E ti ritrovi alla mia età con la sveglia che ripete che è tardi. Con il cuscino che non ha fatto in tempo a lasciarti i segni sul volto da tanto poco che ci stai appoggiato. Con addosso solo mutande e la tua ragazza che tra un po’ si lamenterà che lei non deve mica alzarsi. Che quindi spegnessi questa cazzo di sveglia.
“Che amore Lidia al mattino” pensi ed allunghi una mano che inevitabilmente inciampa sull’anarchia del tuo comodino. Cadono occhiali, portafogli, accendino, libri e polvere. Il cellulare che suona invece non si muove, non lo raggiungi tanto l’hai messo scomodo. Eri già sicuro di non volerti alzare. Sei prevedibile anche da te stesso ubriaco.
Quindi apri gli occhi e trovi lo schermo illuminato. Ti siedi sul letto e lo spegni mentre ti guardi la pancia.
Ti rendi conto che è sabato solo quando accendi la televisione. Ed a quel punto sei sveglio. Troppo sveglio e vestito da lunedì.
Quindi rallenti, prendi dell’altro caffè e mastichi un altro paio biscotti con pezzi di cioccolato. Roba da discount.
Fuori c’è un generico rumore di attesa: poche auto ed un padrone che chiama il suo cane “Pippo”. Sembra di stare in uno di quei paesaggi suburbani di Topolino.
Da un momento all’altro immagini passare Paperino sulla 313 ammaccata.
Invece niente, solo il ripetersi delle televendite alla televisione. Venditrici e venditori impeccabili capitanati da Mastrota che prosegue la sua parabola discendente con quel sorriso sanguinante sul viso perfettamente rasato ed imbrunito. Ha il tono di chi ha studiato controvoglia tecniche di marketing al solo scopo della sopravvivenza. Mentre gli scopavano la morosa in multipli di cinque. Ti sale un rantolo di tristezza da renderti felice nonostante il tuo risveglio troppo presto e l’inevitabile discussione con Lidia sui programmi per la giornata.
Puzzi di fumo.
venerdì 8 ottobre 2010
sabato 2 ottobre 2010
Digressione sui fagottini alla mela
Non ho voglia di scrivere una racconto. Tantomeno parlarvi di Gloria. È sempre il ripetersi degli stessi eventi sotto un cielo più o meno estivo. Oggi ad esempio il sole schiaffeggia il tetto della casa del mio dirimpettaio colpendomi in faccia troppo presto per un sabato mattina. Ho questo sapore insoddisfatto in bocca che sa di dentifricio alla menta masticato. Gli occhi sono pesanti terra bagnata. E mi costringo ad alzarmi ad essere più produttivo. Ad interfacciarmi col mondo dei quotidiani e colazione al bar.
Il mio barista si chiama Mario. Ognuno ha il suo ed il mio è un personaggio rubicondo e non troppo amichevole nei miei confronti. Parla sempre con una ragazza che lavora poco lontano ad arriva sempre in anticipo passando una buona mezz’ora seduta ad uno sgabello acciaio ed ecopelle a commentare le notizie da rotocalco riportate dal Resto del Carlino. Mi pare si chiami Nina e questa mattina difende a spada tratta l’immagine di Fabrizio Corona. Che altro può fare? Mario le da ragione ed io domando se è rimasto un fagottino alla mela vedendo la teca della colazione ripiena solo di crema e cioccolata che cola dalle improbabili lievitazioni naturali del Forno d’Asolo.
E così mi sono costretto a mangiare un Krapfen alla crema allungato con un caffè secco. Mentre Mario continua a chiacchierare piacevolmente. Mentre sottolineo la mia incapacità a stringere una sincera amicizia con un barista da sobrio.
Ma questa è cronaca e l’interesse è per i gossip.
Non ho ancora capito quale fosse la divertentissima barzelletta raccontata da Berlusconi sugli ebrei. Perché a me piacciono le barzellette, mi mettono di buon umore. È uno dei pochi modi che ho per ridere sinceramente. Ma niente, nessuno mi ascolta. E sentendomi ignorato vado via senza salutare. Lasciando i soldi sul tavolo come si fa con le puttane.
