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martedì 21 giugno 2011

Una finestra aperta a tarda notte

Cosa farei adesso?
Al caldo umido di questa notte, o mattina dato che non si capisce più bene se stia iniziando qualcosa o terminando qualcos'altro, solo, ascolto la circolare ritmare questa mia inutile attesa. Questo maledetto Godot che è arrivato in anticipo e non m'ha trovato ma m'ha lasciato scritto "stronzo" con due dita di grasso sulle piastrelle della cucina: lo strozzerei. O quel dannato d'un Drogo che ero convintissimo impiegato a strafarsi d'oppio presidiando il nostro avamposto quando invece l'ho trovato in macchina con un transessuale volgare, vecchio e malato sui viali a pomiciare come un sedicenne: l'avrei arso vivo. Nel frattempo io mi consumo. Come la sigaretta che ormai mi scotta le dita ma non voglio mollare perchè è l'unica cosa che mi fa sentire vivo adesso. O almeno mi da la sensazione dell'esistenza, mi fa provare l'emozione di esistere per mezzo del dolore. Adesso come adesso mi accenderei una bella canna. Anzi, come dice mio babbo: un cannone. "Cannone" è un termine talmente comico e antico, come "rèclame" certo, ma che rende meglio l'idea della mia voglia che ho adesso. Voglia che aumenta e, come poliuretano s'espandende nella mia testa, nelle mie vene, nella mia pelle, nei miei occhi da gatto abituati all'oscurità e mi fa sentire gonfio come l'omino Michelin. Ma senza felicità e candore. Solo gonfiore interiore. Mi rollerei un super cannone con una bracia da un milione di kilojoule, cristo santo. Sì, voglio rollarmi una canna talmente bestia da riuscire a farci bollire una pentola d'acqua con la sola brace. Sono in vena di Guinness ma per una volta non quella scura. La digestione lenta mi mette sonnolenza dopo i pasti fin da quando avevo 5 anni o forse 3, non ricordo. Da quando imploravo la maestra dell'asilo di farmi dormire un pò dopo la pappa e quella stronza invece, e dire che si chiamava Grazia, sì, grazia un cazzo, niente, niet. Sempre a giocare, sempre costretto al divertimento coatto. E' tutta colpa sua se adesso non mi piace giocare. Se nella mia adolescenza ho sempre odiato giocare a qualsiasi cosa e con chiunque. Adesso non gioco a tennis nè a dungeons and dragon. Odio la Guinness dopo i pasti perchè mi ammazza la giornata. Odio il gioco del calcio e del Superenalotto. Tanto vincono sempre gli altri. Come a scuola, quella ragazza che filava tutti meno che me e Venditti. E allora fanculo a tutti, ragazzi, io me ne vado. Ma dove? Dove posso andare? E' una vita che fuggo da qualcosa che non so cosa sia. Sono anni che fuggo da quello che ho dentro, che fuggo da me, dalla mia condizione e dalla mia esistenza. Prima città, poi lavoro, poi amici, poi colore, poi significato ed eccomi sempre uguale a me stesso. Sempre condannato ad essere me stesso sia dentro che fuori, ovunque.
Intanto i freni esausti della circolare cigolano, le sospensioni si schiacciano implorando pietà e le porte pneumatiche troppo anziane per lavorare a quest'ora sbuffano un "pff" talmente forte che mi rompe i coglioni e i timpani. Vorrei un pò di tranquillità, cazzo. Chiedo troppo? Pace.
Invece niente canne, cannette o cannoni per strodirmi quel tanto che basta. Sono solo reminescenze adolescenziali ormai. Rituali del tempo che fu, relegati al compito ingrato della Polaroid. Quindi ingollerò compulsivamente in piena liceità la mia confezione di birre in saldo e fresche perchè miracolosamente il frigo ha ripreso a ronzare e far il suo dovere ieri mattina sul presto. Seguivo come sempre la mia linea d'ombra che, come le linee luminose nei codrridoi degli aerei, a un metro dal pavimento, mi guida fedelmente nel tragitto che va dal mio lato del letto fino al cesso quando l'inconfutabile e inconfondibile ronzio è iniziato. Come San Tommaso ho dovuto sincerarmi che quello che le mie orecchie sentivano fosse realmente la resurrezione del mio Indesit. E così era. Ho aperto l'anta e come per magia, luce fu. Dalla gioia mi sono scolato le solite birrette una dopo l'altra con la dovizia di sempre attento a non lasciarne un solo goccio a seccare. Poi con grande naturalezza mi devo essere addormentato sulla sedia intrecciata della cucina coccolando il frigo come fosse un cucciolo di leone che fa le fusa. Poi mi sono svegliato con le luci del mattino presto e mi sono rilanciato nella quotidianità fatta di petrolio raffinato e combusto, patatine fritte in olio esausto, fondotinta da viso, cipria da naso e lampadine a incandescenza. Macchine rombanti sui viali e pedoni in ritardo sui marciapiedi. Gente esce dalla chiesa, entra a scuola o si interra per prendere la metropolitana e sbucare dall'altra parte della città dove magari piove. Io no, semplicemente stordito vago come uno zombie attento a non farmi pestare i piedi, con un automatismo incredibile dritto al mio lavoro con la felicità irrazionale di un bambino alla scoperta di questo favoloso mondo sulle labbra.
Adesso il frigo continua a ronzare ma la felicità è scemata, si è annullata e ha lasciato spazio a questo senso di nausea da avvelenamento. La brace della sigaretta si è ormai spenta tra le mie dita lanciandomi un fremito lungo la schiena e imperlandomi la fronte di fresco sollievo. I rimpianti sono le cose peggiori che un uomo possa avere, forse sono persino peggiori delle malattie veneree e delle assicurazioni sulla vita perchè con i rimpianti ci si vive fino a morire.
Sapevo che Thomas sarebbe annegato a furia di bere ma non gli ho mai tolto il bicchiere dalle mani. Era troppo bello il suo nome per farlo e magnifiche le sue parole che alternava al whisky. E sapevo pure che quel maledetto irriverente d'un Francis Bacon si provava di nascosto la biancheria di sua madre ma non gli ho mai detto di smettere di farlo prima che lo beccassero e allora per lui sarebbero stati cazzi amari. Ma forse, ammonendolo, non sarebbe mai arrivato ad osare tanto nell'arte.
A certe persone non interessa niente dei nostri cari e benevoli consigli. Anzi, ad ogni consiglio, potessero, estremizzerebbero ancor più i loro vizi. Lo so, quando parlo a nome dell'umanità sbaglio prendendo a unico campione me stesso ma a sbagliare sono un campione.
Potrei parlarvi di fiori che appassiscono dopo dieci giorni di sciopero dell'innaffiamento, di storpi al semaforo che riescono quasi sempre a fregare cinquanta centesimi ai cardiopatici, di animali del circo maltrattati e malpagati, di contaminazioni radioattive dei pezzi di ricambio della Toyota, di paparazzi travestiti da finti preti che confessano i Vip per fare degli scoop o di veri preti in borghese che vanno a mignotte per farsi scopate perverse, ma ho detto che non lo faccio. Non è mia intenzione fare alcuna di queste meschinerie. Non parlo male degli altri in loro assenza; al massimo mi limito a riferire agli quello che altri ancora pensano di loro. Ma niente di più. E non ora. Poi tra non molto comincerà a piovere e non smetterà per giorni. Ne sono più che certo. E' sempre così. Se avessi cinquanta euro da buttar via scommetterei che piove fino a sabato. Ma cosa importa delle mie scommesse, tanto domani, ancora una volta, dovrò ricordarmi di non rispondere al citofono e al telefono di casa. So che se dovesse squillare qualcosa di diverso dalla sveglia sarebbe sicuramente una minaccia.
Sapevo anche che quel matto furibondo di Basquiat continuando a giocare con gli aghi prima o poi ci sarebbe rimasto secco come un topo stricninicizzato ma non per questo gli ho mai osato negare una sola volta la mia cintura per gonfiarsi la vena di vivida morte. Perchè quella era la sua vita e togliendogliela forse sarebbe solo finito prima, sgonfio come un Super Tele dimenticato al sole. Così come sapevo che la bella fresca Francesca era morbosamente attratta dalla sperimentazione e che prima o poi sarebbe finita giù da quella finestra newyorkese allo scoccare dei ventidue anni. Ma non mi sono mai permesso di consigliarle le inferiate. Mai l'avrei fatto sebbene riconosco che sia stato un vero peccato che il suo corpo frizzante e la sua mente vivace si siano spiaccicati come sterili uova su quel marciapiede. Sarebbe stato come chiuderla in galera e ucciderla di claustrofobica pazzia.
Intanto continuo ad annodare i miei pensieri alla maniera dei persiani aspettando che cominci a piovere per poi passare a sperare che smetta. Attendere che faccia giorno bevendo birra e poi pregare qualcuno che il cielo si tinga alla svelta di buio. Il tempo scorre monotono riproponendo sempre la solita alternativa e io mi adeguo a lui alternando sempre il fare al non fare. Il problema è che quando faccio vorrei non fare ma quando non faccio mi sento morire.

mercoledì 26 gennaio 2011

Ho trovato una lettera che non ho mai spedito

Un ronzìo simpaticamente fastidioso che da qualche mese mi disturba i pensieri. La voce di un vecchio frigorifero che mi accompagna durante la mia pallosa quotidianità. L’effetto è lo stesso di quelle volte in cui, davanti ad una definizione dei cruciverba non viene la definizione corretta ma si continua a pensare e ripensare, diventa quasi una sfida intima, personale che non si vuole a nessun costo perdere, una vera a propria ossessione. Un giorno ho così deciso di scommettere con me stesso che se fossi riuscito a trovare uno straccio di contatto, foss’anche si fosse trattato di riprendere carta e penna, allora le avrei scritto. La mia scarsa propensione al rischio mi porta spesso a scommettere con me stesso; tutto sommato, anche in caso di sconfitta il rischio è limitato.
Quindi ho cominciato la ricerca digitando semplicemente quello che ricordavo del suo nome. Un nome, il suo, che sinceramente ho impiegato un pò a ricordare nella sua corretta forma, “Mario Rivieri o forse Mario Riveri o ancora Mario Rivera... certo è Mario”! Poi, per fortuna o meno dipende dai punti vista, la tecnologia al giorno d’oggi rende tutti reperibili o rintracciabili; quello che serve è semplicemente una buona dose di volontà e motivazione. Giusto per fare un esempio, 9 anni fa durante una vacanza estiva in Francia mi “innamorai” di una giovane ragazza del nord della Francia, di una cittadina vicina al confine col Belgio. Trascorremmo intense e magnifiche giornate insieme cercando di fuggire, per quanto possibile, il pensiero dell’imminenza inevitabile del farewell time, che puntualmente si presentò e noi non lo facemmo attendere. Ci scrivemmo, come capita a caldo, i nostri ricordi e man mano che il tempo trascorreva e li sbiadiva, anche la nostra corrispondenza scemava in intensità e regolarità sino al giorno in cui cessò. Per farla breve, visto che non le stò scrivendo alla ricerca di una soluzione a questioni sentimentali, un paio di anni fa decisi di fare una capatina, durante il mio periodo di ferie, in Bretagna e Normandia. Sfogliando la mia guida Routard e studiando la cartina del nord della Francia, mi passò sotto agli occhi un nome di città, Lille, alla quale erano legate molte istantanee della memoria ed un solo nome e cognome chiaro e musicale come solo quelli francesi sanno esserlo. Beh, fatto stà che tramite internet sono riuscito a rintracciarla e, lieto fine, qualche settimana dopo ci incontrammo nell’atmosfera surreale della splendida cittadina di Ruen.

