I
progetti erano ben diversi e questo te lo ricordi bene.
Poi la notte è
scesa veloce e scura come un abito di seta lasciandoti davanti la nuda
realtà.
Faceva freddo, un freddo asciutto
molto intimo e lei era bellissima. I suoi capelli danzavano leggeri nel
vento e il profumo della sua pelle si spargeva ovunque inebriando la
città che, nella penombra assopita del primo mattino, si teneva in
disparte discreta e delicata. Il silenzio era rotto solo dalle sue risa e
dai tuoi pensieri che correvano alla velocità della luce. Il vino che
per tutta la serata aveva addolcito e smussato ogni percezione della
realtà ora ve la restituiva lontana e ovattata. La bici volava per le
vie ancora deserte del quartiere facendo sobbalzare ad ogni asperità
dell’asfalto i suoi due splendidi seni sodi e freschi protesi verso la
luna. Poi davanti al portone malmesso di casa sua, mentre le prime luci
si affacciavano dagli appartartamenti assonnati il bacio tanto atteso
non è arrivato. In un attimo il mondo intero ti stava per crollare ai
piedi quando i suoi occhi dolci ti hanno trascinato su per le tre rampe
di scale spoglie fino all’ingresso dell’appartamento. Con un dito
davanti a quelle splendide labbra macchiate un pò di rosso, ha aperto la
porta e con le scarpe in mano ha affondato il buio tirandoti fino alla
sua camera. Profumo di rosa misto a incenso nell’aria e lei nella
penombra già nuda sul letto. Poi un vortice di emozioni ti avvolgeva con
gelide fiamme lasciandoti privo di fiato in balìa di brividi mentre
dentro alle viscere qualcosa si stava facendo largo inesorabilmente.
Poi tutto avreste dovuto vivere insieme fino a che morte lo avrebbe voluto.
E invece niente, ti ritrovi vivo e vegeto ma soprattutto solo se senza speranze proprio come Shackleton in Antartide.
La
mattina ti svegli e ti perdi nell’imensità del vuoto intorno a te. Una
distesa infinita e monotona di lenzuola dove potresti rotolarti per ore
senza correre il rischio di baciare la ceramica gelida del pavimento.
Lei
non c’è. Da tempo il cuscino bello gonfio ti lancia il solito sguardo crudele e
a denti stretti, malefico, ti sussurra “non è tornata...”. Ma la
rassegnazione non ti appartiene e ogni mattina, non vedendola al tuo fianco, un rinnovato stupore si
srotola sul tuo viso misto a tristezza. Tristezza che alle volte diventa rabbia, rabbia cieca e crudele. Il sangue ti bolle nelle vene e saresti capace di prendere il sole che ti irride alla finestra per immergerlo in una bacinella d'acqua.
Allora
chiami a rapporto tutte le forze a disposizione e ti alzi. Nudo come un
verme passo dopo passo arrivi al soggiorno e spalanchi la
portafinestra. Il pavimento del balcone è ghiaccio vivo. La pianta del
piede comincia a pizzicare per il fredddo e i peli si drizzano come
aculei. I timpani cercano invano di resistere alla chiassosa vitalità della città. Appoggi le mani alla balaustra scansando di pochi centimetri una
montagnetta secca di guano di piccione e a gran voce ti annunci al mondo con un
“fanculo a tutti, io resisto”. Poi il tram chiude le porte e riparte sferragliante.
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mercoledì 21 novembre 2012
mercoledì 17 ottobre 2012
Chi beve birra campa cent'anni
All’ufficio
postale mi siedo accanto ad un tipo sulla quarantina con la barba di
una settimana e i capelli arruffati che sembrano un nido d’aquila. Con
una giacca in feltro che ha visto tempi migliori e una camicia a quadri
da taglialegna canadese, sacco informe verde militare vicino ai piedi,
se ne sta
immobile in silenzio piegato su un saggio dalla copertina ingiallita. Non so perchè ma da dentro lo stomaco mi sento torcere
qualcosa. E’ la stessa sensazione che si prova nella prima fase
dell’innamoramento ma in cuor mio ne riconosco una natura completamente
diversa. Gli do un colpetto con il gomito per richiamare la sua
attenzione e senza nemmeno rendermene conto gli sto già chiedendo “non è
che per caso ha insegnato matematica all’Università di Berkeley dal 67
al 69?”.
Serafico alza gli occhi dalla pagina per stamparli sui miei. Mi sento addosso un peso insopportabile. Dopo una pausa di qualche secondo, senza nemmeno un filo di voce o un cenno del viso, torna ad immergersi nella sua lettura.
A quel punto cerco di allontanarmi da quel posto il più velocemente possibile. Sgomito per raggiungere l’uscita facendomi largo tra la folla scomposta che scocciata mi lancia sguardi incendiari.
Mi fiondo dentro il primo bar che incontro. E' il classico buco lercio di città con le perline scure fino a metà parete, pubblicità di bibite di qualche decennio fa e puzza di aria consumata. Cerco di sbarazzarmi del pallore della mia faccia prendendo una boccata d’aria e infine ordino una birra fresca al cinese senza età dietro al bancone.
Tiro un sorso di qualche secondo e aspetto pazientemente che una detonazione spaventosa spazzi via qualsiasi cosa si trova nell’arco di una decina di metri intorno all’ufficio postale. Poi si creerà un formicaio di persone intorno all’edificio, da lontano le sirene annunceranno l’arrivo dei Vigili del Fuoco, della Polizia, delle ambulanze, forse dell’esercito e sicuramente un capannello di giornalisti farà a gara per contendersi le prime testimonianze filmando il dramma riflesso negli occhi dei superstiti.
Mi ritrovo a chiacchierare con non-so-chi seduto a un tavolo malfermo con un pezzo di cartone sotto una gamba e una selva di bicchieri vuoti sopra. Ormai si è creato un clima molto familiare intorno a me: uno fuma un filtro di sigaretta spandendo in ogni dove odore di copertone bruciato fragandosene bellamente del divieto alle sue spalle, un altro sta buttato con la testa sul bancone e le braccia penzolanti nel vuoto in attesa che San Pietro gli dia un calcio nel culo per spedirlo all’inferno mentre altri due loschi individui si ostinano a volermi coinvolgere in una questione che non riesco nemmeno a mettere a fuoco.
Mi caccio in gola l’ultimo sorso di birra rimasta nel bicchiere e fisso il soffitto per qualche minuto. Le pale immobili di un ventilatore secolare si piegano sotto il peso di troppa polvere e una macchia di umidità disegna una lingua di lava che scende fino a metà parete per poi nascondersi dietro il legno gonfio. Una luce al neon dolcemente tremolante ci piove addosso come nebbia leggera mentre un odore di cibo cinese si mischia all’aria viziata del locale.
Mi infilo una mano in tasca e, come dalla cesta di una riffa di paese, estraggo una mezza dozzina di bollettini postali non pagati. Pessima pescata!
Butto gli occhi oltre l’unto della vetrina e scopro che la notte è calata sulla città. Schivo i fanali delle auto scintillanti che si rincorrono sul viale e arrivo a mettere a fuoco l’ufficio postale perfetto e completamente integro dall’altro lato della strada. Deduco che non c’è stata alcuna detonazione. Nessun attentato dinamitardo ha spazzato via quel maledetto ufficio e tutto quello che ci stava dentro.
Probabilmente si è inceppato l’innesco, oppure l’umidità ha bagnato l’esplosivo o ancora l’attentatore si è ricreduto e ha deciso di non compiere più quel gesto ignobile che aveva programmato.
Il mio alibi pian piano inizia a perdere pezzi strutturali e comincia inesorabilmente a sgretolarsi. So con certezza che di quell'alibi in pochi secondi non mi resterà che un cumulo fumante di niente.
Fatto sta che la birra è nuovamente finita.
L’orologio impietoso mi scarica addosso tutto il peso delle undici di sera. Nella testa mi si aggrovigliano covoni di prospettive nefaste complicando la situazione e moltiplicandomi i sensi di colpa. Provo a ragionare per trovare una soluzione ma nella mia testa i pensieri si rincorrono senza arrivare da nessuna parte.
Sono in giro dal pomeriggio per pagare bollette, multe e l'iscrizione ad un cazzo di esame di stato ma dopo sette ore, come del resto negli ultimi trent'anni, non ho concluso nulla. Niente.
Il mio sguardo si muove spasmodicamente per tutto il locale in cerca di una via d’uscita, di un appiglio. Il terreno sotto i piedi comincia scottare, poi a tremare e infine si crepa lasciando che un abisso spalanchi le sue fameliche fauci in attesa di inghiottirmi.
Non ho mai creduto nei Supereroi ma adesso è giunto il momento di cominciare a farlo. Non mi resta altro che sperare nell’intervento di uno di loro, uno qualsiasi; mi basta solo che abbia dei maledetti superpoteri in grado di portarmi fuori da queste sabbie mobili affamate.
Quando la porta del bar si apre un refolo di aria gelida si insinua nelle mie ossa lasciandomi addosso un capotto di brividi. Istintivamente alzo le spalle come per proteggermi da un freddo polare improvviso.
Qualcuno si avvicina al banco e con un filo di voce ordina un Wild Turkey, doppio.
Molto cinematografico, lo ammetto.
Sento dei passi avvicinarsi alle mie spalle. Sono suole di gomma ormai talmente secche che fanno, sulla vecchia graniglia del pavimento, lo stesso effetto del cuoio. La vagonata di birre di questa serata mi offusca la vista e mi irrigidisce l’udito. Avverto però nitidamente l’odore fresco di resina e aghi di pino del Montana inebriarmi le narici. Posa un sacco verde militare, prende la sedia accanto a me, si toglie platealmente la giacca in feltro e l’appende allo schienale prima di lasciarsi cadere pesantemente. Si porta il bicchiere alle labbra e ne prende un piccolo sorso assaporandone l’aroma. Non gli lascio il tempo di portare a termine la sua recita perchè ho un fardello di problemi sulle spalle e una gran fretta di uscire di scena.
