È strano, ma la maggior parte delle volte che parto ho in tasca già un biglietto per il ritorno.
Anche la volta che siamo arrivati, noi, tre ed altri compagni di viaggio, tutti scalcinati e spettinati ragazzi al termine dell’adolescienza, che solo per uno di noi fu minata dall’acne, alla stazione ferroviaria di Copenaghen in quel freddo mattino di agosto, senza problemi reali ma mille esistenziali, con quel fagotto come bagaglio, pochi marchi ed ancor meno corone in tasca, tanti desideri ed illusioni, la carne portata addosso alle ossa come un cappotto ed un biglietto con validità un mese entro il quale fare ritorno.
Siamo partiti da Berlino dopo esservi arrivati da Amsterdam, dove un banale smarrimento di documentazione personale durante una scorribanda notturna sulle ali dell’ebbrezza ci ha costretto a trattenerci quattro giorni di più in quella caleidoscopica e cara città umida, che nemmeno le folate del vento riescono ad asciugare, in attesa che da casa mi giungesse il passaporto od almeno una documentazione che comprovasse la mia identità. Copenaghen è grigia ma di una tonalità diversa da quella marmorea di Berlino e meno acquosa di quella olandese. Un color nuvola pretemporalesca primaverile avvolge la città a trecentosessantagradi inghiottendo tutto quanto si trova in cielo ed in terra a meno di un chilometro di distanza. I colori filtrati da questo grigio perdono vivacità e lucentezza e calore e dietro alla Sirenetta evasa dal sogno di quel diverso e strano danese d’un Hans Christian Andersen, le gru e le ciminiere delle industrie e dei cantieri navali segnano l’orizzonte separando l’impercettibile differenza del mare dal cielo. Anche il bronzo di quella povera mezzadonna, finchè non arrivi ad averla sotto il naso sembra grigio. Un color grigio acqua di stagno in autunno, quando una volta in campagna cominciava a ghiacciare. Un grigio antico e freddo. Non riusciamo a capire se Copenaghen sia grande o immensa o se esista realmente oppure se tra qualche minuto ci risveglieremo e ricorderemo semplicemente di aver fatto tutti il medesimo sogno.
Diciott’anni sono pochi se li guardi dai venti, sono niente se li guardi dai trenta in poi ma sono la sintesi del significato della vita quando li hai.
Uno sleepin che sembra una palestra, camerate da sei, dieci o dodici con le pareti di compensato alte due metri e mezzo ed aperte senza soffitto è quello che riusciamo a trovare dopo qualche birra bevuta alla stazione ed un giro a Christiania per scrollarci di dosso il torpore delle ore di mancato sonno del viaggio in treno, seduti per terra lungo il corridoio a ritirare le gambe ogni qualvolta qualcuno deve passare per raggiungere il bagno o anche solo per sgranchirsi le articolazioni. La fermata dopo Berlino ma prima di Amburgo, una stazione buia e fredda con luci bianche da frigorifero, salgono solo due ragazzi ed una ragazza e nessuno scende su quei metri di cemento scassati dal gelo invernale e dalle radici delle piante e non ancora accomodati. L’unica cosa che si capisce scorgendo qualche immagine dal riflesso luminoso del finestrino è una spallina di uno zaino che recita un familiare Invicta argenteo, ed appena mettono piede nel corridoio del nostro scomparto li chiamiamo.
Sono Marco, Dino e Sandra dal salento.
Ci raccontano che sono arrivati sin lì in autobus partendo da Berlino con l’intenzione di giungere sino a Copenaghen in bus per spendere meno ma una sorte poco clemente ha fatto sì che il mezzo si rompesse proprio nel cuore della notte ed in quella sperduta cittadina buia e dimenticata da dio e dal governo della quale nemmeno loro sono a conoscenza del nome, costringendoli dunque ad abdicare in favore del nostro treno. Abbiamo suppergiù la stessa età e quello ancora più importante, la medesima destinazione quindi ricaviamo qualche centimetro quadrato accanto a noi per far sì che anche i loro sederi possano trovare posto in quel corridoio che rispecchia molto la mia idea di affollamento che immagino essere tipica della Transiberiana, nei pressi dei confini dell’immenso Impero Sovietico con qulli della vasta Pianura Mongola. Dopo pochi minuti dividiamo le provviste alimentari che avevamo praparato per sopportare le lunghe ore in treno: in tutto quattro panini farciti con un salame a buon mercato trovato in un supermarket vicino alla stazione e due passate di burro. Sono praticamente due morsi a testa niente di più e niente di meno di quanto basta per farsi venire appetito. I tre nuovi amici per ricambiare la cortesia estraggono dallo zaino Invicta una stagnola con dentro qualche pezzetto marroncino di ottimo hascish acquistato due giorni fa in un caseggiato occupato di Kreuzberg, dove, in seguito, scopriamo avere trascorso due delle nostre notti berlinesi e dicendo che magari ci si era anche visti ma con tutta quella gente sarebbe stato impossibile ricordarci le facce. Scopriamo, ricordando il nostro soggiorno ad Amsterdam, che anche loro ci hanno fatto tappa e che hanno trovato una bellissima camera in affitto vicino alla stazione, a due passi dalla zona libera dove ogni sera si va a far baldoria nei coffe shop e poi intontiti a girovagare per il red district abbagliati dalle luci intense e colorate delle vetrine solo a fantasticare su quello che si potrebbe fare, ed il giorno successivo ancora rincoglioniti fino al Van Gogh Museum per rimanere estasiati dinnanzi alla maestosità della pazzia di un uomo morto suicida a poco più di tent’anni, di un genio, poi a bivaccare e riposarsi insieme a mille altri giovani da tutto il mondo sotto le frasche di qualche centenario albero in Vondelpark. Sì, a Vondelpark, diciamo noi, abbiamo dormito in tenda con dei ragazzi spagnoli poichè appena giunti, girando per ore non siamo riusciti a trovare null’altro che un buco merdoso e puzzolente molto costoso in camerate con tossici e puttanieri dove trascorrere la notte, mentre il giorno dopo ci siamo imbucati in un ostello un pò fuori mano, uno sleepin di quart’ordine ma sicuro ed economico. Che giornate! Nessuna coppia tra loro, sono amici di lungo corso, ci dicono e noi per riscaldare l’ambiente facciamo gli stupidi dicendo che siamo una delegazione dell’arci gay e tutti ridiamo. Sandra è carina e simpatica, sorride spesso e sa ascoltare e canta bene, vuole fare la scrittrice e si è iscritta a Bologna e diventerà una fuori sede, piena di entusiasmo.
Ormai, dopo quella condivisione esperienziale siamo come vecchi compagni di elementari riscoperti ed a pieno titolo coprotagonisti del viaggio da qui in avanti.
Passiamo alcune ore a conversare, intontiti dal fumo balsamico delle canne che, una dietro l’altra abbiamo prima rollato e poi fumato, incuranti degli altri passeggeri infastiditi, proprio là nel corridoio di quel vagone di seconda classe dei convogli spartani delle ferrovie tedesche. La gente si lamenta per l’odore, una signora sulla sessantina in una lingua troppo lontana dalla nostra, minaccia di chiamare il controllore o perchè no addirittura la polizia perchè, dice, quella è droga e lei non vuole sentirne nemmeno l’odore e e e ... Poi finalmente si addormenta, il convoglio intero si azzittisce e le mille teste cominciano a percorrere le proprie personali strade dei sogni ed allo sferragliare dei ruotoni metallici sulle giunture delle rotaie, cullati dall’ondeggiare seguendo le svolte, alla luce soffusa notturna del corridoio e la testa leggera, piena di fumo e desideri e sogni, ci addormentiamo anche noi. Ci svegliamo che è già mattina, ma il sole non è altro che una palla pallida a mezz’aria tiepida e velata da una cataratta bianca lattiginosa.
Non sappiamo dove siamo, quanto manca a quando arriveremo ma abbiamo la schiena rotta, le gambe anchilosate ed informicolate per la posizione tenuta per quelle lunghe ore di distratto sonno adagiati sul linoleum lercio del corridoio. Marco, Sandra e Sesto il mio amico, insistono nel loro scomodo dormire, tutti piegati uno sull’altro come pastori di cartapesta da presepio, con la bava della notte che pende dagli angoli della bocca e cola sulla spalla del vicino. Nel convoglio si respira la notte trascorsa e la gente comincia a passare per andare al bagno ed anche gli ultimi si svegliano stirandosi la pelle e sbadigliano aria pesante di sonno e si avverte ancora l’odore del fumo della sera precedente mentre fuori dai finestrini la campagna danese verde e marrone e grigia si stende ai lati dei binari come se proprio da questi fosse originata. Anche se nessuno lo sa, tutti abbiamo come l’impressione che Copenaghen sia ormai prossima, tutto ce lo dice, alcuni passeggeri che disfano il giciglio improvvisato negli scompartimenti e tirano giù le valigie dal portabagaglio oppure guardano fuori dal finestrino per carpire qualche riferimento per provare l’avvicinamento alla capitale danese.