Scusi la divagazione ma ho una forte capacità di deconcentrazione.
Mi sembra almeno doveroso presentarmi.
Sono Massimo Velasco, un suo studente al Petrarca di… diciamo qualche anno fa; ad occhio e croce direi che sono circa 11 gli anni trascorsi dalla maturità. Ero uno di quegli studenti che solitamente nessun professore si ricorda in quanto, utilizzando un termine che odio ma rende, ero semplicemente normale: non uno di quelli ricordati con intellettuale affetto in quanto promesse con un’ipoteca sul futuro del sapere e nemmeno uno di quelle simpatiche canaglie che rimangono comunque impresse nei ricordi per le marachelle combinate ed il clima allegro e spensierato regalato alle ore di lezione. Ero semplicemente uno dei tanti, uno di quelli che ha tratto dal liceo quello che riteneva essere bene ed utile apprendere per sé. Uno di quelli del “qui ed ora” e “del poi si vedrà”. Un diciottenne con la testa infarcita dall’anti-mito americano dei grandi beat, quelli visionari alla Ginsberg, caleidoscopici alla Corso, camminatori pieni di un solitario carisma alla Kerouac o ancora dal nichilismo menefreghista bukowskiano, del surrealismo di milleriano e dalla distesa rilassatezza che solo la semplicità narrativa di Fante sa regalare. Le orecchie ripiene di Doors, Lou Reed, Pink Floyd ma anche Guccini, Lolli, Bertoli, De Gragori, De Andrè… I pensieri traboccanti illusioni, utopie e l’anima desiderosa di una libertà alla “come la intendo io”. In un certo senso, un utilitarista spesso opportunista, quasi mai in prima linea, spesso e volentieri mai presente per un eccesso di autostima e di senso di superiorità. Un pesce d’acqua salata costretto a sguazzare in un melmoso fosso della bassa padana è la definizione che davo di me in quel periodo. Poi ci sono stati i fantastici anni di Scienze Politiche a Bologna, che ancora ora porto tatuati nel cuore. Quegli anni dall’agrodolce sapore delle lunghe manifestazioni, delle infinite discussioni più o meno alcoliche sui massimi sistemi, delle tanto inutili quanto infiammate disquisizioni alla ricerca di veri ed eventuali motivi per fare la rivoluzione (la nostra ovviamente!), le prove d’estensione degli orizzonti della mente, l’approfondimento e il radicamento di un amore viscerale per la letteratura e per l’arte, le mostre, i concerti, le feste, il tutto condito dalla splendida onnipresenza di magnifiche creature nella massima espressione della propria bellezza. Che anni!
Poi il master in Gestione delle Risorse Umane forte della convinzione che “se qualcosa si può cambiare o almeno migliorare è solo dalle persone che si può comincare”. Dunque l’immediato, allo stesso tempo, atteso ed indesiderato ingresso nel mondo buio, grigio e cupo del lavoro. L’esodo dai posti in cui dopo 6 anni non ti senti mai solo, dagli amici con i quali hai condiviso molto o forse tutto, da uno stile di vita che per anni mi ero pazientemente cucito addosso e del quale andavo (e tuttora vado) fiero. E infine l’approdo, da naufrago, in un mondo anni luce lontano dal mio. Milano. Gente che pensa di brillare di luce propria, che fa a gara cercando di abbagliarti più degli altri, falsi miti, il dio denaro, l’essere forzatamente alternativi ed originali, set cinematografici, scenografie e personaggi al posto di luoghi reali e persone vere. Un lavoro in giacca e cravatta dove a 25 anni ti danno già del “lei” in cui tutto è governato da stupide regole, da asettica ed inutile disciplina e dove, ovunque, manca l’unicità della personalità ma soprattutto la delicatezza del senso di umiltà. Un posto in cui il lavoro ti permette di essere qualcuno e per questo deve venire prima di tutto. Vivere per lavorare, l’esatto contrario di quello che ho sempre pensato del lavoro e Milano l’antitesi della mia idealtipica concezione del mondo…
Ochei, scusi ma mi sono lasciato prendere la mano… Sono in un bar melodrammatico di periferia dove anche le pareti, oltre agli avventori, sono intrise di malinconia, tristezza, rimpianti e wisky. Vengo spesso in questo buco finito il lavoro per stare un pò in pace con me stesso e fare il punto della situazione guardandomi dritto negli occhi. Non è mai un esercizio facile, tutt’altro. Comunque sia, banalmente, le sto scrivendo per ringraziarla. Deve sapere che, anche se in silenzio, ho sempre provato una grande ammirazione e stima nei suoi confronti, oltre che come professore (geniale), soprattutto come persona. Già, proprio così, la voglio ringraziare per tutto quello che mi ha trasmesso a livello umano.
Concludo questa lettera confessandole che sono contento di averla incontrata tanti anni fa e di essermi tolto questo "peso" oggi.
Tutto qua...

mercoledì 23 giugno 2010

Stasera Carlo Magno mi fa una pippa

L'amore ci rende buoni, ottunde la nostra già di per sé ottusa mente, ovatta i nostri sottili pensieri e smussa gli spigoli della vita ai nostri miopi occhi.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.

venerdì 11 dicembre 2009

L'emisfero boreale

Probabilmente era una delle cene meno sane che consumavo negli ultimi due anni. Beh, certo, se non consideriamo anche le due volte da McDonald's, la cena al cinese e la vacanza negli Stati Uniti, possiamo tranquillamente affermare che si trattava senza dubbio della cena meno salutare degli ultimi quattro anni.
Tre wurstel di puro suino, un sugo riscaldato di pomodoro e cipolle preparato da non so chi (forse da Giuseppe), tre tomini nauseabondi ma squisiti, qualche fetta di salame Negroni e, per concludere, Puzzone di Moena portato direttamente da Pinzolo da Marco, che forse ignora che Pinzolo è il paese di origne della Spressa... ma poco male, il tutto innaffiato da una mezza dozzina di Hell's Beer. Già, proprio la birra più economica mai commercializzata da Lidl.
"Ciao vecchio, come va?
"Insomma..."
"Come insomma, se non va bene a te, caro mio... e Sara, dov'è? Credevo sarebbe venuta anche lei"
Già, dovevamo andare a sentire i "La ira de dios" al Cox, un gruppo peruviano nonchè il preferito di Sara.
""Mmm, ti devo dire una cosa"
"Su avanti sputa il rospo"
Chissà da cosa deriva il modo di dire "sputa il rospo". Magari nel Medio Evo (dato che tutti modi di dire hanno origine proprio in quel periodo) si era soliti mettere un rospo in bocca a chi non doveva parlare oppure era, che ne so, una punizione per chi parlava troppo o faceva gossip...
"Oggi ho lasciato Sara..."
Appena ho sentito quella frase un boccone di Wurstel di puro suino mi si ficca nel canale sbagliato ed a momenti non muoio soffocato. Ho cominciato a tossire come uno che si è scolato metà Mediterraneo e, per nulla preoccupato del mio stato di apnea, sottovalutando tutti i rischi che possono derivare da una prolungata assenza di ossigeno alle cellule del mio cervello, cercavo di dire
Ma dico, ti è dato di volta il cervello? Come cazzo ti è saltato in mente di lasciare Sara, l'unica ragazza che ha avuto il coraggio, non solo di farsi vedere con te, ma pure di andarci a letto!
Poi pianin pianino, quando gli spasmi da soffocamento avevano cominciato a passarmi e le cellule neuronali erano ormai al sicuro, col sudore che mi colava sulla fronte, sono riuscito a biascicare
"Ma sei un coglione!"
Sia chiaro, non è che Sara fosse tutto questo splendore ma, detto fra noi, voi non conoscete Silvano. Dio mio, Silvano è un incrocio tra un ritratto cubista di Picasso ed un cane Carlino venuto male. E' un mio grande amico e non parlerei mai male di lui in sua assenza ma, cazzo, è veramente strano. Ha un viso talmente asimmetrico che se gli guardi il profilo sinistro e poi si volta, beh, sembra un'altra persona... ma nessuna delle due decente. Almeno Sara, era sì brutta e culona ma era simpatica, o meglio, non rompeva i coglioni. Era la classica tipa soprammobile. Non fiatava mai, stava in disparte quando si parlava di sport, lasciava tutta la libertà che Silvano voleva e poi, questo bisogna riconoscerglielo, cucinava da dio, anzi da chef.
"Come sarebbe a dire -l'ho-lasciata? Forza chiamala subito e dille che ti sei sbagliato. Sì, inventati qualcosa, cazzo ne so, dille che avevi la febbre, che eri ubriaco... checcazzo, dille che era uno scherzo chiedile se c'è cascata"
"No, sa che non scherzo su questi argomenti. Poi, ho deciso..."
"Aspetta... aspetta un secondo capo. Come sarebbe a dire -ho-deciso?"
"Sì, stamattina quando mi sono svegliato ho guardato dalla finestra. C'era un sole bellissimo e tanta gente per strada. Mi sono fermato un attimo a fissare i passanti, i piccioni, le auto ed i tram poi mi sono chiesto se veramente mi piacesse Sara... e, beh, sono arrivato alla conclusione che forse non mi piace..."
"Ccccccccosa? Ma tu devi essere diventato scemo. Cazzo vuol dire -forse-non-mi-piace? Ma dico, in quattro anni che state assieme, solo ora te lo sei chiesto? Amico, fatti vedere... ma da uno bravo!"
Roba da matti. Non mi sembrava vero: Silvano, dopo quattro anni o forse tre o cinque, non so -mica ci stavo io con Sara, scopre che Sara non gli piace? Cioè, se voi sapeste di chi sto parlando, capireste. Mi sentivo, non so per quale motivo, investito da non so chi di compiere una missione importantissima: impedire che Silvano lasciasse Sara.
"Siediti. Anzi, prenditi un bicchiere dallo scolapiatti e una birra dal frigo. Poi siediti"
"Sì, mi rendo conto di aver fatto una cazzata, o qualcosa che si avvicina molto ad una cazzata, ma so che se non lo avessi fatto stamattina, non sarei più stato in grado di farlo. Questa mattina, guardando fuori dalla finestra ho visto una coppia. Avranno avuto più o meno sessant'anni ed andavano a braccetto. Avevano un cagnolino al guinzaglio e spingevano un passeggino. Forse il nipotino. Sembravano felici anche se era mattina presto e faceva freddo e lei... zoppicava. Mi sono immedesimato in quei due vecchi e... accanto a me non c'era Sara. Credimi, mi sono commosso. Questo vuol dire che..."
"Te lo dico io cosa vuol dire. Vuol dire che sei un coglione. Anzi no, sei un assassino. Hai spezzato il cuore di quella povera ragazza solo perchè sei un cazzone egoista, ecco cosa sei, altro che palle!"
Non mi rendevo conto di quello che stavo dicendo. Ero comandato da qualcun altro. Quando le parole mi uscivano dalla bocca era come se non solo le avesse pensate ma le avesse anche pronunciato un altro. Le ascoltavo per la prima volta. Vi giuro che non le pensavo io quelle stramaledette parole. Dovevo fare qualcosa. Assolutamente, dovevo riuscire a starmene zitto e tornarmene a fare i cazzi miei. A mangiare i miei wurstel ed il mio Puzzone. Pensa te che roba. Io, che non ho una donna da secoli, che sono uno stronzo, anzi, il classico stronzo in quanto a ragazze, che mi mettevo lì a fare il moralista col povero Silvano. Ma che cazzo stava succedendo? Mancava solo che l'acqua cominciasse a scendere negli scarichi in senso antiorario ed era la conferma che il mondo andava alla rovescia. Fatto sta che, l'unica cosa che sono riuscito a fare per tapparmi la bocca è stato riempirmela di birra. Mi sono attaccato al collo di una boccia Hell's Beer da 66cl e me la sono scolata tutta in un solo sorso. Poi, dopo un tanto sonoro quanto catartico rutto me ne sono stato un pò zitto. Anche Silvano se ne stava zitto zitto. E fuori dalla finestra non c'era il sole e nemmeno la luna ma c'era... sì, ne sono certo, un asino volante.

mercoledì 30 settembre 2009

Il soave canto dell'arpa

ATTENZIONE: questo racconto potrebbe turbare la vostra sensibilità. La parola "cazzo" compare per 13 volte.

