Ci sono queste due persone che se ne stanno mangiando una terza. Sono alla fermata dell’autobus e la pioggia scende a singhiozzi quasi a domandarsi se era previsto dal meteo. Lei ha un tallieur grigio e lui un cappotto lungo che lo copre fino ai piedi. Indossano guanti di gomma fino ai gomiti.
Lei dice che è stata veramente una giornata di merda.
A lui tutto sommato non è andata male. Stefania, la sua segretaria, oggi indossava quella gonna corta che lo mette inevitabilmente di buon umore. Questo non lo dice. Dice invece: “a me non è andata male”.
Lei chiede perché.
E passa finalmente l’autobus.
Lei sale per prima e compra i biglietti e lui la segue trascinandosi il corpo del ragazzo che stanno mangiando.
A quest’ora c’è veramente troppa gente. Tutti si guardano assassini fingendosi poi distratti. Guardano fuori. La strada riflette il cielo ma potrebbe essere benissimo il contrario. Ci sarebbe solo da invertire il verso della pioggia. Ma tutto questo non c’entra nulla. Importa che lui pensa di chiederle di sposarlo prima o poi. Passa la fermata di Santa Viola ed è fermo nella convinzione che lei è la ragazza ideale per lui. Oddio magari non per tutta la vita, perlomeno per un po’ però. C’è solo la questione della segretaria. La segretaria che si deve assolutamente scopare. Per una questione di clichè, mica per altro. E poi certo, ci sono anche quei 50 euro che ha scommesso sull’onda di una sbronza spaventosa un paio di settimane fa dopo il lavoro. Quando Tommy gli aveva chiesto chi fosse quella ragazza che aveva salutato uscendo dall’ufficio. Ad onor del vero lo schietto Tommy aveva detto: quella è una figa colossale e se non te la scopi sei proprio un frocio. Parole sue e dunque anche tutte le responsabilità. Perché mica mi azzarderei a scrivere frocio in un mio racconto. Perché non bisogna essere politically correct però ci sono alcuni clichè da rispettare nel mondo della pseudo letteratura alternativa che schifa tutto e tutti quegli altri che fanno le cose guadagnandoci uno stipendio sicuramente consistente. Quindi lo facciamo e parafrasiamo il tutto in un incomprensibile gioco sterile di metafore che poi in fondo mica ci frega molto. Quello che importa è andare avanti con qualche idea ordinaria da interpretare come colpo di genio. Tipo non sarebbe male se lei lo guardasse con la bocca piena di intestino e gli dicesse che lo odia e che quella giornata è stata una merda perché il suo personal trainer era malato e si è dovuta consolare con un ditale appoggiata alla parete della doccia che continuava ad evaporare acqua. Ma perché rovinare un così bel momento? Sull’autobus la cosa più divertente che possa succedere in fondo è ascoltare la telefonata di qualcun altro che viene irrimediabilmente scaricato. Perché come devo aver già detto troppe volte per risultare originale tutto si risolve nella solita storia d’amore. In questo caso poi ci sono anche questi due che si mangiano un terzo. Ma si amano da impazzire e finisce che si sposeranno ed il nostro amico Carl si farà anche la segretaria. Sarà interpretato certamente da Hugh Grant.
lunedì 22 febbraio 2010
giovedì 4 febbraio 2010
Appena dopo i giorni della merla
Lui e lei si fissano intensamente per qualche secondo negli occhi.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
lunedì 1 febbraio 2010
Io, i popcorn ed un film splatter giapponese
Questo week end sono andato a vedere un film splatter giapponese e ci tenevo a dirlo. Per lo meno la spesa per l’ingresso non è stata del tutto inutile. Detto questo potrei anche proseguire con un ammiccante racconto scritto al passato ed in prima persona. Ma sarebbe troppo semplice e ripetitivo. E scontato come i popcorn a prezzi esorbitanti nei cinema. Quindi ecco un bel pessimo inizio avviluppato su se stesso con pochi personaggi. Io, i popcorn ed un film splatter giapponese. Parliamone allora.