E Mario nemmeno si gira.
Ora tutto quello che mi resta da fare è rimettermi a dormire. In fondo quel sapore disgustoso che mi ha lasciato la scorsa notte è passato.
Nonostante i fagottini alla mela li avesse finiti Nina.
Il mio barista si chiama Mario. Ognuno ha il suo ed il mio è un personaggio rubicondo e non troppo amichevole nei miei confronti. Parla sempre con una ragazza che lavora poco lontano ad arriva sempre in anticipo passando una buona mezz’ora seduta ad uno sgabello acciaio ed ecopelle a commentare le notizie da rotocalco riportate dal Resto del Carlino. Mi pare si chiami Nina e questa mattina difende a spada tratta l’immagine di Fabrizio Corona. Che altro può fare? Mario le da ragione ed io domando se è rimasto un fagottino alla mela vedendo la teca della colazione ripiena solo di crema e cioccolata che cola dalle improbabili lievitazioni naturali del Forno d’Asolo.
E così mi sono costretto a mangiare un Krapfen alla crema allungato con un caffè secco. Mentre Mario continua a chiacchierare piacevolmente. Mentre sottolineo la mia incapacità a stringere una sincera amicizia con un barista da sobrio.
Ma questa è cronaca e l’interesse è per i gossip.
Non ho ancora capito quale fosse la divertentissima barzelletta raccontata da Berlusconi sugli ebrei. Perché a me piacciono le barzellette, mi mettono di buon umore. È uno dei pochi modi che ho per ridere sinceramente. Ma niente, nessuno mi ascolta. E sentendomi ignorato vado via senza salutare. Lasciando i soldi sul tavolo come si fa con le puttane.
E Mario nemmeno si gira.
Ora tutto quello che mi resta da fare è rimettermi a dormire. In fondo quel sapore disgustoso che mi ha lasciato la scorsa notte è passato.
Nonostante i fagottini alla mela li avesse finiti Nina.
lunedì 23 agosto 2010
Carla
C’è quest’aria umida che mi illudo di aver passato 20 minuti a correre. La maglietta appiccicata alla pelle seccamente fusa alle ossa. Senza tanti orpelli. Le sfumature sono tutte sul grigio e sembrano alternarsi le stesse auto. Ancora ed ancora. Con un ritmo digestivo bovino. Provo a memorizzare qualche numero di targa e neanche questo è semplice. Sono disinteressato. Non riesco a concentrarmi come in quei sogni in cui si passa da una ambientazione all’altra. Non necessariamente coerente. Io intanto aspetto vedendo consumarsi il fumo che esce dalla tazza che ho davanti. Ero certo Carla avrebbe tardato e ciononostante sono arrivato in anticipo. Diciamo che inconsciamente volevo familiarizzare con queste sedie in ferro nero e questo tavolino tondo dal piano in finto marmo. Consciamente avevo una voglia incredibile di vederla, un sacco di domande a cui avrei voluto risposte ed il bisogno di respirare il suo profumo contraddittorio.
Io e Carla ci siamo conosciuti per caso mentre due ragazzi litigavano sull’autobus. Non che questo significhi qualcosa è solo che ci pensavo. E quasi sempre quando mi trovo a ricordarla quella è l’immagine che mi viene in mente. Ci siamo noi accidentalmente seduti accanto ed io che mi ostino a non guardarla. A concentrarmi sulla stessa frase del libro che ho aperto davanti. Niente di veramente interessante. Quel giorno Carla aveva quel vestito estivo chiaro con una spessa cintura in cuoio marrone. E aveva quell’odore che mi inganno di sentire anche ora quando ormai è chiaro non arriverà.