Avevamo avuto un'altra idea geniale. Anche quella sera, dopo la quarta Harp Strong, Frenc era saltato su con: "cazzo ragazzi". Sì, parlava sempre al plurale anche quando eravamo solo io e lui e praticamente sempre eravamo solo io e lui. "Ci sono!" e vi assicuro che quando partiva con "ci sono!" era meglio allacciarsi le cinture di sicurezza, indossare il casco assicurandolo bene sotto il mento, stringersi forte allo sgabello del bancone e, schiarendosi la voce, tuonare: "Ludmilla ci suoni altre due arpe per favore?". Sì, le arpe ovviamente stavano a significare le medie mentre gli arpeggi avrebbero indicato le piccole ma, per ovvi motivi di convenienza e di sete, queste non sono mai state ordinate. La notte, quelle sere, era una striscia di asfalto scuro infinita, senza cartelli, indicazioni e traffico. Una lingua nera affascinante e coinvolgente, dritta e senza fine che ti spingeva a premere sempre più sull'acceleratore e sempre più a fondo. Era calda e rassicurante come l'utero materno. Poi, dopo aver tenuto a tavoletta per parecchio, quando arrivavi a tutta canna, a velocità tali che la vista rallentava sgranandosi ed i suoni si trascinavano cominciando a mischiarsi con i rumori, all'improvviso spuntava un cazzo di muro bianco, schifosamente candido ed angelico. L'asfalto veniva divorato furiosamente accorciandosi sempre più fino ad arrivare inevitabilmente a sbatterci contro la faccia. Qualche volta rischiando pure di perderci qualche dente o di farsi un occhio nero. Poi, il giorno dopo era faticoso come rinascere un'altra volta e nel giro di poche ore svezzarsi, imparare a camminare, a parlare e, insomma ci siamo intesi, no? Almeno una volta ciascuno di noi sarà nato e saprà quanto tempo ci è voluto e quanti sforzi ci è costato arrivare ad essere quello che siamo. Per qualcuno potrebbe non esserne valsa la pena ma questo è un altro discorso.
Poi Ludmilla ci ha spillato le due Harp Strong e Frenc è stato in grado di continuare: "per quale cazzo di motivo..." Già, anche "cazzo" era abbastanza frequente nelle sue dissertazioni. L'algoritmo che stava alla base della frequenza dei suoi "cazzo" era semplice. Bastava moltiplicare il numero di birre ingurgitate per il livello di infervorazione raggiunto lanciandosi in ragionamenti contorti come ulivi millenari, per il sudore secreto. Ecco fatto, infine bastava elevare il tutto al quadrato. Talvolta "cazzo" arrivava ad essere tanto frequente quanto un segno di punteggiatura. Diciamo ad esempio, quanto può esserlo una virgola in un tema.
"Per quale cazzo di motivo la maggior parte dei film che escono in queste sale del cazzo sono tratti da dei cazzo di libri mentre mai nessun cazzo di libro è mai stato tratto uno stamaledettissimo cazzo di film". Leggerlo, vi assicuro, che non rende nemmeno un quarto dell'effetto che un discorso di questa entità può avere se ascoltato in presa diretta. Vi avrebbe stregato, avrebbe potuto, alla fine, ipnotizzarvi e farvi firmare un assegno in bianco. Per rendere meglio l'idea dovete immaginare questo tizio, Frenc, alto quanto basta, magro un pò più del normale -il tutto sessantacinque chili coglioni compresi (come direbbe Hornby)-, con uno sguardo da spazzacamino ed i capelli da autista di tram mentre scampanella incazzato duro perchè qualche cazzo di automobilista ha parcheggiato l'auto sulle rotaie. Avete presente? Ochei, a tutto questo dovete aggiungere alcuni particolari: quando parla tende ad incurvare la schiena in avanti appropinquandosi sempre più a chi gli sta davanti (alcune volte talmente tanto da ritrovarsi sdraiato per terra), spesso nella concitazione del parlare lancia zampilli e meteore di saliva gesticolando come un invasato oratore nero cattolico del Bronx. Ecco questo è Frenc ma per dirla proprio tutta, Frenc non è il suo nome. Esatto, proprio come Giec non è affatto il nome del barista. O forse sì, non ricordo più bene.
Quella sera vi devo confessare che l'idea parve geniale anche a me. Provate ad immaginare di andare da Block Buster e trovarvi nello scaffale, accanto ai dvd, i libri che ne sono stati tratti. Trarre un libro da un film, ma ci pensate a Robocop tradotto in parole. O provate ad immaginare di leggere Terminator ed arrivare al punto in cui pronuncia la fatidica, memorabile, unica frase "I'll be back". Ovviamente io la lascerei in inglese, esatto, proprio come voi la state leggendo adesso. Non vi è venuta la pelle d'oca? Ribadisco, a me è sembrato geniale, quel qualcosa che ancora non c'è ma che tutti stanno aspettando. Sarete sorpresi da questa mia esternazione perchè magari avevate una certa reputazione di me ma, credetemi, rispetto a quello che spesso veniva definito geniale, questo lo era veramente. Giusto per allinearvi con quello che sto dicendo, dovete sapere che alcune genialate, termine col quale indicavamo a mente lucida, il giorno successivo, l'idea geniale del precedente, sono state:

1. invadere il Vaticano mentre il papa si trovava in tournee in Medio Oriente, ma mica tutto. Ci saremmo accontentati di un'appartamentino, un buco di un centinaio di metri quadri su piazza San Pietro. Poi ci sarebbe bastato riuscire a resistere per una ventina d'anni agli sfratti in attesa che, per la fantomatica legge dell'usucapione, diventasse nostro. Ci sembrava anche abbastanza fattibile. Non ho mai letto sull'Osservatore Romano di guardie svizzere attuare uno sfratto. Sono sempre tutte così colorate e gioiose con gli spadini luccicanti, gli elmetti brillanti e le balestre intagliate a tentare in tutti modi di entrare nel nostro appartamento. No, decisamente no. Non possiamo mettere i vigli urbani o la polizia sullo stesso piano delle guardie svizzere. Tutta un'altra cosa. Per finire, non ho mai nemmeno sentito nessuno che si è preso una multa in Vaticano perchè non aveva il casco o guidava senza cinture. Secondo me manco ce l'hanno stè guardie il blocchetto delle contravvenzioni.
Maledetti voi, non lo ammetterete mai ma so che state pensando che è un'idea geniale... ma sappiate che l'idea è nostra quindi se ci doveste provare e magari riuscire pure, ricordatevi di noi.

2. Avevamo anche pensato che fosse geniale comprare tre televisioni, costruire interi quartieri di qualche città, acquistare qualche giornale, il tutto magari anche non troppo lecitamente ma poi diventando Presidenti del Consiglio avremmo sistemato tutto. Ma, cazzo, mi han detto che già qualcun altro l'ha ritenuta un'idea geniale. Poco male.

3. Beh, che dire di quella volta che avevamo organizzato, su consiglio del Giec (il barista che non si chiama così o forse sì), di portare in teatro quelli che erano spezzati vita vissuta, reali, veri al 100%. Avremmo iniziato una nuova corrente di neoneorealismo. Anzi neoverismo. Avremmo offerto ai ben pensanti borghesi di città, alle impagliate signore ingioiellate altolocate dei circoli del bridge, ai mummificati avvocati in pensione che non hanno mai pronunciato la parola culo nemmeno per chiederlo alla moglie in una vita intera, una sicura vetrina su quella che è la vita della gente normale, dei ragazzi sboccati e sbraitanti di oggi, di due universitari che un martedì sera si ritrovano al pub e discorrono del più e del meno mischiando perle di saggezza a birre doppio malto, pillole di filosofia a bestemmie originali ed a cazzate supersoniche e chi più ne ha più ne metta. Per l'allestimento del palco avevamo già pensato a tutto: l'avremmo allestito con il bancone di legno del bar del Giec (contentissimo di prestarcelo per l'intera tournee.Lui sarebbe stao il nostro tour manager) e due sgabelli, magari un pò buio rendendolo nostalgicamente fumoso. Noi ci saremmo limitati a tracannare Harp Strong come solitamente facevamo nel nostro locale ed essere il più naturali possibili. Che ne pensate?

4. Un'altra genialata era stata quella di creare una linea di abbigliamento da esporre in un negozio... un momento, questa scusate ma non posso proprio divulgarla, ci stiamo lavorando perchè effettivamente la riteniamo ancora geniale...

Ma, scusate un secondo, per quale strano motivo vi sto raccontando tutto questo? No, perchè divagando, schiacciando un tasto quà ed uno là mi sono perso nei meandri della memoria e non ricordo più da dove ero partito ma, ancor peggio, non so più dove volevo arrivare. Mettiamola così, forse volevo solo ricordare con un pò di malinconia e condividere con voi alcuni memorabili momenti trascorsi quando davvero Tutto (con la T maiuscola) poteva diventare unico e geniale grazie al magico tocco di qualche birra.
Già, proprio così!

martedì 22 settembre 2009

Aspettando il Santo Natale

Lui ha trascorso una vita -se vent'anni possono essere definiti tali- in solitudine. Lui non è mai stato invitato ad una festa. Lui ha sempre cercato di schivare le pedate nel culo sferrate dai suoi pochi fidati amici. Lui è arrivato a preferire, tra tutti, l'insulto meno offensivo. Lui è sempre stato condiserato meno degli altri; meno di chiunque altro.
Lui era triste. Lui era brutto. Lui era chiuso. Lui era zoppo. Lui era schivo. Lui era inutile.
Lui stamattina si è buttato sotto la metrò rossa bloccando tutta la viabilità della linea per cinque ore.
Lui era anche una persona sensibile. Lui era una persona buona. Lui era una persona silenziosa. Lui era una persona rispettosa ma nel suo gesto non ha tenuto conto dell’angoscia e del trauma psicologico causato al conducente del metro che l'ha investito. Lui non ha pensato all'inspiegabile senso di colpa che per parecchio tempo quel povero conducente si sarbbe portato dentro pur essendo consapevole che in nessun modo avrebbe potuto cambiare il suo destino. Lui non ha calcolato lo shock arrecato alle centinaia di persone che hanno assistito alla scena.
Lui è morto.
Lui non è stato tranciato a metà od in tre pezzi come ci si aspetterebbe da un buon film splatter. Lui è morto semplicemente fracassato contro il muso del locomotore. Lui è morto spiaccicato come muoiono quotidianamente centinaia di migliaia di insetti. Lui non ha urlato niente per annunciare il suo gesto. Lui, discretamente, ha schizzato una decina di persone che si accalcavano, in ora di punta, sulla banchina. Lui non ha lasciato biglietti. Lui non ha lasciato lettere. Lui non ha detto nulla a nessuno. Lui non ha spiegato il suo gesto a nessuno.
La sua morte ha irritato migliaia di persone. La sua morte ha rovinato migliaia di giornate. La sua morte ha incasinato e complicato la vita di migliaia di persone.
Non si sa niente sul suo conto. Non si sa proprio nulla se non che Lui era il suo nome.

giovedì 16 luglio 2009

Vent'anni

Penso ancora a quando si dormiva fino alle tre del pomeriggio perchè non avevamo voglia di caricare la sveglia. Era una bella scusa alla quale fingevamo di credere tutti e due. Saltare la lezione di diritto perchè il docente prendeva le firme ed a noi questa cosa è sempre stata sulle palle. Siamo maggiorenni e vaccinati al punto da poter decidere se andare a lezione o saltarla, ci decevamo con le vene del collo gonfie di rivoluzione. Eravamo talmente anarchicamente maturi da optare, alla fine, per saltarle tutte. O la maggior parte. Senza dire niente ai genitori. Poi con le lumache nello stomaco, e la notte appesa alle palpebre, alle tre ti sfioravo una spalla. Allora seppellivi la testa sotto il cuscino e mugugnavi qualcosa allargando le gambe. A me piaceva. Fingevi di voler dormire ancora quando era chiaro che anche tu volevi fare l'amore. E lo facevamo. Delicato, assonnato ed a lungo per ricadere, sudati ed estasiati, nuovamente uno accanto all'altro a rimirare il soffitto bianco godendoci gli ultimi brividi. Poi sì che era un piacere cominciare la giornata. Fare la doccia insieme e magari rifare un'altra volta l'amore abbracciati sotto l'acqua fumante od attaccati alla tenda di plastica a fiori chiusi in silenzio in bagno. Il mondo fuori poteva aspettare, non eravamo ancora pronti. Poi la colazione giù al bar dell'angolo dove, sfogliando il giornale quasi vecchio, oltre al cappuccino ed alla brioche potevi prenderti un deca di fumo o, se andava di lusso, dell'erba oppure ascoltare qualche pensionato lamentarsi di questo e di quello. C'è sempre qualcosa che non va. E poi buttarsi di petto col sole del tramonto a baciarci la fronte verso il centro.Gli uccelli in cielo e noi abbracciati impegnati a camminare fissandoci negli occhi. E poi a ridere specchiando nelle vetrine le nostre facce poco cinematografiche, entrare nei negozi di abbigliamento e provare qualunque cosa per poi uscire rigorosamente a mani vuote. Eravamo felici e contenti, spensierati nullatenenti ventenni padroni del mondo. Non avevamo l'auto, i soldi per i concerti ed una benché minima idea sul futuro. Programmare un fine settimana in giro da qualche parte o le ferie al mare in agosto con la mia super tenda e la macchina fotografica sempre appresso con cui abbiamo scattato migliaia di foto. E poi le abbiamo riviste centinaia di volte distesi sul letto con lo stesso entusiasmo di quando le abbiamo vissute. Era fantastico pensare al futuro in termini di viaggi, scogliere, cene in rive al mare, amore ad ogni ora ed in ogni dove e falò sulla spiaggia. E finire sdraiati sull'erba fresca del parco a guardare i bambini rincorrere i cani ed i cani rincorrere i frisbee, gli aquiloni perdersi nell'ultimo sole e le chitarre cantare canzoni americane, bottiglie di birra abbandonate sotto gli alberi secolari e ragazzi fumare a torso nudo studiando per gli ultimi esami prima di tornarsene a casa per le vacanze. E noi a berci addosso migliaia di parole, lasciandoci dolcemente incantare dalla bellezza della natura, dalle farfalle e dalle nuvole, dal tuo ombelico scoperto e dalle margherite tra le dita dei tuoi piedi. E mangiarti di baci senza mai saziarmi per finire con la bocca secca ed il cielo bruno. Alla fine, tornare a casa la sera tardi era bellissimo. Sapevamo già come sarebbe finita una volta aperta la porta. Era tutto chiaro come il giorno, quasi ripetuto a memoria e nonostante questo non ci stancavamo mai. E attraversare il ponte buio ululando poesie d'amore alla luna ubriaca con le macchine come saette accanto a noi e gli Eurostar sfrecciare sotto rincorrendo Roma, Ancona, Firenze o Milano...
Era fantastico ignorare che un giorno sarei passato anch'io sotto quel ponte con un Eurostar.