Perché parlare aiuta a riflettere, più dello specchio perché è noi stessi che vogliamo ascoltare e le apparenze lasciamole fuori dalla porta. Come dice l’analista dell’amico di un mio amico che casualmente ha il mio stesso codice fiscale.
Ecco allora che questo mio amico esce dalla seduta con il dottor Freud con una lista di cose da fare durante la settimana e qualche euro in meno.
“Ma d’altra parte se non li spendi per te i soldi per chi li spendi. Ora che non c’hai nemmeno la morosa.”
Prosegue riflettendo sugli ultimi risvolti, quella rivisitazione del passato che non era niente male. Quelle domeniche passate a fare il bagno nella vasca prima del catechismo. Con la sveglia anche in quei giorni ad un orario improponibile. Normale quando tuo padre fa il panettiere e vuole assolutamente salutare il figliol prodigo. Che non bisogna mica perdere gli anni migliori.
Fatto sta che proprio una di quelle domeniche suo padre morì senza dare un minimo di preavviso. Ed è da qui che dobbiamo partire secondo Freud, magari anche qualche passo indietro. Ricostruire i rapporti e rivivere le sensazioni. “Ah, non hai pianto?” aveva detto interessato. Avesse avuto la barba se la sarebbe grattata ed invece aveva fatto scattare la punta della penna che teneva in mano. La verità è che probabilmente pensava a quella strafiga di segretaria che si era trovato e che sodomizzava regolarmente tra un rinnovo di contratto e l’altro. I vantaggi del lavoro interinale. L’amico del mio amico aveva proseguito. Aveva detto che proprio non gli era venuto da piangere quando dopo la messa sua madre sconvolta l’aveva portato di corsa all’ospedale invece che a mangiare le tagliatelle al ragù della nonna. “è successa una cosa brutta” aveva detto. E lui subito aveva capito che non si mangiavano le tagliatelle. Ecco per lui la morte del padre era stata un pasto saltato, non ricordava altro.
Ecco quindi che dopo aver buttato giù queste righe mi rendo conto che tutto sommato col film splatter giapponese ed i popcorn non mi è poi andata male.
Epilogo:
Ed il mio amico inizia a piangere quando al ristorante quella sera gli comunicano che non servono tagliatelle al ragù.
“che razza di posto è questo?” dice tra i singhiozzi.
“un ristorante giapponese” risponde il cameriere prima di sgozzarlo come un maiale e continuare ad uccidere per la prossima ora e mezza senza intervallo.
Perché parlare aiuta a riflettere, più dello specchio perché è noi stessi che vogliamo ascoltare e le apparenze lasciamole fuori dalla porta. Come dice l’analista dell’amico di un mio amico che casualmente ha il mio stesso codice fiscale.
Ecco allora che questo mio amico esce dalla seduta con il dottor Freud con una lista di cose da fare durante la settimana e qualche euro in meno.
“Ma d’altra parte se non li spendi per te i soldi per chi li spendi. Ora che non c’hai nemmeno la morosa.”
Prosegue riflettendo sugli ultimi risvolti, quella rivisitazione del passato che non era niente male. Quelle domeniche passate a fare il bagno nella vasca prima del catechismo. Con la sveglia anche in quei giorni ad un orario improponibile. Normale quando tuo padre fa il panettiere e vuole assolutamente salutare il figliol prodigo. Che non bisogna mica perdere gli anni migliori.