Mi alzo un pò malfermo sulle gambe e, minacciandolo con un indice inquisitore che non mi appartiene, ho appena il tempo di sbrodolargli addosso qualcosa del tipo Theodore John Ted Kaczynski, maledetto montanaro luddista dei miei stivali, oggi hai fatto l’errore più grosso della tua vita ma credimi, te ne pentirai.
Poi le palpebre calano sui miei occhi come un pesante sipario mentre le luci si abbassano celebrando la fine dello spettacolo.
Serafico alza gli occhi dalla pagina per stamparli sui miei. Mi sento addosso un peso insopportabile. Dopo una pausa di qualche secondo, senza nemmeno un filo di voce o un cenno del viso, torna ad immergersi nella sua lettura.
A quel punto cerco di allontanarmi da quel posto il più velocemente possibile. Sgomito per raggiungere l’uscita facendomi largo tra la folla scomposta che scocciata mi lancia sguardi incendiari.
Mi fiondo dentro il primo bar che incontro. E' il classico buco lercio di città con le perline scure fino a metà parete, pubblicità di bibite di qualche decennio fa e puzza di aria consumata. Cerco di sbarazzarmi del pallore della mia faccia prendendo una boccata d’aria e infine ordino una birra fresca al cinese senza età dietro al bancone.
Tiro un sorso di qualche secondo e aspetto pazientemente che una detonazione spaventosa spazzi via qualsiasi cosa si trova nell’arco di una decina di metri intorno all’ufficio postale. Poi si creerà un formicaio di persone intorno all’edificio, da lontano le sirene annunceranno l’arrivo dei Vigili del Fuoco, della Polizia, delle ambulanze, forse dell’esercito e sicuramente un capannello di giornalisti farà a gara per contendersi le prime testimonianze filmando il dramma riflesso negli occhi dei superstiti.
Mi ritrovo a chiacchierare con non-so-chi seduto a un tavolo malfermo con un pezzo di cartone sotto una gamba e una selva di bicchieri vuoti sopra. Ormai si è creato un clima molto familiare intorno a me: uno fuma un filtro di sigaretta spandendo in ogni dove odore di copertone bruciato fragandosene bellamente del divieto alle sue spalle, un altro sta buttato con la testa sul bancone e le braccia penzolanti nel vuoto in attesa che San Pietro gli dia un calcio nel culo per spedirlo all’inferno mentre altri due loschi individui si ostinano a volermi coinvolgere in una questione che non riesco nemmeno a mettere a fuoco.
Mi caccio in gola l’ultimo sorso di birra rimasta nel bicchiere e fisso il soffitto per qualche minuto. Le pale immobili di un ventilatore secolare si piegano sotto il peso di troppa polvere e una macchia di umidità disegna una lingua di lava che scende fino a metà parete per poi nascondersi dietro il legno gonfio. Una luce al neon dolcemente tremolante ci piove addosso come nebbia leggera mentre un odore di cibo cinese si mischia all’aria viziata del locale.
Mi infilo una mano in tasca e, come dalla cesta di una riffa di paese, estraggo una mezza dozzina di bollettini postali non pagati. Pessima pescata!
Butto gli occhi oltre l’unto della vetrina e scopro che la notte è calata sulla città. Schivo i fanali delle auto scintillanti che si rincorrono sul viale e arrivo a mettere a fuoco l’ufficio postale perfetto e completamente integro dall’altro lato della strada. Deduco che non c’è stata alcuna detonazione. Nessun attentato dinamitardo ha spazzato via quel maledetto ufficio e tutto quello che ci stava dentro.
Probabilmente si è inceppato l’innesco, oppure l’umidità ha bagnato l’esplosivo o ancora l’attentatore si è ricreduto e ha deciso di non compiere più quel gesto ignobile che aveva programmato.
Il mio alibi pian piano inizia a perdere pezzi strutturali e comincia inesorabilmente a sgretolarsi. So con certezza che di quell'alibi in pochi secondi non mi resterà che un cumulo fumante di niente.
Fatto sta che la birra è nuovamente finita.
L’orologio impietoso mi scarica addosso tutto il peso delle undici di sera. Nella testa mi si aggrovigliano covoni di prospettive nefaste complicando la situazione e moltiplicandomi i sensi di colpa. Provo a ragionare per trovare una soluzione ma nella mia testa i pensieri si rincorrono senza arrivare da nessuna parte.
Sono in giro dal pomeriggio per pagare bollette, multe e l'iscrizione ad un cazzo di esame di stato ma dopo sette ore, come del resto negli ultimi trent'anni, non ho concluso nulla. Niente.
Il mio sguardo si muove spasmodicamente per tutto il locale in cerca di una via d’uscita, di un appiglio. Il terreno sotto i piedi comincia scottare, poi a tremare e infine si crepa lasciando che un abisso spalanchi le sue fameliche fauci in attesa di inghiottirmi.
Non ho mai creduto nei Supereroi ma adesso è giunto il momento di cominciare a farlo. Non mi resta altro che sperare nell’intervento di uno di loro, uno qualsiasi; mi basta solo che abbia dei maledetti superpoteri in grado di portarmi fuori da queste sabbie mobili affamate.
Quando la porta del bar si apre un refolo di aria gelida si insinua nelle mie ossa lasciandomi addosso un capotto di brividi. Istintivamente alzo le spalle come per proteggermi da un freddo polare improvviso.
Qualcuno si avvicina al banco e con un filo di voce ordina un Wild Turkey, doppio.
Molto cinematografico, lo ammetto.
Sento dei passi avvicinarsi alle mie spalle. Sono suole di gomma ormai talmente secche che fanno, sulla vecchia graniglia del pavimento, lo stesso effetto del cuoio. La vagonata di birre di questa serata mi offusca la vista e mi irrigidisce l’udito. Avverto però nitidamente l’odore fresco di resina e aghi di pino del Montana inebriarmi le narici. Posa un sacco verde militare, prende la sedia accanto a me, si toglie platealmente la giacca in feltro e l’appende allo schienale prima di lasciarsi cadere pesantemente. Si porta il bicchiere alle labbra e ne prende un piccolo sorso assaporandone l’aroma. Non gli lascio il tempo di portare a termine la sua recita perchè ho un fardello di problemi sulle spalle e una gran fretta di uscire di scena.
Mi alzo un pò malfermo sulle gambe e, minacciandolo con un indice inquisitore che non mi appartiene, ho appena il tempo di sbrodolargli addosso qualcosa del tipo Theodore John Ted Kaczynski, maledetto montanaro luddista dei miei stivali, oggi hai fatto l’errore più grosso della tua vita ma credimi, te ne pentirai.
Poi le palpebre calano sui miei occhi come un pesante sipario mentre le luci si abbassano celebrando la fine dello spettacolo.
venerdì 8 giugno 2012
Fortunatamente mi ha lasciato
Quando mi stappo una birra il venerdì sera mi resta solo una certezza: che la birra finirà sicuramente prima della mia sete.
Lo ammetto senza vergogna: sono più abitudinario di un cane. Anch’io piscio sempre sullo stesso cerchione, mi spavento quando mi vedo riflesso e ululo a squarciagola nelle serate di plenilunio.
Ma non capisco dove stia il problema. Eppure per lei era inaccettabile stare con qualcuno che voleva andare solo alla pizzeria dell’angolo dove non ha bisogno nemmeno di ordinare che già gli arriva la sua pizza preferita con salsiccia, cipolla e gorgonzola ed una bella media rossa. Io lo trovo semplicemente comodo e rilassante. Lei lo trovava monotono ed irritante. Semplicemente gusti diversi. Tutto quì, pensavo. D’altra parte io me ne sono sempre guardato bene dal dirle che se per il suo compleanno ho sempre sbagliato regalo, era solo ed esclusivamente per colpa del suo continuo cambiar gusti.
Faccio un esempio giusto per fervi capire: se un sabato per strada si fermava incantata davanti ad un paio di scarpe, io il martedì, cascasse il mondo, ero già in quel negozio con la carta di credito in mano pronto per comprarle quel paio di scarpe. Poi, una volta impacchettate, le nascondevo in attesa di riesumarle il giorno del suo compleanno certo di sorprenderla. Invece no. Nemmeno quello andava bene. Sembrava fosse colpa mia se il suo compleanno era ad agosto e le scarpe che aveva guardato a dicembre avevano il pelo. Robe da matti.
Comunque sia, fortunatamente, un mesetto fa lei se ne è andata di casa ed io di testa. Dico fortunatamente perchè l’ho letto su una rivista di psicologia, una di quelle serie. Una semplice ed efficace tecnica di auto aiuto suggeriva di inserire l’avverbio “fortunatamente” in una preposizione in cui mi trovo a rimpiangere la sua mancanza. L’articolo mi garantiva che nel giro di poche settimane tutto si sarebbe sistemato e la mia vita sarebbe tornata ad essere quella di sempre. Forse per poche settimane l’autore intendeva più di quattro. In ogni caso, io continuo speranzoso a seguire il consiglio.
Dicevo che da quando, fortunatamente, se ne è andata ho capito quanto anche i piccoli oggetti allora insignificanti sparsi nella mia vita avessero in realtà un ruolo determinante nel mio equilibrio psicologico. Ora, quando mi sveglio la mattina e non corro più il rischio di sbagliare spazzolino, un morso mi stacca un pezzo di cuore, il primo di tutta la giornata. Oppure quando tutte le volte che vado a pisciare e trovo già la tavoletta alzata, nella mia mente si fa largo la certezza di averla persa. Sono milioni di piccoli oggetti, cose e situazioni che si susseguono quotidianamente ad avvelenarmi il fegato. Perchè dietro alla sua partenza si cela, nemmeno troppo, il mio senso di colpa. Questo seme che da un mese a questa parte ha trovato terreno fertile nei miei sentimenti è cresciuto a vista d’occhio e ormai stento a trattenerlo.
Ho fatto di tutto. Sono arrivato quasi a pensare di cambiare casa. Oppure di cambiare città o di farmi una plastica facciale ma forse, per i sentimenti, sarebbe più efficace un trapianto di cuore e da quando ho letto che ora ti impiantano quello di un maiale, bè, preferisco tenermi il rimorso. E la città con la casa.