Io e Carla ci siamo conosciuti per caso mentre due ragazzi litigavano sull’autobus. Non che questo significhi qualcosa è solo che ci pensavo. E quasi sempre quando mi trovo a ricordarla quella è l’immagine che mi viene in mente. Ci siamo noi accidentalmente seduti accanto ed io che mi ostino a non guardarla. A concentrarmi sulla stessa frase del libro che ho aperto davanti. Niente di veramente interessante. Quel giorno Carla aveva quel vestito estivo chiaro con una spessa cintura in cuoio marrone. E aveva quell’odore che mi inganno di sentire anche ora quando ormai è chiaro non arriverà.
lunedì 2 agosto 2010
Pernod
Ci illudiamo che le nostre vite siano interessanti. Che le cose che facciamo siano uniche. Che la nostra ragione sia l’unica ragione. Che le nostre idee un giorno cambieranno il mondo. Mangiamo biologico. Ci obblighiamo ad intraprendere letture concettuali. Narrativa filosofica o filosofia narrativa. Evitiamo di contestualizzare ogni qualsivoglia pensiero. Il contesto rende troppo tangibile, raffigurabile. Ed è questo che non vogliamo. Vogliamo essere l’antimateria positiva. Abbiamo scritto su qualche muro che l’inferno è qui, nel ghetto ebraico. E ci siamo sbellicati dal ridere. Poi ci siamo dichiarati postcontemporanei ma non troppo per mantenere le distanze. L’equilibrio precario che ci pervade è quello che lascia il sole appeso lì dov’è, quello che al mattino ti riempie i polmoni di umidità che quasi ti svegli per l’asma ma che risolvi girandoti nel letto a pancia in giù. Quello che ci interessa è tutto e ci rendiamo conto di conoscerne una parte infinitesimale. E sappiamo che quello che sappiamo è la verità, incontestabile fatalità della cosa stessa. Perché non c’è altro che la materialità dell’inconsistente. La pubblicità ingannevole che in realtà presenta un servizio a cui proprio non avevi pensato. A cui non bisogna fare a meno. Perché noi esigiamo la soddisfazione dei nostri bisogni. Cristo santo, è giusto così. Ce lo meritiamo per la nostra capacità di scindere e discernere la realtà imbustarla in categorie molli e volatili. Nuvole colorate in un cielo verde tempesta dal contrasto sospetto. Il sole che ci guarda come tutti i giorni con un orecchio su un morbido cuscino di colline verdi. Odore di colonia misto Pernod. E scrivere, scrivere a rotta di collo che ci capita di inciampare e farci male ai sentimenti. Come guardarsi allo specchio, sempre più vicino che inizi a vedere meglio i particolari del tuo volto, più vicino per capire perché, cosa c’è sotto fino a romperlo con la fronte. E poi sangue ed ambulanza. E domande, le stesse domande che ci ripetono continuamente. Perché lo fate? Che senso ha? Il fatto è che è una condanna, non ci si può tirare indietro davanti alla rivelazione dell’intelletto. Delle grandi cose che si avvereranno.
lunedì 26 luglio 2010
La ragazza alle mie spalle
Era seduta due posti più a destra di noi. Al bancone del bar. Era con quella sua amica rumorosa che si era costruita una identità stonata. Una che dava l’impressione di portare fuori il cane in abito da sera. Non so se mi spiego. Ciononostante non è di lei che volevo parlare, era solo una digressione. Roba accademica per punteggiare i contorni, roba che magari vi dico che io ero con un gruppo di amici sconosciuti in virtù del fatto che non volevo passare un’altra sera in casa. Provavo ad essere simpatico. Mi comportavo bene ed infilavo un sorriso dove riuscivo. La mia attenzione era però alle spalle. Su quella ragazza bionda in abito bianco. Su quel tatuaggio sulla spalla che doveva significarmi qualcosa.
Ordinai un’altra birra.
A quel punto la discussione era sulla campagna acquisti del Bologna o su qualcuno che si era comprato il Bologna, la squadra di calcio.
Sorrisi e presi un altro sorso. A disagio come un marocchino in pausa pranzo durante il ramadan. Roba da Topolino che si mangia un pollo arrosto assieme a Paperino e Qui, Quo e Qua una domenica a pranzo.