Fatto sta che proprio una di quelle domeniche suo padre morì senza dare un minimo di preavviso. Ed è da qui che dobbiamo partire secondo Freud, magari anche qualche passo indietro. Ricostruire i rapporti e rivivere le sensazioni. “Ah, non hai pianto?” aveva detto interessato. Avesse avuto la barba se la sarebbe grattata ed invece aveva fatto scattare la punta della penna che teneva in mano. La verità è che probabilmente pensava a quella strafiga di segretaria che si era trovato e che sodomizzava regolarmente tra un rinnovo di contratto e l’altro. I vantaggi del lavoro interinale. L’amico del mio amico aveva proseguito. Aveva detto che proprio non gli era venuto da piangere quando dopo la messa sua madre sconvolta l’aveva portato di corsa all’ospedale invece che a mangiare le tagliatelle al ragù della nonna. “è successa una cosa brutta” aveva detto. E lui subito aveva capito che non si mangiavano le tagliatelle. Ecco per lui la morte del padre era stata un pasto saltato, non ricordava altro.
Ecco quindi che dopo aver buttato giù queste righe mi rendo conto che tutto sommato col film splatter giapponese ed i popcorn non mi è poi andata male.
Epilogo:
Ed il mio amico inizia a piangere quando al ristorante quella sera gli comunicano che non servono tagliatelle al ragù.
“che razza di posto è questo?” dice tra i singhiozzi.
“un ristorante giapponese” risponde il cameriere prima di sgozzarlo come un maiale e continuare ad uccidere per la prossima ora e mezza senza intervallo.
mercoledì 20 gennaio 2010
Highlander al ketchup
Il mio amico è sbronzo. E quando dico "il mio amico è sbronzo" non intendo dire che si chiama Sbronzo quanto piuttosto che il mio amico ha bevuto almeno quattro birre medie doppio malto prima delle diciotto di un giorno infrasettimanale. E si è sbronzato. Anch'io sono messo come lui. Seduto sullo sgabello foderato e macchiato del bancone in mogano. Sbronzo. All'Irish, ovvio. Quello con i soffitti giallo nicotina alti almeno 5 metri, con le biciclette appese qua e là senza un apparente significato e la Harp Strong alla spina. Il barista è lo stesso ormai da 2 anni. Sulla trentina, apparentemente affabile, moro e riccio, gran lavoratore. E' quello che fa l'apertura alle sedici e trenta e, fino alle diciotto -più o meno-, ci serve da bere birra doppio malto in bicchieri da una pinta.
Il fatto che non abbia mai capito se la pinta del bicchiere volgarmente chiamata media che ci serve sia quella imperiale britannica o quella statunitense mi lascia l'amaro in bocca. O forse è solo il sapore della birra. Comunque sia, trovo pazzesco pensare che una pinta a est dell'Atlantico sia maggiore rispetto a quella che gli sta ad ovest. Penso che sarebbe un bel casino se il metro che si usa a Milano da domani dovesse rivelarsi più corto di quello usato a Lissone o a Mondovì. Vorrebbe dire che da Milano a Mondovì sarebbero duecentotrentadue chilometri mentre da Mondovì a Milano solo 220. Forse, a ripensarci meglio, non è che questa cosa mi interessi poi molto. Poco male.
Dicevo che da due anni siamo tre volte alla settimana col culo su questi sgabelli per due ore e mezzo e ancora non sappiamo come si chiama il barista. Forse glielo abbiamo anche chiesto qualche volta. Ma forse non è importante saperlo. Sembra capire lo stesso che "ci faresti per favore altre due medie?" è rivolto a lui e non alla testa d'alce che si sporge dalla parete alle nostre spalle con quell'espressione un pò beota. E lui le spilla silenziosamente ed abbondantemente. Fino all'orlo. Poi toglie la schiuma con un attrezzo particolarmente semplice e ce le piazza davanti dicendo "fanno nove".
Ritengo che, per semplificare la lettura di questo pezzo, d'ora in avanti sia opportuno chiamare il barista Giec. Mi sembra un nome adatto ad un barista di Irish pub, sulla trentina, apparentemente affabile, moro e riccio, gran lavoratore e orangista.