Poi, penso che quando ti capita di star male per queste cose, il male ce l’hai dentro di te, non intorno. Non so se mi spiego. Voglio dire che se sto male perchè la mia ragazza mi ha lasciato, non c’è città o casa o faccia che possa togliermela di torno perchè lei sarà sempre, fortunatamente, con me.
E come se non bastasse, certo la mia resistenza al cambiamento non mi aiuta per un cazzo. Anzi, la sola idea di alzarmi per andare a pisciare nel buio pesto della notte senza accendere la luce e non trovare la via del cesso, a dir poco, mi intimorisce. Per non parlare poi della pizzeria dell’angolo: potrebbero anche cavarmi gli occhi come a Santa Lucia e adesso riuscirei comunque ad andare a mangiare la mia pizza preferita senza problemi particolari.
Ah, povero me. E’ sempre la stessa storia da quando, fortunatamente, se ne è andata. Non fai in tempo a chiederti che giorno è che ti ritrovi immerso nel solito venerdì con la solita prospettiva di un fine settimana da solo, con la solita birra finita tra le mani e la sete che ti brucia la gola più di quanto le lacrime ti bruciano gli occhi.
Lo ammetto senza vergogna: sono più abitudinario di un cane. Anch’io piscio sempre sullo stesso cerchione, mi spavento quando mi vedo riflesso e ululo a squarciagola nelle serate di plenilunio.
Ma non capisco dove stia il problema. Eppure per lei era inaccettabile stare con qualcuno che voleva andare solo alla pizzeria dell’angolo dove non ha bisogno nemmeno di ordinare che già gli arriva la sua pizza preferita con salsiccia, cipolla e gorgonzola ed una bella media rossa. Io lo trovo semplicemente comodo e rilassante. Lei lo trovava monotono ed irritante. Semplicemente gusti diversi. Tutto quì, pensavo. D’altra parte io me ne sono sempre guardato bene dal dirle che se per il suo compleanno ho sempre sbagliato regalo, era solo ed esclusivamente per colpa del suo continuo cambiar gusti.
Faccio un esempio giusto per fervi capire: se un sabato per strada si fermava incantata davanti ad un paio di scarpe, io il martedì, cascasse il mondo, ero già in quel negozio con la carta di credito in mano pronto per comprarle quel paio di scarpe. Poi, una volta impacchettate, le nascondevo in attesa di riesumarle il giorno del suo compleanno certo di sorprenderla. Invece no. Nemmeno quello andava bene. Sembrava fosse colpa mia se il suo compleanno era ad agosto e le scarpe che aveva guardato a dicembre avevano il pelo. Robe da matti.
Comunque sia, fortunatamente, un mesetto fa lei se ne è andata di casa ed io di testa. Dico fortunatamente perchè l’ho letto su una rivista di psicologia, una di quelle serie. Una semplice ed efficace tecnica di auto aiuto suggeriva di inserire l’avverbio “fortunatamente” in una preposizione in cui mi trovo a rimpiangere la sua mancanza. L’articolo mi garantiva che nel giro di poche settimane tutto si sarebbe sistemato e la mia vita sarebbe tornata ad essere quella di sempre. Forse per poche settimane l’autore intendeva più di quattro. In ogni caso, io continuo speranzoso a seguire il consiglio.
Dicevo che da quando, fortunatamente, se ne è andata ho capito quanto anche i piccoli oggetti allora insignificanti sparsi nella mia vita avessero in realtà un ruolo determinante nel mio equilibrio psicologico. Ora, quando mi sveglio la mattina e non corro più il rischio di sbagliare spazzolino, un morso mi stacca un pezzo di cuore, il primo di tutta la giornata. Oppure quando tutte le volte che vado a pisciare e trovo già la tavoletta alzata, nella mia mente si fa largo la certezza di averla persa. Sono milioni di piccoli oggetti, cose e situazioni che si susseguono quotidianamente ad avvelenarmi il fegato. Perchè dietro alla sua partenza si cela, nemmeno troppo, il mio senso di colpa. Questo seme che da un mese a questa parte ha trovato terreno fertile nei miei sentimenti è cresciuto a vista d’occhio e ormai stento a trattenerlo.
Ho fatto di tutto. Sono arrivato quasi a pensare di cambiare casa. Oppure di cambiare città o di farmi una plastica facciale ma forse, per i sentimenti, sarebbe più efficace un trapianto di cuore e da quando ho letto che ora ti impiantano quello di un maiale, bè, preferisco tenermi il rimorso. E la città con la casa.
Poi, penso che quando ti capita di star male per queste cose, il male ce l’hai dentro di te, non intorno. Non so se mi spiego. Voglio dire che se sto male perchè la mia ragazza mi ha lasciato, non c’è città o casa o faccia che possa togliermela di torno perchè lei sarà sempre, fortunatamente, con me.
E come se non bastasse, certo la mia resistenza al cambiamento non mi aiuta per un cazzo. Anzi, la sola idea di alzarmi per andare a pisciare nel buio pesto della notte senza accendere la luce e non trovare la via del cesso, a dir poco, mi intimorisce. Per non parlare poi della pizzeria dell’angolo: potrebbero anche cavarmi gli occhi come a Santa Lucia e adesso riuscirei comunque ad andare a mangiare la mia pizza preferita senza problemi particolari.
Ah, povero me. E’ sempre la stessa storia da quando, fortunatamente, se ne è andata. Non fai in tempo a chiederti che giorno è che ti ritrovi immerso nel solito venerdì con la solita prospettiva di un fine settimana da solo, con la solita birra finita tra le mani e la sete che ti brucia la gola più di quanto le lacrime ti bruciano gli occhi.
lunedì 14 novembre 2011
L'inverno intorno e dentro
Quando il lunedì mattina ti tiri su dal letto vorresti solo una cosa: che fosse già martedì.
Poi stancamente ti trascini in bagno dove eviti lo sguardo riflesso dallo specchio. Ti togli alla meno peggio il sonno di dosso e provi a coprirne l’odore stantio con qualche spruzzata generalizzata di Breeze. Prendi la prima cosa meno stropicciata che trovi sulla poltroncina accanto al letto e, sconsolato, ti raccomandi a Brando di fare il bravo.
“Almeno piscia nella ghiaietta, per favore.”
Trascini il tuo stanco corpo sul pianerottolo, aggrotti un sopracciglio cercando uno sguardo severo alla volta di Brando e trascini la porta fino a far scattare la serratura, poi dai un paio di mandate di facciata e scendi nel traffico caotico di inizio settimana.
Clacson, saluti, gomme che slittano sull’asfalto, foglie che cadono, vecchiette leggere che ammoniscono conducenti di tram, piccioni che fanno colazione, donne si fanno trascinare da cani entusiasti che non capiscono il dramma del lunedì.
Una nuvoletta di vapore ti esce dalla bocca e un brivido ti percorre la schiena. Cerchi l’inesistente bavero della giacca e desidereresti tanto trovarlo. Spifferi d’aria gelida ti penetrano da ogni parte e ti paralizzano i movimenti facendoti assumere un’andatura a scatti tristemente ridicola. Te ne fotti perchè prima di garantirti l’apparenza oggi vuoi assicurarti la sopravvivenza. Oggi è lunedì per tutti ma per te è anche peggio.
Senti ancora la bocca foderata dal sapore delle patatine alla cipolla e formaggio con retrogusto amarognolo di birra. I sensi si rincorrono, si prendono e si perdono rimandandoti alla memoria singoli flash della serata trascorsa ieri. L’odore di legno bagnato, fermentazione, muffa persistente e umanità sudata fanno da sfondo alla circostanza. Saluti, aneddoti, abbracci e birra, anche rovesciata sono la sostanza. E’ tanta roba dopo tanto tempo.
Ti vedi riflesso nella vetrina di una banca e ritorni d’un tratto al quì ed ora. Hai nuovamente freddo e pensieri nefasti t’ingombrano la testa. Il bavero della giacca non l’hai ancora trovato e ci rinunci.
Il palazzo dove lavori ti si staglia davanti sfoggiando la quotidiana prova di virilità, ormai trita e ritrita: i suoi ventitre piani più antenna quasi scompaiono nel grigio dell’inverno.
La tentazione di tirare dritto e gridare a pieni polmoni un “fanculo a tutti voi, poveri illusi gonfi di niente” è forte ma senza pensarci ti trovi già nella hall diretto all’ascensore 4.
Speri inutilmente che non salga nessuno con te invece si riempie. L’aria si scalda in un attimo e viene rapidamente assorbito tutto l’ossigeno. Ti senti il sangue pulsare nella testa e i piedi informicolarsi. Rispondi ai saluti più che altro con gesti e alle domande con monosillabi. Centellini l’aria carica di dopobarba, detergente intimo e ormoni fino al settimo piano quando esci strisciando alle pareti silenziosamente.
Prendi un caffè al volo al distributore di morte e, ustionandoti la lingua, vai verso l’ufficio, quello in fondo. Lo chiamano con diversi nomi ma la sostanza è la stessa: il mattatoio o la stanza dei sogni interrotti.
Il corridoio bianco con le sterili luci al neon tremanti ti sembra infinito. O forse è solo quello che vorresti, non arrivare mai. Ma come sempre succede quando desideri ardentemente qualcosa, il corridoio finisce e la porta che non vorresti aprire ti tocca la punta delle scarpe. Bussi senza nemmeno più sperare che non ci sia nessuno. Sapere qualcosa è un conto ma sentirselo dire è molto peggio.
“Avanti, prego” è quello che una voce decisa ma soffocata ti risponde da dentro la stanza.
Spingi la porta e un fresco profumo di resina di Larice rosso ti inebria le narici. Entri fissando lo sguardo a mezzo metro nel vuoto mentre strizzi gli occhi e ritiri le dita dei piedi continuando a ripeterti cose inutili.
Poi stancamente ti trascini in bagno dove eviti lo sguardo riflesso dallo specchio. Ti togli alla meno peggio il sonno di dosso e provi a coprirne l’odore stantio con qualche spruzzata generalizzata di Breeze. Prendi la prima cosa meno stropicciata che trovi sulla poltroncina accanto al letto e, sconsolato, ti raccomandi a Brando di fare il bravo.
“Almeno piscia nella ghiaietta, per favore.”
