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martedì 21 giugno 2011

Una finestra aperta a tarda notte

Cosa farei adesso?
Al caldo umido di questa notte, o mattina dato che non si capisce più bene se stia iniziando qualcosa o terminando qualcos'altro, solo, ascolto la circolare ritmare questa mia inutile attesa. Questo maledetto Godot che è arrivato in anticipo e non m'ha trovato ma m'ha lasciato scritto "stronzo" con due dita di grasso sulle piastrelle della cucina: lo strozzerei. O quel dannato d'un Drogo che ero convintissimo impiegato a strafarsi d'oppio presidiando il nostro avamposto quando invece l'ho trovato in macchina con un transessuale volgare, vecchio e malato sui viali a pomiciare come un sedicenne: l'avrei arso vivo. Nel frattempo io mi consumo. Come la sigaretta che ormai mi scotta le dita ma non voglio mollare perchè è l'unica cosa che mi fa sentire vivo adesso. O almeno mi da la sensazione dell'esistenza, mi fa provare l'emozione di esistere per mezzo del dolore. Adesso come adesso mi accenderei una bella canna. Anzi, come dice mio babbo: un cannone. "Cannone" è un termine talmente comico e antico, come "rèclame" certo, ma che rende meglio l'idea della mia voglia che ho adesso. Voglia che aumenta e, come poliuretano s'espandende nella mia testa, nelle mie vene, nella mia pelle, nei miei occhi da gatto abituati all'oscurità e mi fa sentire gonfio come l'omino Michelin. Ma senza felicità e candore. Solo gonfiore interiore. Mi rollerei un super cannone con una bracia da un milione di kilojoule, cristo santo. Sì, voglio rollarmi una canna talmente bestia da riuscire a farci bollire una pentola d'acqua con la sola brace. Sono in vena di Guinness ma per una volta non quella scura. La digestione lenta mi mette sonnolenza dopo i pasti fin da quando avevo 5 anni o forse 3, non ricordo. Da quando imploravo la maestra dell'asilo di farmi dormire un pò dopo la pappa e quella stronza invece, e dire che si chiamava Grazia, sì, grazia un cazzo, niente, niet. Sempre a giocare, sempre costretto al divertimento coatto. E' tutta colpa sua se adesso non mi piace giocare. Se nella mia adolescenza ho sempre odiato giocare a qualsiasi cosa e con chiunque. Adesso non gioco a tennis nè a dungeons and dragon. Odio la Guinness dopo i pasti perchè mi ammazza la giornata. Odio il gioco del calcio e del Superenalotto. Tanto vincono sempre gli altri. Come a scuola, quella ragazza che filava tutti meno che me e Venditti. E allora fanculo a tutti, ragazzi, io me ne vado. Ma dove? Dove posso andare? E' una vita che fuggo da qualcosa che non so cosa sia. Sono anni che fuggo da quello che ho dentro, che fuggo da me, dalla mia condizione e dalla mia esistenza. Prima città, poi lavoro, poi amici, poi colore, poi significato ed eccomi sempre uguale a me stesso. Sempre condannato ad essere me stesso sia dentro che fuori, ovunque.
Intanto i freni esausti della circolare cigolano, le sospensioni si schiacciano implorando pietà e le porte pneumatiche troppo anziane per lavorare a quest'ora sbuffano un "pff" talmente forte che mi rompe i coglioni e i timpani. Vorrei un pò di tranquillità, cazzo. Chiedo troppo? Pace.
Invece niente canne, cannette o cannoni per strodirmi quel tanto che basta. Sono solo reminescenze adolescenziali ormai. Rituali del tempo che fu, relegati al compito ingrato della Polaroid. Quindi ingollerò compulsivamente in piena liceità la mia confezione di birre in saldo e fresche perchè miracolosamente il frigo ha ripreso a ronzare e far il suo dovere ieri mattina sul presto. Seguivo come sempre la mia linea d'ombra che, come le linee luminose nei codrridoi degli aerei, a un metro dal pavimento, mi guida fedelmente nel tragitto che va dal mio lato del letto fino al cesso quando l'inconfutabile e inconfondibile ronzio è iniziato. Come San Tommaso ho dovuto sincerarmi che quello che le mie orecchie sentivano fosse realmente la resurrezione del mio Indesit. E così era. Ho aperto l'anta e come per magia, luce fu. Dalla gioia mi sono scolato le solite birrette una dopo l'altra con la dovizia di sempre attento a non lasciarne un solo goccio a seccare. Poi con grande naturalezza mi devo essere addormentato sulla sedia intrecciata della cucina coccolando il frigo come fosse un cucciolo di leone che fa le fusa. Poi mi sono svegliato con le luci del mattino presto e mi sono rilanciato nella quotidianità fatta di petrolio raffinato e combusto, patatine fritte in olio esausto, fondotinta da viso, cipria da naso e lampadine a incandescenza. Macchine rombanti sui viali e pedoni in ritardo sui marciapiedi. Gente esce dalla chiesa, entra a scuola o si interra per prendere la metropolitana e sbucare dall'altra parte della città dove magari piove. Io no, semplicemente stordito vago come uno zombie attento a non farmi pestare i piedi, con un automatismo incredibile dritto al mio lavoro con la felicità irrazionale di un bambino alla scoperta di questo favoloso mondo sulle labbra.
Adesso il frigo continua a ronzare ma la felicità è scemata, si è annullata e ha lasciato spazio a questo senso di nausea da avvelenamento. La brace della sigaretta si è ormai spenta tra le mie dita lanciandomi un fremito lungo la schiena e imperlandomi la fronte di fresco sollievo. I rimpianti sono le cose peggiori che un uomo possa avere, forse sono persino peggiori delle malattie veneree e delle assicurazioni sulla vita perchè con i rimpianti ci si vive fino a morire.
Sapevo che Thomas sarebbe annegato a furia di bere ma non gli ho mai tolto il bicchiere dalle mani. Era troppo bello il suo nome per farlo e magnifiche le sue parole che alternava al whisky. E sapevo pure che quel maledetto irriverente d'un Francis Bacon si provava di nascosto la biancheria di sua madre ma non gli ho mai detto di smettere di farlo prima che lo beccassero e allora per lui sarebbero stati cazzi amari. Ma forse, ammonendolo, non sarebbe mai arrivato ad osare tanto nell'arte.
A certe persone non interessa niente dei nostri cari e benevoli consigli. Anzi, ad ogni consiglio, potessero, estremizzerebbero ancor più i loro vizi. Lo so, quando parlo a nome dell'umanità sbaglio prendendo a unico campione me stesso ma a sbagliare sono un campione.
Potrei parlarvi di fiori che appassiscono dopo dieci giorni di sciopero dell'innaffiamento, di storpi al semaforo che riescono quasi sempre a fregare cinquanta centesimi ai cardiopatici, di animali del circo maltrattati e malpagati, di contaminazioni radioattive dei pezzi di ricambio della Toyota, di paparazzi travestiti da finti preti che confessano i Vip per fare degli scoop o di veri preti in borghese che vanno a mignotte per farsi scopate perverse, ma ho detto che non lo faccio. Non è mia intenzione fare alcuna di queste meschinerie. Non parlo male degli altri in loro assenza; al massimo mi limito a riferire agli quello che altri ancora pensano di loro. Ma niente di più. E non ora. Poi tra non molto comincerà a piovere e non smetterà per giorni. Ne sono più che certo. E' sempre così. Se avessi cinquanta euro da buttar via scommetterei che piove fino a sabato. Ma cosa importa delle mie scommesse, tanto domani, ancora una volta, dovrò ricordarmi di non rispondere al citofono e al telefono di casa. So che se dovesse squillare qualcosa di diverso dalla sveglia sarebbe sicuramente una minaccia.
Sapevo anche che quel matto furibondo di Basquiat continuando a giocare con gli aghi prima o poi ci sarebbe rimasto secco come un topo stricninicizzato ma non per questo gli ho mai osato negare una sola volta la mia cintura per gonfiarsi la vena di vivida morte. Perchè quella era la sua vita e togliendogliela forse sarebbe solo finito prima, sgonfio come un Super Tele dimenticato al sole. Così come sapevo che la bella fresca Francesca era morbosamente attratta dalla sperimentazione e che prima o poi sarebbe finita giù da quella finestra newyorkese allo scoccare dei ventidue anni. Ma non mi sono mai permesso di consigliarle le inferiate. Mai l'avrei fatto sebbene riconosco che sia stato un vero peccato che il suo corpo frizzante e la sua mente vivace si siano spiaccicati come sterili uova su quel marciapiede. Sarebbe stato come chiuderla in galera e ucciderla di claustrofobica pazzia.
Intanto continuo ad annodare i miei pensieri alla maniera dei persiani aspettando che cominci a piovere per poi passare a sperare che smetta. Attendere che faccia giorno bevendo birra e poi pregare qualcuno che il cielo si tinga alla svelta di buio. Il tempo scorre monotono riproponendo sempre la solita alternativa e io mi adeguo a lui alternando sempre il fare al non fare. Il problema è che quando faccio vorrei non fare ma quando non faccio mi sento morire.

mercoledì 4 maggio 2011

L'iperico, l'infiorescenza del pioppo e altre storie

Stamattina mi sono svegliato con la sensazione di avere la pelle secca. Poi mi sono guardato nello specchio e ne ho avuto la conferma. Cazzo, ho la pelle che mi si squama.
Dev'essere il cambio di stagione, dopo l'allergia alle graminacee ora comincio a far la muta come i serpenti. Cheppalle, sono arrivato a trent'anni senza un acciacco e ora... Penso che dovrò cominciare a mettermi la crema dopo la doccia come faceva mia zia. Ricordo quando ero piccolo che appena uscita dalla doccia cominciava per mezz'ora a cospargersi il corpo di crema. Lo faceva in bagno ma non chiudeva quasi mai la porta. La accostava un poco, in casa non c'era nessuno tranne mia nonna e io. Io avevo dodici o tredici anni e spesso, quando mia nonna non se ne accorgeva, andavo alla porta e spiavo mia zia massaggiarsi tutto il corpo di crema con una sensualità che mi faceva fare pensieri incestuosi. Mia zia era una bellissima trentenne. Dico "era" perchè è morta. Già, purtroppo è morta. Un paio d'anni fa l'hanno trovata stecchita in bagno a casa sua. Quando l'hanno trovata era già fredda e i capelli erano già asciutti. Dicono che sia morta per colpa della crema. Pare che, finita la doccia, si stesse spalmando la crema sulle gambe quando, il piede d'appoggio unto le è scivolato e lei è andata a sbattere la testa contro la tazza del cesso. Povera zia Tania.
Comunque, penso proprio che dovrò cominciare a spalmarmi la crema dopo la doccia. Almeno su faccia e mani. Certo, ci starò attento, ci puoi giurare. Ma il fatto è che odio sentirmi la faccia unta. E pure le mani.
Stendo la pelle della faccia con le dita e tante piccole crepe si aprono tra una scaglia di pelle bianca e morta e l'altra. Mi guardo più da vicino riflesso nello specchio e mi sembra di vedere la terra arida dell'Arizona. Non ci sono mai stato negli Stati Uniti e non so nemmeno dove cazzo sia l'Arizona ma me l'immagino così. Un pò come la mia pelle. Secca, caldissima, senza un pioppo. Senza anima viva in giro durante le ore più calde. Ma un momento, cos'è quella cosa che si sta avvicinando? Sembra qualcuno a cavallo che alza un gran polverone. Che mi venisse un colpo se quella non è una ragazza vestita da cowboy con la fronte sudata che smonta da cavallo e viene verso di me. Ha due occhi castani bellissimi, i capelli lunghi biondo scuro che le spuntano da un cappellaccio cattivo e vissuto a tese larghe ma non troppo e le scendono sulle spalle. Si muove come al rallentatore e i capelli rimangono a lungo sospesi al vento prima di ricadere. E' sudata come avesse fatto da Partinico a Erice di corsa a mezzogiorno in agosto. Invece no, è arrivata a cavallo. Indossa cortissimi pantaloncini in jeans che lasciano poco all'immaginazione, almeno alla mia. Ha uno sguardo penetrante e il passo sicuro, deciso. Sa dove deve andare. Viene verso di me, quindi è me che vuole. Ad ogni passo si toglie un indumento. Il primo a cadere è un gilè in pelle chiara, il secondo un pesante cinturone con fondina e pistolona a tamburo. Conto velocemente quanti passi ci separano e se non sbaglio, dovrebbe arrivare al massimo con reggiseno e mutande. Forse anche con gli stivali ma non è che mi dispiacerebbe più di tanto. Procede con passo spedito ed ecco che anche la camicia a quadretti con tinte rosso mattone e blu petrolio si adagia a terra. Ora è la volta dei pantaloncini in jeans. Ecco, l'Arizona me l'immagino così.
Novalgina, Cibalgina, Aspirina, Tachipirina, Fluoxetina, Sertralina, Venlafaxina, Duloxetina, Cetirizina, Ebastina. Tutto il mondo in uno scaffale e manco una cazzo di crema. Sono depresso, soffro di allergia per sei mesi all'anno e ora, porcaputtana, anche con la pelle secca.
Richiudo con grande delusione l'anta sbilenca laccata di bianco come le mattonelle alle pereti del cesso. La molla cigola e la mia faccia distrutta dalla sofferenza viene nuovamente riflessa nello specchio maculato da un'infinità di puntini bruni lentigginosi che ccontrastano col colore verde del latte andato a male della faccia. Un'occhiata basta per capire che, da oggi, oltre allo psichiatra e l'allergologo, avrò bisogno anche di un cazzo di dermatologo.
L'unghia del mignolo basta per rimuovere un residuo di basilico della sera prima dagli incisivi ma non trovo niente per impedire che mi si aprano crepe nella faccia. Incredibile. Dalla disperazione prendo due pasticche a caso di quelle che prendevo mesi fa per attenuare il desiderio di morire tipico del risveglio. Mi giuro davanti allo specchio che non ne prenderò mai più e come risposta appare una smorfia di sorriso sul mio viso. Ho perso un sacco di credibilità e negli ultimi anni anche nei miei confronti. Non riesco ormai più a ingannarmi. E' sempre più difficile e spesso finisco col rinunciarci.
Il bianco è un colore che trovo inadatto per un bagno. Il mio bagno ideale sarebbe grigio. O al massimo blu di Prussia ma sicuramente non bianco. Certo, anche la vita non è mai come la vorresti ma almeno le mattonelle del bagno potrò sceglierle? checcazzo... Mi affaccio con una dolce disperazione alla finestra e, mentre mi stacco pezzetti di pelle morta dalle guance lasciandoli cadere dolcemente sul davanzale, butto l'occhio di sotto. C'è una ragazza bruna con un bel seno pronunciato che sta facendo pisciare il suo cagnolino sulla ruota di un'utilitaria grigia. Mi convingo sempre più che le mattonelle del cesso grigie starebbero bene. Molto bene. Poi loro se ne vanno per la loro strada e io guardo il cielo. E' sereno. Mi riempio i polmoni con una boccata d'aria fresca piena di pollini bianchi dei pioppi e starnutisco.