martedì 23 giugno 2009

Milano a giugno, semplicemente

Giorni strani trascorsi a riflettere sull'importanza della simmetria nella vita delle persone e del senso di sicurezza che questa infonde in me. La metafora della mela tagliata a metà ed il pensiero che corre sulle rive dell'Hudson perdendosi tra le strade della downtown prima di risalire per l'ottava Avenue fino a Central Park e poi avanti ancora e ancora, fino alla fine, fino a ritrovarsi a correre ai giardini di Porta Venezia senza alcun motivo due volte alla settimana ed arrivare a chiedersi, una volta tornati a casa, sotto la doccia, il perchè di quella corsa, di quel fiato greve e della schiena sudata senza riuscire a darsi una risposta, ormai rassegnati al fatto che, in ogni caso, il giorno dopo ci si ritroverà comunque a correre così come ci siamo ritrovati anche la settimana prima, e ci ritroveremo la successiva e quella dopo ancora fino ad entrare in un circolo vizioso senza tempo e senza fine ancora quì. Poi imbracciare la bicicletta come una carabina e lanciarsi a perdifiato giù lungo il Corso, girare in Galleria, schivare i passanti rintronati dall'eleganza del duomo, dalla magnificenza dell'opera umana e prendere velocità sulla graniglia lucida che riflette i sontuosi soffitti per arrivare a tutto gas a perdersi nelle vie anonime del centro, quelle finte fatte di plastica e talmente artefatte al punto che le vetrine prima o poi prenderanno vita, i manichini si alzeranno, si allenteranno le cravatte e si rimboccheranno le maniche delle camicie lanciando quei cazzo di gemelli d'oro contro il vetro infrangibile e calpesteranno gli occhiali a specchio griffati e poi si fermeranno d'un tratto a guardare, ad osservare, a volte attoniti altre con rabbia, i passanti che ignari continueranno a scambiarsi le stesse effusioni amorose davanti a mendicanti con la casa sulle spalle invocanti, in nome d'iddio, qualche spicciolo, con le foto dei figli malati e dei mariti morti o smarriti in bella mostra e poi verso i grassi banchieri dalle tasche piene di carte di credito, i polsi appesantiti da etti di acciaio marchiato Rolex e la bocca piena d'oro (come il mattino per mio nonno) assuefatti all'agiatezza ed ancora ai giovani artisti consacrati dalle televisioni alla celebrità, all'eccesso coatto, con i loro visi perfettamente abbronzati, le sopracciglie pettinate, i capelli sparati come atomi impazziti e le barbe dal perimetro disegnato da coiffeur laureati allo IED in omosessualità ad ogni costo, anche simulata ed infine, alle rampanti modelle tristemente destinate all'anoressia oppure a riempirsi le bocche dei cazzi gelatinosi di vecchi milionari per cercare di diventare qualcuno e magari riuscire pure a vedere la propria foto alloggiare per qualche effimero numero su qualche rivista più o meno patinata e poi il giorno dopo basta, non ci sarà più nessuno, o forse solo un Toscani finché non si sarà rotto le palle pure lui, disposto a fotografare un pezzo di pelle gettato su un'impalcatura ossea minuta e fragile ed allora, tutte queste giovani resteranno sole con le loro narici incrostate di sangue e cocaina senza più mestruazioni e troppo lontane dagli amorevoli genitori e non potranno fare altro che morire in anonime stanze polverose di hotel con le finestre che si affacciano su strade sconosciute dove i preti dal collarino bianco e gli abiti scuri toccano furtivi i bambini del quartiere mentre compiacenti genitori aspettano di vedere i propri figli cresimati dal vescovo in persona. Le scritte spray campeggiano stanche sui muri di quei quartieri che furono proletari e che oggi sono semplicemente pericolosi e tristi, dove l'eroina ed il comunismo hanno parimente perso la guerra mentre in centro, al circolo del bridge, il cerone di fondotinta sui volti delle sessantenni altolocate dal seno rifatto e dal sorriso falso comincia a colare tra una Muratti Ambassador ed una battuta razzista quando si guasta l'aria condizionata. La stazione centrale resiste al cielo pesante e plumbeo di questi giorni come Vittorio Emanuele, da vero uomo, sopporta il guano dei piccioni su tutto il corpo senza fare una piega.
"Vivo come un cammello in una grondaia in questa illustre e onorata società..."
Le casse lanciano contro le persone e le pareti, il bancone del bar, gli alberi e le stelle la voce di Battiato sotto un firmamento incendiato di una metà giugno triste-lombarda. Poi, ad un tratto lei, calata dall'alto come nelle peggiori rappresentazioni teatrali natalizie all'oratorio, di fronte a me in mezzo a migliaia di ragazzi, cani, vecchi, bambini, transessuali, malati terminali e donne gravide; i suoi occhi, due, luminosi e scintillanti che mi sussurrano parole bellissime con una voce suadente proveniente da una sirena in mezzo al mare. E poi, due birre, ancora due birre e poche parole, solo gesti, movimenti e sguardi. Non c'è sabbia sotto i miei piedi, non c'è acqua più in là, e nemmeno il fuoco acceso in piena notte alla penombra del quale fare il bagno, ma è come se tutto questo fosse dentro di me. Fuochi artificiali, neuroni che ballano nudi ebbri di vita nel parco della mia mente. Coney Island stasera è solo nella mia testa e lei è lì, accanto a me, a godersi lo spettacolo. Una strana alchimia al sapore di Menabrea e Negroni sbagliato ovatta i suoni delle parole e smussa gli spigoli delle figure, le luci si accentuano e le sfumature dei colori si sciolgono in miriadi di tonalità intermedie a me sconosciute. La mia mano le sfiora il viso, le scende lungo il collo e risale verso il suo orecchio, sinistro, splendidamente nudo. Poi la voce riprende
"E ancora, sto aspettando, un'ottima occasione per acquistare un paio d'ali, e abbandonare il pianeta..."
Niente esiste più ora. In balìa di un flusso d'incoscenza che regna sovrano sui movimenti del mio corpo, mi lascio traspostare leggero come l'elio verso di lei. Mi chino. Lei reclina dolcemente il capo lasciando che una cascata di capelli le scenda dalla nuca sulle spalle e, disegnando una plastica figura klimtiana, le mie labbra si posano sulle sue. I sentimenti e le emozioni conquistano una terza dimensione. Ora si sviluppano anche in profondità. Un brivido innocente mi percorre la schiena mentre la luna avvolge i nostri corpi inconsistenti. Chiudo gli occhi, stacco i timpani e mi perdo.
La voce continua e continua a cantare un lamento che non colgo, che non mi serve più.
"...E cosa devono vedere ancora gli occhi e sopportare?
I demoni feroci della guerra, che fingono di pregare!
Eppure, lo so bene che dietro a ogni violenza esiste
il male... se fossi un po' più furbo, non mi lascerei tentare.
Come piombo pesa il cielo questa notte.
Quante pene e inutili dolori."

Penso a tutto questo, alle guerre più o meno giuste, alle elezioni perse ed alla crisi, alle pandemie ed ai milioni in Svizzera, al cioccolato ed agli orologi, faccio associazioni logiche irrazionali, ci ragiono sopra e giungo alla conclusione che non me ne frega nulla, adesso non più...

La notte non è mai abbastanza lunga e buia quando vorresti non svegliarti più.

giovedì 12 marzo 2009

Alcolico

Stamattina è troppo presto, il cielo è ancora nero ed ho la faccia da assassino, da maniaco, da sfattone, una di quelle facce comuni, da fototessera della stazione scattata un lunedi di buon ora, alle 6 e mezza, mentre fissi il punto sullo schermo con sotto scritto guarda qui. Ho la fretta del tempo che mi riga le guance e la fronte, gli occhi spiritati, elettrici con quel barlume di follia a rete di capillari rotti o almeno indolenziti. Una cospirazione di serpenti terrestri e mostri marini ad ornarmi la testa e coprirmi i pensieri e le preoccupazioni di arrivare a trent'anni come sono arrivato a 29, con la schiena dolorante e la pelle masticata, graffiata, il vuoto esistenziale mai colmato che come una voragine mangia buchi neri univerali, con i vestiti buttati addosso e le scarpe smangiate dai granelli d'asfalto e le arterie che cominceranno a saturarsi di colesterolo, apparentemente senza una valida motivazione. Il cielo asfaltato ed il marmo brillante delle soglie dei condomini con portineria, i pomelli d'ottone lucidi, gli zerbini immacolati ed i numeri al posto dei nomi sui campanelli, quando mi ricordo che una volta era tutto diverso e non avevamo bisogno di ridicoli espedienti per proteggere la nostra privacy. Il sole sostituito da un lampione in ghisa alogeno diffonde luce naturale e dentro ai supermercati affollati non riesci a renderti conto del tempo che passa, sfreccia furtivo anche quando non te ne accorgi e meno te l'aspetti. Esci rapinato di prezioso tempo, manciate di mezz'ora dimenticate tra gli scaffali asettici dei prodotti in offerta speciale, tra le chiacchiere delle cassiere insoddisfatte e scazzate con l'allergia al nichel che rovina le mani ed il turno del sabato pomeriggio, le vene varicose in anticipo sulla tabella di marcia... anche Giovanni Lindo Ferretti sarà stato felice, forse. Ti chiedi quante persone moriranno quella notte e quante nasceranno giusto per farti un'idea, un bilancio sulla crescita demografica espresso in numeri reali. Ti sfoghi con il cielo e ti ordini tre birre per volta perchè è inutile aspettare di finirne una ad una quando sai che la sete nel mondo non si placherà e che il tre rimane l'unico numero perfetto nonostante la tua religiosa convinzione ti porti a pensare che tutte le cose belle ed utili al mondo siano sempre due e vadano sempre in coppia, come le tette della ragazza del tuo amico frocio o le chiavi della tua macchina per la quale ti sei impegnato a pagarne un poco per volta per tutta la vita sperando che nel frattempo non finisca il petrolio e dunque la benzina oppure che non ti venga data alle fiamme durante qualche sommossa popolare, qualche guerra civile o guerriglia urbana magari un assalto al forno. La notte porta consiglio. Probabilmente non conosce il mio indirizzo e continuo ad aspettarlo giorno dopo giorno con un barlume di speranza. Una candela fioca che libera una luce tremante come la voce di un vecchio asmatico, pesantissima e sofferta. Mi ripeto continuamente che non ha senso e concordo con il mio amico, quello che sostiene sempre che è tutta una trufffa, solo una grande truffa e tu lo sai bene, mi dice. E' vero, lo so bene e lui la sa lunga. Tutti lo sappiamo, chi più chi meno, che il sudoku è solo un palliativo per la nostra autostima. E quando ce ne rendiamo conto vorremmo lanciarci come un treno per le strada male acciottolate del centro passando sopra tutti i cattivi pensieri e le calunnie, la malvagità della gente, gli abiti su misura di giovani rampanti della KPMG che tornano dal lavoro solo dopo le 21 stanchi morti, i sorrisi al fosforo degli incravattati ed i capelli impomatati dei consiglieri senza scrupoli. Non permettere ai semafori di regolare il nostro pensiero ed alle ordinanze comunali di regolamentare il nostro spirito. Ci regaliamo un venerdi-sabato-domenica con cadenza settimanale ma ci rendiamo conto che solo il mercoledì vale la pena. Gli alcolizzati dribblano ostacoli che non riusciamo a vedere, i tossici si contorcono per resistere alla forza del vento stellare e le ragazze seguono intontite lezioni di GAG per ridurre l'adipe in eccesso dai glutei, dagli addominali e dalle gambe mentre uno strato di polvere si deposita sulla loro corteccia cerebrale e si trovano ad invidiare la forma smaliante delle loro coetanee che popolano qualche remota regione occidentale del Sudan; io guardo gli uni e gli altri dal mio treno lanciato a tutta velocità senza fermate intermedie per i viali male acciottolati della città. La notte si risolve in un grido di dolore, a volte in un gutturale rutto, uno schianto od un gemito, a volte invece non si risolve per niente e dura, persiste nel continuare a pesare sulle spalle di chi non riesce a scrollarsela di dosso, di chi ha sonno ma non iresce ad addormentarsi, di chi è a Milano e vorrebbe semplicemente non esserci. I poliziotti che mangiano un kebab alle 4 del mattino mentre i travestiti imparruccati con la barba di due giorni litigano con le battone che sconfinano. Preservativi stanchi vengono furtivamente abbandonati dalle auto condensate pargheggiate in strade senza uscita e giacciono sul freddo asfalto in attesa del lavaggio stradale del martedi. Le camere d'albergo a debito di stelle, melanconicamente piene, con gli occhi sempre accesi sulla via accanto agli appartamenti sfitti, con le colate d'umidità alle pareti e la carta da parati che si scolla tra la puzza di muffe, muschi e licheni. I cani, col fiato che gli si fa corto e greve, devono tenersi la pisciata per otto ore consecutive in silenzio senza conoscerne il motivo magari solo perchè il padrone obeso sprofondato nella sua poltrona massagggiante comprata a comode rate in qualche televendita dialoga con il suo uccello stanco bombardato di tette strabordanti lanciate a flash dal tubo catodico. I calcinacci si staccano dalle pareti dei condomini dell'Aler mentre i venditori ambulanti dai sorrisi d'avorio allestiscono il banco delle borse griffate taroccate, i luridi dai loro camioncini illuminati come i luna park di Coney Island o Santa Cruz friggono pancetta ed arrostiscono salamelle da accompagnare con peperoni e cipolle, salsa BBQ e morettone in vetro da 66 per attentare alla salute degli irriducibili delle 4 e mezza. L'orologio è fermo ed il cielo ancora buio, si respira aria meno pesante ma i rumori sono infinitamente più nitidi ed amplificati dal vuoto. Cadono spiccioli sul marciapiede che sembrano detonazioni, passa la circolare e ti ritrovi a Cape Canaveral mentre le scintille del filobus sono stelle comete laiche, blu.