Verso le diciassette Giec diventa addirittura proattivo. Quando infatti vede i nostri boccali vuotarsi anzitempo, propone "un altro giro ragazzi?". Nemmeno lui deve conoscere i nostri nomi dato che non glieli ho mai sentiti pronunciare ma, perspicacemente, capiamo che quelle medie in potenza sono rivolte a noi. E ci fa piacere che lo siano. Forse un pò meno all'alce.
Ci sentiamo considerati all'interno di quel vuoto cosmico che è l'Irish dalle sedici e trenta alle diciotto di un giorno infrsettimanale. Siamo fidelizzati è la definizione che darebbe il mio amico, quello appassionato di parole crociate. Poi io ed il mio amico, l'altro, quello sbronzo, ci guardiamo negli occhi e, senza bisogno di proferir verbo, all'unanimità andiamo verso il nuovo giro di medie doppio malto.
"Questa volta prendiamo anche un pacchetto di Highlander al ketchup. Anzi due, Giec".
Il fatto che non abbia mai capito se la pinta del bicchiere volgarmente chiamata media che ci serve sia quella imperiale britannica o quella statunitense mi lascia l'amaro in bocca. O forse è solo il sapore della birra. Comunque sia, trovo pazzesco pensare che una pinta a est dell'Atlantico sia maggiore rispetto a quella che gli sta ad ovest. Penso che sarebbe un bel casino se il metro che si usa a Milano da domani dovesse rivelarsi più corto di quello usato a Lissone o a Mondovì. Vorrebbe dire che da Milano a Mondovì sarebbero duecentotrentadue chilometri mentre da Mondovì a Milano solo 220. Forse, a ripensarci meglio, non è che questa cosa mi interessi poi molto. Poco male.
Dicevo che da due anni siamo tre volte alla settimana col culo su questi sgabelli per due ore e mezzo e ancora non sappiamo come si chiama il barista. Forse glielo abbiamo anche chiesto qualche volta. Ma forse non è importante saperlo. Sembra capire lo stesso che "ci faresti per favore altre due medie?" è rivolto a lui e non alla testa d'alce che si sporge dalla parete alle nostre spalle con quell'espressione un pò beota. E lui le spilla silenziosamente ed abbondantemente. Fino all'orlo. Poi toglie la schiuma con un attrezzo particolarmente semplice e ce le piazza davanti dicendo "fanno nove".
Ritengo che, per semplificare la lettura di questo pezzo, d'ora in avanti sia opportuno chiamare il barista Giec. Mi sembra un nome adatto ad un barista di Irish pub, sulla trentina, apparentemente affabile, moro e riccio, gran lavoratore e orangista.
Verso le diciassette Giec diventa addirittura proattivo. Quando infatti vede i nostri boccali vuotarsi anzitempo, propone "un altro giro ragazzi?". Nemmeno lui deve conoscere i nostri nomi dato che non glieli ho mai sentiti pronunciare ma, perspicacemente, capiamo che quelle medie in potenza sono rivolte a noi. E ci fa piacere che lo siano. Forse un pò meno all'alce.
Ci sentiamo considerati all'interno di quel vuoto cosmico che è l'Irish dalle sedici e trenta alle diciotto di un giorno infrsettimanale. Siamo fidelizzati è la definizione che darebbe il mio amico, quello appassionato di parole crociate. Poi io ed il mio amico, l'altro, quello sbronzo, ci guardiamo negli occhi e, senza bisogno di proferir verbo, all'unanimità andiamo verso il nuovo giro di medie doppio malto.
"Questa volta prendiamo anche un pacchetto di Highlander al ketchup. Anzi due, Giec".
lunedì 18 gennaio 2010
Mezza pagina
Non ho voglia di scrivere ma non riesco a resistere all’attrazione del suono dei tasti che si schiacciano veloci. Fossi nato qualche decennio prima avrei studiato da stenodattilografo. Fossi nato più tardi non avrei l’incombenza di finire tutto prima delle 2 che domani mi devo svegliare alle 8. 8 e 15 al massimo. Insomma la mia situazione contestuale è quella di una lampadina a risparmio energetico. E poi in televisione non c’è niente, e poi e soprattutto il vino è finito. Quindi provo a raccogliere qualche pensiero ad arrivare ad una mezza pagina che ho mandato una mail a Sara dicendo di leggere assolutamente quello che scrivo. Incidentalmente questo post. Eccomi allora ad introdurre questo circo delle pulci in cui ci sono due protagonisti in una notte di aprile temperata e ovattata come si fosse in chiesa. Con una illuminazione tra il giallo e l’arancione ed un vago odore di cloro.