Ci diamo il buongiorno ed arriviamo finalmente in stazione dopo aver sostato qualche decina di minuti all’ingresso in attesa probabilmente di lasciar strada a qualche convoglio in uscita magari in ritardo oppure perchè essendo noi in ritardo, per non far ritardare anche gli altri gli abbiamo concesso la precedenza. Scendiamo, con le ossa a pezzi e gli occhi appesantiti dal sonno, nel grigio della stazione e da lì ci affacciamo come il mattino alla nuova città tanto sospirata ed attesa da tutti e sei, in questo tour della ricerca della libertà, che segna l’uscita da una fase della vita di cui non ne possiamo proprio più e l’ingresso tanto atteso e sospirato ad una nuova fase. Copenaghen oggi è come la nuova vita, alla quale si approda in una mattina fresca d’estate con pochi bagagli e sparpagliati ricordi con le tasche vuote la testa ripiena come un tortello di ideali, utopie e speranze. L’aspettativa è altissima, la tensione pure e la voglia di andare, scoprire, provare è incontenibile e tutte le volte che si scende dal treno in una nuova città, le narici si inebriano di odori sconosciuti, i piedi calpestano asfalti e cementi differenti, gli occhi vedono colori, tonalità sempre diverse e nuove ed invitanti ed i ruomori sono musiche, colonne sonore di clacson, tram, voci straniere, treni, aerei, martelli pneumatici, biciclette, tacchi, cani e e e...
Siamo a Copenaghen, siamo lontani da casa da un mese tra quattro giorni ed ho compiuto diciott’anni due settimane fa in cui abbiamo bevuto sino ad avere la nausea e ballato per le piazze e le strade ed urlato alla notte ai passanti e canzonato i poliziotti vestiti di verde rischiando di prendere un sacco di botte perchè da queste parti non ci vanno tanto per la leggera e fatto gli scemi con le ragazze riuscendo persino a rubarle una toccata, un bacio. Tutte le notti sono la stessa notte, ubriachi di vita nuova, di vino, di birra e di fumo e amore, a girovagare come zingari profani ed a voler fare i bohemienne, parlando con tutti e di tutto in qualunque lingua anche inventata. Siamo partiti in tre, siamo diventati anche dieci, ad Amsterdam, per poi dividerci chi per andare a Capo Nord, chi per tornare a casa e chi per restare là e fare una telefonata a casa ogni settimana per rasssicurare i genitori dicendogli che si stà bene, si è trovato un lavoretto e la gente è troppo simpatica e friendly e la vita è bellissima... Oppure, come noi per proseguire e rimanere ancora in tre a Copenaghen per poi raddoppiarci e vivere il presente.
Mi frugo con una mano la tasca superiore dello zaino e trovo il biglietto di ritorno con impressa la data del e non oltre, il che significa dover tornare tra quattro giorni, novantasei ore. Novantasei ore per poi fare ritorno al come prima, al mio mondo in cui sono nato e cresciuto, in cui mi sono innamorato ed ho perso ma anche vinto, imparato ed ho peli sul viso che coltivo da settimane e vesciche nelle scarpe bucate ed un anno in più rispetto a quando sono partito per comprovare a tutti, al mondo che sono cambiato, dentro ed intorno. Ci mancano ancora un sacco di cose, lo sappiamo ma non ci vogliamo pensare adesso, ad Aalborg ed alla sua via dei locali, la “Gaden” che tutti ci dicono essere il paese dei balocchi, la più caratteristica ed economica via del divertimento in tutta la Danimarca, a Skagen con un piede nel Baltico e l'altro nel Mare del Nord che, con le loro correnti opposte, formano piccole onde dalle spire terribilmente pericolose oppure attraversare le acque per approdare in terra scandinava, anche solo per provare d’averlo fatto o ancora... E invece niente, solo quattro giorni per rituffarmi nel mio nome e cognome, nei panni del figlio di Tal dei Tali, nella mia casa amata dove riincontrerò i resti ancora caldi della mia adolescenza intatta ed il mio letto rifatto e guarderò il tutto dall’alto, come si guarda Berlino dalla torre della Tv in Alexander Platz...
venerdì 16 novembre 2007
mercoledì 7 novembre 2007
spiegazioni
Lei era bionda. Come la birra che mi aspettava davanti. Condensando. Non c’era più molto da dirsi. “Certo che è caldo” era tutto ciò che mi veniva in mente. A sproposito come i calzetti bianchi sotto le scarpe nere. Passavano auto in cerca di parcheggio. Ne seguivo qualcuna con gli occhi mentre speravo incominciasse. Tutto in lei ricordava la trasparenza. Il vestito leggero, il trucco semplice e lo sguardo piatto. Occhi quasi grigi. Era sempre lo stesso bar. Avevamo sempre frequentato quel posto, da quando ci eravamo conosciuti. Ci incontravamo lì anche se lei viveva ad un passo. La barista si chiamava Carla. Bella ed unica come la pasta fatta in casa. Ci accoglieva sempre con un sorriso. Ci chiamava per nome anche se non ricordavo di essermi mai presentato. Io stringevo il corpo fragile di Simona ed ordinavamo. Spesso provavamo vini nuovi, qualche volta una birra. Come quella volta. La birra è sempre stato il compagno ideale per accompagnare una discussione come quella. Taglia fuori un lato emotivo fatto di vino rosso e frasi lasciate sospese. “La birra lucida gli spigoli” diceva mia nonna. Ed era proprio per quella cristallina lucidità che sentivo solo l’affannarsi del mio respiro. E mi dispiaceva sentitamente. Avrei voluto una ambientazione diversa. Chessò: un aeroporto. Uno di quei posti dove ci si intristisce facile per un arrivederci o un addio. E dove tutto è pulito sebbene non ci siano bidoni dell’immondizia. A terra, nel dehor del bar, c’erano: stuzzicadenti, mozziconi, noccioline ed un paio di ossi di oliva nascosti ai piedi di un tavolo. Dovevo parlare. Lei continuava a guardarmi tranquilla. Era il momento delle spiegazioni e non aveva nessuna fretta. Fredda e calcolata. Teneva una mano bianca appoggiata al bordo del tavolo. Aperta. Non aveva niente da bere davanti a lei. C’era solo il mio bicchiere. Lo sollevai lasciando un cerchio bagnato sul tavolo. Presi un sorso poi deglutii con un sospiro lungo. Lei socchiuse le labbra sottili. Senza rossetto.
“Certo che è caldo” dissi piano.
E lei se ne andò.
Mi concessi tutto il tempo per finire la birra ed ordinare finalmente un bicchiere di rosso.
“Certo che è caldo” dissi piano.
E lei se ne andò.
Mi concessi tutto il tempo per finire la birra ed ordinare finalmente un bicchiere di rosso.
martedì 6 novembre 2007
Pop corn e maionese
Brulicare di elettricità statica.
Lampi blu nella notte.
Lacrime bianche sparse nel firmamento.
Silenzio innaturale nella testa.
Sbilanciamento condizionato dallo spostamento gravitazionale.
Niente rime.
Solo visioni spezzettate.
Ingorgo neuronale interno al cranio.
Luce di un falò proietta ombre sulla volta della grotta.
Un uomo è seduto quieto a contemplare gli anfratti nella roccia bruna ed umida al chiarore del fuoco.
Un uomo cammina per la selva buia in balìa di grida, colpi alle gambe e licenza di tremare di paura, anche per niente.
L’uomo in cammino scorge in lontananza un bagliore naturale incendiare la notte.
Un brivido di natura diversa lo scuote attraendolo magneticamente.
I nervi delle sue mani si tendono stringendo forte il sasso al punto da bloccargli la circolazione e gelargli le estremità delle dita.
Il viso si tira in preda a convulsioni mentre quel bagliore sempre più vicino gli accende gli occhi.
La grotta gli si apre ai piedi.
Luce intensa diffonde calore su tutto quanto incontra.
L’uomo si ferma all’ingresso. Accecato.
Si volta verso dove è venuto e vede il buio nella sua ombra contornato da una volta di chiarore, il tutto immerso nell’oscurità si confonde e svanisce.
L’uomo seduto accanto al falò viene distolto dal suo intento di capire la roccia.