giovedì 28 aprile 2011

Reina

C'è chi dice che l'appetito vien mangiando.
Spillo sostiene che l’appetito non è cosa per tutti, infatti lui ce l’ha quasi mai.
Totò invece diceva che l'appetito viene a star digiuni.
Io, nel dubbio, mi stappo diplomaticamente una birra.
A giudicare dal frigorifero penso che dovrei andare a far la spesa ma pioviggina. Scende una pioggerellina tanto sottile e leggera che quasi sembra foschia. Io odio la pioggerellina, la foschia e la pubblicità nella buchetta della posta il lunedì. Odio veramente a morte quando quelle goccioline infingarde mi si appiccicano alle lenti degli occhiali e sui capelli che poi si appesantiscono tutti e sembrano sporchi lerci. Penso avesse ragione Sergio: forse è colpa dell’inquinamento. O forse no, fatto sta che fino a che questa maledetta pioggerellina continua a scendere, io non ho la minima intenzione di uscire di casa. Perchè più la pioggerella è fine più è inevitabile che ti si impiastri sugli occhiali e sui capelli trasportata maleficamente dal vento. Non c’è ombrello che tenga.
Poi è aprile, il 27 aprile, forse a voi non dice niente questa data ma per me è importante. Molto importante ma non mi va di spiegarvi il perchè. Poi c’è che mi sono appena trasferito da una parte della città al suo antipodo -se si dice così- quello peggiore, è chiaro, ma sicuramente più economico. Devo risparmiare o di questo passo nemmeno in venticinque vite riuscirei a comprarmi la villa con piscina nell’aretino che fino a ieri sera promettevo a Reina. Non so che cazzo di nome sia Reina ma vi assicuro che basta guardarla bene un secondo e potrebbe pure dirvi di chiamarsi Sigismondo e voi non fareste una piega. Che creatura, ragazzi!
Cinquantasette chili di marmoreo e prelibato Angus argentino ben distribuiti in centosettantasette centimetri d’altezza. Trent’anni in pacca e nemmeno una ruga o un cedimento strutturale. Non una smagliatura, nemmeno nelle calze. E il culo? Ragazzi, quello non è un semplice culo latinoamericano che potete immaginare ma è una vera opera d’arte. Sembra dotato di vita propria quando lei cammina. Su a destra, giù a sinistra, su a destra e via che si allontana fedele alle spalle di Reina con un seguito di sguardi ammaliati e trasognanti. Solo al pensiero di averlo a portata di mano mi fa sudare freddo.
Pensate che l’ho conosciuta casualmente tre giorni fa dal Tabacchi sulla Ripa e poi l’ho rivista ieri sera. Da allora non penso ad altro. Continuo a rimandare anche la spesa ma so che prima o poi dovrò decidermi a trasportare il mio culo fuori da questo loculo fino alla Lidl di via Binda. Ma oggi no, vi prego, fatemi continuare a sognare.
E che cultura sconfinata ha Reina. Vogliamo parlarne? Conosce una quantità nomi di costellazioni e galassie e capitali del mondo che la metà me la sono già scordata e l'altra non l'ho mai nemmeno saputa. Poi sa leggere la mano e lo fa mentre ti snocciola il futuro in un italiano latino che è muy caliente e solo a sentire la melodia delle sue parole mi viene sete.
Un mojito per favore!
Neanche a farlo apposta, Reina balla divinamente il tango. Il tango, il sangue arterioso del mio corpo e secondo amore della mia vita. Mi ribollono le vene solo a ricordare la mirada di ieri quando Reina ha risposto al mio cabeceo: con il capo un pò inclinato in avanti, lo sguardo dannatamente malizioso e le mani schioccanti leggiadre sopra la testa, con il ginocchio che punta me, dritto avanti a sè, signori, a momenti morivo. Cristo sarebbe sceso dalla croce e avrebbe cominciato a ballare con i piedi bucati, Muzio Scevola avrebbe cominciato a battere le mani ustionate al ritmo e Gandhi avrebbe ucciso pur di fare due passi di tango con lei. Quando balla Reina si sprigiona una carica erotica che se fosse in mezzo al Pacifico affonderebbe definitivamente quel che resta del Giappone.
E conosce pure un sacco di curiosità. Mi ha spiegato il significato del nome Lidl e perchè il bancone delle casse è così corto. Mi ha rivelato che il detto “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” in realtà è il frutto di un errore di traduzione fatto da quel sempliciotto di San Gerolamo (in realtà il cammello non c'entra una beata minchia) e che le carote, prima che gli olandesi nel 1720 ci mettessero mano, erano semplicemente viola... Che spettacolo della natura, ragazzi. Intendo Reina, non le carote.
Sono certo che se tutte le donne fossero come lei vivremmo in un mondo migliore. In un mondo colorato senza guerre, senza brutture di ogni genere e senza ingiustizie. Ma purtroppo basta attendere una decina di minuti il bus o fare la fila alla cassa dell’Esselunga origliando distrattamente la conversazione tra due donne per capire il motivo della tristezza della realtà in cui viviamo. Le donne in realtà sono creature che, per quanto magnifiche sanno apparire, rimarranno sempre di gran lunga più disgustose degli uomini.
Odio le donne che parlano sul tram di mestruazioni, in metro di cicli mestruali, a Brera di fasi lunari e fattucchiere, alle poste di assorbenti dalle ali d'aquila e schifezze varie. Anche la biancheria sporca e la birra sgasata mi fanno schifo ma mai quanto alcune donne. Giuro che non resisto, solo l’idea mi fa venire il voltastomaco. Bleah.
Odio le donne che leggono la posta di Donna Fanalia su Donna Moderna e seguono i suoi consigli. Odio le donne infatuate dalla miseria della cucina macrobiotica, amanti dei brodini insipidi e delle verdure cotte al vapore che paradossalmente fanno fare peti nauseabondi. Odio le donne che parlano di politica, di calcio e di William e Kate. Odio le donne sotto i quarantacinque anni che si pitturano le dita dei piedi di rosso valentino. Ma ieri ho scoperto che anche Reina, nel suo universo splendente ha il suo neo. Sporco mondo ladro...
Ah, a proposito di dita dei piedi e donne stomachevoli, quasi mi scordavo di chiamare Pietro per dirgli che ieri sera, alla fine, ho vinto la scommessa.
Sentite qua: saranno state circa le due e mezza ed eravamo al solito Lurido lungo i viali per ammazzare la serata con il solito panino alla salsiccia e le preziosissime cipolle ammazzavermi. Eravamo belli, alticci e senza un soldo. Siamo riusciti a malapena a prendere quattro panini completi e tre morettone da sessantasei con lo sconto di settanta centesimi. Ma il fatto è che noi eravamo in quattro e ci spiaceva lasciare Strabucco senza birra. Tra l’altro aveva appena avuto una delusione amorosa proprio qualche ora prima. Aveva l'ormone appena risvegliato dal letargo e, credendo di fare il colpaccio, s’era invaghito di una vecchiarda aolcolizzata del Tabacchi. Ma quella, dopo averlo lasciato sbavare e soprattutto pagare per un paio d’ore, a un certo punto, dopo il quinto o sesto Negroni, prende e se ne va con lo Scuro. Conosceste lo Scuro ridereste pure voi. Quindi, grasse risate dispensate gratuitamente a destra e manca per tutto il locale. Dovevate vedere come ci è rimasto e che faccia ha fatto il povero Strabucco. Comunque, dicevo che il Lurido proprio non ne voleva sapere di offrirci una quarta birra. Io, forse un pò più alticcio degli altri e quindi disposto anche a sdraiarmi in mezzo all'autostrada del Sole una domenica di maggio pur di bere un'altra birra, ho scommesso con Pietro che sarei riuscito a farmi dare un morettone gratis per Strabucco. Ho giurato che se non ci fossi riuscito avrei pagato pegno facendo il giro completo della Circolare destra, nudo in bicicletta. Ma se al contrario ci fossi riuscito, Pietro, il malfidente, sabato avrebbe pagato da bere a tutti quelli del Tabacchi e, il sabato sono veramente tanti. Poi lui, Pietro, è stato richiamato al dovere dalla sua nuova ragazza e se ne è andato da lei dieci centimetri più alto, da vincitore. Bè, caro il mio Pietro, sei un povero illuso perchè alla fine ci sono riuscito a farmi dare la morettona dal Lurido, e Strabucco, Sasso e Mistrà possono testimoniartelo. Hai perso la scommessa caro il mio Pietro e sabato ti tocca pagare da bere a tutti noi... che mi cascasse un piccione in testa se adesso non ti stai chiedendo come diavolo ho fatto. Bè, te lo dico: ho semplicemente riferito al Lurido che il mio morettone sapeva di tappo. Proprio così, niente di particolarmente elaborato. M'è venuto in mente questo. Poi quando lui m’ha detto con le sue vocali dure: “ehi amico, ma quella è una bottiglia di birra e ormai è mezza vuota...”, non ho fatto altro che accusarlo di nichilismo -senza lasciarlo ragionare sul significato del termine- per la sua visione della bottiglia mezza vuota e spiegargli che "ovviamente la birra è quasi finita perchè non mi sono fidato del mio palato ma ho dunque voluto avere il parere dei miei fidati amici". Ecco spiegato perchè più di metà birra era ormai sparita dalla bottiglia. Il Lurido peggio di San Tommaso ha voluto verificare chiedendo a Sasso, Mistrà e Strabucco che sapore avesse la birra. Loro hanno confermato un fastidioso retrogusto di tappo e il Lurido, accigliato e sbuffante, ha dovuto arrendersi davanti a cotanta evidenza. Tutto quì, caro il mio ingenuo Pietro...
Cristo, sto divagando.
Dov’ero rimasto? Ah sì, a Reina.
Bè, amici, c’è poco altro da dire. Vi stavo dicendo che anche Reina, sporco mondo ladro, ha il suo neo. Ieri, dopo aver ballato fino a tardi siamo usciti dal locale e, barcollando un pò, abbiamo imboccato un vicolo scuro e poco battuto sul retro. Le ha ceduto un tacco. E’ rovinata a terra leggera come un castello di carte e si è trascinata dietro anche me. Le sono caduto come un caco maturo addosso e la circostanza ha fatto sì che non gliela facessi passare liscia. Le ho srotolato in bocca una buona misura della mia lingua felpata da gatto e le ho frugato sotto la camicetta. Sono spuntate due tette sode e gonfie, perfette, in attesa di esplodere da un momento all’altro. E mentre mulinavo la lingua sempre più asciutta, lei ricambiava energicamente. Allora con una mano sono sceso a slacciarle i jeans per salutare la gatta. E’ saltato il bottone, è scesa la cerniera e, quando il sangue nelle mie vene stava finendo a furia di bollire, quando il mondo avrebbe potuto comodamente andarsene a fare in culo in un buco nero mangiatutto e le oche del Campidoglio invadere il Vaticano e cacciare a beccate il Pastore Tedesco, m'è arrivata una pugnalata al cuore. Oh cazzo!
Proprio così, sul più bello è spuntato un cazzo di troppo, il suo.

mercoledì 26 gennaio 2011

Ho trovato una lettera che non ho mai spedito

Un ronzìo simpaticamente fastidioso che da qualche mese mi disturba i pensieri. La voce di un vecchio frigorifero che mi accompagna durante la mia pallosa quotidianità. L’effetto è lo stesso di quelle volte in cui, davanti ad una definizione dei cruciverba non viene la definizione corretta ma si continua a pensare e ripensare, diventa quasi una sfida intima, personale che non si vuole a nessun costo perdere, una vera a propria ossessione. Un giorno ho così deciso di scommettere con me stesso che se fossi riuscito a trovare uno straccio di contatto, foss’anche si fosse trattato di riprendere carta e penna, allora le avrei scritto. La mia scarsa propensione al rischio mi porta spesso a scommettere con me stesso; tutto sommato, anche in caso di sconfitta il rischio è limitato.
Quindi ho cominciato la ricerca digitando semplicemente quello che ricordavo del suo nome. Un nome, il suo, che sinceramente ho impiegato un pò a ricordare nella sua corretta forma, “Mario Rivieri o forse Mario Riveri o ancora Mario Rivera... certo è Mario”! Poi, per fortuna o meno dipende dai punti vista, la tecnologia al giorno d’oggi rende tutti reperibili o rintracciabili; quello che serve è semplicemente una buona dose di volontà e motivazione. Giusto per fare un esempio, 9 anni fa durante una vacanza estiva in Francia mi “innamorai” di una giovane ragazza del nord della Francia, di una cittadina vicina al confine col Belgio. Trascorremmo intense e magnifiche giornate insieme cercando di fuggire, per quanto possibile, il pensiero dell’imminenza inevitabile del farewell time, che puntualmente si presentò e noi non lo facemmo attendere. Ci scrivemmo, come capita a caldo, i nostri ricordi e man mano che il tempo trascorreva e li sbiadiva, anche la nostra corrispondenza scemava in intensità e regolarità sino al giorno in cui cessò. Per farla breve, visto che non le stò scrivendo alla ricerca di una soluzione a questioni sentimentali, un paio di anni fa decisi di fare una capatina, durante il mio periodo di ferie, in Bretagna e Normandia. Sfogliando la mia guida Routard e studiando la cartina del nord della Francia, mi passò sotto agli occhi un nome di città, Lille, alla quale erano legate molte istantanee della memoria ed un solo nome e cognome chiaro e musicale come solo quelli francesi sanno esserlo. Beh, fatto stà che tramite internet sono riuscito a rintracciarla e, lieto fine, qualche settimana dopo ci incontrammo nell’atmosfera surreale della splendida cittadina di Ruen.