A questo punto uno dice all’altro di una ragazza che ha conosciuto ad una lezione. Dice che non è niente male, anzi è decisamente la donna della sua vita. Categorico come si può essere a 21 anni. L’altro risponde “maddai” poi aggiunge dell’altro dopo che hanno deciso di andare al solito posto per recuperare qualcosa da bere e nuovi argomenti di discussione. Perché fantasticare di una persona che si conosce appena diventa automasturbazione in un locale pieno di gente. Ed è decisamente fuori luogo. Quindi questi due, birra in mano, cercano un tavolo libero e lo trovano solo nella zona fumatori dove sacrificano i loro vestiti pressoché puliti. Tutti fumano e poi se ne vanno appena spenta la sigaretta che sembra di stare davanti al Sisal. Loro li guardano e si fanno la gara a finire il bicchiere per primo. Contano i soldi e si concedono un altro giro con gli occhi che iniziano a bruciare dal fumo. Intanto incontrano queste tre ragazze in fila al bar. Dicono “ciao” e “scusa” e riescono ad ordinare prima di loro.
Poi tornano al tavolo dandosi di gomito con un sorriso tagliato in faccia. Orgogliosi per la loro affermazione di prescindibilità.
Poi uno dice: “non ci siamo persi niente”
E l’altro aggiunge: “già, mica come quella che ho conosciuto all’università”
Ed io finalmente ho superato la mezza pagina.
A questo punto uno dice all’altro di una ragazza che ha conosciuto ad una lezione. Dice che non è niente male, anzi è decisamente la donna della sua vita. Categorico come si può essere a 21 anni. L’altro risponde “maddai” poi aggiunge dell’altro dopo che hanno deciso di andare al solito posto per recuperare qualcosa da bere e nuovi argomenti di discussione. Perché fantasticare di una persona che si conosce appena diventa automasturbazione in un locale pieno di gente. Ed è decisamente fuori luogo. Quindi questi due, birra in mano, cercano un tavolo libero e lo trovano solo nella zona fumatori dove sacrificano i loro vestiti pressoché puliti. Tutti fumano e poi se ne vanno appena spenta la sigaretta che sembra di stare davanti al Sisal. Loro li guardano e si fanno la gara a finire il bicchiere per primo. Contano i soldi e si concedono un altro giro con gli occhi che iniziano a bruciare dal fumo. Intanto incontrano queste tre ragazze in fila al bar. Dicono “ciao” e “scusa” e riescono ad ordinare prima di loro.
Poi tornano al tavolo dandosi di gomito con un sorriso tagliato in faccia. Orgogliosi per la loro affermazione di prescindibilità.
Poi uno dice: “non ci siamo persi niente”
E l’altro aggiunge: “già, mica come quella che ho conosciuto all’università”
Ed io finalmente ho superato la mezza pagina.
mercoledì 6 gennaio 2010
Dopo un veloce addio all’aeroporto
Quel giorno ci salutammo all’aeroporto. Ero abbastanza giovane per avere la certezza che quella relazione potesse durare e poi c’era il sole. Mentre aspettavo l’imbarco ripassavo i momenti di quella settimana passata assieme lontani da tutto da quello che ci spaventava: la realtà dei fatti. Ci stavamo vomitando nella maturità con una euforia da funerale o da vino in cartone ma ci raccontavamo di avere un sacco di sogni che a seguirli sarebbero diventati un bel futuro. Ora posso dire che erano tutte stronzate ma allora ci tenevano vicini. E poi scopavamo e ci divertivamo un sacco anche se lei non beveva molto.