Ruota il volto all’apertura della grotta e si accorge della presenza perfettamente illuminata dell’altro uomo con l’oblio che gli fa da sfondo.
L’altro uomo in piedi con le spalle alla notte osserva il contorno della figura scura che si ritrova di fronte e che copre il fuoco.
Gli si avvicina avvertendo il calore sempre più insistente sul suo corpo.
Si ferma un passo prima di pestare i piedi all’uomo buio che volta le spalle al fuoco.
Alza la mano con le dita gelide. E con una forza bruta cala il sasso sulla testa dell’altro uomo.
Nell’attimo esatto in cui il sasso colpisce il cranio dell’uomo buio, le teste di tutti e due gli uomini esplodono simultaneamente lanciando poltiglia grigia ovunque. Anche sul fuoco crepitante.
Dopo, silenzio.
Lampi blu nella notte.
Lacrime bianche sparse nel firmamento.
Silenzio innaturale nella testa.
Sbilanciamento condizionato dallo spostamento gravitazionale.
Niente rime.
Solo visioni spezzettate.
Ingorgo neuronale interno al cranio.
Luce di un falò proietta ombre sulla volta della grotta.
Un uomo è seduto quieto a contemplare gli anfratti nella roccia bruna ed umida al chiarore del fuoco.
Un uomo cammina per la selva buia in balìa di grida, colpi alle gambe e licenza di tremare di paura, anche per niente.
L’uomo in cammino scorge in lontananza un bagliore naturale incendiare la notte.
Un brivido di natura diversa lo scuote attraendolo magneticamente.
I nervi delle sue mani si tendono stringendo forte il sasso al punto da bloccargli la circolazione e gelargli le estremità delle dita.
Il viso si tira in preda a convulsioni mentre quel bagliore sempre più vicino gli accende gli occhi.
La grotta gli si apre ai piedi.
Luce intensa diffonde calore su tutto quanto incontra.
L’uomo si ferma all’ingresso. Accecato.
Si volta verso dove è venuto e vede il buio nella sua ombra contornato da una volta di chiarore, il tutto immerso nell’oscurità si confonde e svanisce.
L’uomo seduto accanto al falò viene distolto dal suo intento di capire la roccia.
Ruota il volto all’apertura della grotta e si accorge della presenza perfettamente illuminata dell’altro uomo con l’oblio che gli fa da sfondo.
L’altro uomo in piedi con le spalle alla notte osserva il contorno della figura scura che si ritrova di fronte e che copre il fuoco.
Gli si avvicina avvertendo il calore sempre più insistente sul suo corpo.
Si ferma un passo prima di pestare i piedi all’uomo buio che volta le spalle al fuoco.
Alza la mano con le dita gelide. E con una forza bruta cala il sasso sulla testa dell’altro uomo.
Nell’attimo esatto in cui il sasso colpisce il cranio dell’uomo buio, le teste di tutti e due gli uomini esplodono simultaneamente lanciando poltiglia grigia ovunque. Anche sul fuoco crepitante.
Dopo, silenzio.
domenica 4 novembre 2007
Colazione
Anche quella mattina andammo al bar.
“Due caffè”
“Uno macchiato”
Il barista non sorrise.
Tirò una leva e riempì il filtro e lo avvitò alla macchina del caffè. Aveva un gilet verde a completare una camicia bianca vecchia a quasi trasparente. Pantaloni neri. Le scarpe probabilmente le aveva ma non saprei dire. Non le vidi. Venni distratto dal crollo della borsa raccontato dalla pagina aperta a caso su un giornale lasciato al suo destino sopra un tavolo poco distante.
La scritta lucida vibrò assieme alle tazzine banche. Erano d’accordo? Seppi in seguito di no.
Noi non avevamo niente da dirci. Come sempre. Guardavamo probabilmente in due direzioni diverse. Lei sicuramente stava valutando le calorie di un croissant integrale alla marmellata. Si bilanciava prima su un piede poi sull’altro. Incerta.
Il caffè fu pronto.
Lei ruppe gli indugi e si spostò verso la teca dei dolci.
L’avevo previsto. Allungai la gamba e cadde.
Ebbe la prontezza di ammortizzare l’urto sulle mani.
Catalizzò l’attenzione.
Si rialzò da sola.
“Ma perché sei così?” domandò nervosa.
Aveva gli occhi stanchi di chi non ha dormito. La faccia usata di chi ha tentato di risolvere una equazione matematica, senza esito. Il vestito era leggero sebbene fosse inverno. Verde con dei puntini bianchi e viola che probabilmente volevano essere fiori. Ma il destino gli aveva beffati. Si sarebbe detto una bella donna ma gli avventori parlottavano di altro.
Io tenevo il caffè con due dita dalla piccola e spessa impugnatura. Avevo una mano appoggiata in cintura ed un gomito al bancone. Riuscivo vagamente ad annusare il mio profumo. E mi faceva stare bene come l’auto lanciata veloce di notte.
Lei continuava a guardarmi interrogativa assieme a parte dell’assonnato pubblico. Un ometto sulla sessantina, una signora sull’uscio, un uomo distinto per il papillon nero e la barba bianca.
Mi sentivo importante. Unico.
Non risposi tuttavia. Sarebbe stato come spiegare una barzelletta.
Feci un inchino ed uscii di scena.
Era una splendida giornata e il barista continuava a non sorridere.
“Due caffè”
“Uno macchiato”
Il barista non sorrise.
Tirò una leva e riempì il filtro e lo avvitò alla macchina del caffè. Aveva un gilet verde a completare una camicia bianca vecchia a quasi trasparente. Pantaloni neri. Le scarpe probabilmente le aveva ma non saprei dire. Non le vidi. Venni distratto dal crollo della borsa raccontato dalla pagina aperta a caso su un giornale lasciato al suo destino sopra un tavolo poco distante.
La scritta lucida vibrò assieme alle tazzine banche. Erano d’accordo? Seppi in seguito di no.
Noi non avevamo niente da dirci. Come sempre. Guardavamo probabilmente in due direzioni diverse. Lei sicuramente stava valutando le calorie di un croissant integrale alla marmellata. Si bilanciava prima su un piede poi sull’altro. Incerta.
Il caffè fu pronto.
Lei ruppe gli indugi e si spostò verso la teca dei dolci.
L’avevo previsto. Allungai la gamba e cadde.
Ebbe la prontezza di ammortizzare l’urto sulle mani.
Catalizzò l’attenzione.
Si rialzò da sola.
“Ma perché sei così?” domandò nervosa.
Aveva gli occhi stanchi di chi non ha dormito. La faccia usata di chi ha tentato di risolvere una equazione matematica, senza esito. Il vestito era leggero sebbene fosse inverno. Verde con dei puntini bianchi e viola che probabilmente volevano essere fiori. Ma il destino gli aveva beffati. Si sarebbe detto una bella donna ma gli avventori parlottavano di altro.
Io tenevo il caffè con due dita dalla piccola e spessa impugnatura. Avevo una mano appoggiata in cintura ed un gomito al bancone. Riuscivo vagamente ad annusare il mio profumo. E mi faceva stare bene come l’auto lanciata veloce di notte.
Lei continuava a guardarmi interrogativa assieme a parte dell’assonnato pubblico. Un ometto sulla sessantina, una signora sull’uscio, un uomo distinto per il papillon nero e la barba bianca.
Mi sentivo importante. Unico.
Non risposi tuttavia. Sarebbe stato come spiegare una barzelletta.
Feci un inchino ed uscii di scena.
Era una splendida giornata e il barista continuava a non sorridere.
martedì 4 settembre 2007
La vita è come un film porno
“La vita è come un film porno...” fece una pausa di silenzio per prendere fiato, poi proseguì, “...prima o poi c’è sempre qualcuno che lo prende il culo...”
La pausa che seguì sembrava voluta per enfatizzare il gran finale della frase
“...e mi sa proprio che la parte che mi è spettata sia proprio la meno fortunata” Tirò un’altra volta il fiato, sempre con rinnovata fatica, dunque provò a tossire senza intimorire per nulla lo strato di catrame e catarro che lastricava i suoi bronchi e polmoni. Rantolò un altro pò in preda a spasmi involontari tra le lenzuola sudate del letto, poi, contrariamente alla grazia cinematografica, con gli occhi spalancati, morì. Lo sguardo che morendo lasciò rivolto al mondo sembrava il frutto di una scoperta terrificante e sconvolgente.