Aspettai che le dinamiche del gruppo prendessero il sopravvento nel centrifugo sfaldamento verso un’altra birra.
“Certo che fa caldo!” e “che fai quest’estate?” sono i discorsi che mi passarono accanto appoggiati al bancone con in mano i cinque euro per una media.
Constatai con Stefano che la ragazza bionda dietro di me non era niente male parafrasando un gergo giovanile decisamente fuori luogo a stomaco pieno.
A quel punto Stefano mi si piazzò davanti vomitando tutti i suoi racconti migliori ad un volume appena percettibile solo in fondo al locale.
La ragazza bionda probabilmente aveva smesso di parlare.
Dopo qualche minuto l’amica iniziò a competere con Stefano per il primato sul decibel.
Immaginai scintille all’incrocio dei loro sguardi.
Poi mi persi un po’ a pensare alla natura ondulatoria e corpuscolare della luce, alle onde energetiche di Dragon Ball ed alla reinterpretazione dei migliori successi dance in chiave acustica. Tutte cose che succedevano qualche anno prima. È che rimango irrimediabilmente ancorato al passato. Succede sempre così.
Anche quella sera quando la ragazza bionda che avevo scoperto chiamarsi Chiara se ne andò continuai a pensare a lei. E a fare stupide battute da quindicenne sul suo nome.
Stefano intanto continuava ad urlare per via del Pratello.
Ordinai un’altra birra.
A quel punto la discussione era sulla campagna acquisti del Bologna o su qualcuno che si era comprato il Bologna, la squadra di calcio.
Sorrisi e presi un altro sorso. A disagio come un marocchino in pausa pranzo durante il ramadan. Roba da Topolino che si mangia un pollo arrosto assieme a Paperino e Qui, Quo e Qua una domenica a pranzo.
Aspettai che le dinamiche del gruppo prendessero il sopravvento nel centrifugo sfaldamento verso un’altra birra.
“Certo che fa caldo!” e “che fai quest’estate?” sono i discorsi che mi passarono accanto appoggiati al bancone con in mano i cinque euro per una media.
Constatai con Stefano che la ragazza bionda dietro di me non era niente male parafrasando un gergo giovanile decisamente fuori luogo a stomaco pieno.
A quel punto Stefano mi si piazzò davanti vomitando tutti i suoi racconti migliori ad un volume appena percettibile solo in fondo al locale.
La ragazza bionda probabilmente aveva smesso di parlare.
Dopo qualche minuto l’amica iniziò a competere con Stefano per il primato sul decibel.
Immaginai scintille all’incrocio dei loro sguardi.
Poi mi persi un po’ a pensare alla natura ondulatoria e corpuscolare della luce, alle onde energetiche di Dragon Ball ed alla reinterpretazione dei migliori successi dance in chiave acustica. Tutte cose che succedevano qualche anno prima. È che rimango irrimediabilmente ancorato al passato. Succede sempre così.
Anche quella sera quando la ragazza bionda che avevo scoperto chiamarsi Chiara se ne andò continuai a pensare a lei. E a fare stupide battute da quindicenne sul suo nome.
Stefano intanto continuava ad urlare per via del Pratello.
giovedì 22 luglio 2010
Matrimonio
A questo punto tutti battono sul tavolo ripetendo “discorso, discorso, discorso, discorso” e le posate sobbalzano con piatti, bicchieri e companatico.
È un momento che richiede un tasso di sobrietà ragionevolmente basso. Fortunatamente è il mio caso.
Mi schiarisco la voce mentre goffamente mi alzo.
Pantaloni neri con la piega al centro, camicia bianca, cravatta e giacca su misura. Mi valorizza, è questo che mi hanno detto in negozio. E con un sorriso dieci minuti dopo lubrificavano la stretta fessura del loro pos con la mia carta di credito. Ora comunque mi sento a disagio. La sensazione è quella di indossare un vestito non mio. Recitare un ruolo a cui non sono preparato.