Decisi quindi di chiamarla per fare un atto sconsiderato. Stupirla con gli ultimi centesimi di traffico disponibile. La nostra relazione era basata su l’esistenza contestuale e contemporanea di noi due. Il resto avveniva in differita e mai con una telefonata. Ogni volta che ci chiamavamo doveva essere per qualcosa di importante. Mi allarmavo a leggere il suo nome tra le chiamate in entrata. Per lo più avevo paura di essere scaricato perché a dirla tutta lei era una gran figa e tutti se la sarebbero volentieri scopata ad averci avuto l’occasione. Lo stesso non era per me visto che avevo dato l’occasione un po’ a tutte e nessuna se l’era colta.
Guardai il numero nello schermo del cellulare e spinsi il tasto “chiama” inspirando l’aria finta di quelle sale d’attesa galleggianti fuori dal mondo.
Ricordo le scarpe che avevo e l’aereo che passò davanti al vetro atterrando. Pensai di poter tornare indietro a pochi giorni prima nel giro di un mese. Era forse questo che le volevo dire.
“non vedo l’ora di vederti” dissi sommessamente alla sua voce preoccupata. E lei rispose che non sentiva bene. Era in treno. Disse di aspettare un attimo che stava per uscire da una galleria. Risposi che si avrei aspettato. Lei disse “come?”. La immaginavo con una mano a coprire i rumori dell’orecchio destro china sulla sua gonna bianca. I capelli che le scendevano davanti alla faccia. Non saprei dire se la sua voce fosse preoccupata o semplicemente sorpresa. Disse che presto ci saremmo sentiti meglio. Poi finì il mio credito e lei non richiamò.
Rimasi ad aspettare qualche minuto col telefono in mano, controllando che funzionasse. Sentivo i confini delle nostre vite alzarsi come veloci prefabbricati grigi e già affittati da multinazionali straniere. Sentivo qualcuno che chiamava il numero del mio volo indicandomi. Mi incamminai al patibolo con il mio biglietto e passaporto. Mi si erano formate due sfumature scure sudore sotto le maniche della maglietta. Le sentivo imbarazzato e solo. Probabilmente anche i miei capelli erano fuori posto.
Nonostante tutto l’hostess mi sorrise strappandomi il biglietto. Mi sentii subito meglio e dovetti ammettere che anche quella volta Stefania aveva avuto ragione.
Decisi quindi di chiamarla per fare un atto sconsiderato. Stupirla con gli ultimi centesimi di traffico disponibile. La nostra relazione era basata su l’esistenza contestuale e contemporanea di noi due. Il resto avveniva in differita e mai con una telefonata. Ogni volta che ci chiamavamo doveva essere per qualcosa di importante. Mi allarmavo a leggere il suo nome tra le chiamate in entrata. Per lo più avevo paura di essere scaricato perché a dirla tutta lei era una gran figa e tutti se la sarebbero volentieri scopata ad averci avuto l’occasione. Lo stesso non era per me visto che avevo dato l’occasione un po’ a tutte e nessuna se l’era colta.
Guardai il numero nello schermo del cellulare e spinsi il tasto “chiama” inspirando l’aria finta di quelle sale d’attesa galleggianti fuori dal mondo.
Ricordo le scarpe che avevo e l’aereo che passò davanti al vetro atterrando. Pensai di poter tornare indietro a pochi giorni prima nel giro di un mese. Era forse questo che le volevo dire.
“non vedo l’ora di vederti” dissi sommessamente alla sua voce preoccupata. E lei rispose che non sentiva bene. Era in treno. Disse di aspettare un attimo che stava per uscire da una galleria. Risposi che si avrei aspettato. Lei disse “come?”. La immaginavo con una mano a coprire i rumori dell’orecchio destro china sulla sua gonna bianca. I capelli che le scendevano davanti alla faccia. Non saprei dire se la sua voce fosse preoccupata o semplicemente sorpresa. Disse che presto ci saremmo sentiti meglio. Poi finì il mio credito e lei non richiamò.