Carlo constatò il decesso. Arturo aprì le porte della camera. I due infermieri entrarono nella stanza mentre Carlo ed Arturo uscivano. Quando si trovarono di fronte al parroco dell’ospedale, Carlo disse
“mi spiace padre, ma prima di morire ci ha detto di non farla entrare nemmeno adesso che se ne èa andato”
ci fu il silenzio necessario per prendere dalla tasca anteriore dei jeans il pacchetto delle sigarette e portarne una alla bocca, frugare nella sinistra, individuare l’accendino e con una maestria da veterano, darle fuoco. Dopo una profonda boccata si sentì pronto per continuare
“...sa, ha paura di finire in paradiso e riincontrare quel figlio di puttana del suo vecchio”
Il prete, col capo leggermente voltato sulla sinistra per scansare la nuvola di fumo, si segnò velocemente rimanendo in silenzio.
Carlo diresse lo sguardo ad Arturo e con uno scarto del capo in diagonale, da sinistra verso destra, si mise in cammino nel corridoio verde.
Il silenzio regnava in tutto il reparto facendo a botte, per avere il sopravvento, con l’odore insopportabile di disinfettante e malattia. La lotta fu dura e serrata ma, alla fine, ad Arturo parve avere il sopravvento l’odore.
In fila indiana, a due passi di distanza l’uno dall’altro, lasciandosi alle spalle una scia di fumo, percorsero tutta la lunghezza del corridoio. Scesero con l’ascensore i tre piani sino a terra e si diressero verso l’uscita. Dai vetri della portineria si scorgeva il cielo imbrunire. Giunti sulla soglia, davanti ad un cartello bianco rosso e nero, appeso al muro, Carlo lesse
“vietato fumare in tutti i locali interni, la direzione...”
Carlo si guardò attorno facendo roteare la testa prima a sinistra dunque a destra. Non vide nessun altro tranne Artuto. Abbassò lo sguardo e vide un grosso posacenere ripieno di sabbia da lettiera per gatti. Diede una lunga ultima aspirata e, con la mano, lentamente immerse la sigaretta tra i granelli di sabbia. Espirò. Spinse le maniglie antipanico rosse della grande porta a vetri d’ingresso, poi uscì. Arturo lo seguì.
Il cielo non era ancora così bruno. Dovevano solo disabituare gli occhi da quella luce asettica e fredda che inondava l’interno dell’ospedale. Dopo qualche minuto cominciò a calare veramente la sera.
I due stavano camminando per il viale che porta verso il centro mentre il traffico del rientro si intensificava in entrambe le direzioni. Arturo ruppe il silenzio
“cazzo Carlo, non abbiamo preso l’ora del decesso.”
Dal tono sembrava rammaricato quasi come si fosse dimenticato di mettere le 200 lire nella cassa dopo aver acceso la candela alla cappella di San Rocco.
“Che ore sono adesso?”
“Non lo so, non ho l’orologio”
Arturo scrutò il cielo ed il passaggio di un aereo gli catturò l’attenzione “Beh, facciamo finta che siano un quarto alle sette”
“Quindi, più o meno, se ora sono le sei e quarantacinque, lui sarà morto alle sei e mezza circa” calcolò Carlo.
“No, mi sa che non regge. Alle sei e mezza suonano le campane, non è vero?”
“Mi sa di si, ma io non ho sentito suonare nessuna campana”
“Appunto, quindi non può essere morto alle sei e mezza, dev'essere stato prima”
“Ochei, ma quando il Giec ci chiederà a che ora è morto, cosa gli diciamo?”
“Gli diciamo che è morto alle sei. È un’orario bello e facile da ricordare...”
“Va bene, allora facciamo che sia morto alle sei, all’ora dell’aperitivo” concluse Carlo.
Come al solito, dal Giec i tavoli erano tutti liberi. Carlo ed Arturo aprirono le porte e si andarono ad unire agli altri tre reduci alla barra del bancone. Si appollaiarono insieme agli altri sugli sgabelli, ruotandosi come avvoltoi le posizioni man mano che qualcuno si alzava per andare al bagno. Il bancone di legno era come al solito umido e l’odore che si respirava nel locale sapeva di muffa. Le uniche luci accese, pendavano grevi dal soffitto proprio ad illuminare il bancone zozzo. Da quando il Giec aveva venduto l’unico tavolo del locale, aveva spostato dal centro della sala a sopra il bancone i due lampadari da biliardo, dal cappello di vetro verde, che ora pendevano minacciosamente sulle teste dei sei. Sistematisi in silenzio, il Giec, da dietro il banco, spillò loro una media bionda doppio malto. Il vetro pesante dei due bicchieri riecheggiò sordo al contatto col legno e dal fondo si sollevarono delle bollicine che andarono ad alimentare lo strato di schiuma candida in superficie.
“Allora?” fece uno dei tre rompendo il silenzio.
“E’ morto” rispose Carlo.
Tutti abbassarono lo sguardo sul bicchiere ed all’unisono lo sollevarono creando un semicerchio al quale, da dietro il bancone, partecipò anche il Giec. I bicchieri si unirono tintinnando.
“A Guido!” avanzò Carlo. Poi ognuno diede un sorso al proprio bicchiere.
“Se ne è andato sereno?” chiese un altro dei tre rompendo il silenzio.
Arturo e Carlo, con i gomiti appoggiati al bancone e le spalle inarcate fecero ciondolare la testa.
“Ha detto qualcosa prima di lasciarci?” chiese il primo.
“Con la poca aria che gli era rimasta nei polmoni ha accennato solo a due cose” Carlo diede una sorsata generosa, schioccò la lingua sul palato e socchiudendo le labbra continuò “a quel bastardo di suo padre, che dalla paura di riincontrarlo da qualche parte ha persino rifiutato l’estrema unzione del prete ed i funerali in chiesa e poi al brutto scherzo che gli ha riservato la vita”
“Già” disse il Giec “è stato sfortunato due volte. Prima per essere stato il figlio di suo padre campato cent’anni, poi per essersi ammalato appena quel figlio di puttana è morto”
“Quel demonio d’un vecchio gli deve la vita che gli ha rovinato...” il secondo lasciò sfumare il discorso verso un silenzio pesante.
“Che ore erano quando è morto?” chiese il terzo.
“Più o meno le sei” fece Arturo.
“Non erano ancora suonate le campane” fece eco Carlo in rinforzo.
“Checcazzo!" raddrizzò la testa il Giec mentre con la mano sinistra toglieva lo strofinaccio dal bicchiere che aveva nella destra. "Non mi ricordo esattamente di che giorno ed anno si trattasse...” sul suo viso si delineò una smorfia di commosso sorriso “...ma ne sono certo, alle sei in pacca di quel giorno, quel povero cristo mise per la prima volta piede in questa bettola, e...” scuotendo la testa lentamente mentre riponeva il bicchiere tra quelli asciutti “...alle sei di oggi se ne è andato”
Di nuovo ci fu silenzio.
Giec spillò altre sei medie doppio malto. Una era per lui. Senza dire nulla fecero un altro brindisi lasciando toccare i bicchieri in onore di Guido.
Il secondo dei tre, quello seduto al centro, si alzò per andare al bagno. Diedero un sorso poi, Carlo conquistò il suo posto ed Arturo guadagnò una posizione verso destra.
La pausa che seguì sembrava voluta per enfatizzare il gran finale della frase
“...e mi sa proprio che la parte che mi è spettata sia proprio la meno fortunata” Tirò un’altra volta il fiato, sempre con rinnovata fatica, dunque provò a tossire senza intimorire per nulla lo strato di catrame e catarro che lastricava i suoi bronchi e polmoni. Rantolò un altro pò in preda a spasmi involontari tra le lenzuola sudate del letto, poi, contrariamente alla grazia cinematografica, con gli occhi spalancati, morì. Lo sguardo che morendo lasciò rivolto al mondo sembrava il frutto di una scoperta terrificante e sconvolgente.
Carlo constatò il decesso. Arturo aprì le porte della camera. I due infermieri entrarono nella stanza mentre Carlo ed Arturo uscivano. Quando si trovarono di fronte al parroco dell’ospedale, Carlo disse
“mi spiace padre, ma prima di morire ci ha detto di non farla entrare nemmeno adesso che se ne èa andato”
ci fu il silenzio necessario per prendere dalla tasca anteriore dei jeans il pacchetto delle sigarette e portarne una alla bocca, frugare nella sinistra, individuare l’accendino e con una maestria da veterano, darle fuoco. Dopo una profonda boccata si sentì pronto per continuare
“...sa, ha paura di finire in paradiso e riincontrare quel figlio di puttana del suo vecchio”
Il prete, col capo leggermente voltato sulla sinistra per scansare la nuvola di fumo, si segnò velocemente rimanendo in silenzio.