Prendo un sorso dal bicchiere e le bolle appuntite si insinuano tra le otturazioni dei molari. Stimolando un sorriso forzato. Coraggio.
Tutti intanto sono immobili a guardarmi. Facce tirate ed occhi aperti che si distingue il colore dell’iride anche delle terze file. Da qui sembra una ripresa a 360 gradi. Quello dove il protagonista fa qualcosa di eccezionale, determinante ed impossibile.
Lei è bellissima, anche più del solito. Sarà per il vestito bianco e quel sorriso incerto che non mi pare averle mai notato.
Inizio inciampando in un “bè, grazie a tutti”.
Mi stupisco di non aver mandato qualcosa a memoria per l’occasione ma succede in un attimo. Subito dopo lapideo mi fisso sui piedi nemmeno ci avessi due chiodi conficcati e continuo a parlare. Il tono passa dall’incerto al comprensibile. Non mi pare l’alcool allunghi troppo la pronuncia o arrotoli le parole. Anche le frasi mi sembrano chiare, per una volta. Consequenziali. Il fine d’altra parte è chiaro. Questa è solo una difficile formalità.
Ringrazio tutti per essere vestiti in maniera ridicola come me e aggiungo una battuta su dei pinguini che si incontrano in un bar. Lo faccio così, per sciogliere il ghiaccio. In qualche tavolo avverto una risata. Timidi segnali.
Proseguo.
In queste situazioni è sempre meglio non guardare nessuno. Mai fissare lo sguardo perché ci si deconcentra. Così non mi accorgo più di tanto degli sguardi che seguono alle mie parole. Alle cose che avrei dovuto tralasciare e a quelle che sarebbe stato bene sottolineare.
Dico che Maria me l’ha presentata Marco. Era una sera qualunque e ci eravamo incontrati per caso nello stesso bar. In quel periodo frequentavo Elisa già da un po’ e la nostra relazione era l’eco dell’incredibile attrazione che c’era stata. Roba da sesso sotto la doccia.
Dico che non mi ero mai lavato tanto e tutti ridono.
“ma sto divagando” mi scuso.
Maria comunque mi aveva subito colpito. Era troppo. Non riesco a descriverla in altro modo. Ed anche quella sera non devo essere stato molto loquace. Almeno non prima del terzo giro di birra.
Altre risate.
Applausi.
Sarebbe il momento giusto per concludere ma non riesco a resistere a questa orgia di attenzione.
Quindi vado avanti finchè qualcuno non mi batte sulla spalla e dice che può bastare.
“grazie” dice applaudendo teatralmente di lato. Mi guarda come un cordiale neonazista guarderebbe un extracomunitario mentre gli fotte la morosa, il lavoro e la macchina contemporaneamente. Certamente è lo sposo, fortunatamente disarmato e in una sala piena di testimoni. Constato che Maria non ha scelto male: il suo vestito lo valorizza più di quanto faccia il mio con me. Quindi dico “ora è meglio che vada”. E mi sembra un’ottima decisione.
Il mattino dopo ho dei ricordi vaghi. Spero solo di non aver raccontato di quella volta che con Maria ci ho fatto anche qualche porcheria.
Poi accendo il cellulare.
E capisco che l’ho fatto.
È stata proprio una gran bella festa.
È un momento che richiede un tasso di sobrietà ragionevolmente basso. Fortunatamente è il mio caso.
Mi schiarisco la voce mentre goffamente mi alzo.
Pantaloni neri con la piega al centro, camicia bianca, cravatta e giacca su misura. Mi valorizza, è questo che mi hanno detto in negozio. E con un sorriso dieci minuti dopo lubrificavano la stretta fessura del loro pos con la mia carta di credito. Ora comunque mi sento a disagio. La sensazione è quella di indossare un vestito non mio. Recitare un ruolo a cui non sono preparato.
Prendo un sorso dal bicchiere e le bolle appuntite si insinuano tra le otturazioni dei molari. Stimolando un sorriso forzato. Coraggio.