mercoledì 11 marzo 2009

Napalm beach

E' stata dura ma è passata.
Ieri, concerto degli Odp. Gratis e con 4 birre trafugate portate da casa. La crisi si fa sentire ovunque, anche in Giappone. Bello, mi hanno detto del concerto. Dopo aver con fatica conquistato una buona posizione, puntuale come una battuta scontata, alla seconda canzone, la vescica si è fatta viva. Abbiamo tristemente rotto le file e siamo andati al cesso, deserto. Mi è venuto in mente Prevert mentre pensavo a Buzzati, Dino. Pisciare con la porta aperta in un bagno pubblico infonde un senso di sicurezza e mi rilassa. Non mi sono lavato le mani. Non ritengo necessario lavarmi le mani dopo essermi grattato un braccio, non vedo dunque perchè farlo dopo essermi toccato l'uccello, il mio oltretutto. Da quel momento, il volto della serata è cambiato in un turbinìo di facce sfocate, denti irregolari, occhi e voci, birre finite, chiacchiere inutili, negroni, un paio di tentativi di copulazione falliti su tre e martini bianco scadente. Così poco è bastato per farci dimenticare del concerto, della svolta della Bolognina, del conferimento della laurea ad honorem ad Alexander Dubcek a Scienze Politiche, del pericolo scampato della crisi dei missili di Cuba, del fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci, del doverci svegliare presto l'indomani per andare al lavoro. La serata è terminata verso le due e mezzo quando ho incontrato Anna, per puro caso. Era sbronza anche lei ma a differenza mia, lei aveva la macchina e mi ha accompagnato a casa. Avevo la bicicletta legata davanti alla stazione e là è rimasta fino a stamattina. Penso di aver mandato qualche messaggio forse sconveniente, sicuramente poco decente, stanotte. Probabilmente ho sbagliato anche i congiuntivi ma non mi va di controllare. Penso che non ha senso preoccuparsi della grammatica quando non si ha niente da dire. Mi sento un pò di tosse, avverto il solito rassicurante pulsare alle meningi e l'amico crampo addominale post-miscuglio mi tiene sveglio. E' già mercoledì.

giovedì 29 gennaio 2009

Polaroid

Il silenzio riempe la stanza attaccandosi alle pareti ricoperte da quella carta da parati troppo psichedelica per questi tempi. Da anni andrebbe sostituita. Le posate stridono al contatto della ceramica dei piatti e tintinnano quando incontrano qualche dente. La luce stanca emessa dalle tre lampadine da quaranta watt scivola stancamente sui volti delle tre figure sedute intorno al tavolo. Sembrano concentrati a non perdere nulla di quel fantastico silenzio. Silenzio che cola, straripa ed evapora.
Poi il viso di suo padre. Quando Carlo lo incontra con lo sguardo tra un boccone e l'altro, più il tempo passa e più gli sembra di vedere suo nonno. Il padre di suo padre in suo padre. Pensa se e quando lui arriverà ad assomigliare a suo padre e poi per forza di cose a suo nonno. Pensa al suo bisnonno. Ma non lo ha mai conosciuto suo bisnonno. Infatti è morto troppo tempo fa, non sa nemmeno con precisione quando. Forse negli anni sessanta o prima. Quegli anni che solo a pronunciarli sembrano anni luce lontani da quella stanza, da quella città. Anni che persino nella fantasia risultano in bianco e nero e dalle immagini sfocate, tremanti. Però Carlo sa che il suo bisnonno è morto senza nemmeno sapere che sua moglie aspettava un figlio, suo nonno. Gli sembra strano pensare a suo nonno come ad un figlio. Suo nonno fino a qualche anno fa gli poteva sembrare al massimo padre di qualcuno ma per nulla al mondo figlio di qualcuno. Carlo deglutisce quella poltiglia di carne che non riesce a macerare ulteriormente nonostante non la senta ancora pronta per essere ingurgitata. Se non fosse così concentrato sulla genealogia e sulle somiglianze tra i suoi avi, probabilmente preferirebbe sputare educatamente quel blocco non più scomponibile nel tovagliolo ed andarlo a gettare nel bidone della spazzatura biologica quasi a volersi liberare da certi pensieri.
La televisione osserva dall'angolo della stanza silenziosa e cupa riflettendo in tonalità grigie la scena che un vecchio tubo catodico sta proponendo. Ancora suo nonno. Ricorda che stava sempre a capotavola e sedeva in un modo strano, unico. Sedeva sul principio della sedia imbottita e dalla seduta in velluto verde. Sembrava sempre in un equilibrio precario, in una posizione scomodissima, più da meditazione yoga che da cena. O pranzo. O lettura. Sembrava sempre pronto a scivolare giù da un momento all'altro e frantumarsi un femore od una spalla. O entrambi. Sedeva in quel modo per via della pancia prominente, probabilmente.
Per via Settala passa il 51 ogni 15 minuti dalle 7.15 alle 18.15. Fuori da questi orari cambiano le coincidenze. Carlo prende il 51 tutti i giorni per andare a scuola e da sempre trova buffo questo rincorrersi infinito di tutti questi 1 e 5.
Il purè di patate non sa di niente ma Carlo continua a mangiarlo ugualmente. Se ne rende conto appena ne imbocca una forchettata. Non solo. Si accorge che probabilmente non gli è mai capitato di gustare un piatto cucinato da sua madre. Le sue pietanze sono tutte bidimensionali: hanno un colore ed una forma. Ma niente sapore. Il gusto in casa sua sembrano averlo perso tutti e forse anche lui stesso, quando arriverà ad assomigliare a suo padre, lo perderà.
Sua madre, quella donna fantastica, dedita alla casa ed a Dio, tutti i giorni spolvera i mobili lucidi e lava i pavimenti puliti. Più avanti negli anni, quando Carlo si iscriverà a psicologia, scoprirà qualcosa celato dietro la maniacalità quasi compulsiva di sua madre per il pulito e l'ordine. Ma per il momento Carlo crede che sua madre lo faccia semplicemente per ingannare il tempo. Per Carlo sua madre è sempre stata una signora di mezz'età. Si immagina sua madre con lo stesso volto dal momento in cui tredici anni fa lo aveva fatto nascere ad ora. Qualche capello bianco in più forse, ma le stesse pieghe accanto agli occhi ed ai lati della bocca ed il solito sguardo melanconico e liquido. Opaco. I buchi ai lobi delle orecchie, che sempre gli hanno fatto una certa impressione, allungati all'inverosimile che sembrano sempre pronti a lacerarsi ulteriormente e definitivamente. Dopo questo pensiero non riesce a trattenersi e le guarda gli orecchini. Già. Pensa anche che forse sua madre lo ha partorito indossando quegli stessi orecchini d'oro con due brillanti ai lati. Talmente semplici come disegno da sembrare usciti dal pennello di un ritrattista inesperto o frettoloso. Nemmeno al mare se li sarebbe tolti. Ma questo Carlo non lo saprà mai dato che al mare non ci è mai stato.
I piatti finiscono nel lavello con una semplicità sconvolgente e la tovaglia sembra più grande. Finito il pranzo Carlo si sente sempre più leggero.
Volete un pò di frutta? dice una voce debole e delicata accarezzando il silenzio.