Carlo diresse lo sguardo ad Arturo e con uno scarto del capo in diagonale, da sinistra verso destra, si mise in cammino nel corridoio verde.
Il silenzio regnava in tutto il reparto facendo a botte, per avere il sopravvento, con l’odore insopportabile di disinfettante e malattia. La lotta fu dura e serrata ma, alla fine, ad Arturo parve avere il sopravvento l’odore.
In fila indiana, a due passi di distanza l’uno dall’altro, lasciandosi alle spalle una scia di fumo, percorsero tutta la lunghezza del corridoio. Scesero con l’ascensore i tre piani sino a terra e si diressero verso l’uscita. Dai vetri della portineria si scorgeva il cielo imbrunire. Giunti sulla soglia, davanti ad un cartello bianco rosso e nero, appeso al muro, Carlo lesse
“vietato fumare in tutti i locali interni, la direzione...”
Carlo si guardò attorno facendo roteare la testa prima a sinistra dunque a destra. Non vide nessun altro tranne Artuto. Abbassò lo sguardo e vide un grosso posacenere ripieno di sabbia da lettiera per gatti. Diede una lunga ultima aspirata e, con la mano, lentamente immerse la sigaretta tra i granelli di sabbia. Espirò. Spinse le maniglie antipanico rosse della grande porta a vetri d’ingresso, poi uscì. Arturo lo seguì.
Il cielo non era ancora così bruno. Dovevano solo disabituare gli occhi da quella luce asettica e fredda che inondava l’interno dell’ospedale. Dopo qualche minuto cominciò a calare veramente la sera.
I due stavano camminando per il viale che porta verso il centro mentre il traffico del rientro si intensificava in entrambe le direzioni. Arturo ruppe il silenzio
“cazzo Carlo, non abbiamo preso l’ora del decesso.”
Dal tono sembrava rammaricato quasi come si fosse dimenticato di mettere le 200 lire nella cassa dopo aver acceso la candela alla cappella di San Rocco.
“Che ore sono adesso?”
“Non lo so, non ho l’orologio”
Arturo scrutò il cielo ed il passaggio di un aereo gli catturò l’attenzione “Beh, facciamo finta che siano un quarto alle sette”
“Quindi, più o meno, se ora sono le sei e quarantacinque, lui sarà morto alle sei e mezza circa” calcolò Carlo.
“No, mi sa che non regge. Alle sei e mezza suonano le campane, non è vero?”
“Mi sa di si, ma io non ho sentito suonare nessuna campana”
“Appunto, quindi non può essere morto alle sei e mezza, dev'essere stato prima”
“Ochei, ma quando il Giec ci chiederà a che ora è morto, cosa gli diciamo?”
“Gli diciamo che è morto alle sei. È un’orario bello e facile da ricordare...”
“Va bene, allora facciamo che sia morto alle sei, all’ora dell’aperitivo” concluse Carlo.
Come al solito, dal Giec i tavoli erano tutti liberi. Carlo ed Arturo aprirono le porte e si andarono ad unire agli altri tre reduci alla barra del bancone. Si appollaiarono insieme agli altri sugli sgabelli, ruotandosi come avvoltoi le posizioni man mano che qualcuno si alzava per andare al bagno. Il bancone di legno era come al solito umido e l’odore che si respirava nel locale sapeva di muffa. Le uniche luci accese, pendavano grevi dal soffitto proprio ad illuminare il bancone zozzo. Da quando il Giec aveva venduto l’unico tavolo del locale, aveva spostato dal centro della sala a sopra il bancone i due lampadari da biliardo, dal cappello di vetro verde, che ora pendevano minacciosamente sulle teste dei sei. Sistematisi in silenzio, il Giec, da dietro il banco, spillò loro una media bionda doppio malto. Il vetro pesante dei due bicchieri riecheggiò sordo al contatto col legno e dal fondo si sollevarono delle bollicine che andarono ad alimentare lo strato di schiuma candida in superficie.
“Allora?” fece uno dei tre rompendo il silenzio.
“E’ morto” rispose Carlo.
Tutti abbassarono lo sguardo sul bicchiere ed all’unisono lo sollevarono creando un semicerchio al quale, da dietro il bancone, partecipò anche il Giec. I bicchieri si unirono tintinnando.
“A Guido!” avanzò Carlo. Poi ognuno diede un sorso al proprio bicchiere.
“Se ne è andato sereno?” chiese un altro dei tre rompendo il silenzio.
Arturo e Carlo, con i gomiti appoggiati al bancone e le spalle inarcate fecero ciondolare la testa.
“Ha detto qualcosa prima di lasciarci?” chiese il primo.
“Con la poca aria che gli era rimasta nei polmoni ha accennato solo a due cose” Carlo diede una sorsata generosa, schioccò la lingua sul palato e socchiudendo le labbra continuò “a quel bastardo di suo padre, che dalla paura di riincontrarlo da qualche parte ha persino rifiutato l’estrema unzione del prete ed i funerali in chiesa e poi al brutto scherzo che gli ha riservato la vita”
“Già” disse il Giec “è stato sfortunato due volte. Prima per essere stato il figlio di suo padre campato cent’anni, poi per essersi ammalato appena quel figlio di puttana è morto”
“Quel demonio d’un vecchio gli deve la vita che gli ha rovinato...” il secondo lasciò sfumare il discorso verso un silenzio pesante.
“Che ore erano quando è morto?” chiese il terzo.
“Più o meno le sei” fece Arturo.
“Non erano ancora suonate le campane” fece eco Carlo in rinforzo.
“Checcazzo!" raddrizzò la testa il Giec mentre con la mano sinistra toglieva lo strofinaccio dal bicchiere che aveva nella destra. "Non mi ricordo esattamente di che giorno ed anno si trattasse...” sul suo viso si delineò una smorfia di commosso sorriso “...ma ne sono certo, alle sei in pacca di quel giorno, quel povero cristo mise per la prima volta piede in questa bettola, e...” scuotendo la testa lentamente mentre riponeva il bicchiere tra quelli asciutti “...alle sei di oggi se ne è andato”
Di nuovo ci fu silenzio.
Giec spillò altre sei medie doppio malto. Una era per lui. Senza dire nulla fecero un altro brindisi lasciando toccare i bicchieri in onore di Guido.
Il secondo dei tre, quello seduto al centro, si alzò per andare al bagno. Diedero un sorso poi, Carlo conquistò il suo posto ed Arturo guadagnò una posizione verso destra.
sabato 1 settembre 2007
'fanculo Bologna
Aspetti ancora qualche minuto, un ultimo sospiro. Poi giri la chiave e le valige stanche vibrano col motore. Puzza di olio bruciato. Ti ripeti che niente è per sempre. come una verità scoperta nei Baci Perugina. In bocca il sapore più amaro di un caffè. Controlli nell’orologio che le telecamere della città siano spente. Le gambe della zona a traffico limitato ti si aprono come un ponte levatoio. Morbidamente sfili per quella via di alcuni locali che conosci. Ci venivi tempo fa. C’è sempre la stessa gente tra poche ore la strada sarà ingombra di auto lasciate in doppia fila per una bevuta veloce. Potresti rimanere ancora un po’ ma non è il caso di abbandonarsi a facili nostalgie. La musica per radio ti aiuta. Una canzone ricorda le vacanze. Le rocce mangiate dal sole, lucide di sale. I vestiti appiccicati al costume bagnato. Quel bar scavato in una posizione incredibile. E tutte le foto ancora da riordinare. In fondo è bello partire. Per un po’ qualcuno parlerà di te arrivando alcuni giorni anche ad immaginarti. Domandandosi: “che farà?”
Eccoti dietro una scrivania incassata in un mobile vecchio di quelli che arredano le case in affitto. Dondolando su una sedia pericolante con un piatto sulle ginocchia, la forchetta in mano ed un libro e computer ad occupare lo spazio occupabile del tavolo. Dalla cucina suona, distorta dal corridoio, la radio deliberatamente dimenticata accesa. Rumori familiari. Il pavimento è coperto di jeans che vai ammucchiando meravigliandoti di averne tanti. Alcuni sono sfilacciati sul fondo dove li avevi arrotolati. C’è anche qualche maglietta più o meno sporca. Dovresti riordinare e sai non lo farai perché ti piace avere qualcosa da dover fare. Nell’aria l’eco di un incenso spento da giorni. Raccogli un boccone di cena con la forchetta avendo ben cura di non sporcarti. Probabilmente uscirai anche quella sera.
Mi passi accanto ma non ci notiamo. Io distratto dalle mie scarpe e tu dalla freccia a sinistra. Entri nella strada grande che, come le arterie sembra fatta per velocizzare il passaggio. È proprio così: questa è la strada più veloce per andarsene. Anche nelle ore di punta quando si intasa. Quando suonare il clacson è il solo modo per rilassarsi.
