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lunedì 22 febbraio 2016

Il tempo tra una birra e l’altra

Perché ci incontriamo così? Con la settimana sulle spalle e per sbaglio? Con gli impegni e le cose da fare? E facciamo quasi finta di non conoscerci. E ci diciamo che ci troviamo piuttosto bene. E finisco per guardarmi le scarpe che si muovono automaticamente. La stessa faccia incredula dei genitori ai primi passi dei propri figli. Chissà se anche tu cammini uguale, mi volterei però mi limito a stringere il telefono in tasca. Respirando gli alcolici di gente che parla troppo forte per avere qualcosa da raccontare. Fa quasi freddo ma non proprio. Si sta fuori dai locali troppo angusti ma con le mani in tasca. E si sorride.
Carlo tiene banco, acclamato, fa l’imitazione del portoghese. Le mani lungo i fianchi e la schiena un po’ gobba. La voce graffiata e racconti di pesca in mare aperto. E bordelli. E azulejos.

Io recupero un’altra birra camminando lento verso il bar.

lunedì 22 settembre 2014

Il bicchiere della staffa


A metà della frase ti rendi conto che fondamentalmente non hai niente da dire. Che quella storia non ti interessa e che vorresti solo rimanere lì appoggiato a svuotare quel bicchiere in sua compagnia. Senza nessuna pretesa, solo stare assieme in quel momento. Con l’odore della mattina che inizia a inumidire le strade. E poi camminare come se i portici di Bologna non fossero sempre gli stessi. Come se non li aveste già percorsi miliardi di volte cercando in una canzone una scusa per sorridere. Sentendovi unici come una coltellata nello stomaco. Rifugiandovi in una routine per sentirvi parte di qualcosa. Sforzandovi di pensare al lavoro come a una missione di vita. Ma che cazzo di missione è fare il fisioterapista? Era quella la faccia che aveva tuo padre alla tua festa di laurea. Con quel sorriso che si rivende ai vecchi amici persi di vista. Bologna è piccola e capita sempre di incontrare qualcuno, ma quando lo vuoi incontrare non c’è mai. E vorresti incontrarlo ora tuo padre e dirgli che ha ragione, è l’ultimo desiderio di questa notte che muore. Ma lei si sforza di sorridere alla tua storia e in fondo anche questo non è un brutto modo di finire questa serata.

lunedì 16 luglio 2012

Stefania


Succede che la gente ci incrocia per un periodo che va dall’attesa davanti al bagno affollato di un pub dove allungano troppo la birra ed arriva fino a parecchi anni. Succede che i momenti che rimangono impressi non sempre ricalcano il tempo investito. Succede che ho dei buchi di troppe notti in cui mi ricordo a conversare con qualcuno ma non riesco a ripetere una sola frase. Ripeto solo il suo nome. E provo a ricordarla per l’effetto che mi lascia in bocca il movimento della mia lingua. Quel nome troppo lungo per non essere abbreviato. Quella storia troppo lunga per continuare. E, ad onor del vero, non è nemmeno una storia molto interessante. Rivedo le poche foto che ci ritraggono assieme e tutto quello che vedo sono due comparse in un film vestiti alla meno peggio con vestiti non proprio di misura.
C’era il sapore della brace che non ci è ancora fatta ed il vento soffiava via l’odore dell’autunno. Che è molto simile all’odore di merda di mucca.
Il periodo che ci frequentavamo era quello delle possibilità, quello in cui potevamo ancora cambiare le definizioni del mondo. Sapevo che non l’avremmo mai fatto però mi accontentavo dell’idea della possibilità. E facevo sempre colazione con un caffè da € 0,25 alla macchinetta automatica anche se non mi piaceva. Mi guardavo attorno e mi sentivo parte di qualcosa. Facevo esattamente quello che ci si aspettava da uno studente universitario a Bologna. Ero in ritardo di 5 esami ed ero convinto, come tutti, che nonostante ciò mi sarei laureato in tempo. Intanto discutevo spesso del più e del meno usandolo come pretesto per una bevuta. Era bello vedere come i più alti discorsi di fantapolitica si trasformassero nel giro di qualche birra in accurate analisi degli attributi più o meno celati delle nostre compagne di corso. Anche allora la cosa ci faceva ridere e brindare nuovamente.
Lei in quei pomeriggi non c’era.
Lei abitava dall’altra parte di Bologna e di giorno non ci vedevamo mai, e forse anche per questo non abbiamo mai discusso. Arrivavo spesso dopo cena e me ne andavo alle 2 o alle 3. Mi sembra che in quel periodo ci fosse ancora il Maurizio Costanzo Show alla televisione con i suoi interminabili ospiti che continuavano ad entrare accompagnati da Demo Morselli al piano.
Quando la salutavo spesso era avvolta nel suo bozzolo di vestaglia consumata ed aveva uno sguardo che due su tre mi faceva sentire fortunato. La baciavo con la lingua impastata di quei discorsi che non ricordo e di quel vino troppo secco. Poi rubavo un respiro da appartamento condiviso e mi chiudevo la porta alle spalle. Una porta pesante e dipinta di marrone alla meno peggio. Spesso dovevo tirare con entrambe le mani per richiudermela alle spalle quasi avesse qualcosa da dirmi e non mi volesse lasciare andare. Poi correvo veloce giù per le scale con gli occhi semichiusi, cercando di essere al più presto fuori di lì. Mi fermavo sotto al portico deluso dalla mia mancanza di opzioni a quell’ora della notte.
Il portico pavimentato con un finto mosaico rifletteva la luce gialla sospesa.
I suoni della città erano quelli di una superstrada timida ed affacciata su uno splendido paesaggio.
Avrei parlato ancora di fantapolitica, ma tutto quello che potevo fare era tornare a casa con il mio motorino che mi accompagnava affettuoso come un braccio sulla spalla.

