giovedì 27 marzo 2014

Autoreferenziale

Succede che devi smettere di essere autoreferenziale. Morderti la lingua mentre aspetti l’antipasto ed hai già bevuto 2 bicchieri di vino per ingannare l’attesa. E l’aria sa di metallo zincato nel naso consumato dalle più disparate allergie che non ti curi nemmeno più di verificare. Compri solo quantità industriali di fazzoletti balsamici. E tutti sanno che hai sempre un fazzoletto per loro. Ecco questo è appunto quello che dovevi evitare, l’autoreferenzialità. Se dev’essere così tanto vale che ti alzi e te ne vai. Senza nemmeno aspettare la cena che hai ordinato. Perché non ci interessi, abbiamo bisogno di dinamismo del fare. Siamo stanchi del sempre e solito esistere. Non so se ha senso. Comunque dai un calcio ad una sedia. Così, per aumentare l’entropia. Il cameriere ti guarda con sufficienza. E tu raccogli una fetta di pane dal cestino intrecciato che hai davanti. E lo butti giù con un altro sorso di vino che ti secca la gola. Ed aspetti che la giornata finisca con la solita scusa che sei stato impegnato e domani sicuramente non sarà così. Quindi fai così: esci e fallo.
E te ne vai senza nemmeno pagare il vino che hai bevuto.

Il cameriere si mostra ancora più disinteressato di me e lascia il tavolo apparecchiato e pulito per metà.

sabato 15 febbraio 2014

Bruce Willis sbronzo prende a pugni un nano da giardino: denunciato

Stanne lontano tu che puoi. Ormai non è più la nostra Londra. Non sono più le serate insieme a bere. I nostri progetti si sono dissolti come la brina al primo sole. Anche Londra è capitolata. Anche Londra è diventata come tutte le altre. Era tutta una menzogna. S’è bruciata via come una cometa di zolfo. Credimi… è successo tutto così velocemente che non riesco ancora a crederci ma è così. E’ tutto un disastro. C’è l’arsenico nell’acqua e l’aria è piena di fosforo e particelle blu. Le notti il cielo s’incendia e la luna brucia come un fuoco d’artificio infinito. E non si riesce più a dormire, mai. Siamo sempre in giro insonni a cercare riposo, un rifugio, un alibi per giustificarci. Viviamo come banditi braccati dal tempo. Cerchiamo di difenderci l’uno dall’altro. Stanne lontano, lontano anni luce. Quì si muore ogni giorno un pò di più, ci sia annienta. Quì ci si dissolve come le nuvole, si svanisce come i sogni. Salvati, non fare come me.