Ora non c’è molto traffico e passi veloce e il paesaggio è luminoso come appena lavato. Sterile come un tunnel. Da lontano tutto sembra più bello. Anche le puttane buttate come la pastura dei pescatori vicino all’autostrada. Quelle storie solo immaginate. Autocontrollo, morale.
Pensi a te meravigliandoti. Non l’hai fatto spesso ultimamente. Hai parlato discorsi non tuoi. Ripetendo il sentito dire, quello che bisogna dire. Hai mentito. Espresso certezza, gioia e un calore non tuo. Anche quella scelta di pochi mesi prima non è tua ora. Il libero arbitrio è una illusione. Passiamo la vita ad adeguarci alle aspettative della gente.
Accendi una sigaretta. Butti fuori tutto con un lungo soffio. La mano destra batte sul volante i quattro quarti di una canzone veloce. Acceleri e te ne freghi.
“’fanculo Bologna”.
Mi devi ancora una birra.
Eccoti dietro una scrivania incassata in un mobile vecchio di quelli che arredano le case in affitto. Dondolando su una sedia pericolante con un piatto sulle ginocchia, la forchetta in mano ed un libro e computer ad occupare lo spazio occupabile del tavolo. Dalla cucina suona, distorta dal corridoio, la radio deliberatamente dimenticata accesa. Rumori familiari. Il pavimento è coperto di jeans che vai ammucchiando meravigliandoti di averne tanti. Alcuni sono sfilacciati sul fondo dove li avevi arrotolati. C’è anche qualche maglietta più o meno sporca. Dovresti riordinare e sai non lo farai perché ti piace avere qualcosa da dover fare. Nell’aria l’eco di un incenso spento da giorni. Raccogli un boccone di cena con la forchetta avendo ben cura di non sporcarti. Probabilmente uscirai anche quella sera.
Mi passi accanto ma non ci notiamo. Io distratto dalle mie scarpe e tu dalla freccia a sinistra. Entri nella strada grande che, come le arterie sembra fatta per velocizzare il passaggio. È proprio così: questa è la strada più veloce per andarsene. Anche nelle ore di punta quando si intasa. Quando suonare il clacson è il solo modo per rilassarsi.
Ora non c’è molto traffico e passi veloce e il paesaggio è luminoso come appena lavato. Sterile come un tunnel. Da lontano tutto sembra più bello. Anche le puttane buttate come la pastura dei pescatori vicino all’autostrada. Quelle storie solo immaginate. Autocontrollo, morale.
Pensi a te meravigliandoti. Non l’hai fatto spesso ultimamente. Hai parlato discorsi non tuoi. Ripetendo il sentito dire, quello che bisogna dire. Hai mentito. Espresso certezza, gioia e un calore non tuo. Anche quella scelta di pochi mesi prima non è tua ora. Il libero arbitrio è una illusione. Passiamo la vita ad adeguarci alle aspettative della gente.
Accendi una sigaretta. Butti fuori tutto con un lungo soffio. La mano destra batte sul volante i quattro quarti di una canzone veloce. Acceleri e te ne freghi.
“’fanculo Bologna”.
Mi devi ancora una birra.
venerdì 31 agosto 2007
Il colpo di Arturo, Torre e Pizza (parte 6)
Le ore, paradossalmente, più si avvicinava il momento dell’azione più sembravano dilungarsi e protrarsi all’infinito. L’attesa per Arturo stava diventando estenuante. Più ripensava alle varie mosse da tempo pianificate, più gli sorgevano dubbi e la testa si riempiva di "se" e di "ma". Doveva assolutamente sbarazzarsi al più presto di quell’ingombro. In quel momento per la prima volta nella sua vita, stava provando una sensazione strana, fino ad ora sconosciuta. I sintomi che avvertiva erano identificabili con quelli che alcune volte, suoi conoscenti gli avevano descritto ed avevano catalogato con il termine Paura. Miedo. Fear. Cтрах. Furcht. 공포. الخوف. 恐惧. 恐れ.
Molte volte, in troppe lingue aveva sentito pronunciare quella parola e tutte le volte era rimasto del tutto indifferente. Di fronte a Paura, Arturo reagiva come chiunque di noi reagirebbe sentendo pronunciare un termine sconosciuto, nuovo, mai sentito prima d’ora e del quale si ignora il reale e profondo significato.
Adesso, chiuso in quelle quattro mura, rapito da un inconsistente senso di claustrofobia, Arturo avvertiva tutti i sintomi della Paura, ed il semplice fatto di esserne consapevole lo disturbava intimamente. Non lo aiutò la musica psicadelica dei Pink Floyd che utilizzava solitamente come sedativo per l’ansia. Nemmeno ci riuscì la canna di olio d'hashish. Ne aveva rollata una abbastanza leggera per evitare che l’effetto si protraesse troppo avanti nel tempo lasciandolo rincoglionito al momento del colpo. La testa doveva essere leggera e libera da pensieri. Provò a pensare all'inquilina del piano di sopra, quella con due tettone da togliere il respiro. Provò ad immaginarla nuda, come spesso gli era capitato di fare. Niente. Quella sera tutti i suoi pensieri erano catalizzati dal Colpo. Dal Colpo che, comunque fosse andato, in un modo o nel suo opposto, gli avrebbe cambiato la vita.
Arturo non era mai stato dentro, in prigione. Aveva sempre vissuto ben oltre la legalità, sempre sul filo del rasoio. In tutti gli anni di onorata carriera criminale, Arturo era sempre riuscito a farla franca, spesso beffandosi degli stessi tutori dell'ordine. Arturo aveva un eloquio fuori dal comune ed una capacità di persuasione incredibile che, sommati alla sua elegante e distinta presenza, riusciva a tenere lontano da sè qualunque presunzione di colpevolezza.
Più il tempo rallentava, più le sue preoccupazioni si accentuavano. Per quanto riguardava la sua parte era tranquillo e fiducioso. Aveva meticolosamente ripassato tutti i minimi particolari compresa l’espressione e le parole che avrebbe dovuto vomitare alle tre guardie giurate come un sacerdote intento durante l'omelia. Sapeva quale tono avrebbe dovuto assumere e quali gesti accompagnare a quelle parole. La sua parte era perfetta. Ma per quel colpo erano in tre; lui al massimo avrebbe potuto far funzionare alla perfezione il suo terzo di competenza dell'intera macchina. Il resto spettava al Torre ed al Pizza. Al provocatore ed al rancoroso. Ed i dubbi che nutriva in quel momento Arturo riguardavano proprio la loro parte. Non lo impensieriva tanto la manovra di sorpasso che avrebbe dovuto fare il Pizza, elementare, ma il sangue freddo che avrebbe dovuto far seguire una volta bloccato il furgone. Il Pizza sarebbe stato armato e qualunque provocazione o fraintendimento avrebbe potuto far scoppiare un vero casino di sangue e soprattutto mandare a monte l’intero piano.
Il Pizza, anni indietro, nel periodo in cui era nel commercio della cocaina, per un nonnulla aveva fatto fuoco tre volte su due persone perchè convinto, a torto, che lo stessero beffando. Il più sfortunato di quei due si beccò due pallottole in corpo. La prima gli frantumò la clavicola, lacerandogli 5 centimetri di muscoli, tendini ed ossa tra il collo e la spalla lasciandogli uno squarcio rosso e bianco sotto al maglione. L’altra lo trapassò da parte a parte all’altezza dell’addome, trascinandosi dietro parte dell’intestino. Sembrava spacciato ma l’anima, probabilmente, in quel momento non si trovava nè vicino alla clavicola nè vicino all’intestino. Al secondo le cose andarono decisamente meglio anche se, probabilmente, il sibilo della pallottola che gli si fece strada tra le due guancie, portandosi al seguito qualche fila di denti, giunse sicuramente all’orecchio e, senza aspettare troppo, pure al cervello. Si era trattato veramente di una manciata di inutili millimetri e la pallottola anzichè tirarsi dietro denti, saliva e pelle avrebbe sparso tutt'attorno una grigia poltiglia puzzolente, condannando quasi certamente il Pizza alla cattura e dunque all'ergastolo. Se la cavarono alla meno peggio con un calvario di interventi e trapianti vari. Nessuno dei due si dice tornò ad essere quello che era prima. Ma il caos che seguì la sparatoria durò diversi mesi. Nelle centrali di polizia della zona si era già costituito un team per fronteggiare “un’escalation di violenza becera e cieca”, come riecheggiarono alcuni telegiornali nazionali. A quell’episodio non ne fecero seguito altri ed il tutto si risolse con un forzato ritiro del Pizza dal mondo del commercio della cocaina, lasciandolo tossicodipendente e senza un soldo. Questa era acqua passata da almeno cinque anni. Ora il Pizza aveva ridimensionato il suo rapporto con la cocaina ad una semplice relazione occasionale. Ma nella mente di Arturo il semplice sovrapporsi di quell’aneddoto al colpo di quella sera, gli faceva gelare il sangue nelle vene ed aumentare la sudorazione. Il Pizza seguiva l’istinto come un cane da caccia segue la traccia. Senza chiedersi mai un "perchè".