Scusi la divagazione ma ho una forte capacità di deconcentrazione.
Mi sembra almeno doveroso presentarmi.
Sono Massimo Velasco, un suo studente al Petrarca di… diciamo qualche anno fa; ad occhio e croce direi che sono circa 11 gli anni trascorsi dalla maturità. Ero uno di quegli studenti che solitamente nessun professore si ricorda in quanto, utilizzando un termine che odio ma rende, ero semplicemente normale: non uno di quelli ricordati con intellettuale affetto in quanto promesse con un’ipoteca sul futuro del sapere e nemmeno uno di quelle simpatiche canaglie che rimangono comunque impresse nei ricordi per le marachelle combinate ed il clima allegro e spensierato regalato alle ore di lezione. Ero semplicemente uno dei tanti, uno di quelli che ha tratto dal liceo quello che riteneva essere bene ed utile apprendere per sé. Uno di quelli del “qui ed ora” e “del poi si vedrà”. Un diciottenne con la testa infarcita dall’anti-mito americano dei grandi beat, quelli visionari alla Ginsberg, caleidoscopici alla Corso, camminatori pieni di un solitario carisma alla Kerouac o ancora dal nichilismo menefreghista bukowskiano, del surrealismo di milleriano e dalla distesa rilassatezza che solo la semplicità narrativa di Fante sa regalare. Le orecchie ripiene di Doors, Lou Reed, Pink Floyd ma anche Guccini, Lolli, Bertoli, De Gragori, De Andrè… I pensieri traboccanti illusioni, utopie e l’anima desiderosa di una libertà alla “come la intendo io”. In un certo senso, un utilitarista spesso opportunista, quasi mai in prima linea, spesso e volentieri mai presente per un eccesso di autostima e di senso di superiorità. Un pesce d’acqua salata costretto a sguazzare in un melmoso fosso della bassa padana è la definizione che davo di me in quel periodo. Poi ci sono stati i fantastici anni di Scienze Politiche a Bologna, che ancora ora porto tatuati nel cuore. Quegli anni dall’agrodolce sapore delle lunghe manifestazioni, delle infinite discussioni più o meno alcoliche sui massimi sistemi, delle tanto inutili quanto infiammate disquisizioni alla ricerca di veri ed eventuali motivi per fare la rivoluzione (la nostra ovviamente!), le prove d’estensione degli orizzonti della mente, l’approfondimento e il radicamento di un amore viscerale per la letteratura e per l’arte, le mostre, i concerti, le feste, il tutto condito dalla splendida onnipresenza di magnifiche creature nella massima espressione della propria bellezza. Che anni!
Poi il master in Gestione delle Risorse Umane forte della convinzione che “se qualcosa si può cambiare o almeno migliorare è solo dalle persone che si può comincare”. Dunque l’immediato, allo stesso tempo, atteso ed indesiderato ingresso nel mondo buio, grigio e cupo del lavoro. L’esodo dai posti in cui dopo 6 anni non ti senti mai solo, dagli amici con i quali hai condiviso molto o forse tutto, da uno stile di vita che per anni mi ero pazientemente cucito addosso e del quale andavo (e tuttora vado) fiero. E infine l’approdo, da naufrago, in un mondo anni luce lontano dal mio. Milano. Gente che pensa di brillare di luce propria, che fa a gara cercando di abbagliarti più degli altri, falsi miti, il dio denaro, l’essere forzatamente alternativi ed originali, set cinematografici, scenografie e personaggi al posto di luoghi reali e persone vere. Un lavoro in giacca e cravatta dove a 25 anni ti danno già del “lei” in cui tutto è governato da stupide regole, da asettica ed inutile disciplina e dove, ovunque, manca l’unicità della personalità ma soprattutto la delicatezza del senso di umiltà. Un posto in cui il lavoro ti permette di essere qualcuno e per questo deve venire prima di tutto. Vivere per lavorare, l’esatto contrario di quello che ho sempre pensato del lavoro e Milano l’antitesi della mia idealtipica concezione del mondo…
Ochei, scusi ma mi sono lasciato prendere la mano… Sono in un bar melodrammatico di periferia dove anche le pareti, oltre agli avventori, sono intrise di malinconia, tristezza, rimpianti e wisky. Vengo spesso in questo buco finito il lavoro per stare un pò in pace con me stesso e fare il punto della situazione guardandomi dritto negli occhi. Non è mai un esercizio facile, tutt’altro. Comunque sia, banalmente, le sto scrivendo per ringraziarla. Deve sapere che, anche se in silenzio, ho sempre provato una grande ammirazione e stima nei suoi confronti, oltre che come professore (geniale), soprattutto come persona. Già, proprio così, la voglio ringraziare per tutto quello che mi ha trasmesso a livello umano.
Concludo questa lettera confessandole che sono contento di averla incontrata tanti anni fa e di essermi tolto questo "peso" oggi.
Tutto qua...

venerdì 19 marzo 2010

Maria la tettona

Stanotte sono rientrato tardi. A notte fonda. Sbronzo quanto basta dopo un aperitivo lungo di quelli che ti fanno dimenticare alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per tenere uno stile di vita sano od un discorso in pubblico. Ho lottato valorosamente con la forza centrifuga del mio cervello e sono sceso a patti con il mio stomaco: ora tu tieni tutto dentro e mi lasci addormentare, io domattina ti rimpinzo con una bella colazione ricca di fibre. Ho cercato di leggere qualche pagina de "I segreti erotici dei grandi chef". Mi sono stupito del fatto che leggevo le parole senza assimilarne alcun significato e che a Edimburgo ci fosse, non solo il mare, ma anche un porto. Io ci sono andato in aereo e credevo fosse in collina. D'ora in avanti dirò che sono stato al mare ad Edimburgo. Poi penso di essere svenuto per un pò.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.

mercoledì 20 gennaio 2010

Highlander al ketchup

Il mio amico è sbronzo. E quando dico "il mio amico è sbronzo" non intendo dire che si chiama Sbronzo quanto piuttosto che il mio amico ha bevuto almeno quattro birre medie doppio malto prima delle diciotto di un giorno infrasettimanale. E si è sbronzato. Anch'io sono messo come lui. Seduto sullo sgabello foderato e macchiato del bancone in mogano. Sbronzo. All'Irish, ovvio. Quello con i soffitti giallo nicotina alti almeno 5 metri, con le biciclette appese qua e là senza un apparente significato e la Harp Strong alla spina. Il barista è lo stesso ormai da 2 anni. Sulla trentina, apparentemente affabile, moro e riccio, gran lavoratore. E' quello che fa l'apertura alle sedici e trenta e, fino alle diciotto -più o meno-, ci serve da bere birra doppio malto in bicchieri da una pinta.
Il fatto che non abbia mai capito se la pinta del bicchiere volgarmente chiamata media che ci serve sia quella imperiale britannica o quella statunitense mi lascia l'amaro in bocca. O forse è solo il sapore della birra. Comunque sia, trovo pazzesco pensare che una pinta a est dell'Atlantico sia maggiore rispetto a quella che gli sta ad ovest. Penso che sarebbe un bel casino se il metro che si usa a Milano da domani dovesse rivelarsi più corto di quello usato a Lissone o a Mondovì. Vorrebbe dire che da Milano a Mondovì sarebbero duecentotrentadue chilometri mentre da Mondovì a Milano solo 220. Forse, a ripensarci meglio, non è che questa cosa mi interessi poi molto. Poco male.
Dicevo che da due anni siamo tre volte alla settimana col culo su questi sgabelli per due ore e mezzo e ancora non sappiamo come si chiama il barista. Forse glielo abbiamo anche chiesto qualche volta. Ma forse non è importante saperlo. Sembra capire lo stesso che "ci faresti per favore altre due medie?" è rivolto a lui e non alla testa d'alce che si sporge dalla parete alle nostre spalle con quell'espressione un pò beota. E lui le spilla silenziosamente ed abbondantemente. Fino all'orlo. Poi toglie la schiuma con un attrezzo particolarmente semplice e ce le piazza davanti dicendo "fanno nove".
Ritengo che, per semplificare la lettura di questo pezzo, d'ora in avanti sia opportuno chiamare il barista Giec. Mi sembra un nome adatto ad un barista di Irish pub, sulla trentina, apparentemente affabile, moro e riccio, gran lavoratore e orangista.
Verso le diciassette Giec diventa addirittura proattivo. Quando infatti vede i nostri boccali vuotarsi anzitempo, propone "un altro giro ragazzi?". Nemmeno lui deve conoscere i nostri nomi dato che non glieli ho mai sentiti pronunciare ma, perspicacemente, capiamo che quelle medie in potenza sono rivolte a noi. E ci fa piacere che lo siano. Forse un pò meno all'alce.
Ci sentiamo considerati all'interno di quel vuoto cosmico che è l'Irish dalle sedici e trenta alle diciotto di un giorno infrsettimanale. Siamo fidelizzati è la definizione che darebbe il mio amico, quello appassionato di parole crociate. Poi io ed il mio amico, l'altro, quello sbronzo, ci guardiamo negli occhi e, senza bisogno di proferir verbo, all'unanimità andiamo verso il nuovo giro di medie doppio malto.
"Questa volta prendiamo anche un pacchetto di Highlander al ketchup. Anzi due, Giec".

martedì 4 settembre 2007

La vita è come un film porno

“La vita è come un film porno...” fece una pausa di silenzio per prendere fiato, poi proseguì, “...prima o poi c’è sempre qualcuno che lo prende il culo...”
La pausa che seguì sembrava voluta per enfatizzare il gran finale della frase
“...e mi sa proprio che la parte che mi è spettata sia proprio la meno fortunata” Tirò un’altra volta il fiato, sempre con rinnovata fatica, dunque provò a tossire senza intimorire per nulla lo strato di catrame e catarro che lastricava i suoi bronchi e polmoni. Rantolò un altro pò in preda a spasmi involontari tra le lenzuola sudate del letto, poi, contrariamente alla grazia cinematografica, con gli occhi spalancati, morì. Lo sguardo che morendo lasciò rivolto al mondo sembrava il frutto di una scoperta terrificante e sconvolgente.
Carlo constatò il decesso. Arturo aprì le porte della camera. I due infermieri entrarono nella stanza mentre Carlo ed Arturo uscivano. Quando si trovarono di fronte al parroco dell’ospedale, Carlo disse
“mi spiace padre, ma prima di morire ci ha detto di non farla entrare nemmeno adesso che se ne èa andato”
ci fu il silenzio necessario per prendere dalla tasca anteriore dei jeans il pacchetto delle sigarette e portarne una alla bocca, frugare nella sinistra, individuare l’accendino e con una maestria da veterano, darle fuoco. Dopo una profonda boccata si sentì pronto per continuare
“...sa, ha paura di finire in paradiso e riincontrare quel figlio di puttana del suo vecchio”
Il prete, col capo leggermente voltato sulla sinistra per scansare la nuvola di fumo, si segnò velocemente rimanendo in silenzio.
Carlo diresse lo sguardo ad Arturo e con uno scarto del capo in diagonale, da sinistra verso destra, si mise in cammino nel corridoio verde.
Il silenzio regnava in tutto il reparto facendo a botte, per avere il sopravvento, con l’odore insopportabile di disinfettante e malattia. La lotta fu dura e serrata ma, alla fine, ad Arturo parve avere il sopravvento l’odore.
In fila indiana, a due passi di distanza l’uno dall’altro, lasciandosi alle spalle una scia di fumo, percorsero tutta la lunghezza del corridoio. Scesero con l’ascensore i tre piani sino a terra e si diressero verso l’uscita. Dai vetri della portineria si scorgeva il cielo imbrunire. Giunti sulla soglia, davanti ad un cartello bianco rosso e nero, appeso al muro, Carlo lesse
“vietato fumare in tutti i locali interni, la direzione...”
Carlo si guardò attorno facendo roteare la testa prima a sinistra dunque a destra. Non vide nessun altro tranne Artuto. Abbassò lo sguardo e vide un grosso posacenere ripieno di sabbia da lettiera per gatti. Diede una lunga ultima aspirata e, con la mano, lentamente immerse la sigaretta tra i granelli di sabbia. Espirò. Spinse le maniglie antipanico rosse della grande porta a vetri d’ingresso, poi uscì. Arturo lo seguì.
Il cielo non era ancora così bruno. Dovevano solo disabituare gli occhi da quella luce asettica e fredda che inondava l’interno dell’ospedale. Dopo qualche minuto cominciò a calare veramente la sera.
I due stavano camminando per il viale che porta verso il centro mentre il traffico del rientro si intensificava in entrambe le direzioni. Arturo ruppe il silenzio
“cazzo Carlo, non abbiamo preso l’ora del decesso.”
Dal tono sembrava rammaricato quasi come si fosse dimenticato di mettere le 200 lire nella cassa dopo aver acceso la candela alla cappella di San Rocco.
“Che ore sono adesso?”
“Non lo so, non ho l’orologio”
Arturo scrutò il cielo ed il passaggio di un aereo gli catturò l’attenzione “Beh, facciamo finta che siano un quarto alle sette”
“Quindi, più o meno, se ora sono le sei e quarantacinque, lui sarà morto alle sei e mezza circa” calcolò Carlo.
“No, mi sa che non regge. Alle sei e mezza suonano le campane, non è vero?”
“Mi sa di si, ma io non ho sentito suonare nessuna campana”
“Appunto, quindi non può essere morto alle sei e mezza, dev'essere stato prima”
“Ochei, ma quando il Giec ci chiederà a che ora è morto, cosa gli diciamo?”
“Gli diciamo che è morto alle sei. È un’orario bello e facile da ricordare...”
“Va bene, allora facciamo che sia morto alle sei, all’ora dell’aperitivo” concluse Carlo.