Era una settimana fa quando ho sentito Laura l’ultima volta. Mi ha svegliato alle cinque del mattino con questo monologo. Non ha nemmeno sentito la mia voce. Tra singhiozzi isterici e sospiri, ha sparato questa raffica di parole per poi riattaccare e non farsi più viva. Oggi avrei dovuto essere con lei.
Invece mi giro tra le dita il biglietto aereo trasformato in carta straccia non riciclabile. Dalla finestra vedo un cielo inutile di un colore inconsistente. Mi butto per strada cercando di arearmi i pensieri. Sono stordito. Cerco di pensare a un qualcos’altro che non trovo. Appartengo ad un magico mondo lillipuziano dove anche i pensieri che ingombrano la mia testa diventano enormi dirigibili pieni di elio che impiegano secoli prima di passare senza lasciare scia. La città è un intero continente e la strada per scappare da casa, interminabile. Le luci dei fari delle macchine che incontro sono immensi soli roventi che devo schermare con le mani se non voglio trafiggermi le retine e le pozzanghere diventano vasti laghi americani impossibili da evitare in cui finisco per annegare le scarpe. Anche le tette delle mignotte scazzate che di solito mi fermo a spiare, perdono tutta la loro sensualità confondendosi tra gli arredi urbani e i giganteschi cazzi disegnati sui muri. Gli odori della notte tarda si confondono tra loro in un minestrone stantio al sapore di asfalto bagnato e foglie marce, gas di scarico, piscio e pane appena fatto. I rumori si capovolgono in una danza macabra che finisce per infrangerli come vecchi vetri industriali e ridurli a frammenti quasi inafferrabili: una pseudosirena, uno stridio di gomma, le urla di un ubriaco, il vento sui manifesti strappati, una bottiglia rotta e un aereo lontano. Poi il camion verde dell’Amsa che avanza col fare minaccioso di un mostro dalle sembianze di un coleottero obeso ma atletico. Sembra la versione metropolitana del nonno metallico di Pacman fagocitante sacchi neri del rusco. Un vero spettacolo d’avanguardia.
Cammino da secoli lontano dal ricordo della voce e dai singhiozzi di Laura poi mi volto indietro dove, oltre la piazza, vedo ancora stagliarsi nel buio la figura del mio malconcio palazzo, scrostato e assonnato che non mi molla.
Ha tentacoli invisibili che mi trattengono a lui. Agli anni trascorsi con Laura murati tra quelle quattro spoglie pareti ammuffite a rincorrere il sogno di non crescere. Anni buttati sul letto per interi giorni mangiando radioattivo cibo cinese d’asporto e bevendo l’universo, alzandosi solo quando il portacenere era troppo pieno o la bottiglia ormai vuota. Anni di parole su parole, canzoni, progetti senza tempo, deserti artici nel frigorifero e bollette senza data di scadenza, un pò come il sale. Mattinate con il mal di stomaco come copertura del mal di vivere. Nausea per tutto e vomito facile. La bicicletta rubata nell’atrio d’ingresso con tutte le finestre chiuse per respirare appieno i fumi acidi della vernice densa. Quattro passi per strada deridendo e maledicendo i vecchi nonni della patria che scuotevano la testa guardandoci avanzare così maledettamente giovani e già terribilmente malandati. Interi anni scanditi da felicità artificiale, amore incerto, cazzo duro ed edonismo puro, idee di rivolta e di libertà obbligatoria, inni anarchici, panteismo, urla dalla finestra, sangue dal naso, filosofia spicciola, lacrime di gioia, molotov scolate, risate a crepapelle, libri letti, libri scritti che nessuno ha mai letto e cicatrici sul cuore. Anni interminabili di energie inesauribili certi di avere scoperto il segreto per l’immortalità.
Poi d’un tratto qualcosa cambia. Un’eclissi che non intriga e non affascina più ma inquieta. L’universo che si restringe come un pallone da basket mille metri sotto il mare. L’aria che diventa pesante, densa e il fiato che si fa corto. Un macigno che ti opprime il petto e le tempie che iniziano a pulsare e pulsare. Bumm bumm bumm bumm bumm bumm. All’improvviso avverti il rumore del tuo cuore che per più di ventanni ha battuto in solitudine e in silenzio ma che ora, inspiegabilmente, dici che diventa insopportabilmente assordante. Dici che non ti fa nemmeno più dormire la notte e ti rende nervosa. Ti perseguita ogni maledetto secondo. E poi la paura di morire ti toglie il sorriso dalle labbra. Ti rapisce la luce dagli occhi. Non vuoi più uscire e piangi quasi tutto il giorno. Quando non piangi aspetti solo di piangere. Mi guardi senza vedermi e le mie parole ti scivolano addosso come gocce di pioggia acida. Siamo un negozio in liquidazione totale prossimo alla chiusura. Abbiamo rassegnato dimissioni irrevocabili dal nostro “noi”, tornando ad essere semplicemente tu ed io. L’inverno nel frattempo sbiadisce quello che è stato il nostro mondo psichedelico.
Il tuo trasloco silenzioso, le foto sorridenti staccate dalle pareti e l’eco che si è fatto assordante tra quei muri vuoti rimasti miei. Mai più una parola, una birra insieme, mai più tue notizie.
Tutto è svanito all’improvviso come un sogno, come il vapore di una doccia o l’odore di bucato. Tra le mie giornate trovo solo scadenze da rispettare, timbrare quattro volte tra le nove e le diciotto, fare la coda all’Esselunga per prendere pizze surgelate, caffè e vaschette di salumi, lavatrici da fare, panni da stendere, camicie da stirare una sega ogni tanto e la sveglia da puntare. La vita pian piano perde quella quarta dimensione che era data dalla capacità di sentirci un “noi”. Così gli anni passano a due a due come gli aerei alti nel cielo fino a quando per posta arriva una lettera. Una tua lettera da Londra con scritto solo “ti aspetto, corri da me” e un biglietto aereo.
Poi, tutto il resto ormai non conta.