Una volta convintosi della maturità del Pizza, un tarlo nella testa di Arturo traghettava i pensieri al Torre. Il Torre non era certo pazzo come il Pizza ma non era nemmeno così razionale nel prendere decisioni quando, più che la testa, usava le mani. La vicenda che in quel momento turbava i pensieri di Arturo risaliva anch’essa alla gioventù del Torre. Si trattava di una semplice rapina in un Autogrill. Un colpo semplice e veloce. Il Torre, 10 chili più magro, non esitò a prendere a sberle un avventore per il semplice fatto di essersi intromesso tra lui e la cassiera. lo prese per il bavero della giacca e, con un fare holliwoodiano, lo scaraventò di peso contro il frigorifero delle bibite. All'impatto della schiena del tizio contro l'anta del mobile, il vetro andò in frantumi lasciandosi dietro una pioggia di finissimi cristalli ed un tintinnio tendente all'infinito. Tutto questo fece perdere tempo prezioso rischiando l'arrivo della polizia. Tutto finì liscio ma la fortuna non sempre sta dalla tua parte.
Quello che mancava ai quei due schizzati era quello che invece caratterizzava Arturo: autocontrollo e fredda lucidità.
Mancavano solo tre ore alle 03.00, ora in cui la macchina si sarebbe dovuta mettere in moto. Arturo aveva trovato sollievo immergendosi nella vasca da bagno giallognola ed arrugginita che, per tre lunghi anni si era sempre rifiutato anche solo di riempire.
Con l’acqua che gli lambiva la bocca, Arturo teneva le orecchie immerse e gli occhi chiusi. I rumori lenti, metallici, amplificati ed ovattati che percepiva riuscivano in qualche modo a farlo evadere dai cattivi pensieri che, come avvoltoi, stringevano cerchi concentrici intorno alla sua testa come fosse una carogna.
Nelle ore che pecedevano il colpo, Arturo aveva vietato a tutti di mettersi in contatto telefonicamente. Sarebbe stato troppo rischioso nonostante nessuno, oltre a loro tre, avrebbe dovuto sapere del colpo. Alle 03.15, cercando di non dare nell’occhio, si sarebbero dati appuntamento nel parcheggio del cinema Esmeraldo, sulla sinistra del cubo spigoloso di cemento, vicino ai bidoni per la raccolta differenziata. Per evitare problemi legati al trasporto delle armi, la sera prima, fingendo di buttare la spazzatura, il cui ritiro sarebbe stato alle 07.00 del mattino successivo, Arturo avrebbe posizionato, in uno zaino nascosto in un cespuglio, la sua Beretta Modello 92S, la Glock 37 calibro .45 Gap del Pizza, la Steyr M9A1 calibro 9x21 del Torre, la vecchia Skorpion comprata vicino alla stazione scambiandola con qualche dosa di eroina e cocaina, ed i tre passamontagna neri con i fori per gli occhi. Il Torre doveva preoccuparsi invece del reperimento e del trasporto della bombola e della fiamma ossidrica con cui aprire il portellone blindato del furgone portavalori. Quello era un posto di scambisti animato tutta notte ma tranquillo, di cui tutti erano a conoscenza e per questo motivo addirittura sicuro, in quanto tollerato dalla polizia. Solitamente una pattuglia faceva un timido giro nel parcheggio più per far presenza che per controllare e presidiareverso l'una del mattino, dopodichè non ci sarebbe stato più alcuna presenza di polizia. Lì, una volta arrivati tutti e tre, senza nemmeno bisogno di scambiarsi una parola, Arutro sarebbe salito in macchina con il Torre, mentre il Pizza, da solo sull’auto “ariete” si sarebbe messo in marcia verso la statale. Il Torre ed Arturo si sarebbero diretti verso la sede della compagnia di trasferimento di denaro. Quella sera, una soffiata di una vecchia conoscenza, costata 20.000 €, ovvero l’intero patrimonio che i tre erano riusciti a raccimolare in diverse rapine, gli aveva annunciato l’orario di uscita di un portavalori straordinario per le 03.45 ed il suo tragitto preciso sino alla destinazione. Questo “trasporto eccezionale”, gli avevano detto che avrebbe veicolato 750.000€ dal deposito centrale al mercato del pesce, ad una trentina di chilometri dalla città, dove pare fosse programmata un’asta record per aragoste, salmoni e tonni. Una volta visto uscire il portavalori, Arutro avrebbe semplicemente fatto uno squillo al cellulare del Pizza. Questo segnale avrebbe significato
“è partito. Tra 25 minuti sarà da te. Fatti trovare pronto”.
Nei giorni precedenti i sopralluoghi e le prove cronometrate lungo quel tragitto furono diverse e permisero di stimare il tempo necessario per percorrere la tratta dal deposito all’innesto con la statale in 25 minuti. In quel lasso di tempo, il Torre ed Arturo, tagliando per il centro della città, a quell’ora deserta, avrebbero guadagnato una manciata di minuti sul portavalori, anticipandolo di qualche chilometro. Approfittando di quel vantaggio, si sarebbero piazzati sulla strada secondaria, a poche centinaia di metri dall’incrocio, punto in cui il Pizza avrebbe bloccato il portavalori.
In una stradina appartata e sterrata che si immetteva sulla statale, il Pizza avrebbe atteso, prima il transito del Torre ed Arturo che raggiungevano la loro postazione, dopodichè, il passaggio del furgone portavalori. Una volta avvistato, gli avrebbe lasciato qualche centinaia di metri di vantaggio, dunque gli si sarebbe accodato per circa 4 chilometri, sino all’intersezione dell’altra strada secondaria, punto in cui sarebbe entrato in azione e dalla quale sarebbero sbucati con effetto sorpresa il Torre ed Arturo.
Molte volte, in troppe lingue aveva sentito pronunciare quella parola e tutte le volte era rimasto del tutto indifferente. Di fronte a Paura, Arturo reagiva come chiunque di noi reagirebbe sentendo pronunciare un termine sconosciuto, nuovo, mai sentito prima d’ora e del quale si ignora il reale e profondo significato.
Adesso, chiuso in quelle quattro mura, rapito da un inconsistente senso di claustrofobia, Arturo avvertiva tutti i sintomi della Paura, ed il semplice fatto di esserne consapevole lo disturbava intimamente. Non lo aiutò la musica psicadelica dei Pink Floyd che utilizzava solitamente come sedativo per l’ansia. Nemmeno ci riuscì la canna di olio d'hashish. Ne aveva rollata una abbastanza leggera per evitare che l’effetto si protraesse troppo avanti nel tempo lasciandolo rincoglionito al momento del colpo. La testa doveva essere leggera e libera da pensieri. Provò a pensare all'inquilina del piano di sopra, quella con due tettone da togliere il respiro. Provò ad immaginarla nuda, come spesso gli era capitato di fare. Niente. Quella sera tutti i suoi pensieri erano catalizzati dal Colpo. Dal Colpo che, comunque fosse andato, in un modo o nel suo opposto, gli avrebbe cambiato la vita.
Arturo non era mai stato dentro, in prigione. Aveva sempre vissuto ben oltre la legalità, sempre sul filo del rasoio. In tutti gli anni di onorata carriera criminale, Arturo era sempre riuscito a farla franca, spesso beffandosi degli stessi tutori dell'ordine. Arturo aveva un eloquio fuori dal comune ed una capacità di persuasione incredibile che, sommati alla sua elegante e distinta presenza, riusciva a tenere lontano da sè qualunque presunzione di colpevolezza.