Come al solito, dal Giec i tavoli erano tutti liberi. Carlo ed Arturo aprirono le porte e si andarono ad unire agli altri tre reduci alla barra del bancone. Si appollaiarono insieme agli altri sugli sgabelli, ruotandosi come avvoltoi le posizioni man mano che qualcuno si alzava per andare al bagno. Il bancone di legno era come al solito umido e l’odore che si respirava nel locale sapeva di muffa. Le uniche luci accese, pendavano grevi dal soffitto proprio ad illuminare il bancone zozzo. Da quando il Giec aveva venduto l’unico tavolo del locale, aveva spostato dal centro della sala a sopra il bancone i due lampadari da biliardo, dal cappello di vetro verde, che ora pendevano minacciosamente sulle teste dei sei. Sistematisi in silenzio, il Giec, da dietro il banco, spillò loro una media bionda doppio malto. Il vetro pesante dei due bicchieri riecheggiò sordo al contatto col legno e dal fondo si sollevarono delle bollicine che andarono ad alimentare lo strato di schiuma candida in superficie.
“Allora?” fece uno dei tre rompendo il silenzio.
“E’ morto” rispose Carlo.
Tutti abbassarono lo sguardo sul bicchiere ed all’unisono lo sollevarono creando un semicerchio al quale, da dietro il bancone, partecipò anche il Giec. I bicchieri si unirono tintinnando.
“A Guido!” avanzò Carlo. Poi ognuno diede un sorso al proprio bicchiere.
“Se ne è andato sereno?” chiese un altro dei tre rompendo il silenzio.
Arturo e Carlo, con i gomiti appoggiati al bancone e le spalle inarcate fecero ciondolare la testa.
“Ha detto qualcosa prima di lasciarci?” chiese il primo.
“Con la poca aria che gli era rimasta nei polmoni ha accennato solo a due cose” Carlo diede una sorsata generosa, schioccò la lingua sul palato e socchiudendo le labbra continuò “a quel bastardo di suo padre, che dalla paura di riincontrarlo da qualche parte ha persino rifiutato l’estrema unzione del prete ed i funerali in chiesa e poi al brutto scherzo che gli ha riservato la vita”
“Già” disse il Giec “è stato sfortunato due volte. Prima per essere stato il figlio di suo padre campato cent’anni, poi per essersi ammalato appena quel figlio di puttana è morto”
“Quel demonio d’un vecchio gli deve la vita che gli ha rovinato...” il secondo lasciò sfumare il discorso verso un silenzio pesante.
“Che ore erano quando è morto?” chiese il terzo.
“Più o meno le sei” fece Arturo.
“Non erano ancora suonate le campane” fece eco Carlo in rinforzo.
“Checcazzo!" raddrizzò la testa il Giec mentre con la mano sinistra toglieva lo strofinaccio dal bicchiere che aveva nella destra. "Non mi ricordo esattamente di che giorno ed anno si trattasse...” sul suo viso si delineò una smorfia di commosso sorriso “...ma ne sono certo, alle sei in pacca di quel giorno, quel povero cristo mise per la prima volta piede in questa bettola, e...” scuotendo la testa lentamente mentre riponeva il bicchiere tra quelli asciutti “...alle sei di oggi se ne è andato”
Di nuovo ci fu silenzio.
Giec spillò altre sei medie doppio malto. Una era per lui. Senza dire nulla fecero un altro brindisi lasciando toccare i bicchieri in onore di Guido.
Il secondo dei tre, quello seduto al centro, si alzò per andare al bagno. Diedero un sorso poi, Carlo conquistò il suo posto ed Arturo guadagnò una posizione verso destra.

venerdì 31 agosto 2007

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 6)

Le ore, paradossalmente, più si avvicinava il momento dell’azione più sembravano dilungarsi e protrarsi all’infinito. L’attesa per Arturo stava diventando estenuante. Più ripensava alle varie mosse da tempo pianificate, più gli sorgevano dubbi e la testa si riempiva di "se" e di "ma". Doveva assolutamente sbarazzarsi al più presto di quell’ingombro. In quel momento per la prima volta nella sua vita, stava provando una sensazione strana, fino ad ora sconosciuta. I sintomi che avvertiva erano identificabili con quelli che alcune volte, suoi conoscenti gli avevano descritto ed avevano catalogato con il termine Paura. Miedo. Fear. Cтрах. Furcht. 공포. الخوف. 恐惧. 恐れ.
Molte volte, in troppe lingue aveva sentito pronunciare quella parola e tutte le volte era rimasto del tutto indifferente. Di fronte a Paura, Arturo reagiva come chiunque di noi reagirebbe sentendo pronunciare un termine sconosciuto, nuovo, mai sentito prima d’ora e del quale si ignora il reale e profondo significato.
Adesso, chiuso in quelle quattro mura, rapito da un inconsistente senso di claustrofobia, Arturo avvertiva tutti i sintomi della Paura, ed il semplice fatto di esserne consapevole lo disturbava intimamente. Non lo aiutò la musica psicadelica dei Pink Floyd che utilizzava solitamente come sedativo per l’ansia. Nemmeno ci riuscì la canna di olio d'hashish. Ne aveva rollata una abbastanza leggera per evitare che l’effetto si protraesse troppo avanti nel tempo lasciandolo rincoglionito al momento del colpo. La testa doveva essere leggera e libera da pensieri. Provò a pensare all'inquilina del piano di sopra, quella con due tettone da togliere il respiro. Provò ad immaginarla nuda, come spesso gli era capitato di fare. Niente. Quella sera tutti i suoi pensieri erano catalizzati dal Colpo. Dal Colpo che, comunque fosse andato, in un modo o nel suo opposto, gli avrebbe cambiato la vita.
Arturo non era mai stato dentro, in prigione. Aveva sempre vissuto ben oltre la legalità, sempre sul filo del rasoio. In tutti gli anni di onorata carriera criminale, Arturo era sempre riuscito a farla franca, spesso beffandosi degli stessi tutori dell'ordine. Arturo aveva un eloquio fuori dal comune ed una capacità di persuasione incredibile che, sommati alla sua elegante e distinta presenza, riusciva a tenere lontano da sè qualunque presunzione di colpevolezza.
Più il tempo rallentava, più le sue preoccupazioni si accentuavano. Per quanto riguardava la sua parte era tranquillo e fiducioso. Aveva meticolosamente ripassato tutti i minimi particolari compresa l’espressione e le parole che avrebbe dovuto vomitare alle tre guardie giurate come un sacerdote intento durante l'omelia. Sapeva quale tono avrebbe dovuto assumere e quali gesti accompagnare a quelle parole. La sua parte era perfetta. Ma per quel colpo erano in tre; lui al massimo avrebbe potuto far funzionare alla perfezione il suo terzo di competenza dell'intera macchina. Il resto spettava al Torre ed al Pizza. Al provocatore ed al rancoroso. Ed i dubbi che nutriva in quel momento Arturo riguardavano proprio la loro parte. Non lo impensieriva tanto la manovra di sorpasso che avrebbe dovuto fare il Pizza, elementare, ma il sangue freddo che avrebbe dovuto far seguire una volta bloccato il furgone. Il Pizza sarebbe stato armato e qualunque provocazione o fraintendimento avrebbe potuto far scoppiare un vero casino di sangue e soprattutto mandare a monte l’intero piano.
Il Pizza, anni indietro, nel periodo in cui era nel commercio della cocaina, per un nonnulla aveva fatto fuoco tre volte su due persone perchè convinto, a torto, che lo stessero beffando. Il più sfortunato di quei due si beccò due pallottole in corpo. La prima gli frantumò la clavicola, lacerandogli 5 centimetri di muscoli, tendini ed ossa tra il collo e la spalla lasciandogli uno squarcio rosso e bianco sotto al maglione. L’altra lo trapassò da parte a parte all’altezza dell’addome, trascinandosi dietro parte dell’intestino. Sembrava spacciato ma l’anima, probabilmente, in quel momento non si trovava nè vicino alla clavicola nè vicino all’intestino. Al secondo le cose andarono decisamente meglio anche se, probabilmente, il sibilo della pallottola che gli si fece strada tra le due guancie, portandosi al seguito qualche fila di denti, giunse sicuramente all’orecchio e, senza aspettare troppo, pure al cervello. Si era trattato veramente di una manciata di inutili millimetri e la pallottola anzichè tirarsi dietro denti, saliva e pelle avrebbe sparso tutt'attorno una grigia poltiglia puzzolente, condannando quasi certamente il Pizza alla cattura e dunque all'ergastolo. Se la cavarono alla meno peggio con un calvario di interventi e trapianti vari. Nessuno dei due si dice tornò ad essere quello che era prima. Ma il caos che seguì la sparatoria durò diversi mesi. Nelle centrali di polizia della zona si era già costituito un team per fronteggiare “un’escalation di violenza becera e cieca”, come riecheggiarono alcuni telegiornali nazionali. A quell’episodio non ne fecero seguito altri ed il tutto si risolse con un forzato ritiro del Pizza dal mondo del commercio della cocaina, lasciandolo tossicodipendente e senza un soldo. Questa era acqua passata da almeno cinque anni. Ora il Pizza aveva ridimensionato il suo rapporto con la cocaina ad una semplice relazione occasionale. Ma nella mente di Arturo il semplice sovrapporsi di quell’aneddoto al colpo di quella sera, gli faceva gelare il sangue nelle vene ed aumentare la sudorazione. Il Pizza seguiva l’istinto come un cane da caccia segue la traccia. Senza chiedersi mai un "perchè".
Una volta convintosi della maturità del Pizza, un tarlo nella testa di Arturo traghettava i pensieri al Torre. Il Torre non era certo pazzo come il Pizza ma non era nemmeno così razionale nel prendere decisioni quando, più che la testa, usava le mani. La vicenda che in quel momento turbava i pensieri di Arturo risaliva anch’essa alla gioventù del Torre. Si trattava di una semplice rapina in un Autogrill. Un colpo semplice e veloce. Il Torre, 10 chili più magro, non esitò a prendere a sberle un avventore per il semplice fatto di essersi intromesso tra lui e la cassiera. lo prese per il bavero della giacca e, con un fare holliwoodiano, lo scaraventò di peso contro il frigorifero delle bibite. All'impatto della schiena del tizio contro l'anta del mobile, il vetro andò in frantumi lasciandosi dietro una pioggia di finissimi cristalli ed un tintinnio tendente all'infinito. Tutto questo fece perdere tempo prezioso rischiando l'arrivo della polizia. Tutto finì liscio ma la fortuna non sempre sta dalla tua parte.
Quello che mancava ai quei due schizzati era quello che invece caratterizzava Arturo: autocontrollo e fredda lucidità.
Mancavano solo tre ore alle 03.00, ora in cui la macchina si sarebbe dovuta mettere in moto. Arturo aveva trovato sollievo immergendosi nella vasca da bagno giallognola ed arrugginita che, per tre lunghi anni si era sempre rifiutato anche solo di riempire.
Con l’acqua che gli lambiva la bocca, Arturo teneva le orecchie immerse e gli occhi chiusi. I rumori lenti, metallici, amplificati ed ovattati che percepiva riuscivano in qualche modo a farlo evadere dai cattivi pensieri che, come avvoltoi, stringevano cerchi concentrici intorno alla sua testa come fosse una carogna.
Nelle ore che pecedevano il colpo, Arturo aveva vietato a tutti di mettersi in contatto telefonicamente. Sarebbe stato troppo rischioso nonostante nessuno, oltre a loro tre, avrebbe dovuto sapere del colpo. Alle 03.15, cercando di non dare nell’occhio, si sarebbero dati appuntamento nel parcheggio del cinema Esmeraldo, sulla sinistra del cubo spigoloso di cemento, vicino ai bidoni per la raccolta differenziata. Per evitare problemi legati al trasporto delle armi, la sera prima, fingendo di buttare la spazzatura, il cui ritiro sarebbe stato alle 07.00 del mattino successivo, Arturo avrebbe posizionato, in uno zaino nascosto in un cespuglio, la sua Beretta Modello 92S, la Glock 37 calibro .45 Gap del Pizza, la Steyr M9A1 calibro 9x21 del Torre, la vecchia Skorpion comprata vicino alla stazione scambiandola con qualche dosa di eroina e cocaina, ed i tre passamontagna neri con i fori per gli occhi. Il Torre doveva preoccuparsi invece del reperimento e del trasporto della bombola e della fiamma ossidrica con cui aprire il portellone blindato del furgone portavalori. Quello era un posto di scambisti animato tutta notte ma tranquillo, di cui tutti erano a conoscenza e per questo motivo addirittura sicuro, in quanto tollerato dalla polizia. Solitamente una pattuglia faceva un timido giro nel parcheggio più per far presenza che per controllare e presidiareverso l'una del mattino, dopodichè non ci sarebbe stato più alcuna presenza di polizia. Lì, una volta arrivati tutti e tre, senza nemmeno bisogno di scambiarsi una parola, Arutro sarebbe salito in macchina con il Torre, mentre il Pizza, da solo sull’auto “ariete” si sarebbe messo in marcia verso la statale. Il Torre ed Arturo si sarebbero diretti verso la sede della compagnia di trasferimento di denaro. Quella sera, una soffiata di una vecchia conoscenza, costata 20.000 €, ovvero l’intero patrimonio che i tre erano riusciti a raccimolare in diverse rapine, gli aveva annunciato l’orario di uscita di un portavalori straordinario per le 03.45 ed il suo tragitto preciso sino alla destinazione. Questo “trasporto eccezionale”, gli avevano detto che avrebbe veicolato 750.000€ dal deposito centrale al mercato del pesce, ad una trentina di chilometri dalla città, dove pare fosse programmata un’asta record per aragoste, salmoni e tonni. Una volta visto uscire il portavalori, Arutro avrebbe semplicemente fatto uno squillo al cellulare del Pizza. Questo segnale avrebbe significato
“è partito. Tra 25 minuti sarà da te. Fatti trovare pronto”.
Nei giorni precedenti i sopralluoghi e le prove cronometrate lungo quel tragitto furono diverse e permisero di stimare il tempo necessario per percorrere la tratta dal deposito all’innesto con la statale in 25 minuti. In quel lasso di tempo, il Torre ed Arturo, tagliando per il centro della città, a quell’ora deserta, avrebbero guadagnato una manciata di minuti sul portavalori, anticipandolo di qualche chilometro. Approfittando di quel vantaggio, si sarebbero piazzati sulla strada secondaria, a poche centinaia di metri dall’incrocio, punto in cui il Pizza avrebbe bloccato il portavalori.
In una stradina appartata e sterrata che si immetteva sulla statale, il Pizza avrebbe atteso, prima il transito del Torre ed Arturo che raggiungevano la loro postazione, dopodichè, il passaggio del furgone portavalori. Una volta avvistato, gli avrebbe lasciato qualche centinaia di metri di vantaggio, dunque gli si sarebbe accodato per circa 4 chilometri, sino all’intersezione dell’altra strada secondaria, punto in cui sarebbe entrato in azione e dalla quale sarebbero sbucati con effetto sorpresa il Torre ed Arturo.