Trascini il tuo stanco corpo sul pianerottolo, aggrotti un sopracciglio cercando uno sguardo severo alla volta di Brando e trascini la porta fino a far scattare la serratura, poi dai un paio di mandate di facciata e scendi nel traffico caotico di inizio settimana.
Clacson, saluti, gomme che slittano sull’asfalto, foglie che cadono, vecchiette leggere che ammoniscono conducenti di tram, piccioni che fanno colazione, donne si fanno trascinare da cani entusiasti che non capiscono il dramma del lunedì.
Una nuvoletta di vapore ti esce dalla bocca e un brivido ti percorre la schiena. Cerchi l’inesistente bavero della giacca e desidereresti tanto trovarlo. Spifferi d’aria gelida ti penetrano da ogni parte e ti paralizzano i movimenti facendoti assumere un’andatura a scatti tristemente ridicola. Te ne fotti perchè prima di garantirti l’apparenza oggi vuoi assicurarti la sopravvivenza. Oggi è lunedì per tutti ma per te è anche peggio.
Senti ancora la bocca foderata dal sapore delle patatine alla cipolla e formaggio con retrogusto amarognolo di birra. I sensi si rincorrono, si prendono e si perdono rimandandoti alla memoria singoli flash della serata trascorsa ieri. L’odore di legno bagnato, fermentazione, muffa persistente e umanità sudata fanno da sfondo alla circostanza. Saluti, aneddoti, abbracci e birra, anche rovesciata sono la sostanza. E’ tanta roba dopo tanto tempo.
Ti vedi riflesso nella vetrina di una banca e ritorni d’un tratto al quì ed ora. Hai nuovamente freddo e pensieri nefasti t’ingombrano la testa. Il bavero della giacca non l’hai ancora trovato e ci rinunci.
Il palazzo dove lavori ti si staglia davanti sfoggiando la quotidiana prova di virilità, ormai trita e ritrita: i suoi ventitre piani più antenna quasi scompaiono nel grigio dell’inverno.
La tentazione di tirare dritto e gridare a pieni polmoni un “fanculo a tutti voi, poveri illusi gonfi di niente” è forte ma senza pensarci ti trovi già nella hall diretto all’ascensore 4.
Speri inutilmente che non salga nessuno con te invece si riempie. L’aria si scalda in un attimo e viene rapidamente assorbito tutto l’ossigeno. Ti senti il sangue pulsare nella testa e i piedi informicolarsi. Rispondi ai saluti più che altro con gesti e alle domande con monosillabi. Centellini l’aria carica di dopobarba, detergente intimo e ormoni fino al settimo piano quando esci strisciando alle pareti silenziosamente.
Prendi un caffè al volo al distributore di morte e, ustionandoti la lingua, vai verso l’ufficio, quello in fondo. Lo chiamano con diversi nomi ma la sostanza è la stessa: il mattatoio o la stanza dei sogni interrotti.
Il corridoio bianco con le sterili luci al neon tremanti ti sembra infinito. O forse è solo quello che vorresti, non arrivare mai. Ma come sempre succede quando desideri ardentemente qualcosa, il corridoio finisce e la porta che non vorresti aprire ti tocca la punta delle scarpe. Bussi senza nemmeno più sperare che non ci sia nessuno. Sapere qualcosa è un conto ma sentirselo dire è molto peggio.
“Avanti, prego” è quello che una voce decisa ma soffocata ti risponde da dentro la stanza.
Spingi la porta e un fresco profumo di resina di Larice rosso ti inebria le narici. Entri fissando lo sguardo a mezzo metro nel vuoto mentre strizzi gli occhi e ritiri le dita dei piedi continuando a ripeterti cose inutili.
martedì 18 ottobre 2011
Il buco nero
Da un paio d’ore cerco disperatamente i miei occhiali da sole senza i quali la mattina mi sento nudo. La mia mattina inizia non prima delle due del pomeriggio ma per i miei occhi la luce non ha orario. E senza i miei occhiali con le lenti scure e la montatura di finta tartaruga non posso uscire di casa. Non so il perchè ma è così: sono schiavo di quegli occhiali da sole. Ma oggi sembrano spariti. Non li riesco a trovare da nessuna parte. Ho guardato anche nella cassetta della posta dove l’anno scorso si era cacciato per sbaglio anche il mio scoiattolino canadese; ma quella volta c’era di mezzo tanto, troppo vino.
Sembra incredibile come, in un appartamento minuscolo come quello in cui dormo, a volte mangio e faccio i miei bisogni, possano perdersi miliardi di oggetti: menete, ciabatte, cellulari, animaletti domestici, sedie e bottiglie.
Già, proprio qualche tempo fa per un mese intero ho cercato una boccia di birra che da un giorno all’altro era sparita, piena, dal frigorifero. Non l’ho più ritrovata. Come non ho più trovato le due tartarughine d’acqua che avevo vinto pescando un anatraccolo di plastica alla sagra del Re Gnocco. Non che mi sia dispiaciuto perdere le tartarughine d’acqua ma è la circostanza a farmi incazzare come un’ape.
Robe da ammattire. Magari la sera arrivi a casa con qualche bicchiere di troppo in testa e lasci le chiavi di casa sulla mensola all’ingresso. Poi vai a letto cercando di fermare la stanza che ti danza tutt’intorno e la mattina dopo, quando riacquisti un briciolo di lucidità, inevitabilmente non trovi più le chiavi sulla mensola all’ingresso dove le avevi lasciate la sera prima. Ma il fatto è che non le troverai mai più quelle maledettissime chiavi e quindi ti toccherà chiamare il fabbro che ti cambierà la serratura prendendosi solo ottanta euro perchè è già la terza volta che lo chiami da maggio.
Non ce la faccio più a continuare a vivere con la certezza di perdere qualcosa. E come se non bastasse, sto pure diventando povero. Non tanto per le cose in sè che perdo ma per tutto quello che la perdita implica. Per esempio, ho una macchina parcheggiata in divieto di sosta da tre mesi sotto casa davanti al bar semplicemente perchè non trovo più le chiavi. Ogni settimana mi fanno una multa di trentasei euro e come se non bastasse per muovermi in città ho dovuto fare l’abbonamento ai mezzi pubblici. Non ci voglio nemmeno pensare...
Oppure ancora quella volta che son riuscito a portarmi una tipa a casa dopo averle offerto un universo di birre doppio malto e abbiamo noleggiato un dvd: non è un paese per vecchi. L’abbiamo visto insieme toccandoci e sbaciucchiandoci in attesa che finisse. Poi è finito e a me è piaciuto un sacco. Ma veramente tanto. Il tizio con la bombola del gas che va ad ammazzare gente è geniale come trovo sia altrettanto geniale farlo finire in quel modo, con l’investimento del tizio. Spettacolo. A lei invece ha fatto cagare., sue testuali parole “mi semrba una stronzata modniale”. L’ha trovato triste e senza senso. Allora abbiamo discusso per un pò sul senso del film senza trovare quel momentaneo accordo che mi permettesse di portarla a letto e fotterla violentemente punendola per non aver capito il senso del film. Ma, a un certo punto, stizzita mi dice che si è fatto troppo tardi e deve andare altrimenti il cane le piscia in casa. Ma quale cazzo di cane? Fingo virilmente che non me ne freghi niente del fatto che non sia riuscito a fotterla e lei se ne va. Io finisco la serata a bere al bar sotto casa davanti alla mia macchina in divieto di sosta. Il giorno dopo mi sveglio, vedo la custodia del dvd e mi ricordo che lo devo restituire. Cerco tutto il giorno per tutta la casa quello stramaledetto dvd senza trovarlo. Ho anche chiamato la tipa per chiederle se magari, per sbaglio oppure deliberatamente per farmi un dispetto, l’avesse preso su lei. Ma niente, ho rimediato solo qualche altro insulto ma il dvd non salta fuori. Morale: ho dovuto pagare una super multa della madonna perchè il tizio del noleggio credeva facessi il furbo e me lo volessi tenere.
Sono anche arrivato a pensare che da qualche parte, dietro qualche pensile della cucina o dietro qualche battiscopa un pò scostato si nascondesse un buco nero inghiottitutto. Ma una volta riacquistata la lucidità necessaria, sono sempre tornato alla mia stanca rassegnazione quotidiana fatta di cibi scotti, birre in sconto e cose che non trovo.
Ora, dove tutta quella sacrosanta roba che continua a sparire in casa mia finisca, non mi è dato saperlo. ma sono convinto che quando me ne andrò da questo indemoniato buco merdoso e ladro, i nuovi inquilini troveranno un tesoretto fatto di orologi, chiavi, bottiglie di birra, calzini, tartarughe d’acqua e fottutissimi dvd.
Fatto sta che sono sette ore che sto cercando i miei occhiali da sole in finta tartaruga con le lenti scure e, ormai, fuori si è fatto buio e non mi servono più.
Fanculo casa del cazzo, tieniti anche quelli, io scendo al bar nudo.
Sembra incredibile come, in un appartamento minuscolo come quello in cui dormo, a volte mangio e faccio i miei bisogni, possano perdersi miliardi di oggetti: menete, ciabatte, cellulari, animaletti domestici, sedie e bottiglie.
Già, proprio qualche tempo fa per un mese intero ho cercato una boccia di birra che da un giorno all’altro era sparita, piena, dal frigorifero. Non l’ho più ritrovata. Come non ho più trovato le due tartarughine d’acqua che avevo vinto pescando un anatraccolo di plastica alla sagra del Re Gnocco. Non che mi sia dispiaciuto perdere le tartarughine d’acqua ma è la circostanza a farmi incazzare come un’ape.
Robe da ammattire. Magari la sera arrivi a casa con qualche bicchiere di troppo in testa e lasci le chiavi di casa sulla mensola all’ingresso. Poi vai a letto cercando di fermare la stanza che ti danza tutt’intorno e la mattina dopo, quando riacquisti un briciolo di lucidità, inevitabilmente non trovi più le chiavi sulla mensola all’ingresso dove le avevi lasciate la sera prima. Ma il fatto è che non le troverai mai più quelle maledettissime chiavi e quindi ti toccherà chiamare il fabbro che ti cambierà la serratura prendendosi solo ottanta euro perchè è già la terza volta che lo chiami da maggio.