Rimasi ad aspettare qualche minuto col telefono in mano, controllando che funzionasse. Sentivo i confini delle nostre vite alzarsi come veloci prefabbricati grigi e già affittati da multinazionali straniere. Sentivo qualcuno che chiamava il numero del mio volo indicandomi. Mi incamminai al patibolo con il mio biglietto e passaporto. Mi si erano formate due sfumature scure sudore sotto le maniche della maglietta. Le sentivo imbarazzato e solo. Probabilmente anche i miei capelli erano fuori posto.
Nonostante tutto l’hostess mi sorrise strappandomi il biglietto. Mi sentii subito meglio e dovetti ammettere che anche quella volta Stefania aveva avuto ragione.
Attimi
Mi sveglio con Eleonora appiccicata addosso. Anche stanotte la caldaia è andata in blocco e questo significa che in cucina accanto all’armadio con lo scolapiatti c’è un pulsante rosso illuminato da premere. Conto fino a dieci. Poi lo rifaccio ancora ed ancora. Spero di riaddormentarmi ma non riesco. I piedi freddi mi danno una sensazione di morte per congelamento che non riesco a scacciare. In questo Eleonora non interviene. Inspira ed espira con le labbra sottili appena aperte. La guardo. Dobbiamo sembrare carini come dei bambini che giocano ai genitori. Il fatto è che di Eleonora non mi importa molto. E poi non è questo il momento ed il luogo per discuterne. Ho un freddo ramificato che mi sta penetrando le vene che salgono per la gamba. Mi scosto con delicatezza e mi affretto alla caldaia coperto con una tuta sporca Adidas che recupero da una sedia ingombra di roba da lavare.
La caldaia si accende tossendo con i polmoni di un vecchio minatore. Tossisce ed io cerco di scaldarmi infilando le mani in tasca. Ormai non dormirò più.
Tornando in camera trovo un pacchetto griffato Feltrinelli che mi ha lasciato Dante prima di tornare a casa dalla sua ex. Mi fermo un attimo a leggere il biglietto scritto su un foglio qualsiasi. Sorrido e torno in camera.
Eleonora si è sdraiata su tutto il letto e non ho nessuna voglia di svegliarla. Ho invece quella fame da vuoto cosmico che lascia la birra nella pancia. Voglia di salato e insalubre. Affettati o panini caldi conditi con improbabili salse ai funghi. Avanzi di pizza da asporto gelosamente conservati in frigorifero. Tortellini alla panna e vino rosso. Antipasti misti per rovinarsi l’appetito. Eleonora intanto non si muove. Guardo i suoi capelli ricci secondo la moda del momento. Sorrido e me ne vado a fanculo.
La caldaia si accende tossendo con i polmoni di un vecchio minatore. Tossisce ed io cerco di scaldarmi infilando le mani in tasca. Ormai non dormirò più.
Tornando in camera trovo un pacchetto griffato Feltrinelli che mi ha lasciato Dante prima di tornare a casa dalla sua ex. Mi fermo un attimo a leggere il biglietto scritto su un foglio qualsiasi. Sorrido e torno in camera.
Eleonora si è sdraiata su tutto il letto e non ho nessuna voglia di svegliarla. Ho invece quella fame da vuoto cosmico che lascia la birra nella pancia. Voglia di salato e insalubre. Affettati o panini caldi conditi con improbabili salse ai funghi. Avanzi di pizza da asporto gelosamente conservati in frigorifero. Tortellini alla panna e vino rosso. Antipasti misti per rovinarsi l’appetito. Eleonora intanto non si muove. Guardo i suoi capelli ricci secondo la moda del momento. Sorrido e me ne vado a fanculo.
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