mercoledì 29 agosto 2007

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 5)

Arturo, seduto sulla sua poltrona davanti alla porta finestra che da sul viale, faceva seguire allo sguardo i pensieri.
La gioielleria davanti a casa, dove innumerevoli volte si era soffermato ad osservare quell’amato IWC Portoghese cronografo in acciaio, fu la prima cosa su cui appoggiò gli occhi. Non era appassionato di orologi e non ne capiva nemmeno nulla in fatto di meccanismi automatici e cariche manuali, ma il fascino dell’eleganza di quella linea lo rapiva e, come una rapsodia, gli faceva danzare i pensieri al ritmo dei secondi. L’indomani sarebbe entrato e, senza nemmeno volerlo provare, lo avrebbe acquistato. Al polso avvertiva già la pesantezza dell’acciaio del vetro dell’orgoglio e nell'orgoglio provava già la soddisfazione di indossarlo.
Il bar dove lavorava Marina, quella gran passerona che rimbalzava di fiore in fiore, premurandosi di sceglierne uno con sempre più grana. Ma se lo meritava. Aveva quel culetto, non rinsecchito come l’hanno le modelle, ma morbido e sporgente come quello delle brasiliane. Le sue gambe facevano fantasticare anche i vecchietti che le chiedevano un bianco alle 10 di mattina. Il suo viso dolce, gioviale e perennemente sorridente, con quei due occhi verde smeraldo che riuscivano a diffondere buon umore anche nelle giornate uggiose di autunno. Nel giro di una settimana al massimo, Arturo ne era certo, sarebbe riuscito a farla sua, viziandola e riverendola come si deve alle principesse.
Il rivendiotore autorizzato Harley Davidson e Buell, davanti alle cui vetrine troppe volte, come un bambino, Arturo si era perso a fantasticare su quell’incantevole modello di Buell Firebolt XB12R nera e gialla da più di 12.000€. Era un vero piacere per i suoi occhi. Portare al lago Marina con quel mezzo, evitando le code che tormentano e rubano fascino a quei fantastici posti. Anche quella l’indomani non sarebbe più stato un desiderio per lui.
L’agenzia viaggi, dove massimo era andato ad acquistare un biglietto del treno per evitare la canicola estiva in coda alla stazione, pure quella da domani sarebbe diventata il suo punto di fiducia per prenotare i viaggi caraibici che avrebbe finalmente cominciato a fare con cadenza semestrale oppure per prenotare la settimana bianca a cavallo di Natale e San Silvestro.
Arturo, dalla poltrona, aveva un occhio puntato sul futuro. Domani sarebbe stato il futuro. Da domani Arturo avrebbe finalmente garantito il rispetto, che sino a quel giorno aveva sempre negato, a quel suo nome mal sopportato.
Domani sarebbe stato tutto ma prima doveva assicurarsi che tutto, quella sera, filasse liscio come l’olio. L’ingranaggio doveva funzionare alla perfezione ed a quel punto tutto sarebbe andato bene. In palio c’erano un sacco di soldi e la possibilità che diventassero ancora di più. Almeno il triplo.

Solitamente, nelle ore che precedevano un colpo, Arturo si sentiva sempre estremamente tranquillo e confidente nella buona riuscita. Ma fino ad ora, si era sempre trattato di piccole cose, una cassa continua da forzare, un bancomat da far saltare, un distributore self service da convincere a sganciare la grana, niente di più. Il rischio che partisse un colpo da un’arma poteva essere causato solo dalla distrazione o dalla leggerezza con cui la si maneggiava ed al massimo avrebbe determinato una fuga più veloce. Stavolta la possibilità che le armi diventassero necessarie era data quasi per certa. Per la prima volta si trovava ad agire avendo di fronte non macchine sputasoldi bensì persone, guardie. Lui, il topo, si trovava ad avere a che fare direttamente con il gatto. In quella circostanza si sarebbe trovato davanti due occhi, scuri o forse chiari non avrebbe avuto differenza, sarebbero comunque stati pieni di vita ed ofuscati da un misto di desiderio di sopravivenza e terrore. Si sarebbero rivelati esattamente uguali a quelli del Pizza o del Torre, probabilmente addirittura identici ai suoi. Non c’era nessuna combinazione da comporre o bancomat da strappare dal muro, doveva affrontare almeno tre uomini armati e corazzati il cui lavoro consisteva nel prioteggere il trasporto dei valori. I dubbi non mancavano, il rischio era obiettivamente molto alto ma mai, nemmeno per un secondo, la sua testa contemplò un ripensamento. Quella sera, non sarebbe più stato un colpo, ma il Colpo. Se tutto finiva liscio, da quel momento, Arturo si sarebbe trasferito in un’altra città, si sarebbe affacciato ad una nuova vita lontano dalla precarietà generata dai piccoli crimini.
Arturo avrebbe cominciato la sua nuova vera vita. Arturo sapeva nel profondo della sua mente che per un criminale, riuscire a cambiare vita è estremamente difficile, quasi impossibile. Questo lo sapeva bene, ricordando uno dopo l'altro tutti i nomi di suoi conoscenti che comunque ed inesorabilmente erano finiti dentro ed una volta riconquistata la libertà, quasi inconsapevolmente si ritrovavano immersi e trascinati nuovamente nel vortice della delinquenza e della criminalità; l'unico stile di vita che conoscevano e che li avrebbe sempre riaccolti a braccia aperte una volta diventati reietti avanzi di galera.

In quel momento Arturo non era tranquillo come al solito. Il pensiero che gli altri suoi complici potessero commettere qualche cazzata, lo rendeva pensieroso e cupo.
Per la prima volta nella sua vita, avrebbe volentieri chiacchierato con qualcuno, cercando di scaricare parte della tensione accumulata e che adesso cominciava a fargli dolere la testa. Una presenza umana, non necessariamente amica, al suo fianco gli sarebbe sicuramente stata di grande aiuto. Ma Arturo non aveva mai avuto nessuno con cui scambiare 4 chiacchiere od affrontare un tema abbastanza personale da esulare dal tempo o dal carovita, dalla politica o dallo sport. In quarant’anni aveva accumulato emozioni, sensazioni, preoccupazioni e quant’altro sotto uno strato di grigia indifferenza. I suoi stati d’animo, come la polvere, erano sempre stati spazzati sotto il tappeto, nascosti solo alla vista ma mai eliminati definitivamente. Intorno a se, come un artropode, un esoscheletro lo schermava, separando quello che provava dentro di se da tutto quello che invece lo circondava. Niente che lo riguardasse personalmente al punto da toccarlo in prima persona lo preoccupava. Non un terremoto, non la morte di un bambino, non un colpo di Stato od una guerra, riuscivano a rubargli un’emozione. Come la pelle di un pescatore dopo decenni di sole, acqua, sale, vento e solitudine non avverte più la differenza tra una carezza ed uno schiaffo, anche il cuore calloso di Arturo era ormai incapace di reagire a qualsiasi stimolo. Ed anche quando qualcosa lo colpiva in quanto Arturo piuttosto che comune essere umano, in ogni caso la reazione rimaneva celata e nascosta dagli occhi, comunque indifferenti, della gente.

Il colpo, da mesi progettato, era all’apparenza abbastanza semplice da realizzare.
Il Pizza, al volante di un’auto resistente, all’altezza di una strada secondaria, avrebbe dovuto superare un furgone portavalori e, rientrando in carreggiata, tagliargli la strada piazzandoglisi di traverso a pochi metri. In senso contrario sarebbero arrivati il Torre ed Arturo con una anonima ma veloce auto utilizzata come ponte, munita di una bombola d’ossigeno ed una fiamma ossidrica. In pochi minuti avrebbero forzato il portellone tenendo sotto tiro le guardie le quali, assicurate sui furti e rassicurate dalle parole che avrebbe pronunciato Arturo, non avrebbero rischiato la pelle consegnando loro il malloppo. Il Pizza avrebbe messo fuori gioco il furgone e, una volta pronti, tutti e tre, con la macchina procurata dal Torre, avrebbero percorso quei pochi chilometri che li separavano dalla Polo arrugginita di Arutro, precedentemente posizionata in uno slargo vivino ad un campo incolto. Una volta incendiata l’auto rubata utilizzata per la fuga, i tre si sarebbero rifugiati in un casolare abbandonato in aperta campagna, ad una ventina di chilometri, dove avrebbero trascorso qualche giorno in attesa che le acque si fossero calmate.

mercoledì 25 luglio 2007

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 4)

Arturo, trovatosi di fronte a quel duello troppo latente per permettersi di pensare ad altre soluzioni, intervenne.
“Ragazzi, cosa sta succedendo qua?” fece con tono paterno e rassicurante da animatore dell’oratorio, con l'intento di non creare allarmismi che avrebbero potuto far degenerare la situazione.
Nessuno dei due duellanti si era accorto dell’intrusione in campo di quello spettatore prima di quelle parole. Con grande stupore per il Pizza e grande rammarico per il Torre, entrambe si voltarono ripettivamente alla propria destra e sinistra in direzione della voce.
Il Pizza, immediatamente, per la seconda volta in dieci minuti, si trovò ad immaginare che quello appena arrivato fosse il vero proprietario della macchina. Dopo qualche secondo di fredda lucidità osservò “no, non può essere il proprietario. Adesso nessuno sta toccando questa cazzo di auto... Ommadonna, vuoi vedere che è uno sbirro in borghese?!”, scongiurò.
Arturo, avvicinandosi lentamente con le mani a mezz'altezza, volutamente ben visibili dal Pizza, si posizionò in un punto formando il terzo vertice di un triangolo isoscele visibile dall'alto. Le loro ombre si allungavano alla sinistra di Arturo per un paio di metri.
“Che cazzo state combinando?” disse poi con tono da maestrino che rimprovera gli alunni.
Il Pizza, frastornato, rimase in silenzio. Non sapeva più a cosa pensare.
”Se questo non è il proprietario e nemmeno un poliziotto... allora chi è sto qua?” continuava a ripensare tra se senza trovare il bandolo della matassa.
“Questo voleva rubare la Delta!”, spiegò con tono colpevole il Torre. “Gli ho detto che è nostra! Ma la vuole lui”.
Seguirono alcuni istanti di silenzio in cui gli occhi di tutti e tre si incrociarono e si lanciarono occhiate incriminatorie.
Finalmente nella mente del Pizza la situazione cominciò a prendere logicità “se non è il proprietario e nemmeno un piedipiatti od un missionario, sta a vedere che questo faceva il palo allo stupido!”.
Il Pizza capì.
Arturo, con fare ora forense, passeggiando in asse, due passi a destra e due a sinistra, esordì arringando “ascolta, mi sembra di avere capito che a tutti noi interessi questo bolide...”.
I due annuirono silenziosamente seguendo i segmenti tracciati da Arturo.
“... Ora ti faccio una proposta! Noi volevamo la Delta solo fare una sgroppata col culo schiacciato su questa mandria imbizzarita e basta. Non ce ne facciamo un cazzo di una macchina che tra meno di 4 ore diventa incandescente come il sole...”.

Arturo ha sempre avuto la capacità di pararsi il culo in qualunque situazione. Questo dono gli ha permesso di arrivare a quarant’anni con poche denunce non penali alle spalle. Quando Arturo spiegava qualcosa nel 99% dei casi riusciva strappare consensi e conversioni. Avrebbe sicuramente avuto successo come commerciale se solo avesse intrapreso quella strada anzichè perdersi nel dedalo del crimine.

“... Se tu vuoi questa macchina, non c’è problema. Non abbiamo niente in contrario, anzi. Ce la lasci qualche ora, il tempo necessario per provare un pò di brividi, poi te la prendi, la porti dove ti pare e non ti fai più vedere!”, Arturo concluse mimando con le mani la fine.
Il Torre, con il suo faccione illuminato dalla luna e striato ad intervalli irregolari dal lampione moribondo, lasciava trasparire soddisfazione ed ammirazione nei confronti di Arturo. Il Torre era la corazza ed Arturo la ragione. Insieme erano una macchina da guerra oliata pronta a qualunque evenienza. Erano un carroarmato ben pilotato.
Il Pizza, esterefatto dal tipo di proposta, finse di pensarci qualche istante non lasciando trapelare alcuna emozione. In cuor suo, si sentiva soddisfatto ma non voleva dare subito la soddisfazione a quel tizio di accettare la proposta. “Nemmeno il rischio di perdere un dente od un occhio”.
Passarono alcuni secondi, poi, con un cenno verticale del viso accettò "ochei, ci sto!".