Non ce la faccio più a continuare a vivere con la certezza di perdere qualcosa. E come se non bastasse, sto pure diventando povero. Non tanto per le cose in sè che perdo ma per tutto quello che la perdita implica. Per esempio, ho una macchina parcheggiata in divieto di sosta da tre mesi sotto casa davanti al bar semplicemente perchè non trovo più le chiavi. Ogni settimana mi fanno una multa di trentasei euro e come se non bastasse per muovermi in città ho dovuto fare l’abbonamento ai mezzi pubblici. Non ci voglio nemmeno pensare...
Oppure ancora quella volta che son riuscito a portarmi una tipa a casa dopo averle offerto un universo di birre doppio malto e abbiamo noleggiato un dvd: non è un paese per vecchi. L’abbiamo visto insieme toccandoci e sbaciucchiandoci in attesa che finisse. Poi è finito e a me è piaciuto un sacco. Ma veramente tanto. Il tizio con la bombola del gas che va ad ammazzare gente è geniale come trovo sia altrettanto geniale farlo finire in quel modo, con l’investimento del tizio. Spettacolo. A lei invece ha fatto cagare., sue testuali parole “mi semrba una stronzata modniale”. L’ha trovato triste e senza senso. Allora abbiamo discusso per un pò sul senso del film senza trovare quel momentaneo accordo che mi permettesse di portarla a letto e fotterla violentemente punendola per non aver capito il senso del film. Ma, a un certo punto, stizzita mi dice che si è fatto troppo tardi e deve andare altrimenti il cane le piscia in casa. Ma quale cazzo di cane? Fingo virilmente che non me ne freghi niente del fatto che non sia riuscito a fotterla e lei se ne va. Io finisco la serata a bere al bar sotto casa davanti alla mia macchina in divieto di sosta. Il giorno dopo mi sveglio, vedo la custodia del dvd e mi ricordo che lo devo restituire. Cerco tutto il giorno per tutta la casa quello stramaledetto dvd senza trovarlo. Ho anche chiamato la tipa per chiederle se magari, per sbaglio oppure deliberatamente per farmi un dispetto, l’avesse preso su lei. Ma niente, ho rimediato solo qualche altro insulto ma il dvd non salta fuori. Morale: ho dovuto pagare una super multa della madonna perchè il tizio del noleggio credeva facessi il furbo e me lo volessi tenere.
Sono anche arrivato a pensare che da qualche parte, dietro qualche pensile della cucina o dietro qualche battiscopa un pò scostato si nascondesse un buco nero inghiottitutto. Ma una volta riacquistata la lucidità necessaria, sono sempre tornato alla mia stanca rassegnazione quotidiana fatta di cibi scotti, birre in sconto e cose che non trovo.
Ora, dove tutta quella sacrosanta roba che continua a sparire in casa mia finisca, non mi è dato saperlo. ma sono convinto che quando me ne andrò da questo indemoniato buco merdoso e ladro, i nuovi inquilini troveranno un tesoretto fatto di orologi, chiavi, bottiglie di birra, calzini, tartarughe d’acqua e fottutissimi dvd.
Fatto sta che sono sette ore che sto cercando i miei occhiali da sole in finta tartaruga con le lenti scure e, ormai, fuori si è fatto buio e non mi servono più.
Fanculo casa del cazzo, tieniti anche quelli, io scendo al bar nudo.
giovedì 28 aprile 2011
Reina
C'è chi dice che l'appetito vien mangiando.
Spillo sostiene che l’appetito non è cosa per tutti, infatti lui ce l’ha quasi mai.
Totò invece diceva che l'appetito viene a star digiuni.
Io, nel dubbio, mi stappo diplomaticamente una birra.
A giudicare dal frigorifero penso che dovrei andare a far la spesa ma pioviggina. Scende una pioggerellina tanto sottile e leggera che quasi sembra foschia. Io odio la pioggerellina, la foschia e la pubblicità nella buchetta della posta il lunedì. Odio veramente a morte quando quelle goccioline infingarde mi si appiccicano alle lenti degli occhiali e sui capelli che poi si appesantiscono tutti e sembrano sporchi lerci. Penso avesse ragione Sergio: forse è colpa dell’inquinamento. O forse no, fatto sta che fino a che questa maledetta pioggerellina continua a scendere, io non ho la minima intenzione di uscire di casa. Perchè più la pioggerella è fine più è inevitabile che ti si impiastri sugli occhiali e sui capelli trasportata maleficamente dal vento. Non c’è ombrello che tenga.
Poi è aprile, il 27 aprile, forse a voi non dice niente questa data ma per me è importante. Molto importante ma non mi va di spiegarvi il perchè. Poi c’è che mi sono appena trasferito da una parte della città al suo antipodo -se si dice così- quello peggiore, è chiaro, ma sicuramente più economico. Devo risparmiare o di questo passo nemmeno in venticinque vite riuscirei a comprarmi la villa con piscina nell’aretino che fino a ieri sera promettevo a Reina. Non so che cazzo di nome sia Reina ma vi assicuro che basta guardarla bene un secondo e potrebbe pure dirvi di chiamarsi Sigismondo e voi non fareste una piega. Che creatura, ragazzi!
Cinquantasette chili di marmoreo e prelibato Angus argentino ben distribuiti in centosettantasette centimetri d’altezza. Trent’anni in pacca e nemmeno una ruga o un cedimento strutturale. Non una smagliatura, nemmeno nelle calze. E il culo? Ragazzi, quello non è un semplice culo latinoamericano che potete immaginare ma è una vera opera d’arte. Sembra dotato di vita propria quando lei cammina. Su a destra, giù a sinistra, su a destra e via che si allontana fedele alle spalle di Reina con un seguito di sguardi ammaliati e trasognanti. Solo al pensiero di averlo a portata di mano mi fa sudare freddo.
Pensate che l’ho conosciuta casualmente tre giorni fa dal Tabacchi sulla Ripa e poi l’ho rivista ieri sera. Da allora non penso ad altro. Continuo a rimandare anche la spesa ma so che prima o poi dovrò decidermi a trasportare il mio culo fuori da questo loculo fino alla Lidl di via Binda. Ma oggi no, vi prego, fatemi continuare a sognare.
E che cultura sconfinata ha Reina. Vogliamo parlarne? Conosce una quantità nomi di costellazioni e galassie e capitali del mondo che la metà me la sono già scordata e l'altra non l'ho mai nemmeno saputa. Poi sa leggere la mano e lo fa mentre ti snocciola il futuro in un italiano latino che è muy caliente e solo a sentire la melodia delle sue parole mi viene sete.
Un mojito per favore!
Neanche a farlo apposta, Reina balla divinamente il tango. Il tango, il sangue arterioso del mio corpo e secondo amore della mia vita. Mi ribollono le vene solo a ricordare la mirada di ieri quando Reina ha risposto al mio cabeceo: con il capo un pò inclinato in avanti, lo sguardo dannatamente malizioso e le mani schioccanti leggiadre sopra la testa, con il ginocchio che punta me, dritto avanti a sè, signori, a momenti morivo. Cristo sarebbe sceso dalla croce e avrebbe cominciato a ballare con i piedi bucati, Muzio Scevola avrebbe cominciato a battere le mani ustionate al ritmo e Gandhi avrebbe ucciso pur di fare due passi di tango con lei. Quando balla Reina si sprigiona una carica erotica che se fosse in mezzo al Pacifico affonderebbe definitivamente quel che resta del Giappone.
E conosce pure un sacco di curiosità. Mi ha spiegato il significato del nome Lidl e perchè il bancone delle casse è così corto. Mi ha rivelato che il detto “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” in realtà è il frutto di un errore di traduzione fatto da quel sempliciotto di San Gerolamo (in realtà il cammello non c'entra una beata minchia) e che le carote, prima che gli olandesi nel 1720 ci mettessero mano, erano semplicemente viola... Che spettacolo della natura, ragazzi. Intendo Reina, non le carote.
Sono certo che se tutte le donne fossero come lei vivremmo in un mondo migliore. In un mondo colorato senza guerre, senza brutture di ogni genere e senza ingiustizie. Ma purtroppo basta attendere una decina di minuti il bus o fare la fila alla cassa dell’Esselunga origliando distrattamente la conversazione tra due donne per capire il motivo della tristezza della realtà in cui viviamo. Le donne in realtà sono creature che, per quanto magnifiche sanno apparire, rimarranno sempre di gran lunga più disgustose degli uomini.
Odio le donne che parlano sul tram di mestruazioni, in metro di cicli mestruali, a Brera di fasi lunari e fattucchiere, alle poste di assorbenti dalle ali d'aquila e schifezze varie. Anche la biancheria sporca e la birra sgasata mi fanno schifo ma mai quanto alcune donne. Giuro che non resisto, solo l’idea mi fa venire il voltastomaco. Bleah.
Odio le donne che leggono la posta di Donna Fanalia su Donna Moderna e seguono i suoi consigli. Odio le donne infatuate dalla miseria della cucina macrobiotica, amanti dei brodini insipidi e delle verdure cotte al vapore che paradossalmente fanno fare peti nauseabondi. Odio le donne che parlano di politica, di calcio e di William e Kate. Odio le donne sotto i quarantacinque anni che si pitturano le dita dei piedi di rosso valentino. Ma ieri ho scoperto che anche Reina, nel suo universo splendente ha il suo neo. Sporco mondo ladro...
Ah, a proposito di dita dei piedi e donne stomachevoli, quasi mi scordavo di chiamare Pietro per dirgli che ieri sera, alla fine, ho vinto la scommessa.