lunedì 21 luglio 2008

Aspettando l'ora di pranzo

Il muro decrepito che circonda il cantiere, tra brandelli di manifesti sopravvissuti alle atrocità del tempo ed alla caduta dei calcinacci, recita, con una stanchezza degna d’un pomeriggio afoso di luglio, alcune parole che non ricordo dove ho già letto: la differenza tra un intellettuale e un operaio? L'operaio si lava le mani prima di pisciare e l'intellettuale dopo.
Penso a chi potrebbe aver riportato quelle parole sul muro e mi sforzo inutilmente di ricordare chi le avesse rese note. Non ho più voglia di bere, è tardi, ma il sapore dolciastro di carne avariata che mi alberga la bocca spesso arriva fino al naso e mi da fastidio. Mi fa schifo. Sputo ma non serve a nulla. Aspiro ampie boccate di aria tiepida che del glicine o del sambuco ha poco ma ristora ugualmente un poco i miei polmoni.
Penso ad una birra fresca e gocciolante. Aumenta la salivazione. L’insegna del bar dall’altro lato della strada deserta ha un neon blù intermittente. Annuncia la sua fine a breve. Sono tentato di scommettere con me stesso sul momento esatto in cui accennerà per l’ultima volta ad un breve lampeggio. Mi concentro e mi dico che, per dieci a uno, quel neon non durerà più di due giorni. Soddisfatto, quasi come se due giorni dopo fossi ancora là sotto ad aspettare, ed il neon improvvisamente, non per me, avesse smesso per sempre. Avrei intascato la mia vincita e mi sarei rimesso in cammino. Ma al momento non ho a disposizione due giorni da dedicare al neon e soprattutto la porta del locale sembra chiusa da un bel pò di tempo.
Penso, se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Non mi degno di darmi una risposta e riprendo la mia strada. In lontananza percepisco lo stridìo metallico delle ruote di un treno sulle giunture delle rotaie scandire la notte come le stelle ordinano l’universo. Unisco, tracciando con il pensiero brevi segni, alcune centinaia di stelle cercando sempre di leggerci qualcosa di nuovo, spesso alla ricerca di un buon auspicio. Ringrazio una nuvola che passando cancella tutte le mie geometrie celesti e con questa svaniscono i miei sogni di gloria. La ferrovia corre poco distante ma il vento probabilmente spira verso est allontanando ed attenuandone il rumore.
Penso ai viaggi fatti e soprattutto a quelli che farò, non so quando, forse domani, forse mai. Vorrei incontrare qualcuno, meglio se un animale, qualche essere che si limiti a starmi vicino e guardarmi con occhi pieni di compassione e misericordia, gli occhi di un cane randagio o di un gatto di periferia, di un gufo metropolitano. Invece nessuno. Lunghe ed alte file di lampioni in un rapporto di uno sano tre fulminati mi anticipano, mi seguono ed accompagnano fedeli al mio fianco come un cane zoppo portato al guinzaglio.
Penso a Don Chisciotte, Robert Jordan, Winston Smith, Jackson Pollok e Michael Jackson. Realizzo che i primi tre non sono mai esistiti. Due di loro sono morti pur non essendo mai esistiti. Alcuni pazzi ritenevano che il quarto fosse matto mentre l’ultimo potrebbe non essere mai esistito o morire da un momento all’altro e la mia vita sono certo che non si sposterebbe di un centimetro. Evito una traccia di presenza umana nella sua forma più ancestrale e per questo ben riconoscibile. Avverto la presenza dell’uomo ed allungo il passo. La sconfinata periferia non sembra accennare nemmeno per un momento ad una smorfia di stanchezza. Metallica e cementata, dai lineamenti tirati e severi, acciaccata nei vetri, nei muri e nelle recinzioni, la periferia industriale ha tutta l’aria di una salma imbalsamata, di un Lenin transurbano, dimenticato e scomodo da non esibire ma al contrario nascondere, sotterrare. Due macchine buttate lì, addosso ad una muraglia di mattoni un tempo rossi, con i finestrini infranti, le gomme a terra e la vernice slavata han ciuffi d’erba selvatica che spuntano da ogni anfratto. Calcio una lattina di birra lontano come fosse la mia vita ed il suono metallico rimbomba nella via alzandosi al cielo e disperdendosi troppo velocemente. Ne rimane solo un vago ricordo nella mia mente, archivio umano vivente di emozioni, fino all’attimo successivo in cui una sirena, con il suo grido liquido, rompe la notte. La ascolto e mi convinco.
Penso che devo partire, devo decidermi a partire. Ho maturato delle certezze, ho delle convinzioni sulla vita che mi spetta se dovessi rimanere qui, in questo non luogo a vivere questa non vita, ad aspettare le nebbie ad offuscare un pò la realtà rendendola meno terribile.
Penso al fumo di Londra, al marmo di Berlino e Vienna, alla erre moscia di Parigi, alla San Francisco beat, al Mare Mediterraneo, ai geyser islandesi, agli immigrati di Nuova York, alle ostriche della Normandia, alla Nike di Samotracia, ai leoni africani ed alle tigri di Mompracem, ai treni dell’Orient Express, all’Oceano Indiano, ai canguri di Camberra, all’aurora boreale in Alaska, al Malecon all’Avana, ai fenicotteri rosa, alla Nieva ghiacciata di San Pietroburgo, agli elefanti ed alle vacche indiane, alla Roma dei sette re, ai giardini zen in Giappone, ai clacson di Città del Messico, alle isole di totora del lago Titicaca, alle falde del Kilimangiaro ed alle cataratte del Nilo, alle due Santiago, all’elevatore di Lisbona, alle cicogne di Salamanca, alla Polinesia di Gauguin, ad Hagia Sophia ed ai mille nomi di Istanbul, alla Guinness irlandese, ai laghi canadesi, alla Terra del Fuoco ed alle isole Svalbard...
Penso a me e mi chiedo quanto manchi all’alba. Sono ore che vago per questa periferia incontaminata da ogni forma di vita. Mi convinco che sia iniziata una nuova era postatomica in cui dovrò abituarmi all’idea di essere l’unico superstite. L’unico essere umano sopravvissuto alla morte del pianeta Terra. Arrivo alla conclusione che probabilmente sono semplicemente morto anch’io insieme a tutta la Terra. Non mi preoccupa più di tanto questo pensiero. Anzi, mi alleggerisce le gambe stanche dalle lunghe ore di cammino e la testa dai troppi pensieri, mi allenta la pesantezza sulle palpebre e mi attenua la fatica di respirare.
Penso a quanta gente sia morta fino ad ora, ai parenti, agli amici, alle grandi menti illuminate, alle pornostar dell'infanzia, ai sanguinari dittatori di ogni era, ai cantanti, ai calciatori dei mondiali vinti ed agli scrittori. Penso a tutti gli scrittori di sempre, a Miller, ad Orwell, a Calvino, a Thomas, ad Hemingway, a Delillo, a Kerouac, a Vittorini, a Bukowski, a Tolstoj, a Neruda, a Fante, a Ginsberg, a Corso, a Tondelli, a Pasolini, a Fenoglio, a Pessoa, a Prevert. Jacques Prevert, proprio lui, quello dell'aforisma sulla differenza tra un intellettuale e un operaio.
Già, ora mi sento meglio. Devo solo decidere dove andare.

martedì 6 maggio 2008

Una favola

Dopo l'ennesimo litigio lei gli disse con tono deciso "non farti più vedere!".

Lui diventò invisibile e vissero felici e contenti.

mercoledì 13 febbraio 2008

Andare

Andare, andare, lasciarsi trasportare dalla strada nella notte più buia e sola del secolo, cullati dalla melodia cantata dalla scassata radio economica dell’auto di Anselmo, errando per i campi affumicati dalla nebbia della bassa provincia padano-lombarda percorrendo e serpeggiando per i tracciati delle sconnesse strade protoprovinciali, maleassestate e per questo deserte ed assonnate, lasciandosi strisciare accanto le poche luci al neon delle due o tre insegne ancora accese in questa notte densa come fossero meteore incendiate nel giorno di San Lorenzo. Avere benzina sufficiente per andare e tornare e non come l’estate scorsa quando, una volta arrivati a destinazione, ci siamo accorti che il serbatoio era ormai a secco ed i nostri soldi sputtanati per tutta la notte in birra e vino e rum, vodka ed infine per l’ultimo caffè prima di rimetterci in viaggio lungo quelle strade già percorse e dover poi abbandonare la macchina ormai asciutta sul ciglio friabile della strada, al margine dell’asfalto e spegnere i fari ma non la radio, abbassare i finestrini ma non troppo per via delle zanzare ed assopirci ebbri e contenti e stonati in quella notte trafficata e rumorosa di civette e topi e nutrie, ricci e gufi, ranocchi. Lo scorrere incostante del segno di mezzeria color avorio spento sotto gli occhi appannati di noi tre decisi a trovare il senso della vita e dell’universo intero tra ricordi di una giovinezza non ancora terminata e progetti futuribili, bottiglie vuote come le tasche e cappotti fuori moda, cantando il romanticismo immortale della rivoluzione, ci fanno sentire viventi esseri in movimento. La chiave della vita, in quelle notti, è tutta racchiusa nell’atto stesso dello spostamento, del trasferimento continuo ed infinito, nell’assecondare ed armonizzare il trascorrere del tempo con lo scorrere della strada, dei chilometri macinati, inghiottiti, fatti nostri in qualunque condizione, indipendentemente dal clima, dagli impegni, dai progetti che, sempre in quei frangenti, rimangono in divenire al motto del ci sarà tempo per farlo. La macchina scassata, con le molle del sedile posteriore che ti trapanano il culo ed impediscono di svaccarti comodamente, la seconda che gratta come la gola di un vecchio tabaccoso e che, ogni qualvolta si deve cambiare, fa pregare gli angeli, gli gnomi, le fate e le madonne perchè resista anche questa volta, ancora quella volta e la prossima, i tergicristalli che non tolgono l’acqua dal vetro ma la tirano fino a farla sembrare olio, fino a farci credere di essere entrati nell’apocalisse ed arrivare ad attendere la pioggia di rane perchè di cavallette ce ne sono già in abbondanza e di più ancora non si saprebbe come farcele stare. Il motore è costante sotto il comando del piede di Anselmo che ama guidare, adora la sensazione di avere il pieno controllo dello strumento magico del movimento; guida prudente anche perchè per le nostre strade non si potrebbe fare altrimenti se non si vuole rischiare di finire come una supposta nel fiume gonfio e plumbeo come un cielo sudamericano. E al posto del passegero anteriore, il gigante buono, Artù, che col suo metro e novantotto non poteva stare altrimenti, quando da quel giorno, per il suo compleanno, Anselmo ha deciso che sarebbe dovuto stare comodo, con le gambe allungate e non costretto come un animale allo zoo e dunque al termine di quella serata alcolica ed onirica che fu in seguito nominata dell’amicizia, con una lucidità umida negli occhi che non rispecchiava quella della sua psiche, ha divelto con un colpo sicuro il cassetto portaoggetti per risistemarlo nel baule. Tutti abbiamo riso divertiti allo show di Anselmo che nell’operazione si era pure tagliato un dito e sanguinava lamentandosi come un maiale norcinato e poi Artù che, come un vero re, si è sistemato al suo posto di passeggero comodo comodo come un pashà e che per dimostrare l'ampiezza ricavata, alzando appena un poco la chiappa destra ha mollato una scorreggia tonante come riconoscenza e poi l’abbraccio col suo amico col dito bendato dal panno di daino.
Le scorribande notturne, con i nostri genitori in pensiero, preoccupati, che non riescono a capire il perchè di quella che ai loro occhi appare come una nostra inspiegabile inquietudine e che per questo non possono raggiungere il sonno sapendoci in giro a fare baldoria, perchè per conoscere lo stato dei fatti non è necessario farselo dire, e dunque attendere la notte intera seduti sul divano, col plaid tirato fino alle spalle per tenere lontano il freddo dell’attesa, con lo sguardo illuminato e pesante fissato sulle immagini di un televisore stanco senza volume a tendere l’orecchio teso per carpire qualche rumore di automobile sperando in cuor loro che sia quella giusta ma scaramanticamente dicendosi che no, non può essere questa, ed il sollievo quando, ormai stremati dalla stanchezza, abbandonati ad un necessario trascinato riposo, all’orecchio giunge il metallico scoccare della serratura e le forze che rimangono bastano solo per un burbero saluto grugnito a mezza voce prima di andare definitivamente poche ore a letto.
Ma noi stiamo bene in giro, in macchina, a bere in compagnia e lo sappiamo quello che sta succedendo a casa ma non lo riteniamo corretto e per questo non intendiamo lasciarci intimidire e limitare, non possiamo nemmeno lontanamente concepire come giusta una tale coercizione alla nostra vita e così andiamo, andiamo e strisciamo tra i campi di grano, i vigneti ed i campi arati, i pioppeti e le cascine dormienti, cantiamo, beviamo brindando alla notte ed alla vita, alla nostra imensa vita tra le anse delle strade sull'argine del fiume. Lo facciamo naturalmente, spontaneamente perchè, inconsapevolmente, sappiamo a cosa siamo destinati, cosa ci attende, cosa tutti prima o poi, spesso contro la propria volontà, sono finiti con l’accettare: le responsabilità, il lavoro seduto dietro ad una scrivania a fissare un monitor, rispondere al telefono e chiedere sempre come va? e rispondere bene anche quando in cuor proprio verrebbe spontaneo dire che è tutto una merda e che fa schifo e che la vita ci si ricorda com’era bella, e poi ancora il doversi svegliare la mattina presto dopo una nottata inutile, sprecata, il traferirsi in un altro posto, in una città maleodorante di chiuso, di chimico ed infetto in cui la umile puzza di letame e l’umidità della bruma ci sono proibite, vietate, relegate a semplice ricordo adolescenziale, i buchi nelle strade ci sono ma quello che manca è il buio, il verso dei gufi, delle civette, il gracchiare metallico e melodioso dei ranocchi e del cambio ed il cicalare dei grilli, manca la luce delle stelle e la luna si confonde col faro di qualche antenna sul tetto di un grattacielo e gli amici sono lontani, persi. Noi sappiamo che la vita è da spremere quanto più possibile quando può offrire il suo nettare migliore. Non vogliamo conservarla sotto teca, in formalina o come un reperto od un qualcosa da tenere per ultimo, per l’occasione giusta che non arriva mai, come la bottiglia più buona della cantina o le fragole della macedonia.