mercoledì 11 settembre 2013

Bruce Willis


Vorrei essere un professionista. Non so un neurochirurgo magari. Roba che ti da una ottima scusa per bere qualcosa di forte a casa da solo. Oppure in un bar dai prezzi arroganti dove il resto è mancia. Non importa che paghi con una banconota da 20 o da 200 euro. Così. Invece ho un lavoro nella media e sono abbastanza incapace da rivolgermi al Genius Bar per impostare l’email sul mio iPhone. Occhei, mi sentivo pure abbastanza solo. Quei 15 minuti di compagnia mi sono costati €699. Ora controllo la mail ed è sempre vuota. E cammino sperando venga abbastanza più freddo da coprirmi con una giacca e farmi sentire meno unico. Non pensavo che Bologna potesse essere così granitica. Sarà che non mi piace il calcio e sinceramente non ci tengo nemmeno un po’ ad iscrivermi in palestra con un abbonamento annuale che frequenterei con la stessa costanza con cui mi impongo di eliminare i carboidrati. Eppure sono gli argomenti più toccati al bar. Poi c’è chi fa il simpatico con la barista, solitamente hanno davanti un caffè ed una sambuca. E sono le 7 del mattino. E la giornata inizia così: tagliato fuori dagli operai del turno di notte che se ne vanno a letto e dagli agenti immobiliari che si spalleggiano imbustati nei vestiti smessi dei loro genitori. Ed io seduto al tavolo leggo il Resto del Carlino con attenzione, sperando qualche accenno ad una emergenza Antrace. Magari potrei salvare il mondo. Allora sì che potrei ubriacarmi solo a casa in santa pace.

lunedì 2 settembre 2013

Quando rimani spiazzato dal palinsesto di DMAX


Ci sono un sacco di modi per farsela passare. Puoi andare a correre fino a che l’odore del tuo stesso sudore ti ricordi di essere ancora vivo. Puoi fare un giro con l’auto di tuo padre. Puoi organizzare un aperitivo con quei pochi amici con cui non sei costretto a parlare di calcio. Puoi iniziare a bere e fermarti solo quando ti sei dimenticato la ragione per cui avevi cominciato. Puoi allungare una bottiglia di Brunello di Montalcino con della Coca Cola. Ti puoi fermare in prossimità delle strisce pedonali per far passare un vecchio che sembrava aspettare da sempre. Puoi perderti nell’inutilità di un Apple Store. Puoi consumare. Spendere l’affitto e quello che resta del tuo stipendio. Ritrovarti a mezzanotte alla Feltrinelli di via dei Mille. Smettere o cominciare a fumare. Guardarti allo specchio e considerare che il tempo sembra proprio non passare. Essere felice di avere appena la tua età e tutta la vita davanti. Trovare le conferme in Fight Club. Ascoltare criticamente gli Smiths. Passeggiare. Stupirti che l’autobus continui ad aspettarti sempre agli stessi orari. Pensare che magari Parsons aveva ragione e non c’è tanto da preoccuparsi. Impegnarti di più nel lavoro fino a diventare Calvinista. O semplicemente scrivere qualche riga aspettando che su DMAX incominci un nuovo episodio di Man Vs. Food.