Sentite qua: saranno state circa le due e mezza ed eravamo al solito Lurido lungo i viali per ammazzare la serata con il solito panino alla salsiccia e le preziosissime cipolle ammazzavermi. Eravamo belli, alticci e senza un soldo. Siamo riusciti a malapena a prendere quattro panini completi e tre morettone da sessantasei con lo sconto di settanta centesimi. Ma il fatto è che noi eravamo in quattro e ci spiaceva lasciare Strabucco senza birra. Tra l’altro aveva appena avuto una delusione amorosa proprio qualche ora prima. Aveva l'ormone appena risvegliato dal letargo e, credendo di fare il colpaccio, s’era invaghito di una vecchiarda aolcolizzata del Tabacchi. Ma quella, dopo averlo lasciato sbavare e soprattutto pagare per un paio d’ore, a un certo punto, dopo il quinto o sesto Negroni, prende e se ne va con lo Scuro. Conosceste lo Scuro ridereste pure voi. Quindi, grasse risate dispensate gratuitamente a destra e manca per tutto il locale. Dovevate vedere come ci è rimasto e che faccia ha fatto il povero Strabucco. Comunque, dicevo che il Lurido proprio non ne voleva sapere di offrirci una quarta birra. Io, forse un pò più alticcio degli altri e quindi disposto anche a sdraiarmi in mezzo all'autostrada del Sole una domenica di maggio pur di bere un'altra birra, ho scommesso con Pietro che sarei riuscito a farmi dare un morettone gratis per Strabucco. Ho giurato che se non ci fossi riuscito avrei pagato pegno facendo il giro completo della Circolare destra, nudo in bicicletta. Ma se al contrario ci fossi riuscito, Pietro, il malfidente, sabato avrebbe pagato da bere a tutti quelli del Tabacchi e, il sabato sono veramente tanti. Poi lui, Pietro, è stato richiamato al dovere dalla sua nuova ragazza e se ne è andato da lei dieci centimetri più alto, da vincitore. Bè, caro il mio Pietro, sei un povero illuso perchè alla fine ci sono riuscito a farmi dare la morettona dal Lurido, e Strabucco, Sasso e Mistrà possono testimoniartelo. Hai perso la scommessa caro il mio Pietro e sabato ti tocca pagare da bere a tutti noi... che mi cascasse un piccione in testa se adesso non ti stai chiedendo come diavolo ho fatto. Bè, te lo dico: ho semplicemente riferito al Lurido che il mio morettone sapeva di tappo. Proprio così, niente di particolarmente elaborato. M'è venuto in mente questo. Poi quando lui m’ha detto con le sue vocali dure: “ehi amico, ma quella è una bottiglia di birra e ormai è mezza vuota...”, non ho fatto altro che accusarlo di nichilismo -senza lasciarlo ragionare sul significato del termine- per la sua visione della bottiglia mezza vuota e spiegargli che "ovviamente la birra è quasi finita perchè non mi sono fidato del mio palato ma ho dunque voluto avere il parere dei miei fidati amici". Ecco spiegato perchè più di metà birra era ormai sparita dalla bottiglia. Il Lurido peggio di San Tommaso ha voluto verificare chiedendo a Sasso, Mistrà e Strabucco che sapore avesse la birra. Loro hanno confermato un fastidioso retrogusto di tappo e il Lurido, accigliato e sbuffante, ha dovuto arrendersi davanti a cotanta evidenza. Tutto quì, caro il mio ingenuo Pietro...
Cristo, sto divagando.
Dov’ero rimasto? Ah sì, a Reina.
Bè, amici, c’è poco altro da dire. Vi stavo dicendo che anche Reina, sporco mondo ladro, ha il suo neo. Ieri, dopo aver ballato fino a tardi siamo usciti dal locale e, barcollando un pò, abbiamo imboccato un vicolo scuro e poco battuto sul retro. Le ha ceduto un tacco. E’ rovinata a terra leggera come un castello di carte e si è trascinata dietro anche me. Le sono caduto come un caco maturo addosso e la circostanza ha fatto sì che non gliela facessi passare liscia. Le ho srotolato in bocca una buona misura della mia lingua felpata da gatto e le ho frugato sotto la camicetta. Sono spuntate due tette sode e gonfie, perfette, in attesa di esplodere da un momento all’altro. E mentre mulinavo la lingua sempre più asciutta, lei ricambiava energicamente. Allora con una mano sono sceso a slacciarle i jeans per salutare la gatta. E’ saltato il bottone, è scesa la cerniera e, quando il sangue nelle mie vene stava finendo a furia di bollire, quando il mondo avrebbe potuto comodamente andarsene a fare in culo in un buco nero mangiatutto e le oche del Campidoglio invadere il Vaticano e cacciare a beccate il Pastore Tedesco, m'è arrivata una pugnalata al cuore. Oh cazzo!
Proprio così, sul più bello è spuntato un cazzo di troppo, il suo.
Spillo sostiene che l’appetito non è cosa per tutti, infatti lui ce l’ha quasi mai.
Totò invece diceva che l'appetito viene a star digiuni.
Io, nel dubbio, mi stappo diplomaticamente una birra.
A giudicare dal frigorifero penso che dovrei andare a far la spesa ma pioviggina. Scende una pioggerellina tanto sottile e leggera che quasi sembra foschia. Io odio la pioggerellina, la foschia e la pubblicità nella buchetta della posta il lunedì. Odio veramente a morte quando quelle goccioline infingarde mi si appiccicano alle lenti degli occhiali e sui capelli che poi si appesantiscono tutti e sembrano sporchi lerci. Penso avesse ragione Sergio: forse è colpa dell’inquinamento. O forse no, fatto sta che fino a che questa maledetta pioggerellina continua a scendere, io non ho la minima intenzione di uscire di casa. Perchè più la pioggerella è fine più è inevitabile che ti si impiastri sugli occhiali e sui capelli trasportata maleficamente dal vento. Non c’è ombrello che tenga.
Poi è aprile, il 27 aprile, forse a voi non dice niente questa data ma per me è importante. Molto importante ma non mi va di spiegarvi il perchè. Poi c’è che mi sono appena trasferito da una parte della città al suo antipodo -se si dice così- quello peggiore, è chiaro, ma sicuramente più economico. Devo risparmiare o di questo passo nemmeno in venticinque vite riuscirei a comprarmi la villa con piscina nell’aretino che fino a ieri sera promettevo a Reina. Non so che cazzo di nome sia Reina ma vi assicuro che basta guardarla bene un secondo e potrebbe pure dirvi di chiamarsi Sigismondo e voi non fareste una piega. Che creatura, ragazzi!
Cinquantasette chili di marmoreo e prelibato Angus argentino ben distribuiti in centosettantasette centimetri d’altezza. Trent’anni in pacca e nemmeno una ruga o un cedimento strutturale. Non una smagliatura, nemmeno nelle calze. E il culo? Ragazzi, quello non è un semplice culo latinoamericano che potete immaginare ma è una vera opera d’arte. Sembra dotato di vita propria quando lei cammina. Su a destra, giù a sinistra, su a destra e via che si allontana fedele alle spalle di Reina con un seguito di sguardi ammaliati e trasognanti. Solo al pensiero di averlo a portata di mano mi fa sudare freddo.
Pensate che l’ho conosciuta casualmente tre giorni fa dal Tabacchi sulla Ripa e poi l’ho rivista ieri sera. Da allora non penso ad altro. Continuo a rimandare anche la spesa ma so che prima o poi dovrò decidermi a trasportare il mio culo fuori da questo loculo fino alla Lidl di via Binda. Ma oggi no, vi prego, fatemi continuare a sognare.
E che cultura sconfinata ha Reina. Vogliamo parlarne? Conosce una quantità nomi di costellazioni e galassie e capitali del mondo che la metà me la sono già scordata e l'altra non l'ho mai nemmeno saputa. Poi sa leggere la mano e lo fa mentre ti snocciola il futuro in un italiano latino che è muy caliente e solo a sentire la melodia delle sue parole mi viene sete.
Un mojito per favore!
Neanche a farlo apposta, Reina balla divinamente il tango. Il tango, il sangue arterioso del mio corpo e secondo amore della mia vita. Mi ribollono le vene solo a ricordare la mirada di ieri quando Reina ha risposto al mio cabeceo: con il capo un pò inclinato in avanti, lo sguardo dannatamente malizioso e le mani schioccanti leggiadre sopra la testa, con il ginocchio che punta me, dritto avanti a sè, signori, a momenti morivo. Cristo sarebbe sceso dalla croce e avrebbe cominciato a ballare con i piedi bucati, Muzio Scevola avrebbe cominciato a battere le mani ustionate al ritmo e Gandhi avrebbe ucciso pur di fare due passi di tango con lei. Quando balla Reina si sprigiona una carica erotica che se fosse in mezzo al Pacifico affonderebbe definitivamente quel che resta del Giappone.
E conosce pure un sacco di curiosità. Mi ha spiegato il significato del nome Lidl e perchè il bancone delle casse è così corto. Mi ha rivelato che il detto “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” in realtà è il frutto di un errore di traduzione fatto da quel sempliciotto di San Gerolamo (in realtà il cammello non c'entra una beata minchia) e che le carote, prima che gli olandesi nel 1720 ci mettessero mano, erano semplicemente viola... Che spettacolo della natura, ragazzi. Intendo Reina, non le carote.
Sono certo che se tutte le donne fossero come lei vivremmo in un mondo migliore. In un mondo colorato senza guerre, senza brutture di ogni genere e senza ingiustizie. Ma purtroppo basta attendere una decina di minuti il bus o fare la fila alla cassa dell’Esselunga origliando distrattamente la conversazione tra due donne per capire il motivo della tristezza della realtà in cui viviamo. Le donne in realtà sono creature che, per quanto magnifiche sanno apparire, rimarranno sempre di gran lunga più disgustose degli uomini.
Odio le donne che parlano sul tram di mestruazioni, in metro di cicli mestruali, a Brera di fasi lunari e fattucchiere, alle poste di assorbenti dalle ali d'aquila e schifezze varie. Anche la biancheria sporca e la birra sgasata mi fanno schifo ma mai quanto alcune donne. Giuro che non resisto, solo l’idea mi fa venire il voltastomaco. Bleah.
Odio le donne che leggono la posta di Donna Fanalia su Donna Moderna e seguono i suoi consigli. Odio le donne infatuate dalla miseria della cucina macrobiotica, amanti dei brodini insipidi e delle verdure cotte al vapore che paradossalmente fanno fare peti nauseabondi. Odio le donne che parlano di politica, di calcio e di William e Kate. Odio le donne sotto i quarantacinque anni che si pitturano le dita dei piedi di rosso valentino. Ma ieri ho scoperto che anche Reina, nel suo universo splendente ha il suo neo. Sporco mondo ladro...