In pochi minuti, i tre avevano già aperto la macchina e, col motore acceso si erano presentati ed accordati sul da fare in seguito. Con qualche risata e pacca sulle spalle uscirono dal parcheggio a bordo della Delta HF Integrale Evoluzione pronti per correre un rally notturno. Poi, avrebbero consegnato l’auto nelle mani del Pizza.
Arturo al volante, il Torre al suo fianco lato passeggero ed il Pizza dietro si avviarono senza fretta verso la vicina campagna.
Imboccarono la prima strada bassa poco fuori città, quella che costeggiava il fiume.
Arturo fermò la macchina all'imbocco, dove finiva l'asfalto e cominciava lo sterrato. “Allora siamo d’accordo! Io faccio la prima mezz’ora, poi tocca a te” disse indicando il Torre, “e poi, se vuoi provi tu; altrimenti ci riporti in città e vai dove vuoi con la Delta!”. Erano tutti d’accordo e si strinsero le mani come impegno solenne.
Si allacciarono le cinture di sicurezza, Arturo regolò meglio il sedile alla sua stazza, accese tutti fari in dotazione al bolide e, in folle, cominciò a far salire di giri il motore.
WROOM. WWRROOOMM. WWWRRROOOOOOMMM.
Facendo tre volte pressione, sempre un pò più forte, sull’acceleratore si sentì il motore rispondere scuotendo nervosamente l’abitacolo come la centrifuga di una lavatrice. La terza volta che premette l’acceleratore, la lancetta del contagiri sfiorò i 5000 giri al minuti.
Pieno di adrenalina, Arturo era pronto a lasciare la frizione per dare inizio al rally. Ingranò la prima marcia. Lanciò un'occhiata d'intesa ai due e mollò la frizione di colpo. Si sentirono le quattro ruote motrici slittare all’unisono sulla ghiaietta fina della strada. Il motore salì velocemente di giri mentre l’auto si trovava ancora pressochè ferma nello stesso punto. Proprio come in un cortone animato, prima di muoversi passò qualche frazione di secondo interminabile in cui gli pneumatici cercavano disperatamente di fare presa su qualcosa. Quando tutti i più di 200 cavalli si sprigionarono scaricando tutta la loro forza sulla terra, l’impressione che provarono i tre a borbo fu simile a quella del decollo di un aereo. I corpi dei tre ragazzi furono schiacciati a forza contro gli schienali profondi ed ergonomici della Delta HF Integrale Evoluzione. I sassi impazziti, sparati a velocità incredibile dagli pneumatici, rimbalzavano sulla carrozzeria provocando rumori metallici fitti e secchi simili ai chicchi di grandine. Nell'abitacolo il rombo del motore montava sempre più dando l'impressione di averlo sotto il sedile. Arturo inserì rapidamente la seconda mentre il bolide inghiottiva già decine di metri alla volta e, solo per pura ingordigia, provò anche la terza. Il volante sotto la presa serrata di Arturo cercava di divincolarsi e disarcionargli le mani. Il grip che ricopriva il volante asciugava il sudore che l’agitazione di Arturo faceva sgorgare dai suoi palmi. Le vibrazioni aumentavano proporzionatamente alla velocità. Il rettilineo davanti a loro sembrava accorciarsi alla velocità della luce. Il manto sconnesso della stradina sommato alla reazione delle pronte sospensioni Mc Pherson, faceva sussultare l’abitacolo, mettendo qualche centimetro di vuoto tra il sedile ed il culo dei tre ragazzi, ogni qualvolta prendevano una buca. Quando le ruote si trovavano a girare a vuoto, il motore suggiva salendo di giri ed una volta riatterrati imprimeva una nuova accelerazione all'auto.

“Garda quanto facciamo, veloce, guarda a quanto siamo che devo mollare!” ordinò Arturo al Torre.
“Centoventi, centoventicinque, centotrenta, cazzo ma questa vola!” disse il Torre con una soddisfazione ingenuamente infantile.
Artuto non conosceva quella strada. Non la aveva mai percorsa. Sapeva però che il fiume in quella zona disegnava una abbondante S. Sapeva anche che quella su cui stavano correndo il loro rally era la strada dell’argine del fiume. Prima o poi si sarebbe aspettato la curva.
Al limitare della zona illuminata dalle due file sovrapposte di fari scorse, finalmente, l'attesa curva sulla destra. L’entità della curva gli era sconosciuta quanto la presa delle gomme in frenata sulla superficie scivolosa della ghiaia. Avrebbe potuto trattarsi di una curva di 100 gradi come di una di soli 40. Lo avrebbero scoperto nell'arco di pochi secondi.
Arturo impugnò la leva del cambio lasciando sul volante l’impronta di sudore della sua mano sinistra. Nessuno la notò. Mollò il pedale dell’acceleratore e con un rapido spostamento dei piedi, scalò in seconda imballando un pò il motore.
Con in corpo la sicurezza e l’esperienza di Miki Biasion fece una leggera pressione sul pedale centrale del freno cercando di non bloccare completamente le ruote. Il motore, appena Arturo rilasciò la frizione, ruggì come un leone facendo godere delle sue vibrazioni i tre ragazzi a bordo. Stavano provando un’esperienza che pochi ragazzi all’epoca avevano il privilegio di sperimentare.
Al giorno d’oggi basterebbe andare in un qualunque parco di divertimenti per provare sensazioni molto più estreme, paragonabili al decollo di uno Shuttle od alla decelerazione di una Formula Uno. Loro non lo avrebbero mai potuto immaginare e continuarono a godersi quel momento.
Man mano che i fari inghiottivano la strada, Arturo sentì montargli dentro un senso di impotenza che, più il bolide bruciava metri, più aumentava in lui. Quando la strada fu tutta illuminata, la gioia che fino a quel momento aveva pervaso gli animi di quei tre giovani e si poteva respirare dispersa nell’abitacolo, in un baleno scomparve lasciando spazio alla preoccupazione. La curva che dovevano affrontare era in realtà un gomito a meno di 90 gradi. Arturo dalla delicatezza con cui fino ad allora aveva accarezzato il pedale del freno, sgranando gli occhi, passò ad esercitare tutta la forza che aveva in corpo per cercare di fermare la corsa di quel cazzo di razzo a quattro ruote. Il Torre ed il Pizza, con la bocca spalancata non riuscirono ad emettere alcun grido, bloccati, non tanto dal senso del pudore quanto piuttosto dalla repentinità della situazione. Il terrore si era impossessato delle loro facce e, dentro di ognuno di loro, c’era spazio solo per la speranza.
La Delta HF Integrale, ad una velocità almeno tripla a quella massima consentita per affrontare una tale curva, slittò sulla ghiaietta scartando lateralmente come fosse un copertone di camion sul giaccio. Tutti e tre si appiattirono istintivamente al sedile cercando con le mani appigli che non trovavano. Lo stesso Arturo aveva mollato l’inutile volante puntellandosi con entrambe le mani al tetto dell’abitacolo.
La Lancia Delta HF Integrale impazzita e fuori da ogni controllo umano, carambolò prima in un campo e, senza ribaltarsi, urtò di striscio un pioppo centenario con la fiancata destra e finì la pazza corsa con un salto nel vuoto di almeno due o tre metri. La Delta HF Integrale Evoluzione atterrò, sulle ruote, in uno stagno quasi aciutto utilizzato per l’rrigazione.
Il colpo al momento dell’atterraggio fu secco e laterale seguito da un boato sordo. I fari, ancora accesi, illuminavano qualcosa di marrone indefinibile davanti a loro. Il vetro anteriore, crepato in diversi punti, era rigato da spruzzi di acqua melmosa verdognola. Nell’abitacolo cominciò ad entrare del fumo bianco e denso dai bocchettoni dell’aria. Avvolti da un’odore di zolfo misto plastica bruciata, i tre si ricomposero sui sedili. Si squadrarono senza dirsi nulla e in un baleno, slacciate le cinture di sicurezza, cercarono di aprire le portiere. Quelle di destra, ovvero la fiancata che aveva impattato il pioppo, erano bloccate. Appena Arturo aprì a fatica la sua, nell’abitacolo entrarono trenta centimetri di acqua putrida e puzzolente da far venire il volta stomaco. Non avevano tempo per schifarsi dell'acqua. Uscirono dall’abitacolo e, in un metro di fango e melma, si trascinarono sul bordo dello stagno mentre dall’abitacolo continuava a fuoriuscire del fumo denso e bianco che contrastava con il buio scuro della notte. Tutti e tre in fila, seduti con le gambe a penzoloni sul bordo dello stagno. Restarono in religioso silenzio una decina di minuti ad osservare la Lancia Delta HF Integrale fumare con i fanali ancora accesi, mezza sprofondata nella fanghiglia dello stagno.
Poi Arturo ruppe il silenzio “ma quanto cazzo corre quella macchina... dovrebbero vietarla!”.
Una risata collettiva e catartica segnò la fine della tragedia scrollando di dosso la paura dai giovani e consacrando quella cazzata ad essere raccontata come aneddoto divertente agli amici ed alle ragazze.

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 3)

Il primo incontro tra il Pizza, Arturo ed il Torre ebbe a dir poco dell’epico.
Il Torre ed Arturo conobbero il Pizza per la prima volta nel parcheggio di una discoteca della zona, dove, ignorando ciascuno l'identità dell'altro, si trovarono a contendersi una macchina da rubare. Tutti più o meno coetanei, con un pregresso più o meno simile, alle tre di quella stessa notte, vennero a conoscenza gli uni degli altri. L’auto contesa era un bellissimo modello di Lancia Delta HF 16 valvole Evoluzione a trazione Integrale da più di 200 cavalli. Era un gioiellino che riassumeva potenza e bellezza. Una bomba. La sola vista ne usciva appagata ancor prima di aver provato la bruciante accelerazione sciogliendo le briglia della mandria di cavalli che nitrivano sotto il cofano. Un insieme di linee secche e spigolose condite da bombature laterali che davano l’idea di contenere a fatica l’esuberanza della potenza del motore. Faceva gola a tutti quella super car italiana.
Al Pizza interessava per un motivo meramente economico; aveva una commissione. La consegna dell’auto al ricettatore gli sarebbe fruttata la bellezza di 2 milioni di lire. Una cifra stratosferica per mezz’ora di lavoro in tutta sicurezza. Gli era capitata una vera occasione. Con quella cifra un ventenne come il Pizza aveva le idee ben chiare sul da farsi: qualche mese da nababbo tra lussi e donne.
Il Torre ed Arturo invece, volevano semplicemente togliersi lo sfizio di provare il brivido di pilotare il miglior stallone a quattro ruote sul mercato, in un improvvisato rally notturno nella campagna della bassa. Solo il brivido di sfrecciare a più di 100 chilometri all’ora per le stradine sterrate vicine all’argine del fiume, li scuoteva e li eccitava come bambini davanti ad un flipper. In tutto un’oretta di vero svago adrenalinico, niente di più.

“Ehi tu! Che cazzo stai facendo?” disse il Torre indicando il Pizza che, accovacciato accanto alla macchina, con un cacciavite in mano stava cercando di forzare la serratura del lato passeggero.
Il Pizza, temendo di essere stato beccato in flagrante dal proprietario, irrigidì i muscoli del corpo e con uno scatto violento si sollevò.
“Ehi capo, dov’è il problema? Non sto facendo nulla di male. È che nel pisciare ho perso le chiavi della mia macchina e le sto cercando!”, fu quanto in quattro e quattr’otto riuscì ad arrabattare il Pizza con una prontezza di parola tale da dissimulare il suo reale stato d’agitazione. Dentro di se il cuore pulsava talmente forte che lo sentiva spingergli il sangue sino in bocca. Improvvisamente sentì il bisogno di respirare più ossigeno e la respirazione si fece più profonda ed affannata. Il petto si gonfiava sotto la maglia e subito dopo si svuotava facendo vibrare le narici come fossero le froge di un cavallo affannato. Cercò di placare il tremore che nel frattempo aveva cominciato a manifestarsi impadronendosi dei suoi arti superiori. Una leggera forma temporanea di Parkinson che avrebbe potuto compromettere la sua fermezza.
“Sarà meglio per te!” continuò il Torre minaccioso distogliendo l'attenzione del Pizza dal tremore.
“Perchè questa macchina l’ho vista prima io e se non vuoi finire nel tuo pisco a cercare oltre alle chiavi anche i tuoi denti, farai meglio ad andare a scegliertene un’altra. Capito?”. Il Torre era in gamba sotto tutti gli aspetti, peccava solo in quanto a sufficienza e modestia. Questo non gli facilitò di certo in nessun caso la vita, soprattutto quando si trovò di fronte un suo clone.
Una volta capito che quell’essere enorme che il Pizza si trovava davanti altro non era che un suo concorrente, un ladro d’auto proprio come lui, il sangue cominciò a rallentare ed il tremore si placò lasciando un velo di gelido sudore sulla fronte e nell'incavo della spina dorsale. Riacquistò velocemente sicurezza e fermezza. Un senso di rilassamento lo pervase da capo a piedi e, con sangue freddo, serrando bene la mano attorno al manico del cacciavite appiattito lungo la coscia destra, gli annunciò “mi spiace per te amico! Ma questa l’ho vista prima io! Quindi chi deve levare i tacchi sei proprio tu! Guarda” aggiunse indicando con la mano sinistra, in un movimento a ventaglio da destra a sinistra, l’intera ampiezza del parcheggio “ne hai quante ne vuoi, qui, di macchine”.
L’affronto non fu gradito dal Torre. Nessuno poteva rivolgersi al Torre in quel modo. Il Torre possedeva uno dei ganci più potenti della provincia e forse dell’intera regione. Dopo anni ed anni di scazzottate, ormai non gli serviva nemmeno più dimostrare la sua superiorità fisica sugli altri. Si era già conquistato il rispetto ed ora tutti lo conoscevano evitando accuratamente di provare la forza del suo destro. Le dita del Torre automaticamente, senza alcuna volontà, presero ad accartocciarsi come canne mosse dal vento. Chiunque lo conoscesse un minimo sapeva leggere in quella mossa un preludio di polvere, sangue e denti rotti. “E questo coglione chiccazzo è per rivolgersi a me in questo modo?”, chiese al suo cervello. Ricordandosi del supporto che la chiave inglese infilata nella cintola dei pantaloni poteva offrirgli in caso di pericolo, il Torre, convinto comunque che non ne avrebbe avuto bisogno, si diresse lentamente, mettendo un oasso davanti all'altro, verso quel ladruncolo irriverente del cazzo. Fisicamente il Torre non si lasciò intimorire dalla stazza di quel cazzone, peraltro inferiore alla sua. Nonostante il chiarore della luna facesse luccicare qualcosa che avrebbe potuto essere un coltello od un cacciavite, nella mano destra di quel tizio, il Torre continuò ad avanzare fissandolo dritto negli occhi cercando di leggere le sue intenzioni. Come due predatori, si studiavano a vicenda riproponendo le stesse mosse e le stesse espressioni. Sembrava quasi che dei due solo uno fosse quello vero e l'altro niente più di una semplice immagine riflessa da uno specchio.
Arturo, che nel frattempo stava di gardia sul viale che porta alla discoteca attento che non sopraggiungesse nessuno, sentendo quell’attaccabrighe del Torre parlare ad alta voce e con tono abbastanza minaccioso, conoscendo bene il suo carattere, si insospettì.
“E adesso cosa gli è saltato in mente a quel decerebrato?” pensò mentre si incamminava con un buon passo nella direzione dalla quale provenivano le voci.
Quando Arturo arrivò in corrispondenza della Delta HF Integrale Evoluzione, si trovò davanti una scena degna di essere diretta da Sergio Leone in persona.
Un refolo di vento alzava una nuvoletta di polvere dal suolo sterrato del parcheggio, dissolvendola a mezz’altezza nell'aria. La luna, quella notte luminosa, dall’alto, inondava con i suoi raggi decisi e caldi tutto quello le stava sotto, compresi quei due pazzi mitomani e la Delta HF Integrale Evoluzione. In lontananza, i decibel delle casse dalla discoteca, creavano un sottofondo di dance music un pò fuori tema. Qualche uccello notturno, probabilmente un pipistrello o forse una civetta, lanciava fischi minacciosi e funerei che rompevano la monotonia delle note dance diffuse dalla discoteca. Un faro che, lampeggiando minacciava di fulminarsi a breve, lanciava psichedeliche vampate di luce sui due individui. Il Torre aveva a pochi passi, tre o quattro al massimo, dal suo destro il naso di un altro ragazzo che in pugno, di tutta risposta, lambiva minaccioso un cacciavite di almeno 25 centimetri. Se quel cacciavite avesse penetrato la pelle del Torre, molti meno centimetri sarebbero bastati per spedirlo all'altro mondo. L'adrenalina, in quei due corpi stava diminuendo vertiginosamente la loro capacità di valutare i rischi. Arturo, nella sua lungimiranza, capì che, se avesse tardato di qualche secondo il suo intervento, probabilmente qualcuno si sarebbe fatto male ma, certamente, qualcun’altro sarebbe morto. Il suo intervento sembrava richiesto dall’alto, dalla regia o da una voce fuori campo. “Arturo, fai qualcosa al più presto! Prima che quel pazzoide del Torre ceda alla ghiotta tentazione di spappolare il naso e la mascella di quell’incoscente che gli sta davanti”, si impose. Dallo sguardo che Arturo lesse sulla faccia livida del Torre capì che ormai era questione di secondi. Sarebbe bastata una mosca per far scatenare un putiferio e sporcare di rosso la terra del parcheggio impregnandola di sangue.