Più il tempo rallentava, più le sue preoccupazioni si accentuavano. Per quanto riguardava la sua parte era tranquillo e fiducioso. Aveva meticolosamente ripassato tutti i minimi particolari compresa l’espressione e le parole che avrebbe dovuto vomitare alle tre guardie giurate come un sacerdote intento durante l'omelia. Sapeva quale tono avrebbe dovuto assumere e quali gesti accompagnare a quelle parole. La sua parte era perfetta. Ma per quel colpo erano in tre; lui al massimo avrebbe potuto far funzionare alla perfezione il suo terzo di competenza dell'intera macchina. Il resto spettava al Torre ed al Pizza. Al provocatore ed al rancoroso. Ed i dubbi che nutriva in quel momento Arturo riguardavano proprio la loro parte. Non lo impensieriva tanto la manovra di sorpasso che avrebbe dovuto fare il Pizza, elementare, ma il sangue freddo che avrebbe dovuto far seguire una volta bloccato il furgone. Il Pizza sarebbe stato armato e qualunque provocazione o fraintendimento avrebbe potuto far scoppiare un vero casino di sangue e soprattutto mandare a monte l’intero piano.
Il Pizza, anni indietro, nel periodo in cui era nel commercio della cocaina, per un nonnulla aveva fatto fuoco tre volte su due persone perchè convinto, a torto, che lo stessero beffando. Il più sfortunato di quei due si beccò due pallottole in corpo. La prima gli frantumò la clavicola, lacerandogli 5 centimetri di muscoli, tendini ed ossa tra il collo e la spalla lasciandogli uno squarcio rosso e bianco sotto al maglione. L’altra lo trapassò da parte a parte all’altezza dell’addome, trascinandosi dietro parte dell’intestino. Sembrava spacciato ma l’anima, probabilmente, in quel momento non si trovava nè vicino alla clavicola nè vicino all’intestino. Al secondo le cose andarono decisamente meglio anche se, probabilmente, il sibilo della pallottola che gli si fece strada tra le due guancie, portandosi al seguito qualche fila di denti, giunse sicuramente all’orecchio e, senza aspettare troppo, pure al cervello. Si era trattato veramente di una manciata di inutili millimetri e la pallottola anzichè tirarsi dietro denti, saliva e pelle avrebbe sparso tutt'attorno una grigia poltiglia puzzolente, condannando quasi certamente il Pizza alla cattura e dunque all'ergastolo. Se la cavarono alla meno peggio con un calvario di interventi e trapianti vari. Nessuno dei due si dice tornò ad essere quello che era prima. Ma il caos che seguì la sparatoria durò diversi mesi. Nelle centrali di polizia della zona si era già costituito un team per fronteggiare “un’escalation di violenza becera e cieca”, come riecheggiarono alcuni telegiornali nazionali. A quell’episodio non ne fecero seguito altri ed il tutto si risolse con un forzato ritiro del Pizza dal mondo del commercio della cocaina, lasciandolo tossicodipendente e senza un soldo. Questa era acqua passata da almeno cinque anni. Ora il Pizza aveva ridimensionato il suo rapporto con la cocaina ad una semplice relazione occasionale. Ma nella mente di Arturo il semplice sovrapporsi di quell’aneddoto al colpo di quella sera, gli faceva gelare il sangue nelle vene ed aumentare la sudorazione. Il Pizza seguiva l’istinto come un cane da caccia segue la traccia. Senza chiedersi mai un "perchè".
Una volta convintosi della maturità del Pizza, un tarlo nella testa di Arturo traghettava i pensieri al Torre. Il Torre non era certo pazzo come il Pizza ma non era nemmeno così razionale nel prendere decisioni quando, più che la testa, usava le mani. La vicenda che in quel momento turbava i pensieri di Arturo risaliva anch’essa alla gioventù del Torre. Si trattava di una semplice rapina in un Autogrill. Un colpo semplice e veloce. Il Torre, 10 chili più magro, non esitò a prendere a sberle un avventore per il semplice fatto di essersi intromesso tra lui e la cassiera. lo prese per il bavero della giacca e, con un fare holliwoodiano, lo scaraventò di peso contro il frigorifero delle bibite. All'impatto della schiena del tizio contro l'anta del mobile, il vetro andò in frantumi lasciandosi dietro una pioggia di finissimi cristalli ed un tintinnio tendente all'infinito. Tutto questo fece perdere tempo prezioso rischiando l'arrivo della polizia. Tutto finì liscio ma la fortuna non sempre sta dalla tua parte.
Quello che mancava ai quei due schizzati era quello che invece caratterizzava Arturo: autocontrollo e fredda lucidità.
Mancavano solo tre ore alle 03.00, ora in cui la macchina si sarebbe dovuta mettere in moto. Arturo aveva trovato sollievo immergendosi nella vasca da bagno giallognola ed arrugginita che, per tre lunghi anni si era sempre rifiutato anche solo di riempire.
Con l’acqua che gli lambiva la bocca, Arturo teneva le orecchie immerse e gli occhi chiusi. I rumori lenti, metallici, amplificati ed ovattati che percepiva riuscivano in qualche modo a farlo evadere dai cattivi pensieri che, come avvoltoi, stringevano cerchi concentrici intorno alla sua testa come fosse una carogna.
Nelle ore che pecedevano il colpo, Arturo aveva vietato a tutti di mettersi in contatto telefonicamente. Sarebbe stato troppo rischioso nonostante nessuno, oltre a loro tre, avrebbe dovuto sapere del colpo. Alle 03.15, cercando di non dare nell’occhio, si sarebbero dati appuntamento nel parcheggio del cinema Esmeraldo, sulla sinistra del cubo spigoloso di cemento, vicino ai bidoni per la raccolta differenziata. Per evitare problemi legati al trasporto delle armi, la sera prima, fingendo di buttare la spazzatura, il cui ritiro sarebbe stato alle 07.00 del mattino successivo, Arturo avrebbe posizionato, in uno zaino nascosto in un cespuglio, la sua Beretta Modello 92S, la Glock 37 calibro .45 Gap del Pizza, la Steyr M9A1 calibro 9x21 del Torre, la vecchia Skorpion comprata vicino alla stazione scambiandola con qualche dosa di eroina e cocaina, ed i tre passamontagna neri con i fori per gli occhi. Il Torre doveva preoccuparsi invece del reperimento e del trasporto della bombola e della fiamma ossidrica con cui aprire il portellone blindato del furgone portavalori. Quello era un posto di scambisti animato tutta notte ma tranquillo, di cui tutti erano a conoscenza e per questo motivo addirittura sicuro, in quanto tollerato dalla polizia. Solitamente una pattuglia faceva un timido giro nel parcheggio più per far presenza che per controllare e presidiareverso l'una del mattino, dopodichè non ci sarebbe stato più alcuna presenza di polizia. Lì, una volta arrivati tutti e tre, senza nemmeno bisogno di scambiarsi una parola, Arutro sarebbe salito in macchina con il Torre, mentre il Pizza, da solo sull’auto “ariete” si sarebbe messo in marcia verso la statale. Il Torre ed Arturo si sarebbero diretti verso la sede della compagnia di trasferimento di denaro. Quella sera, una soffiata di una vecchia conoscenza, costata 20.000 €, ovvero l’intero patrimonio che i tre erano riusciti a raccimolare in diverse rapine, gli aveva annunciato l’orario di uscita di un portavalori straordinario per le 03.45 ed il suo tragitto preciso sino alla destinazione. Questo “trasporto eccezionale”, gli avevano detto che avrebbe veicolato 750.000€ dal deposito centrale al mercato del pesce, ad una trentina di chilometri dalla città, dove pare fosse programmata un’asta record per aragoste, salmoni e tonni. Una volta visto uscire il portavalori, Arutro avrebbe semplicemente fatto uno squillo al cellulare del Pizza. Questo segnale avrebbe significato
“è partito. Tra 25 minuti sarà da te. Fatti trovare pronto”.
Nei giorni precedenti i sopralluoghi e le prove cronometrate lungo quel tragitto furono diverse e permisero di stimare il tempo necessario per percorrere la tratta dal deposito all’innesto con la statale in 25 minuti. In quel lasso di tempo, il Torre ed Arturo, tagliando per il centro della città, a quell’ora deserta, avrebbero guadagnato una manciata di minuti sul portavalori, anticipandolo di qualche chilometro. Approfittando di quel vantaggio, si sarebbero piazzati sulla strada secondaria, a poche centinaia di metri dall’incrocio, punto in cui il Pizza avrebbe bloccato il portavalori.
In una stradina appartata e sterrata che si immetteva sulla statale, il Pizza avrebbe atteso, prima il transito del Torre ed Arturo che raggiungevano la loro postazione, dopodichè, il passaggio del furgone portavalori. Una volta avvistato, gli avrebbe lasciato qualche centinaia di metri di vantaggio, dunque gli si sarebbe accodato per circa 4 chilometri, sino all’intersezione dell’altra strada secondaria, punto in cui sarebbe entrato in azione e dalla quale sarebbero sbucati con effetto sorpresa il Torre ed Arturo.
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