Ah, a proposito di dita dei piedi e donne stomachevoli, quasi mi scordavo di chiamare Pietro per dirgli che ieri sera, alla fine, ho vinto la scommessa.
Sentite qua: saranno state circa le due e mezza ed eravamo al solito Lurido lungo i viali per ammazzare la serata con il solito panino alla salsiccia e le preziosissime cipolle ammazzavermi. Eravamo belli, alticci e senza un soldo. Siamo riusciti a malapena a prendere quattro panini completi e tre morettone da sessantasei con lo sconto di settanta centesimi. Ma il fatto è che noi eravamo in quattro e ci spiaceva lasciare Strabucco senza birra. Tra l’altro aveva appena avuto una delusione amorosa proprio qualche ora prima. Aveva l'ormone appena risvegliato dal letargo e, credendo di fare il colpaccio, s’era invaghito di una vecchiarda aolcolizzata del Tabacchi. Ma quella, dopo averlo lasciato sbavare e soprattutto pagare per un paio d’ore, a un certo punto, dopo il quinto o sesto Negroni, prende e se ne va con lo Scuro. Conosceste lo Scuro ridereste pure voi. Quindi, grasse risate dispensate gratuitamente a destra e manca per tutto il locale. Dovevate vedere come ci è rimasto e che faccia ha fatto il povero Strabucco. Comunque, dicevo che il Lurido proprio non ne voleva sapere di offrirci una quarta birra. Io, forse un pò più alticcio degli altri e quindi disposto anche a sdraiarmi in mezzo all'autostrada del Sole una domenica di maggio pur di bere un'altra birra, ho scommesso con Pietro che sarei riuscito a farmi dare un morettone gratis per Strabucco. Ho giurato che se non ci fossi riuscito avrei pagato pegno facendo il giro completo della Circolare destra, nudo in bicicletta. Ma se al contrario ci fossi riuscito, Pietro, il malfidente, sabato avrebbe pagato da bere a tutti quelli del Tabacchi e, il sabato sono veramente tanti. Poi lui, Pietro, è stato richiamato al dovere dalla sua nuova ragazza e se ne è andato da lei dieci centimetri più alto, da vincitore. Bè, caro il mio Pietro, sei un povero illuso perchè alla fine ci sono riuscito a farmi dare la morettona dal Lurido, e Strabucco, Sasso e Mistrà possono testimoniartelo. Hai perso la scommessa caro il mio Pietro e sabato ti tocca pagare da bere a tutti noi... che mi cascasse un piccione in testa se adesso non ti stai chiedendo come diavolo ho fatto. Bè, te lo dico: ho semplicemente riferito al Lurido che il mio morettone sapeva di tappo. Proprio così, niente di particolarmente elaborato. M'è venuto in mente questo. Poi quando lui m’ha detto con le sue vocali dure: “ehi amico, ma quella è una bottiglia di birra e ormai è mezza vuota...”, non ho fatto altro che accusarlo di nichilismo -senza lasciarlo ragionare sul significato del termine- per la sua visione della bottiglia mezza vuota e spiegargli che "ovviamente la birra è quasi finita perchè non mi sono fidato del mio palato ma ho dunque voluto avere il parere dei miei fidati amici". Ecco spiegato perchè più di metà birra era ormai sparita dalla bottiglia. Il Lurido peggio di San Tommaso ha voluto verificare chiedendo a Sasso, Mistrà e Strabucco che sapore avesse la birra. Loro hanno confermato un fastidioso retrogusto di tappo e il Lurido, accigliato e sbuffante, ha dovuto arrendersi davanti a cotanta evidenza. Tutto quì, caro il mio ingenuo Pietro...
Cristo, sto divagando.
Dov’ero rimasto? Ah sì, a Reina.
Bè, amici, c’è poco altro da dire. Vi stavo dicendo che anche Reina, sporco mondo ladro, ha il suo neo. Ieri, dopo aver ballato fino a tardi siamo usciti dal locale e, barcollando un pò, abbiamo imboccato un vicolo scuro e poco battuto sul retro. Le ha ceduto un tacco. E’ rovinata a terra leggera come un castello di carte e si è trascinata dietro anche me. Le sono caduto come un caco maturo addosso e la circostanza ha fatto sì che non gliela facessi passare liscia. Le ho srotolato in bocca una buona misura della mia lingua felpata da gatto e le ho frugato sotto la camicetta. Sono spuntate due tette sode e gonfie, perfette, in attesa di esplodere da un momento all’altro. E mentre mulinavo la lingua sempre più asciutta, lei ricambiava energicamente. Allora con una mano sono sceso a slacciarle i jeans per salutare la gatta. E’ saltato il bottone, è scesa la cerniera e, quando il sangue nelle mie vene stava finendo a furia di bollire, quando il mondo avrebbe potuto comodamente andarsene a fare in culo in un buco nero mangiatutto e le oche del Campidoglio invadere il Vaticano e cacciare a beccate il Pastore Tedesco, m'è arrivata una pugnalata al cuore. Oh cazzo!
Proprio così, sul più bello è spuntato un cazzo di troppo, il suo.
mercoledì 26 gennaio 2011
Ho trovato una lettera che non ho mai spedito
Un ronzìo simpaticamente fastidioso che da qualche mese mi disturba i pensieri. La voce di un vecchio frigorifero che mi accompagna durante la mia pallosa quotidianità. L’effetto è lo stesso di quelle volte in cui, davanti ad una definizione dei cruciverba non viene la definizione corretta ma si continua a pensare e ripensare, diventa quasi una sfida intima, personale che non si vuole a nessun costo perdere, una vera a propria ossessione. Un giorno ho così deciso di scommettere con me stesso che se fossi riuscito a trovare uno straccio di contatto, foss’anche si fosse trattato di riprendere carta e penna, allora le avrei scritto. La mia scarsa propensione al rischio mi porta spesso a scommettere con me stesso; tutto sommato, anche in caso di sconfitta il rischio è limitato.
Quindi ho cominciato la ricerca digitando semplicemente quello che ricordavo del suo nome. Un nome, il suo, che sinceramente ho impiegato un pò a ricordare nella sua corretta forma, “Mario Rivieri o forse Mario Riveri o ancora Mario Rivera... certo è Mario”! Poi, per fortuna o meno dipende dai punti vista, la tecnologia al giorno d’oggi rende tutti reperibili o rintracciabili; quello che serve è semplicemente una buona dose di volontà e motivazione. Giusto per fare un esempio, 9 anni fa durante una vacanza estiva in Francia mi “innamorai” di una giovane ragazza del nord della Francia, di una cittadina vicina al confine col Belgio. Trascorremmo intense e magnifiche giornate insieme cercando di fuggire, per quanto possibile, il pensiero dell’imminenza inevitabile del farewell time, che puntualmente si presentò e noi non lo facemmo attendere. Ci scrivemmo, come capita a caldo, i nostri ricordi e man mano che il tempo trascorreva e li sbiadiva, anche la nostra corrispondenza scemava in intensità e regolarità sino al giorno in cui cessò. Per farla breve, visto che non le stò scrivendo alla ricerca di una soluzione a questioni sentimentali, un paio di anni fa decisi di fare una capatina, durante il mio periodo di ferie, in Bretagna e Normandia. Sfogliando la mia guida Routard e studiando la cartina del nord della Francia, mi passò sotto agli occhi un nome di città, Lille, alla quale erano legate molte istantanee della memoria ed un solo nome e cognome chiaro e musicale come solo quelli francesi sanno esserlo. Beh, fatto stà che tramite internet sono riuscito a rintracciarla e, lieto fine, qualche settimana dopo ci incontrammo nell’atmosfera surreale della splendida cittadina di Ruen.
Scusi la divagazione ma ho una forte capacità di deconcentrazione.
Mi sembra almeno doveroso presentarmi.
Sono Massimo Velasco, un suo studente al Petrarca di… diciamo qualche anno fa; ad occhio e croce direi che sono circa 11 gli anni trascorsi dalla maturità. Ero uno di quegli studenti che solitamente nessun professore si ricorda in quanto, utilizzando un termine che odio ma rende, ero semplicemente normale: non uno di quelli ricordati con intellettuale affetto in quanto promesse con un’ipoteca sul futuro del sapere e nemmeno uno di quelle simpatiche canaglie che rimangono comunque impresse nei ricordi per le marachelle combinate ed il clima allegro e spensierato regalato alle ore di lezione. Ero semplicemente uno dei tanti, uno di quelli che ha tratto dal liceo quello che riteneva essere bene ed utile apprendere per sé. Uno di quelli del “qui ed ora” e “del poi si vedrà”. Un diciottenne con la testa infarcita dall’anti-mito americano dei grandi beat, quelli visionari alla Ginsberg, caleidoscopici alla Corso, camminatori pieni di un solitario carisma alla Kerouac o ancora dal nichilismo menefreghista bukowskiano, del surrealismo di milleriano e dalla distesa rilassatezza che solo la semplicità narrativa di Fante sa regalare. Le orecchie ripiene di Doors, Lou Reed, Pink Floyd ma anche Guccini, Lolli, Bertoli, De Gragori, De Andrè… I pensieri traboccanti illusioni, utopie e l’anima desiderosa di una libertà alla “come la intendo io”. In un certo senso, un utilitarista spesso opportunista, quasi mai in prima linea, spesso e volentieri mai presente per un eccesso di autostima e di senso di superiorità. Un pesce d’acqua salata costretto a sguazzare in un melmoso fosso della bassa padana è la definizione che davo di me in quel periodo. Poi ci sono stati i fantastici anni di Scienze Politiche a Bologna, che ancora ora porto tatuati nel cuore. Quegli anni dall’agrodolce sapore delle lunghe manifestazioni, delle infinite discussioni più o meno alcoliche sui massimi sistemi, delle tanto inutili quanto infiammate disquisizioni alla ricerca di veri ed eventuali motivi per fare la rivoluzione (la nostra ovviamente!), le prove d’estensione degli orizzonti della mente, l’approfondimento e il radicamento di un amore viscerale per la letteratura e per l’arte, le mostre, i concerti, le feste, il tutto condito dalla splendida onnipresenza di magnifiche creature nella massima espressione della propria bellezza. Che anni!