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 2)

Il Pizza avrebbe dovuto procurare la macchina ariete, “solida e robusta”. Avevano deciso che sarebbe dovuta essere “una di quelle con la carrozzeria tosta ed il motre di un trattore, tipo una Mercedes 200 degli anni ’90, una di quelle che anche se te la rubano non ti cambia la vita”, aveva detto il Torre. Con quelle parole il Torre non cercava un'attenuante al furto cui addurre una volta giunto al cospetto del Signore quanto piuttosto un vantaggio in termini di tempo. La denuncia avrebbe, probabilmente, tardato ad arrivare alla polizia giusto quella manciata di minuti che si sarebbero rivelati preziosissimi nell'economia del colpo.

Arturo aveva conosciuto il Torre ai tempi del primo riformatorio. Il loro primo incontro rimase scolpito nella memoria di Arturo come la data del suo compleanno. Il Torre finì dentro per aver taccheggiato, per diverse settimane consecutive, lo stesso minimarket del suo quartiere. Aveva cominciato rubando poca roba, due o tre confezioni di caramelle. Poi man mano che il gioco si faceva troppo semplice, alla necessità delle caramelle si sostituì quella di sfidare la sorte. Il primo motivo che lo mosse ai successivi furti fu il bisogno di appagamento che solo una scarica intensa di adrenalina sapeva regalare. L'azzardo del mettersi in competizione con la sorte. La sfida lanciata al destino lo faceva sentire grande, potente donandogli l'inpagabile sensazione di superiorità rispetto agli altri esseri umani. Dunque cominciò a sgraffignare anche oggetti dei quali, una volta fuori dal market, smaltita l'eccitazione e placato il brivido per aver violato un comandamento con la sua sola abilità, se ne sbarazzava gettandola nella spazzatura o regalandola ai suoi amici. Penne, quaderni, confezioni di caffè in chicchi, fazzoletti di carta ed altre futilità erano le preferite dal Torre. In preda al bisogno di osare sempre un pò più della volta precedente, un giorno, mentre il commesso era distratto ad asciugare l’olio di una bottiglia rotta, il Torre si avvicinò al registratore di cassa lasciato incostudito. Come prima cosa cercò invano di aprire il cassetto schiacciando a caso alcuni pulsanti della tastiera. Il cassetto non si aprì ma in compenso il registratore si mise a fischiare fastidiosamente. Allora il commesso, richiamato dal sibilo proveniente dalla sua postazione di cassa, voltò lo sguardo e vide il Torre che armeggiava attorno alla macchina. I loro sguardi si incrociarono. Il Torre vide lo stupore e la preoccupazione per quanto stava accadendo riflessa negli occhi del commesso. Il commesso invece si scontrò con uno sguardo felino che diffondeva un senso di sfida e consapevolezza della propria superiorità. Il Torre in un attimo, inpotente di fronte alla combinazione per aprire il cassetto delle banconote, prese l’intero registratore sotto braccio e si lanciò in uno scatto verso l’uscita. La fuga fu breve. Il filo di alimentazione del registratore non era più lungo di un metro e mezzo, ovvero, quei 2 o 3 secondi in cui il Torre credette di farcela. Quando il filo si tese al massimo della sua estenzione, il Torre, lanciato in corsa, d’un tratto avvertì uno strappo in tutto il suo fianco sinistro del corpo seguito da un immediato dolore lancinante. Il registratore ed il Torre si ritrovarono entrambe stesi sul pavimento in linoleum uno di fianco all'altro.

Il Torre era orfano di padre e, quella che avrebbe dovuto avere come madre, era in realtà solo 12 anni più vecchia di lui. Appena nato, sua madre decise di affidarlo alle cure dell’Istituto Antoniano Rogazionisti, dove crebbe rigoglioso ed ebbe modo di prepararsi al riformatorio. Il Torre, al secolo Anselmo, era il classico esempio di ragazzo “difficile”. Alla ragione ed alle discussioni, supportato da una natura clemente che a 13 anni lo dotò di 1 metro e 80 di statura, preferiva la violenza e spesso la prepotenza. Gli piaceva essere rispettato ed onorato da tutti i suoi compagni di sventura e ci riusciva a suon di scazzottate.

Il Torre, era incaricato di trovare il mezzo adatto alla fuga. Una macchina veloce, resistente e che non desse troppo nell’occhio. “Ci serve una BMW X5, una di quelle che nemmeno dio in mezzo alla strada riuscirebbe a fermare”, sentenziò il Pizza, “oppure una piccola scheggia del tipo Golf GT”, concluse.
“Senti, ma se tu sei così bravo ed hai le idee così chiare perchè non ci vai tu a rubarne una”, disse il Torre indicando con un indice inquisitoriamente teso il Pizza.
“Perchè? cosa credi? che rubare un carrettone di vent’anni sia più semplice? Torre, beato tu che non capisci proprio un cazzo...” ruggì con fare denigratorio.
Il Torre non lo lasciò nemmeno finire la frase che, con un tono della voce minaccioso come il cielo di autunno, coprì la voce del Pizza con “sai cosa ti dico! Che mi hai rotto le palle! e che se sei tanto bravo, fallo da solo il colpo e vaffanculo!”. L’ultima parte il Torre la ringhiò nervosamente in faccia al Pizza condendola con piccole goccie di saliva che nella foga andarono ad imperlare il tavolo della cucina di Arturo.
Il clima si stava scaldando troppo e, se è vero che due stupidi non ne fanno uno intelligente, Arturo si premurò di mettere fine alla diatriba con il suo potere carismatico. “Ehi ehi, ragazzi. Che cazzo vi succede. Tutti siamo nervosi, ochei, ma litigare per delle stronzate come queste è l’ultima cosa che ci serve. Ora mettiamoci tranquilli ed ognuno di noi faccia quello che sa di dover fare senza interferire con gli affari degli altri. Sono stato abbastanza chiaro?” domando retoricamente.

Mancavano due giorni al colpo e da quel momento Arturo aveva deciso “da ora al momento del colpo, nessuno di noi e per nessun motivo al mondo deve comunicare con gli altri. Intesi? Da adesso si comincia a giocare... quindi basta cazzate!"

Il Pizza non era cresciuto in orfanotrofio e non era mai entrato in riformatorio pur essendo orfano dei genitori e delinquente fin dalla nascita. La condizionale l’aveva sprecata di recente a causa di troppo leggerezze in piccole cose, ed ora, con gli altri, era alla ricerca del posto che gli spettava in società ma che, fino a quel momento, gli era sempre stato negato. Il Pizza, sino ai 16 anni di età, era cresciuto con la “sorella della madre” fervente cattolica, che però non ha mai chiamato zia, dopodichè, una mattina prese armi e bagagli e senza salutare o dir nulla a nessuno, cercò la sua strada. Se l’era sempre cavata in qualche modo. Spesso la fortuna lo aveva tenuto stretto accanto a se. Di espedienti ne conosceva in abbondanza. Sosteneva di essere un “self made man” nel senso che Si era fatto uomo da solo, senza aiuto e senza aver mai avuto qualcuno che gli tendesse una mano. Era molto orgoglioso della sua vita trascorsa e non accettava osservazioni o consigli da nessuno. Anzi, lo facevano prorio incazzare, “non ho mai avuto una madre che mi dicesse quello che dovevo fare e questo stronzo cosa fa? Vuol cominciare adesso senza essere nemmeno lontanamente simile a mia madre...”, era quello che vomitava addosso, rabbioso come un cane randagio, a chiunque ci provasse.

martedì 24 luglio 2007

Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 1)

La prospettiva per quella mattina non era delle più felici.
Un cielo color d’ottobre andino in una giornata di maggio padano era, a dir poco, fuori luogo come una confezione di panettone a Ferragosto in riva ad un affollato mare melmosamente torbido.
Dieci ore di ovattato sonno erano proprio quello che gli sarebbe servito, così come una donna, una macchina nuova ed un cane anche in ordine diverso. La sera precedente era uscito di casa con il proposito di bere un goccetto prima di abbandonarsi alle lenzuola ruvide di un letto sempre troppo spazioso.

Erano troppi anni ormai che conduceva una vita zoppicante, incerta, da poco, in saldo; proprio una di quelle vite che nessuno vorrebbe nemmeno regalata. La sua carrozzeria, all’alba dei quarant’anni, cominciava a mostrare segni di ruggine su ogni superficie ed il suo viso in particolare era sempre più segnato da lunghi solchi che lo tagliavano in lungo e in largo come graffi traccitai da un teppistello quattordicenne con la chiave del motorino. Le sue rughe erano ormai come certe grondaie ossidate e scure che si sporgono dalle facciate di qualche palazzo che visse tempi sicuramente migliori. Troppe erano state le notti trascorse parcheggiato sul trespolo ammuffito di un bar umido o quelle dimenticato lungo strade fredde e sporche.

Tutto era pronto. Tutto era stato minuziosamente programmato. Ogni eventualità vagliata. Si sarebbe trattato di provare, per l’ultima volta prima di un meritato ritiro dal crimine, quell’adrenalina e quello stato di agitazione che provò per la prima volta ventisei anni prima.