Oggi ho la sensazione che lei non sia mai esistita.
Il motorino però ce l’ho ancora.

venerdì 8 giugno 2012

Fortunatamente mi ha lasciato

Quando mi stappo una birra il venerdì sera mi resta solo una certezza: che la birra finirà sicuramente prima della mia sete.
Lo ammetto senza vergogna: sono più abitudinario di un cane. Anch’io piscio sempre sullo stesso cerchione, mi spavento quando mi vedo riflesso e ululo a squarciagola nelle serate di plenilunio.
Ma non capisco dove stia il problema. Eppure per lei era inaccettabile stare con qualcuno che voleva andare solo alla pizzeria dell’angolo dove non ha bisogno nemmeno di ordinare che già gli arriva la sua pizza preferita con salsiccia, cipolla e gorgonzola ed una bella media rossa. Io lo trovo semplicemente comodo e rilassante. Lei lo trovava monotono ed irritante. Semplicemente gusti diversi. Tutto quì, pensavo. D’altra parte io me ne sono sempre guardato bene dal dirle che se per il suo compleanno ho sempre sbagliato regalo, era solo ed esclusivamente per colpa del suo continuo cambiar gusti.
Faccio un esempio giusto per fervi capire: se un sabato per strada si fermava incantata davanti ad un paio di scarpe, io il martedì, cascasse il mondo, ero già in quel negozio con la carta di credito in mano pronto per comprarle quel paio di scarpe. Poi, una volta impacchettate, le nascondevo in attesa di riesumarle il giorno del suo compleanno certo di sorprenderla. Invece no. Nemmeno quello andava bene. Sembrava fosse colpa mia se il suo compleanno era ad agosto e le scarpe che aveva guardato a dicembre avevano il pelo. Robe da matti.

Comunque sia, fortunatamente, un mesetto fa lei se ne è andata di casa ed io di testa. Dico fortunatamente perchè l’ho letto su una rivista di psicologia, una di quelle serie. Una semplice ed efficace tecnica di auto aiuto suggeriva di inserire l’avverbio “fortunatamente” in una preposizione in cui mi trovo a rimpiangere la sua mancanza. L’articolo mi garantiva che nel giro di poche settimane tutto si sarebbe sistemato e la mia vita sarebbe tornata ad essere quella di sempre. Forse per poche settimane l’autore intendeva più di quattro. In ogni caso, io continuo speranzoso a seguire il consiglio.
Dicevo che da quando, fortunatamente, se ne è andata ho capito quanto anche i piccoli oggetti allora insignificanti sparsi nella mia vita avessero in realtà un ruolo determinante nel mio equilibrio psicologico. Ora, quando mi sveglio la mattina e non corro più il rischio di sbagliare spazzolino, un morso mi stacca un pezzo di cuore, il primo di tutta la giornata. Oppure quando tutte le volte che vado a pisciare e trovo già la tavoletta alzata, nella mia mente si fa largo la certezza di averla persa. Sono milioni di piccoli oggetti, cose e situazioni che si susseguono quotidianamente ad avvelenarmi il fegato. Perchè dietro alla sua partenza si cela, nemmeno troppo, il mio senso di colpa. Questo seme che da un mese a questa parte ha trovato terreno fertile nei miei sentimenti è cresciuto a vista d’occhio e ormai stento a trattenerlo.
Ho fatto di tutto. Sono arrivato quasi a pensare di cambiare casa. Oppure di cambiare città o di farmi una plastica facciale ma forse, per i sentimenti, sarebbe più efficace un trapianto di cuore e da quando ho letto che ora ti impiantano quello di un maiale, bè, preferisco tenermi il rimorso. E la città con la casa.

Poi, penso che quando ti capita di star male per queste cose, il male ce l’hai dentro di te, non intorno. Non so se mi spiego. Voglio dire che se sto male perchè la mia ragazza mi ha lasciato, non c’è città o casa o faccia che possa togliermela di torno perchè lei sarà sempre, fortunatamente, con me.
E come se non bastasse, certo la mia resistenza al cambiamento non mi aiuta per un cazzo. Anzi, la sola idea di alzarmi per andare a pisciare nel buio pesto della notte senza accendere la luce e non trovare la via del cesso, a dir poco, mi intimorisce. Per non parlare poi della pizzeria dell’angolo: potrebbero anche cavarmi gli occhi come a Santa Lucia e adesso riuscirei comunque ad andare a mangiare la mia pizza preferita senza problemi particolari.
Ah, povero me. E’ sempre la stessa storia da quando, fortunatamente, se ne è andata. Non fai in tempo a chiederti che giorno è che ti ritrovi immerso nel solito venerdì con la solita prospettiva di un fine settimana da solo, con la solita birra finita tra le mani e la sete che ti brucia la gola più di quanto le lacrime ti bruciano gli occhi.