi faccia quello che sa di dover fare senza interferire con gli affari degli altri. Sono stato abbastanza chiaro?” domando retoricamente.
Mancavano due giorni al colpo e da quel momento Arturo aveva deciso “da ora al momento del colpo, nessuno di noi e per nessun motivo al mondo deve comunicare con gli altri. Intesi? Da adesso si comincia a giocare... quindi basta cazzate!"
Il Pizza non era cresciuto in orfanotrofio e non era mai entrato in riformatorio pur essendo orfano dei genitori e delinquente fin dalla nascita. La condizionale l’aveva sprecata di recente a causa di troppo leggerezze in piccole cose, ed ora, con gli altri, era alla ricerca del posto che gli spettava in società ma che, fino a quel momento, gli era sempre stato negato. Il Pizza, sino ai 16 anni di età, era cresciuto con la “sorella della madre” fervente cattolica, che però non ha mai chiamato zia, dopodichè, una mattina prese armi e bagagli e senza salutare o dir nulla a nessuno, cercò la sua strada. Se l’era sempre cavata in qualche modo. Spesso la fortuna lo aveva tenuto stretto accanto a se. Di espedienti ne conosceva in abbondanza. Sosteneva di essere un “self made man” nel senso che Si era fatto uomo da solo, senza aiuto e senza aver mai avuto qualcuno che gli tendesse una mano. Era molto orgoglioso della sua vita trascorsa e non accettava osservazioni o consigli da nessuno. Anzi, lo facevano prorio incazzare, “non ho mai avuto una madre che mi dicesse quello che dovevo fare e questo stronzo cosa fa? Vuol cominciare adesso senza essere nemmeno lontanamente simile a mia madre...”, era quello che vomitava addosso, rabbioso come un cane randagio, a chiunque ci provasse.
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