venerdì 16 novembre 2007

Il viaggio

È strano, ma la maggior parte delle volte che parto ho in tasca già un biglietto per il ritorno.
Anche la volta che siamo arrivati, noi, tre ed altri compagni di viaggio, tutti scalcinati e spettinati ragazzi al termine dell’adolescienza, che solo per uno di noi fu minata dall’acne, alla stazione ferroviaria di Copenaghen in quel freddo mattino di agosto, senza problemi reali ma mille esistenziali, con quel fagotto come bagaglio, pochi marchi ed ancor meno corone in tasca, tanti desideri ed illusioni, la carne portata addosso alle ossa come un cappotto ed un biglietto con validità un mese entro il quale fare ritorno.
Siamo partiti da Berlino dopo esservi arrivati da Amsterdam, dove un banale smarrimento di documentazione personale durante una scorribanda notturna sulle ali dell’ebbrezza ci ha costretto a trattenerci quattro giorni di più in quella caleidoscopica e cara città umida, che nemmeno le folate del vento riescono ad asciugare, in attesa che da casa mi giungesse il passaporto od almeno una documentazione che comprovasse la mia identità. Copenaghen è grigia ma di una tonalità diversa da quella marmorea di Berlino e meno acquosa di quella olandese. Un color nuvola pretemporalesca primaverile avvolge la città a trecentosessantagradi inghiottendo tutto quanto si trova in cielo ed in terra a meno di un chilometro di distanza. I colori filtrati da questo grigio perdono vivacità e lucentezza e calore e dietro alla Sirenetta evasa dal sogno di quel diverso e strano danese d’un Hans Christian Andersen, le gru e le ciminiere delle industrie e dei cantieri navali segnano l’orizzonte separando l’impercettibile differenza del mare dal cielo. Anche il bronzo di quella povera mezzadonna, finchè non arrivi ad averla sotto il naso sembra grigio. Un color grigio acqua di stagno in autunno, quando una volta in campagna cominciava a ghiacciare. Un grigio antico e freddo. Non riusciamo a capire se Copenaghen sia grande o immensa o se esista realmente oppure se tra qualche minuto ci risveglieremo e ricorderemo semplicemente di aver fatto tutti il medesimo sogno.
Diciott’anni sono pochi se li guardi dai venti, sono niente se li guardi dai trenta in poi ma sono la sintesi del significato della vita quando li hai.
Uno sleepin che sembra una palestra, camerate da sei, dieci o dodici con le pareti di compensato alte due metri e mezzo ed aperte senza soffitto è quello che riusciamo a trovare dopo qualche birra bevuta alla stazione ed un giro a Christiania per scrollarci di dosso il torpore delle ore di mancato sonno del viaggio in treno, seduti per terra lungo il corridoio a ritirare le gambe ogni qualvolta qualcuno deve passare per raggiungere il bagno o anche solo per sgranchirsi le articolazioni. La fermata dopo Berlino ma prima di Amburgo, una stazione buia e fredda con luci bianche da frigorifero, salgono solo due ragazzi ed una ragazza e nessuno scende su quei metri di cemento scassati dal gelo invernale e dalle radici delle piante e non ancora accomodati. L’unica cosa che si capisce scorgendo qualche immagine dal riflesso luminoso del finestrino è una spallina di uno zaino che recita un familiare Invicta argenteo, ed appena mettono piede nel corridoio del nostro scomparto li chiamiamo.
Sono Marco, Dino e Sandra dal salento.
Ci raccontano che sono arrivati sin lì in autobus partendo da Berlino con l’intenzione di giungere sino a Copenaghen in bus per spendere meno ma una sorte poco clemente ha fatto sì che il mezzo si rompesse proprio nel cuore della notte ed in quella sperduta cittadina buia e dimenticata da dio e dal governo della quale nemmeno loro sono a conoscenza del nome, costringendoli dunque ad abdicare in favore del nostro treno. Abbiamo suppergiù la stessa età e quello ancora più importante, la medesima destinazione quindi ricaviamo qualche centimetro quadrato accanto a noi per far sì che anche i loro sederi possano trovare posto in quel corridoio che rispecchia molto la mia idea di affollamento che immagino essere tipica della Transiberiana, nei pressi dei confini dell’immenso Impero Sovietico con qulli della vasta Pianura Mongola. Dopo pochi minuti dividiamo le provviste alimentari che avevamo praparato per sopportare le lunghe ore in treno: in tutto quattro panini farciti con un salame a buon mercato trovato in un supermarket vicino alla stazione e due passate di burro. Sono praticamente due morsi a testa niente di più e niente di meno di quanto basta per farsi venire appetito. I tre nuovi amici per ricambiare la cortesia estraggono dallo zaino Invicta una stagnola con dentro qualche pezzetto marroncino di ottimo hascish acquistato due giorni fa in un caseggiato occupato di Kreuzberg, dove, in seguito, scopriamo avere trascorso due delle nostre notti berlinesi e dicendo che magari ci si era anche visti ma con tutta quella gente sarebbe stato impossibile ricordarci le facce. Scopriamo, ricordando il nostro soggiorno ad Amsterdam, che anche loro ci hanno fatto tappa e che hanno trovato una bellissima camera in affitto vicino alla stazione, a due passi dalla zona libera dove ogni sera si va a far baldoria nei coffe shop e poi intontiti a girovagare per il red district abbagliati dalle luci intense e colorate delle vetrine solo a fantasticare su quello che si potrebbe fare, ed il giorno successivo ancora rincoglioniti fino al Van Gogh Museum per rimanere estasiati dinnanzi alla maestosità della pazzia di un uomo morto suicida a poco più di tent’anni, di un genio, poi a bivaccare e riposarsi insieme a mille altri giovani da tutto il mondo sotto le frasche di qualche centenario albero in Vondelpark. Sì, a Vondelpark, diciamo noi, abbiamo dormito in tenda con dei ragazzi spagnoli poichè appena giunti, girando per ore non siamo riusciti a trovare null’altro che un buco merdoso e puzzolente molto costoso in camerate con tossici e puttanieri dove trascorrere la notte, mentre il giorno dopo ci siamo imbucati in un ostello un pò fuori mano, uno sleepin di quart’ordine ma sicuro ed economico. Che giornate! Nessuna coppia tra loro, sono amici di lungo corso, ci dicono e noi per riscaldare l’ambiente facciamo gli stupidi dicendo che siamo una delegazione dell’arci gay e tutti ridiamo. Sandra è carina e simpatica, sorride spesso e sa ascoltare e canta bene, vuole fare la scrittrice e si è iscritta a Bologna e diventerà una fuori sede, piena di entusiasmo.
Ormai, dopo quella condivisione esperienziale siamo come vecchi compagni di elementari riscoperti ed a pieno titolo coprotagonisti del viaggio da qui in avanti.
Passiamo alcune ore a conversare, intontiti dal fumo balsamico delle canne che, una dietro l’altra abbiamo prima rollato e poi fumato, incuranti degli altri passeggeri infastiditi, proprio là nel corridoio di quel vagone di seconda classe dei convogli spartani delle ferrovie tedesche. La gente si lamenta per l’odore, una signora sulla sessantina in una lingua troppo lontana dalla nostra, minaccia di chiamare il controllore o perchè no addirittura la polizia perchè, dice, quella è droga e lei non vuole sentirne nemmeno l’odore e e e ... Poi finalmente si addormenta, il convoglio intero si azzittisce e le mille teste cominciano a percorrere le proprie personali strade dei sogni ed allo sferragliare dei ruotoni metallici sulle giunture delle rotaie, cullati dall’ondeggiare seguendo le svolte, alla luce soffusa notturna del corridoio e la testa leggera, piena di fumo e desideri e sogni, ci addormentiamo anche noi. Ci svegliamo che è già mattina, ma il sole non è altro che una palla pallida a mezz’aria tiepida e velata da una cataratta bianca lattiginosa.
Non sappiamo dove siamo, quanto manca a quando arriveremo ma abbiamo la schiena rotta, le gambe anchilosate ed informicolate per la posizione tenuta per quelle lunghe ore di distratto sonno adagiati sul linoleum lercio del corridoio. Marco, Sandra e Sesto il mio amico, insistono nel loro scomodo dormire, tutti piegati uno sull’altro come pastori di cartapesta da presepio, con la bava della notte che pende dagli angoli della bocca e cola sulla spalla del vicino. Nel convoglio si respira la notte trascorsa e la gente comincia a passare per andare al bagno ed anche gli ultimi si svegliano stirandosi la pelle e sbadigliano aria pesante di sonno e si avverte ancora l’odore del fumo della sera precedente mentre fuori dai finestrini la campagna danese verde e marrone e grigia si stende ai lati dei binari come se proprio da questi fosse originata. Anche se nessuno lo sa, tutti abbiamo come l’impressione che Copenaghen sia ormai prossima, tutto ce lo dice, alcuni passeggeri che disfano il giciglio improvvisato negli scompartimenti e tirano giù le valigie dal portabagaglio oppure guardano fuori dal finestrino per carpire qualche riferimento per provare l’avvicinamento alla capitale danese.
Ci diamo il buongiorno ed arriviamo finalmente in stazione dopo aver sostato qualche decina di minuti all’ingresso in attesa probabilmente di lasciar strada a qualche convoglio in uscita magari in ritardo oppure perchè essendo noi in ritardo, per non far ritardare anche gli altri gli abbiamo concesso la precedenza. Scendiamo, con le ossa a pezzi e gli occhi appesantiti dal sonno, nel grigio della stazione e da lì ci affacciamo come il mattino alla nuova città tanto sospirata ed attesa da tutti e sei, in questo tour della ricerca della libertà, che segna l’uscita da una fase della vita di cui non ne possiamo proprio più e l’ingresso tanto atteso e sospirato ad una nuova fase. Copenaghen oggi è come la nuova vita, alla quale si approda in una mattina fresca d’estate con pochi bagagli e sparpagliati ricordi con le tasche vuote la testa ripiena come un tortello di ideali, utopie e speranze. L’aspettativa è altissima, la tensione pure e la voglia di andare, scoprire, provare è incontenibile e tutte le volte che si scende dal treno in una nuova città, le narici si inebriano di odori sconosciuti, i piedi calpestano asfalti e cementi differenti, gli occhi vedono colori, tonalità sempre diverse e nuove ed invitanti ed i ruomori sono musiche, colonne sonore di clacson, tram, voci straniere, treni, aerei, martelli pneumatici, biciclette, tacchi, cani e e e...
Siamo a Copenaghen, siamo lontani da casa da un mese tra quattro giorni ed ho compiuto diciott’anni due settimane fa in cui abbiamo bevuto sino ad avere la nausea e ballato per le piazze e le strade ed urlato alla notte ai passanti e canzonato i poliziotti vestiti di verde rischiando di prendere un sacco di botte perchè da queste parti non ci vanno tanto per la leggera e fatto gli scemi con le ragazze riuscendo persino a rubarle una toccata, un bacio. Tutte le notti sono la stessa notte, ubriachi di vita nuova, di vino, di birra e di fumo e amore, a girovagare come zingari profani ed a voler fare i bohemienne, parlando con tutti e di tutto in qualunque lingua anche inventata. Siamo partiti in tre, siamo diventati anche dieci, ad Amsterdam, per poi dividerci chi per andare a Capo Nord, chi per tornare a casa e chi per restare là e fare una telefonata a casa ogni settimana per rasssicurare i genitori dicendogli che si stà bene, si è trovato un lavoretto e la gente è troppo simpatica e friendly e la vita è bellissima... Oppure, come noi per proseguire e rimanere ancora in tre a Copenaghen per poi raddoppiarci e vivere il presente.
Mi frugo con una mano la tasca superiore dello zaino e trovo il biglietto di ritorno con impressa la data del e non oltre, il che significa dover tornare tra quattro giorni, novantasei ore. Novantasei ore per poi fare ritorno al come prima, al mio mondo in cui sono nato e cresciuto, in cui mi sono innamorato ed ho perso ma anche vinto, imparato ed ho peli sul viso che coltivo da settimane e vesciche nelle scarpe bucate ed un anno in più rispetto a quando sono partito per comprovare a tutti, al mondo che sono cambiato, dentro ed intorno. Ci mancano ancora un sacco di cose, lo sappiamo ma non ci vogliamo pensare adesso, ad Aalborg ed alla sua via dei locali, la “Gaden” che tutti ci dicono essere il paese dei balocchi, la più caratteristica ed economica via del divertimento in tutta la Danimarca, a Skagen con un piede nel Baltico e l'altro nel Mare del Nord che, con le loro correnti opposte, formano piccole onde dalle spire terribilmente pericolose oppure attraversare le acque per approdare in terra scandinava, anche solo per provare d’averlo fatto o ancora... E invece niente, solo quattro giorni per rituffarmi nel mio nome e cognome, nei panni del figlio di Tal dei Tali, nella mia casa amata dove riincontrerò i resti ancora caldi della mia adolescenza intatta ed il mio letto rifatto e guarderò il tutto dall’alto, come si guarda Berlino dalla torre della Tv in Alexander Platz...

martedì 6 novembre 2007

Pop corn e maionese

Brulicare di elettricità statica.
Lampi blu nella notte.
Lacrime bianche sparse nel firmamento.
Silenzio innaturale nella testa.
Sbilanciamento condizionato dallo spostamento gravitazionale.
Niente rime.
Solo visioni spezzettate.
Ingorgo neuronale interno al cranio.

Luce di un falò proietta ombre sulla volta della grotta.
Un uomo è seduto quieto a contemplare gli anfratti nella roccia bruna ed umida al chiarore del fuoco.
Un uomo cammina per la selva buia in balìa di grida, colpi alle gambe e licenza di tremare di paura, anche per niente.

L’uomo in cammino scorge in lontananza un bagliore naturale incendiare la notte.
Un brivido di natura diversa lo scuote attraendolo magneticamente.
I nervi delle sue mani si tendono stringendo forte il sasso al punto da bloccargli la circolazione e gelargli le estremità delle dita.
Il viso si tira in preda a convulsioni mentre quel bagliore sempre più vicino gli accende gli occhi.
La grotta gli si apre ai piedi.
Luce intensa diffonde calore su tutto quanto incontra.
L’uomo si ferma all’ingresso. Accecato.
Si volta verso dove è venuto e vede il buio nella sua ombra contornato da una volta di chiarore, il tutto immerso nell’oscurità si confonde e svanisce.