Poi il master in Gestione delle Risorse Umane forte della convinzione che “se qualcosa si può cambiare o almeno migliorare è solo dalle persone che si può comincare”. Dunque l’immediato, allo stesso tempo, atteso ed indesiderato ingresso nel mondo buio, grigio e cupo del lavoro. L’esodo dai posti in cui dopo 6 anni non ti senti mai solo, dagli amici con i quali hai condiviso molto o forse tutto, da uno stile di vita che per anni mi ero pazientemente cucito addosso e del quale andavo (e tuttora vado) fiero. E infine l’approdo, da naufrago, in un mondo anni luce lontano dal mio. Milano. Gente che pensa di brillare di luce propria, che fa a gara cercando di abbagliarti più degli altri, falsi miti, il dio denaro, l’essere forzatamente alternativi ed originali, set cinematografici, scenografie e personaggi al posto di luoghi reali e persone vere. Un lavoro in giacca e cravatta dove a 25 anni ti danno già del “lei” in cui tutto è governato da stupide regole, da asettica ed inutile disciplina e dove, ovunque, manca l’unicità della personalità ma soprattutto la delicatezza del senso di umiltà. Un posto in cui il lavoro ti permette di essere qualcuno e per questo deve venire prima di tutto. Vivere per lavorare, l’esatto contrario di quello che ho sempre pensato del lavoro e Milano l’antitesi della mia idealtipica concezione del mondo…
Ochei, scusi ma mi sono lasciato prendere la mano… Sono in un bar melodrammatico di periferia dove anche le pareti, oltre agli avventori, sono intrise di malinconia, tristezza, rimpianti e wisky. Vengo spesso in questo buco finito il lavoro per stare un pò in pace con me stesso e fare il punto della situazione guardandomi dritto negli occhi. Non è mai un esercizio facile, tutt’altro. Comunque sia, banalmente, le sto scrivendo per ringraziarla. Deve sapere che, anche se in silenzio, ho sempre provato una grande ammirazione e stima nei suoi confronti, oltre che come professore (geniale), soprattutto come persona. Già, proprio così, la voglio ringraziare per tutto quello che mi ha trasmesso a livello umano.
Concludo questa lettera confessandole che sono contento di averla incontrata tanti anni fa e di essermi tolto questo "peso" oggi.
Tutto qua...
Quindi ho cominciato la ricerca digitando semplicemente quello che ricordavo del suo nome. Un nome, il suo, che sinceramente ho impiegato un pò a ricordare nella sua corretta forma, “Mario Rivieri o forse Mario Riveri o ancora Mario Rivera... certo è Mario”! Poi, per fortuna o meno dipende dai punti vista, la tecnologia al giorno d’oggi rende tutti reperibili o rintracciabili; quello che serve è semplicemente una buona dose di volontà e motivazione. Giusto per fare un esempio, 9 anni fa durante una vacanza estiva in Francia mi “innamorai” di una giovane ragazza del nord della Francia, di una cittadina vicina al confine col Belgio. Trascorremmo intense e magnifiche giornate insieme cercando di fuggire, per quanto possibile, il pensiero dell’imminenza inevitabile del farewell time, che puntualmente si presentò e noi non lo facemmo attendere. Ci scrivemmo, come capita a caldo, i nostri ricordi e man mano che il tempo trascorreva e li sbiadiva, anche la nostra corrispondenza scemava in intensità e regolarità sino al giorno in cui cessò. Per farla breve, visto che non le stò scrivendo alla ricerca di una soluzione a questioni sentimentali, un paio di anni fa decisi di fare una capatina, durante il mio periodo di ferie, in Bretagna e Normandia. Sfogliando la mia guida Routard e studiando la cartina del nord della Francia, mi passò sotto agli occhi un nome di città, Lille, alla quale erano legate molte istantanee della memoria ed un solo nome e cognome chiaro e musicale come solo quelli francesi sanno esserlo. Beh, fatto stà che tramite internet sono riuscito a rintracciarla e, lieto fine, qualche settimana dopo ci incontrammo nell’atmosfera surreale della splendida cittadina di Ruen.
Scusi la divagazione ma ho una forte capacità di deconcentrazione.
Mi sembra almeno doveroso presentarmi.
Sono Massimo Velasco, un suo studente al Petrarca di… diciamo qualche anno fa; ad occhio e croce direi che sono circa 11 gli anni trascorsi dalla maturità. Ero uno di quegli studenti che solitamente nessun professore si ricorda in quanto, utilizzando un termine che odio ma rende, ero semplicemente normale: non uno di quelli ricordati con intellettuale affetto in quanto promesse con un’ipoteca sul futuro del sapere e nemmeno uno di quelle simpatiche canaglie che rimangono comunque impresse nei ricordi per le marachelle combinate ed il clima allegro e spensierato regalato alle ore di lezione. Ero semplicemente uno dei tanti, uno di quelli che ha tratto dal liceo quello che riteneva essere bene ed utile apprendere per sé. Uno di quelli del “qui ed ora” e “del poi si vedrà”. Un diciottenne con la testa infarcita dall’anti-mito americano dei grandi beat, quelli visionari alla Ginsberg, caleidoscopici alla Corso, camminatori pieni di un solitario carisma alla Kerouac o ancora dal nichilismo menefreghista bukowskiano, del surrealismo di milleriano e dalla distesa rilassatezza che solo la semplicità narrativa di Fante sa regalare. Le orecchie ripiene di Doors, Lou Reed, Pink Floyd ma anche Guccini, Lolli, Bertoli, De Gragori, De Andrè… I pensieri traboccanti illusioni, utopie e l’anima desiderosa di una libertà alla “come la intendo io”. In un certo senso, un utilitarista spesso opportunista, quasi mai in prima linea, spesso e volentieri mai presente per un eccesso di autostima e di senso di superiorità. Un pesce d’acqua salata costretto a sguazzare in un melmoso fosso della bassa padana è la definizione che davo di me in quel periodo. Poi ci sono stati i fantastici anni di Scienze Politiche a Bologna, che ancora ora porto tatuati nel cuore. Quegli anni dall’agrodolce sapore delle lunghe manifestazioni, delle infinite discussioni più o meno alcoliche sui massimi sistemi, delle tanto inutili quanto infiammate disquisizioni alla ricerca di veri ed eventuali motivi per fare la rivoluzione (la nostra ovviamente!), le prove d’estensione degli orizzonti della mente, l’approfondimento e il radicamento di un amore viscerale per la letteratura e per l’arte, le mostre, i concerti, le feste, il tutto condito dalla splendida onnipresenza di magnifiche creature nella massima espressione della propria bellezza. Che anni!
Poi il master in Gestione delle Risorse Umane forte della convinzione che “se qualcosa si può cambiare o almeno migliorare è solo dalle persone che si può comincare”. Dunque l’immediato, allo stesso tempo, atteso ed indesiderato ingresso nel mondo buio, grigio e cupo del lavoro. L’esodo dai posti in cui dopo 6 anni non ti senti mai solo, dagli amici con i quali hai condiviso molto o forse tutto, da uno stile di vita che per anni mi ero pazientemente cucito addosso e del quale andavo (e tuttora vado) fiero. E infine l’approdo, da naufrago, in un mondo anni luce lontano dal mio. Milano. Gente che pensa di brillare di luce propria, che fa a gara cercando di abbagliarti più degli altri, falsi miti, il dio denaro, l’essere forzatamente alternativi ed originali, set cinematografici, scenografie e personaggi al posto di luoghi reali e persone vere. Un lavoro in giacca e cravatta dove a 25 anni ti danno già del “lei” in cui tutto è governato da stupide regole, da asettica ed inutile disciplina e dove, ovunque, manca l’unicità della personalità ma soprattutto la delicatezza del senso di umiltà. Un posto in cui il lavoro ti permette di essere qualcuno e per questo deve venire prima di tutto. Vivere per lavorare, l’esatto contrario di quello che ho sempre pensato del lavoro e Milano l’antitesi della mia idealtipica concezione del mondo…
Ochei, scusi ma mi sono lasciato prendere la mano… Sono in un bar melodrammatico di periferia dove anche le pareti, oltre agli avventori, sono intrise di malinconia, tristezza, rimpianti e wisky. Vengo spesso in questo buco finito il lavoro per stare un pò in pace con me stesso e fare il punto della situazione guardandomi dritto negli occhi. Non è mai un esercizio facile, tutt’altro. Comunque sia, banalmente, le sto scrivendo per ringraziarla. Deve sapere che, anche se in silenzio, ho sempre provato una grande ammirazione e stima nei suoi confronti, oltre che come professore (geniale), soprattutto come persona. Già, proprio così, la voglio ringraziare per tutto quello che mi ha trasmesso a livello umano.
Concludo questa lettera confessandole che sono contento di averla incontrata tanti anni fa e di essermi tolto questo "peso" oggi.
Tutto qua...
mercoledì 23 giugno 2010
Stasera Carlo Magno mi fa una pippa
L'amore ci rende buoni, ottunde la nostra già di per sé ottusa mente, ovatta i nostri sottili pensieri e smussa gli spigoli della vita ai nostri miopi occhi.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.
venerdì 19 marzo 2010
Maria la tettona
Stanotte sono rientrato tardi. A notte fonda. Sbronzo quanto basta dopo un aperitivo lungo di quelli che ti fanno dimenticare alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per tenere uno stile di vita sano od un discorso in pubblico. Ho lottato valorosamente con la forza centrifuga del mio cervello e sono sceso a patti con il mio stomaco: ora tu tieni tutto dentro e mi lasci addormentare, io domattina ti rimpinzo con una bella colazione ricca di fibre. Ho cercato di leggere qualche pagina de "I segreti erotici dei grandi chef". Mi sono stupito del fatto che leggevo le parole senza assimilarne alcun significato e che a Edimburgo ci fosse, non solo il mare, ma anche un porto. Io ci sono andato in aereo e credevo fosse in collina. D'ora in avanti dirò che sono stato al mare ad Edimburgo. Poi penso di essere svenuto per un pò.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
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giovedì 4 febbraio 2010
Appena dopo i giorni della merla
Lui e lei si fissano intensamente per qualche secondo negli occhi.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
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