Tutti intanto sono immobili a guardarmi. Facce tirate ed occhi aperti che si distingue il colore dell’iride anche delle terze file. Da qui sembra una ripresa a 360 gradi. Quello dove il protagonista fa qualcosa di eccezionale, determinante ed impossibile.
Lei è bellissima, anche più del solito. Sarà per il vestito bianco e quel sorriso incerto che non mi pare averle mai notato.
Inizio inciampando in un “bè, grazie a tutti”.
Mi stupisco di non aver mandato qualcosa a memoria per l’occasione ma succede in un attimo. Subito dopo lapideo mi fisso sui piedi nemmeno ci avessi due chiodi conficcati e continuo a parlare. Il tono passa dall’incerto al comprensibile. Non mi pare l’alcool allunghi troppo la pronuncia o arrotoli le parole. Anche le frasi mi sembrano chiare, per una volta. Consequenziali. Il fine d’altra parte è chiaro. Questa è solo una difficile formalità.
Ringrazio tutti per essere vestiti in maniera ridicola come me e aggiungo una battuta su dei pinguini che si incontrano in un bar. Lo faccio così, per sciogliere il ghiaccio. In qualche tavolo avverto una risata. Timidi segnali.
Proseguo.
In queste situazioni è sempre meglio non guardare nessuno. Mai fissare lo sguardo perché ci si deconcentra. Così non mi accorgo più di tanto degli sguardi che seguono alle mie parole. Alle cose che avrei dovuto tralasciare e a quelle che sarebbe stato bene sottolineare.
Dico che Maria me l’ha presentata Marco. Era una sera qualunque e ci eravamo incontrati per caso nello stesso bar. In quel periodo frequentavo Elisa già da un po’ e la nostra relazione era l’eco dell’incredibile attrazione che c’era stata. Roba da sesso sotto la doccia.
Dico che non mi ero mai lavato tanto e tutti ridono.
“ma sto divagando” mi scuso.
Maria comunque mi aveva subito colpito. Era troppo. Non riesco a descriverla in altro modo. Ed anche quella sera non devo essere stato molto loquace. Almeno non prima del terzo giro di birra.
Altre risate.
Applausi.
Sarebbe il momento giusto per concludere ma non riesco a resistere a questa orgia di attenzione.
Quindi vado avanti finchè qualcuno non mi batte sulla spalla e dice che può bastare.
“grazie” dice applaudendo teatralmente di lato. Mi guarda come un cordiale neonazista guarderebbe un extracomunitario mentre gli fotte la morosa, il lavoro e la macchina contemporaneamente. Certamente è lo sposo, fortunatamente disarmato e in una sala piena di testimoni. Constato che Maria non ha scelto male: il suo vestito lo valorizza più di quanto faccia il mio con me. Quindi dico “ora è meglio che vada”. E mi sembra un’ottima decisione.
Il mattino dopo ho dei ricordi vaghi. Spero solo di non aver raccontato di quella volta che con Maria ci ho fatto anche qualche porcheria.
Poi accendo il cellulare.
E capisco che l’ho fatto.
È stata proprio una gran bella festa.
lunedì 12 luglio 2010
Il frinire delle cicale, due Heineken ed una Coca Cola
Si domanda quando le cicale smetteranno di cantare. Può succedere in un minuto, un lento scemare come la musica dell’autoradio inghiottita dietro ad un finestrino elettrico che sale. Col sapore in bocca di chi ha cenato ma non troppo. Con moderazione, si corregge. Intanto non ci pensa. Si concentra sulle cicale. Impegnato al punto da ignorare pure gli attacchi ripetuti delle zanzare sui suoi muscoli poco tesi. Non suda, trattiene tutto facendosi asciugare da ogni giro di ventilatore che fa sbattere un poster alle sue spalle.
“Frinire” dice ad alta voce, tanto per sentirsi. Per accompagnare il concerto fuori dal terrazzo. Didascalico.