L’uomo seduto accanto al falò viene distolto dal suo intento di capire la roccia.
Ruota il volto all’apertura della grotta e si accorge della presenza perfettamente illuminata dell’altro uomo con l’oblio che gli fa da sfondo.

L’altro uomo in piedi con le spalle alla notte osserva il contorno della figura scura che si ritrova di fronte e che copre il fuoco.
Gli si avvicina avvertendo il calore sempre più insistente sul suo corpo.
Si ferma un passo prima di pestare i piedi all’uomo buio che volta le spalle al fuoco.
Alza la mano con le dita gelide. E con una forza bruta cala il sasso sulla testa dell’altro uomo.

Nell’attimo esatto in cui il sasso colpisce il cranio dell’uomo buio, le teste di tutti e due gli uomini esplodono simultaneamente lanciando poltiglia grigia ovunque. Anche sul fuoco crepitante.

Dopo, silenzio.

mercoledì 18 luglio 2007

Jim Morrison, Dean Moriarty e Arturo

Jim Morrison, tutti sanno chi è.
Neal Cassady, un pò meno (paradossalmente i più lo conoscono come il grande Dean Moriarty).
Arturo, quasi nessuno lo conosce.

Arturo, tra i tre, è l’unico che potete, ancora oggi, incontrare per strada od al pub. Quindi affrettatevi.

Ho sempre vissuto all’ultimo piano delle case o dei palazzi in cui ho abitato. Ho sempre sofferto un caldo boia d’estate. Mi sono sempre lamentato delle almeno 14 rampe di scale quando non c’era l’ascensore.
Oggi sono nella mia nuova casa (la 4° in due anni). Abito al sesto piano di un palazzo di sei piani senza ascensore. Anche stavolta è l’ultimo. La domanda mi sorge spontanea nonostante faccia di tutto per soffocarla col proprio cordone ombelicale e farla passare per una semplice e tragica “morte bianca”. Ha la meglio lei, come sempre.
“Ma sono masochista/coglione o non mi fido del mio istinto?”.
L’unica cosa che so è che una volta, quando mi si proponeva una scelta tra A e B, la decisione che travagliatamente prendevo, alla fine, si rivelava essere sempre o la più difficile da percorrere o la più sbagliata. Col tempo ho imparato a pensare ed a scegliere. Come uno che ha l’orologio avanti di 7 minuti e lo sa. Arriverà sempre e comunque in orario, ammesso che lo voglia. Quindi tirando le somma, se il mio istinto sembra spingermi verso l’appartamento del 2° piano piuttosto che quello del 6°, senza pensarci una volta di troppo, nuoto salmonescamente controcorrente e propendo per la scelta che meno mi ispira confidando di aver preso la decisione migliore. Ancora non mi sono pienamente convinto ma nel dubbio, persevero.

Leggere mi fa venire sonno ma mi piace. Per fortuna anche dormire mi piace. Ovunque, proprio come leggere.

Ieri mi sono svegliato in una sindone di sudore ed in preda ad un miraggio. Per il caldo che arroventava la mia camera in particolare, sono certo che non si trattasse di un sogno bensì di un vero e proprio miraggio. Il caldo di questi giorni si è fatto largo a gomitate nella mia vita e saltando la lunga coda di impegni che avevo, mi si è piazzato davanti insistentemente in prima fila come un abbonato Rai. Nell’arco della giornata non riesco più a pensare ad altro che esuli dal “come sconfiggere o almeno sopportare il caldo”. Niente più sogni erotici la notte, meno birra durante la giornata, spossatezza e secchezza delle fauci. Se stessi assumendo farmaci potrebbe non essere altro che un semplice effetto collaterale od una mia intolleranza alla sostanza. Basterebbe smettere di prenderlo e tutto svanirebbe in pochissimo tempo, come la nebbia in luglio alle 5 di mattina.
Il senso di impotenza che il caldo mi infonde genera automaticamente insicurezza in qualunque cosa faccia, e se non l’ho ancora fatta, mi toglie addirittura la voglia di cominciare. Cercando il lato positivo di questa tragicomica situazione, potrei almeno dire che, da quando si muore di caldo, non lascio più nulla di incompiuto.
Ieri mattina, fradicio come un presentatore in frac sotto i riflettori in uno studio televisivo, avevo un solo unico desiderio talmente bramato da assurgere al ruolo di vera e propria necessità.
Dovevo assolutamente bere.
Lucido come mai mi capita di esserlo appena sveglio, con una razionalità che sfiorava l’assoluto, mi sono precipitato, evitando gli occhiali accanto al letto che in altre circostanze avrei sicuramente schiaccito –ed a piedi nudi, spiace, certo per gli occhiali, ma anche per la propria incolumità-, in direzione della cucina. Ho percorso a velocità sostenuta il corridoio in penombra, saltato l’infingardo scalino che per la monocromia del klinker si rende impercettibile ed in derapata a sinistra mi sono immesso in cucina. Quando sono talmente vicino al raggiungimento di un obiettivo, spesso mi capita di assaporare già il piacere della soddisfazione ancor prima di averlo fatto, abbandonando la dedizione. Ieri mattina tenevo la leva del frigorifero stretta nel palmo della mia mano destra viscida e, pavlovianamente, l’arsura alla gola, il caldo insopportabile ed il sudore bollente che mi ricopriva il corpo, altro non erano che un lontano ricordo, solo una sensazione da tempo lasciata alle spalle. Un brutto ricordo che, con la stessa velocità con cui lo avevo lasciato, nel medesimo istante mi si è fiondato addosso con una intensità almeno quadruplicata quando, aperta la porta del frigo, l’unica cosa liquida che riuscivo a vedere era la salsa scura ed oleosa di soia. Non nascondo che, lì per lì, in un nanosecondo, mi è balucinata l’idea –che si sarebbe sicuramente rivelata mortale- di dargli un sorso. Con la stessa ascetica difficoltà con cui un uomo vivo ed eterosessuale riesce a trattenersi dall’espletare un bisogno tanto primario quanto per l’appunto bere, ho cacciato dalla mia mente con una tale fermezza che mai avrei creduto di possedere, l’idea di dissetarmi con salsa di soia. In quella situazione tragicissima che non auguro a nessuno se non per scopi scientifici, ho cominciato a perdere sicurezza in me stesso. La mia prima reazione alla visione del frigorifero vuoto non è stata accettare l’oggettività della situazione bensì mettere automaticamente in dubbio la capacità del senso che mi impedeva di vedere la bottiglia dell’acqua: per l’appunto la vista. Era talmente tragico e sconcertante quello che stavo vedendo che inconsapevolmente lo spirito di sopravvivenza mi ha spinto a soccorrere la vista deficitaria con la concreta obiettività del tatto. Con le mani che si muovevano fuori dal mio controllo, in spasmodiche roteazioni ed affondi, stavo man mano perdendo fiducia anche in quest’ultimo senso. Me ne restavano solo altri tre. L’olfatto, il gusto e l’udito, purtroppo, non mi sarebbero potuti essere d’aiuto in alcun modo. Senza vagliare altre possibili soluzioni, ho cacciato spontaneamente un urlo animalesco che, con la bocca impastata reduce dal sonno, aggiungeva ancor più inutilità alla tragedia. “Cazzo, l’acquaaaaaaaa!”. In una serie talmente ravvicinata da poter sembrare sincronizzata, frutto di mesi e mesi di allenamento e rinunce, ho avvertito il classico ed inconfondibile rumore delle doghe in legno su struttura in ferro dei letti IKEA dei miei coinquilini, scricchiolare. Poi, quasi all’unisono, hanno risposto alla mia non domanda
“è finita”.
Subito mi è venuto spontaneo pensare “e se invece di esserci io, qui a morire di sete, ci fosse uno di quegli stronzi, mi sarei alzato per supportarli nella condivisione del dolore o magari, addirittura, mi sarei offerto di andare a prenderla?”. La risposta che automaticamente e quasi marzullianamente mi ha fatto eco nalla testa è stato un triste e secco
“NO!”
Nonostante questo ho pensato ugualmente
“che coinquilini stronzi che mi ritrovo”.

Questo è quanto avrei potuto risparmiarvi in quanto pertiene marginalmente alla riuscita della storia. Ma, essendo ancora incazzato con i miei coinquilini, mi sfogo con voi proseguendo.

Ieri mattina, appena recuperate le forze necessarie per mettere in moto un’azione fisica del tipo andare-alla-PAM-a-prendere-una-cassa-d’acqua, e tutto quanto si cela dietro –vestirsi e prendere i soldi-, mi sono fiondato a rotta di collo giù per le scale arroventate del palazzo in preda ad una vera e propria crisi di astinenza dal vita.
Fortunatamente la PAM si erge, nel suo inconfondibile stabile verde, l’isolato dietro il mio. Le strade sporche e deserte con il cielo azzurro e silenzioso creavano uno stato di irrealtà tale da spingermi a guardare l’orologio in cerca di qualche certezza o conferma.
8.35.
"Già, è agosto" ho pensato "ed alle 8.35 sono pochi gli sfortunati in giro per una città arroventata. È normale".
Con questo pensiero, per una seconda volta in pochi minuti, quando ormai davanti ai miei occhi vedevo la sagoma con il rassicurante verde della PAM –"solo ora capisco perchè il verde sia un colore che abbonda negli ospedali: infonde speranza"- cominciavo già a provare la sensazione di benessere autoindotto che, memore della precedente esperienza, in tutti i modi, cercavo di combattere. Ormai pochi passi mi separavano dalla porta d’ingresso a vetri scorrevoli ed in quel momento ho ceduto alla tentazione troppo forte di sentirmi appagato e paradossalmente rilassato. Quasi provavo la stessa sensazione che, solo un’altra volta nelle mia vita, mi era capitato di sperimentare. La prima volta che, dopo essermi iscritto all’AVIS, ho donato sangue, dopo che l’infermiera mi ha infilato l’ago nella vena, probabilmente per la mia suggestione nei confronti degli aghi, una dolce leggerezza ristoratrice mi ha pervaso il corpo qualche attimo prima che mi abbandonassi ad una estatica perdita dei sensi.
Giunto davanti alla porta, come Alì Babà se, davanti alla roccia, avesse sbagliato la frase magica, nulla succedeva. La porta davanti a me opponeva una inspiegabile resistenza. Non voleva aprirsi. Mentre dentro mi stava montando un senso di malessere otto volte più acuto del precedente, come un circense bulgaro od un mimo da strada, facevo mille mosse davanti alla fotocellula cercando forse di commuoverla ma inspiegabilmente non voleva cedermi il passo. Il mio malessere montava come la maionese impazzita e si diffondeva in ogni meandro del mio corpo. Il pizzichìo alle punte delle dita, indistintamente di piedi e mani, saliva man mano, rispettivamente per gambe e braccia. Il sudore improvvisamente si arrestava per lasciare spazio ad una sensazione mortale di aridità alla pelle. Il tutto era condito da un senso di leggerezza che mi pervadeva pian piano che il formichìo passava...

Mi sono svegliato pochi minuti dopo, seduto su uno sgabello al bancone di un bar con in bocca un sapore amaro e familiare. Il buio la faceva da padrone sulle poche luci accese e soffuse dietro al bancone.
“Merda, stavolta l’abbiamo presa pesante!” mi dice una voce familiare quanto l’amaro che avevo in bocca.
Con la testa appoggiata, i miei occhi, in verticale sul mondo, vedevano un bicchiere quasi vuoto messo in orizzontale con uno sfondo sfuocato in cui si riconosceva solo la faccia di Arturo.
“hai dormito quasi due ore che credevo fossi morto” si trascinava dietro le parole come un bue stanco un aratro.
“spero non ti sia offeso se ti ho finito la birra, sai, si sarebbe scaldata e sgassata”. In effetti sarebbe stato uno spreco.
Di sottofondo frusciava una versione mal registrata, sicuramente su cassetta, di Shaman's Blues dei Doors
"Will you give another chance?
Will you try a little try?
Please stop and you'll remember
We were together
Aanyway..."

Con grandi difficoltà di equilibrio e dei nervi del collo ho raddrizzato il capo e dietro il muso del Giec, il barista, campeggiava, in un bella grafia palesemente femminile, la trascrizione del pezzo migliore di On the Road
“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati”
”Dove andiamo?”
”Non lo so, ma dobbiamo andare”.


Ho capito dove ero e mi sono trascinato a casa.