martedì 27 agosto 2013

“per me un caffè, anche per te?”
“mmh”
“allora che mi racconti?”
“niente di che, solite robe, la città si riempie e mi tocca riprendere a lavorare”
“che vita di merda”
“già”
“già”
“e stefania come sta?”
“mah, bene. si è iscritta a yoga”
“oddio, che hai combinato?”
“niente, perchè?”
“bè, sai lo yoga no?”
“no, perchè”
“quello che si dice è che se la tua morosa è frustrata si iscrive a yoga”
“sarà frustrata”
“sarà colpa tua”
“non ho fatto niente, mi sono pure ricordato dell’anniversario e l’ho portata al mare a mangiare il pesce”
“un signore”
“lo puoi dire”
“forse hai ragione, quella dello yoga è una stronzata. però mi raccomando attento al pilates”
“e perchè”
“se si iscrive a pilates si rassoda il culo per qualcun’altro”
“sicuro?”
“sicuro, una volta sono uscito con una che aveva un culo talmente sodo che potevi inciderlo con lo scalpello. ci siamo frequentati un po’, usciva da una storia complicata e poi è successo che quando mi ha detto di amarmi e volere solo me quel culo amazzone era un vago ricordo”
“cazzo”
“già”

martedì 20 agosto 2013

Ho sempre paura di perdere tempo. Per questo non ho mai giocato a calcio e non ho mai posseduto una Playstation. Valuto qualsiasi attività in funzione del risultato che posso ottenere. Per questo fino ad oggi non ho combinato niente. Mi sono imbarcato in mille progetti poi, vedendo il risultato allontanarsi o non essendone più così attratto, ho mollato tutto. Le uniche soddisfazioni le ottengo in cucina dove completare una ricetta diventa una questione di sopravvivenza. Ho letto un sacco di trattati sull’incapacità di portare a termine un progetto, ho la casa piena di quei libri rilegati in giallo con tutorial per qualsiasi cosa “per negati”. Così chiunque entra in casa mia mi considera un perfetto incapace. Almeno nessuno mi ha mai chiesto aiuto per montare un mobile Ikea od installare un PC. E questo credo sia un bene. Ho quindi tutto questo tempo libero che impiego nei modi più disparati. Tipo questo.

martedì 13 agosto 2013

Stelle cadenti, lapilli e lava

La notte di San Lorenzo ero distratto e non ho guardato il cielo. Non riesco a trovare una scusa che non mi faccia sentire in colpa per tutti quei desideri inespressi. Non credo che riuscirò ad aspettare un altro anno e quindi mi agito in casa ripromettendomi di prendere in mano la mia vita. Domani, domani sarà tutto più semplice e non avrò bisogno di un aiuto divino, un desiderio da esprimere. Domani io con la mia concretezza realizzerò da solo i miei sogni. Ora però vorrei un caffè e Bologna sembra inghiottita da un fungo atomico, un silenzio irreale interrotto da qualche televisione dimenticata accesa. I bar con cartelli improvvisati mi augurano buone ferie. E continuo a trascinarmi fino a piazza Azzarita senza  molta convinzione. I pochi passanti che incrocio sembrano in strada per errore, hanno la faccia dell’attore che non ricorda una battuta e rimane con la bocca mezza aperta meravigliandosi che non ne escano le parole provate e riprovate. Qualcuno dice: “Buongiorno” come quando ci si incontra per boschi. Non mi azzardo a chiedere se c’è un bar aperto nei dintorni. Ho paura della loro faccia delusa nel caso mi dovessero rispondere di no. C’è questo senso di solidarietà tra i pochi che vivono la città d’estate. Lei invece è in Grecia e mi scrive a singhiozzo solo perchè si sente in dovere di farlo. Lo so perchè sono gli stessi messaggi che è capitato di scrivere anche a me. SMS chirurgici: “Ciao, qui è una giornata splendida anche se mi manchi. Bacio.” Non c’è nessun richiamo a noi in quelle poche parole, sono riutilizzabili. Ogni volta che li leggo mi sento più lontano ed immagino scene apocalittiche in cui nemmeno Bruce Willis può salvare la Grecia. E Stefania, un attimo prima di esplodere si pente di essere partita senza di me. Mi giura amore eterno tra lapilli e lava. Poi esplode e una tetta passa davanti alla telecamera come in un film splatter americano. Tutto questo mi fa sentire meglio. Era questo il mio desiderio per San Lorenzo, ma purtroppo non ho guardato il cielo impegnato com’ero a svuotare il bicchiere dalla birra fresca con una mano immersa in un pacchetto di patatine aromatizzate all’aceto balsamico.