La storia è sempre la stessa: un film già visto, dei discorsi già sentiti e delle parole che non ha voglia di leggere. Quindi si gode il concerto seduto su una sedia precaria. Le mani dietro la testa, le gambe in avanti. Accavallate sugli stinchi filiformi. Una sigaretta certo la mettiamo in questa scena. Un piccolo ritocco ad una altrimenti troppo realistica invenzione. Nella mano destra quindi una sigaretta accesa incerta. Il braccio lo vedo molto come in quello della Morte di Marat. Ostentatamente vittima della forza di gravità.
Ed il concerto continua.
E sembra non succedere mai niente che poi quando succede troppo ci si stressa in un vortice di iperattività ed iposensorialità. Un po’ come quando ci si brucia la lingua con la prima portata di una cena fantastica. Quindi non si può far altro che ricordare. Intessendo trame più belle di quelle che in effetti erano.
C’era quella sera di qualche estate fa quando dopo il lavoro il nostro Andrea stava al solito tavolo in plastica bianca. Davanti 2 bottiglie di Heineken ed una Coca Cola. Vincent e Sara. Aria piombo che si attacca ai polmoni e piccioni troppo invadenti. Sara aveva un vestito bianco allacciato con solo un nodo dietro i capelli raccolti. Aveva questo collo che era roba da film porno preadolescenziale. Immaginate Liv Tyler in Io Ballo da Sola. Roba così. Parlava con Vincent mentre il nostro Andrea se ne stava attaccato alla birra a guardare l’aria occupare sempre più volume.
Poi il rutto trattenuto.
A questo punto Sara tirava dalla cannuccia arancione mentre Vincent non la piantava di parlare. Era simpatico Vincent. Aveva un sorriso contagioso ed amava fare cose improbabili. Fu così che quella sera si infilò la sua bottiglia di Heineken nel culo.
Il resto è storia.
Fuori dal bancone di Andrea solo un grillo strafatto di concime continua a cantare stonato.
“Frinire” dice ad alta voce, tanto per sentirsi. Per accompagnare il concerto fuori dal terrazzo. Didascalico.
La storia è sempre la stessa: un film già visto, dei discorsi già sentiti e delle parole che non ha voglia di leggere. Quindi si gode il concerto seduto su una sedia precaria. Le mani dietro la testa, le gambe in avanti. Accavallate sugli stinchi filiformi. Una sigaretta certo la mettiamo in questa scena. Un piccolo ritocco ad una altrimenti troppo realistica invenzione. Nella mano destra quindi una sigaretta accesa incerta. Il braccio lo vedo molto come in quello della Morte di Marat. Ostentatamente vittima della forza di gravità.
Ed il concerto continua.
E sembra non succedere mai niente che poi quando succede troppo ci si stressa in un vortice di iperattività ed iposensorialità. Un po’ come quando ci si brucia la lingua con la prima portata di una cena fantastica. Quindi non si può far altro che ricordare. Intessendo trame più belle di quelle che in effetti erano.
C’era quella sera di qualche estate fa quando dopo il lavoro il nostro Andrea stava al solito tavolo in plastica bianca. Davanti 2 bottiglie di Heineken ed una Coca Cola. Vincent e Sara. Aria piombo che si attacca ai polmoni e piccioni troppo invadenti. Sara aveva un vestito bianco allacciato con solo un nodo dietro i capelli raccolti. Aveva questo collo che era roba da film porno preadolescenziale. Immaginate Liv Tyler in Io Ballo da Sola. Roba così. Parlava con Vincent mentre il nostro Andrea se ne stava attaccato alla birra a guardare l’aria occupare sempre più volume.
Poi il rutto trattenuto.
A questo punto Sara tirava dalla cannuccia arancione mentre Vincent non la piantava di parlare. Era simpatico Vincent. Aveva un sorriso contagioso ed amava fare cose improbabili. Fu così che quella sera si infilò la sua bottiglia di Heineken nel culo.
Il resto è storia.
Fuori dal bancone di Andrea solo un grillo strafatto di concime continua a cantare stonato.
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