In quella circostanza, era entrato in un'edicola del centro per comprare, con i pochi spiccioli raccimolati nelle tasche della borsa di sua madre, un fumetto. Arturo era un fan sfegatato dei supereroi ed in prima fila, tra i suoi preferiti, alloggiava il grande Spiderman. Quel pomeriggio, una volta arrivato dinnanzi alla cassa dell’edicola, Arturo aveva, davanti a se, due persone in coda per pagare. In quell’attesa un qualcosa che solo successivamente descrisse improvviso come "il cane che picchia sul tamburo", scattò in lui. Un senso di frizzante benessere gli pervase d’un tratto il corpo. La mente prese a correre all’impazzata fantasticando su cosa sarebbe riuscito a comprare con quelle poche Lire risparmiate non pagando l’albo di Spiderman. Probabilmente sarebbe riuscito a prendere un gelato oppure un bel sacchetto di caramelle oppure un altro albo, magari quello di Hulk. Nei suoi occhi sgranati si rifletteva la luce asettica del neon sopra la cassa e nelle sue orecchie il brusio della città rimbombava prepotentemente. Tra le mani teneva un fumetto che aveva come protagonista un ragazzo all’apparenza del tutto normale, per non dire addirittura un pò sfigato, che nascondeva però dei superpoteri. Solo lui ed i suoi nemici lo sapevano. Quel ragazzo, un pò, lo disturbava e gli creava un senso di incomprensione. Lui, giovane, che con i suoi poteri avrebbe potuto fare tutto quello che avesse desiderato, nella vita comune, invece, passava sempre come quello più imbranato. Questo Arturo non lo condivideva. Da tempo pensava alla possibilità di incontrare per strada qualcuno che, insospettabilmente, sotto gli abiti civili, normali, celasse in realtà un'agilità da insetto, un'abilità da ninjia ed una forza mostruosa. “Magari anch’io possiedo dei superpoteri e non lo so, ma se trovassi il modo per utilizzarli farei…” e spesso si perdeva per ore a fantasticare su cosa avrebbe fatto, chi sarebbe diventato e via discorrendo.
Il sudore, in rivoli, cominciò a solleticargli la schiena ed il costato. I palmi delle mani erano scivolosi e freddi. Tutto d’un tratto, non rispondendo più agli impulsi volontariamente impartiti dal cervello al corpo, con una mossa tanto veloce quanto sospetta, con la mano sollevò la parte bassa della maglietta bianca dei mondiali ed adagiò, aderente all’addome umido, la copertina del fumetto. Nessuno pareva averlo notato. Ora aveva davanti a se solo una signora intenta a cercare le monetine per pagare la copia di Famiglia Cristiana e dell’Avvenire. Sempre guidato da una forza a lui estranea, Arturo con una camminata innaturale e con i lineamenti del volto tesi, si diresse verso l’uscita scansando la signora e, senza pagare, si buttò nel Corso. Man mano che si allontanava dall’edicola, dentro di lui, quel senso di appagamento e di benessere che solo negli anni successivi imparò a procurarsi, montò sino a raggiungere livelli mai provati prima. Non si voltò mai a guardare dietro di se ma il suo orecchio, per qualche decina di metri ancora, restò teso nel tentativo di percepire il benchè minimo segnale di allarme. Le gambe erano dure e cariche di dinamite. A qualunque avvisaglia di pericolo, Arturo avrebbe acceso la miccia e si sarebbe lanciato in una corsa supopersonica lasciando la gente esterefatta e gli inseguitori con un pugno di polvere.
Ormai era lontano dall’edicola, abbandonò il Corso per imboccare un viottolo più isolato e meno affollato sulla sinistra. Sul suo viso si delineò un sorriso compiaciuto e complice di se setesso. L’adrenalina, ormai raggiunto il livello massimo, lo fece sentire invincibile, unico, mitico, eroico. Quando la sua esaltazione accennò a diminuire, avvertì il bisogno di gustarsi tutto il piacere della refurtiva. Camminando verso i girdinetti, dentro di se si ripeteva “sono un ladro, ho rubato e non se ne è accorto nessuno. Sono il migliore...” ed in un crescendo di autocelebrazione, inconsapevolmente fece ingresso nel variopinto mondo dell’azzardo votandosi al crimine.

Il tutto si sarebbe svolto in tutta tranquillità in una manciata di ore.
Adesso si trattava solo di attendere che il tempo facesse il suo corso con la stessa continuità e costanza tenuta sino a quel momento. Doveva rilassarsi e liberare la propria mente. Sulla testa avvertiva tutto il peso dell'importanza di quanto stava per accadere.
"Faber est suae quisque fortunae" si ripeteva meccanicamente ignorandone il concetto più profondo.

mercoledì 18 luglio 2007

Jim Morrison, Dean Moriarty e Arturo

Jim Morrison, tutti sanno chi è.
Neal Cassady, un pò meno (paradossalmente i più lo conoscono come il grande Dean Moriarty).
Arturo, quasi nessuno lo conosce.

Arturo, tra i tre, è l’unico che potete, ancora oggi, incontrare per strada od al pub. Quindi affrettatevi.

Ho sempre vissuto all’ultimo piano delle case o dei palazzi in cui ho abitato. Ho sempre sofferto un caldo boia d’estate. Mi sono sempre lamentato delle almeno 14 rampe di scale quando non c’era l’ascensore.
Oggi sono nella mia nuova casa (la 4° in due anni). Abito al sesto piano di un palazzo di sei piani senza ascensore. Anche stavolta è l’ultimo. La domanda mi sorge spontanea nonostante faccia di tutto per soffocarla col proprio cordone ombelicale e farla passare per una semplice e tragica “morte bianca”. Ha la meglio lei, come sempre.
“Ma sono masochista/coglione o non mi fido del mio istinto?”.
L’unica cosa che so è che una volta, quando mi si proponeva una scelta tra A e B, la decisione che travagliatamente prendevo, alla fine, si rivelava essere sempre o la più difficile da percorrere o la più sbagliata. Col tempo ho imparato a pensare ed a scegliere. Come uno che ha l’orologio avanti di 7 minuti e lo sa. Arriverà sempre e comunque in orario, ammesso che lo voglia. Quindi tirando le somma, se il mio istinto sembra spingermi verso l’appartamento del 2° piano piuttosto che quello del 6°, senza pensarci una volta di troppo, nuoto salmonescamente controcorrente e propendo per la scelta che meno mi ispira confidando di aver preso la decisione migliore. Ancora non mi sono pienamente convinto ma nel dubbio, persevero.

Leggere mi fa venire sonno ma mi piace. Per fortuna anche dormire mi piace. Ovunque, proprio come leggere.

Ieri mi sono svegliato in una sindone di sudore ed in preda ad un miraggio. Per il caldo che arroventava la mia camera in particolare, sono certo che non si trattasse di un sogno bensì di un vero e proprio miraggio. Il caldo di questi giorni si è fatto largo a gomitate nella mia vita e saltando la lunga coda di impegni che avevo, mi si è piazzato davanti insistentemente in prima fila come un abbonato Rai. Nell’arco della giornata non riesco più a pensare ad altro che esuli dal “come sconfiggere o almeno sopportare il caldo”. Niente più sogni erotici la notte, meno birra durante la giornata, spossatezza e secchezza delle fauci. Se stessi assumendo farmaci potrebbe non essere altro che un semplice effetto collaterale od una mia intolleranza alla sostanza. Basterebbe smettere di prenderlo e tutto svanirebbe in pochissimo tempo, come la nebbia in luglio alle 5 di mattina.
Il senso di impotenza che il caldo mi infonde genera automaticamente insicurezza in qualunque cosa faccia, e se non l’ho ancora fatta, mi toglie addirittura la voglia di cominciare. Cercando il lato positivo di questa tragicomica situazione, potrei almeno dire che, da quando si muore di caldo, non lascio più nulla di incompiuto.
Ieri mattina, fradicio come un presentatore in frac sotto i riflettori in uno studio televisivo, avevo un solo unico desiderio talmente bramato da assurgere al ruolo di vera e propria necessità.
Dovevo assolutamente bere.
Lucido come mai mi capita di esserlo appena sveglio, con una razionalità che sfiorava l’assoluto, mi sono precipitato, evitando gli occhiali accanto al letto che in altre circostanze avrei sicuramente schiaccito –ed a piedi nudi, spiace, certo per gli occhiali, ma anche per la propria incolumità-, in direzione della cucina. Ho percorso a velocità sostenuta il corridoio in penombra, saltato l’infingardo scalino che per la monocromia del klinker si rende impercettibile ed in derapata a sinistra mi sono immesso in cucina. Quando sono talmente vicino al raggiungimento di un obiettivo, spesso mi capita di assaporare già il piacere della soddisfazione ancor prima di averlo fatto, abbandonando la dedizione. Ieri mattina tenevo la leva del frigorifero stretta nel palmo della mia mano destra viscida e, pavlovianamente, l’arsura alla gola, il caldo insopportabile ed il sudore bollente che mi ricopriva il corpo, altro non erano che un lontano ricordo, solo una sensazione da tempo lasciata alle spalle. Un brutto ricordo che, con la stessa velocità con cui lo avevo lasciato, nel medesimo istante mi si è fiondato addosso con una intensità almeno quadruplicata quando, aperta la porta del frigo, l’unica cosa liquida che riuscivo a vedere era la salsa scura ed oleosa di soia. Non nascondo che, lì per lì, in un nanosecondo, mi è balucinata l’idea –che si sarebbe sicuramente rivelata mortale- di dargli un sorso. Con la stessa ascetica difficoltà con cui un uomo vivo ed eterosessuale riesce a trattenersi dall’espletare un bisogno tanto primario quanto per l’appunto bere, ho cacciato dalla mia mente con una tale fermezza che mai avrei creduto di possedere, l’idea di dissetarmi con salsa di soia. In quella situazione tragicissima che non auguro a nessuno se non per scopi scientifici, ho cominciato a perdere sicurezza in me stesso. La mia prima reazione alla visione del frigorifero vuoto non è stata accettare l’oggettività della situazione bensì mettere automaticamente in dubbio la capacità del senso che mi impedeva di vedere la bottiglia dell’acqua: per l’appunto la vista. Era talmente tragico e sconcertante quello che stavo vedendo che inconsapevolmente lo spirito di sopravvivenza mi ha spinto a soccorrere la vista deficitaria con la concreta obiettività del tatto. Con le mani che si muovevano fuori dal mio controllo, in spasmodiche roteazioni ed affondi, stavo man mano perdendo fiducia anche in quest’ultimo senso. Me ne restavano solo altri tre. L’olfatto, il gusto e l’udito, purtroppo, non mi sarebbero potuti essere d’aiuto in alcun modo. Senza vagliare altre possibili soluzioni, ho cacciato spontaneamente un urlo animalesco che, con la bocca impastata reduce dal sonno, aggiungeva ancor più inutilità alla tragedia. “Cazzo, l’acquaaaaaaaa!”. In una serie talmente ravvicinata da poter sembrare sincronizzata, frutto di mesi e mesi di allenamento e rinunce, ho avvertito il classico ed inconfondibile rumore delle doghe in legno su struttura in ferro dei letti IKEA dei miei coinquilini, scricchiolare. Poi, quasi all’unisono, hanno risposto alla mia non domanda
“è finita”.
Subito mi è venuto spontaneo pensare “e se invece di esserci io, qui a morire di sete, ci fosse uno di quegli stronzi, mi sarei alzato per supportarli nella condivisione del dolore o magari, addirittura, mi sarei offerto di andare a prenderla?”. La risposta che automaticamente e quasi marzullianamente mi ha fatto eco nalla testa è stato un triste e secco
“NO!”
Nonostante questo ho pensato ugualmente
“che coinquilini stronzi che mi ritrovo”.

Questo è quanto avrei potuto risparmiarvi in quanto pertiene marginalmente alla riuscita della storia. Ma, essendo ancora incazzato con i miei coinquilini, mi sfogo con voi proseguendo.

Ieri mattina, appena recuperate le forze necessarie per mettere in moto un’azione fisica del tipo andare-alla-PAM-a-prendere-una-cassa-d’acqua, e tutto quanto si cela dietro –vestirsi e prendere i soldi-, mi sono fiondato a rotta di collo giù per le scale arroventate del palazzo in preda ad una vera e propria crisi di astinenza dal vita.
Fortunatamente la PAM si erge, nel suo inconfondibile stabile verde, l’isolato dietro il mio. Le strade sporche e deserte con il cielo azzurro e silenzioso creavano uno stato di irrealtà tale da spingermi a guardare l’orologio in cerca di qualche certezza o conferma.
8.35.
"Già, è agosto" ho pensato "ed alle 8.35 sono pochi gli sfortunati in giro per una città arroventata. È normale".
Con questo pensiero, per una seconda volta in pochi minuti, quando ormai davanti ai miei occhi vedevo la sagoma con il rassicurante verde della PAM –"solo ora capisco perchè il verde sia un colore che abbonda negli ospedali: infonde speranza"- cominciavo già a provare la sensazione di benessere autoindotto che, memore della precedente esperienza, in tutti i modi, cercavo di combattere. Ormai pochi passi mi separavano dalla porta d’ingresso a vetri scorrevoli ed in quel momento ho ceduto alla tentazione troppo forte di sentirmi appagato e paradossalmente rilassato. Quasi provavo la stessa sensazione che, solo un’altra volta nelle mia vita, mi era capitato di sperimentare. La prima volta che, dopo essermi iscritto all’AVIS, ho donato sangue, dopo che l’infermiera mi ha infilato l’ago nella vena, probabilmente per la mia suggestione nei confronti degli aghi, una dolce leggerezza ristoratrice mi ha pervaso il corpo qualche attimo prima che mi abbandonassi ad una estatica perdita dei sensi.
Giunto davanti alla porta, come Alì Babà se, davanti alla roccia, avesse sbagliato la frase magica, nulla succedeva. La porta davanti a me opponeva una inspiegabile resistenza. Non voleva aprirsi. Mentre dentro mi stava montando un senso di malessere otto volte più acuto del precedente, come un circense bulgaro od un mimo da strada, facevo mille mosse davanti alla fotocellula cercando forse di commuoverla ma inspiegabilmente non voleva cedermi il passo. Il mio malessere montava come la maionese impazzita e si diffondeva in ogni meandro del mio corpo. Il pizzichìo alle punte delle dita, indistintamente di piedi e mani, saliva man mano, rispettivamente per gambe e braccia. Il sudore improvvisamente si arrestava per lasciare spazio ad una sensazione mortale di aridità alla pelle. Il tutto era condito da un senso di leggerezza che mi pervadeva pian piano che il formichìo passava...

Mi sono svegliato pochi minuti dopo, seduto su uno sgabello al bancone di un bar con in bocca un sapore amaro e familiare. Il buio la faceva da padrone sulle poche luci accese e soffuse dietro al bancone.
“Merda, stavolta l’abbiamo presa pesante!” mi dice una voce familiare quanto l’amaro che avevo in bocca.
Con la testa appoggiata, i miei occhi, in verticale sul mondo, vedevano un bicchiere quasi vuoto messo in orizzontale con uno sfondo sfuocato in cui si riconosceva solo la faccia di Arturo.
“hai dormito quasi due ore che credevo fossi morto” si trascinava dietro le parole come un bue stanco un aratro.
“spero non ti sia offeso se ti ho finito la birra, sai, si sarebbe scaldata e sgassata”. In effetti sarebbe stato uno spreco.
Di sottofondo frusciava una versione mal registrata, sicuramente su cassetta, di Shaman's Blues dei Doors
"Will you give another chance?
Will you try a little try?
Please stop and you'll remember
We were together
Aanyway..."

Con grandi difficoltà di equilibrio e dei nervi del collo ho raddrizzato il capo e dietro il muso del Giec, il barista, campeggiava, in un bella grafia palesemente femminile, la trascrizione del pezzo migliore di On the Road
“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati”
”Dove andiamo?”
”Non lo so, ma dobbiamo andare”.


Ho capito dove ero e mi sono trascinato a casa.