lunedì 15 settembre 2014

Pussy Wagon

Non è come nei film. In quella stanza ci sono un sacco di persone e rumori di macchinari che vengono spostati su ruote da carrelli della Coop avanti e indietro. Senza prestarci troppa attenzione. Con un automatismo lugubre. Aspetti da un momento all’altro un colpo di sorpresa, qualcuno che gridi al miracolo ma non succede. Ti passi la mano sulla spalla trafiggendoti di aghi arrugginiti il cervelletto. Trattieni il respiro. Un infermiere vestito di azzurro controlla una macchina e appunta qualcosa ai piedi del letto. Ti mordi il labbro e sfuggi il suo sguardo. Sai benissimo cosa ti vuole chiedere. E non ti vuoi vedere costretto a rispondere a una domanda del genere. Non sei bravo a mentire, figurati in un momento del genere.
Ti senti falso con le tue mani in tasca, un imbucato alla festa di compleanno di quella ragazza che ti piaceva alle superiori. Non ti sei mai sentito così con lei e quasi vorresti farla sentire in colpa con una di quelle pugnalate che solo il peggiore te riesce a dispensare. Ti calmi, guardi circospetto attorno e vedi molte facce con la tua espressione. E troppe mani in tasca. Appoggi la tua alla sponda del letto, la senti muovere per l’aria che gonfia il materasso.
“è per evitare le piaghe” hanno detto.
E poi ti hanno lasciato qua senza nessuna istruzione sul da farsi. Con tutta questa gente che si muove nelle loro routines. Vorresti fermarli tutti, chiedere di andarsene. Per Dio!
E non le hai ancora detto niente.
Non l’hai nemmeno guardata in faccia.
Hai visto delle bende avvicinandoti e hai spostato lo sguardo.
Ti sforzi di alzare la testa e ti strappi la maledetta spalla.
Sapore della colazione che rimandi giù in fretta.
Rumori indistinti di pugni nello stomaco.
Ha i capelli più lunghi di come te li ricordavi. Ti aggrappi alla speranza che non sia lei. Sei pronto ad andartene poi tra tutte le medicazioni vedi il buco sotto il labbro dell’orecchino che ha smesso di portare dopo troppo tempo per non lasciare un segno.
Inghiotti una palla da tennis.
Vorresti dirle che ti dispiace ma passa di nuovo l’infermiere e abbozza un sorriso. Deve averlo imparato a qualche corso, questo stronzo arrivista. Chissà in quanti ci cascano. Le hai viste le lettere e i disegni appesi nella sala di attesa. Capace che pure questo l’hanno chiamato “Angelo”. Ti viene in mente quella scena di Kill Bill dove c’è un tizio che si presenta come “sono Buck e sono qui per fottere” e va in giro sopra un’auto che si chiama Pussy Wagon. Vorresti dirgli che l’hai scoperto il suo giochetto e che se non fosse per la spalla e la milza gli spaccheresti il culo. E magari ci riesci lo stesso. Ma lui se n’è andato via trottando dietro un carrello con un computer attaccato.
Cerchi quindi un po’ di intimità tirando le tende impermeabili che separano i letti ma lo spazio si fa più stretto di quello che credi e ti trovi schiacciato tra il letto ed un macchinario di quello accanto.
La cosa che ti stupisce di più è che non ha il suo solito odore. L’ha sempre avuto, anche appena uscita dal mare con quel costume nero che spostava per lasciare abbronzare più pelle possibile. Guardi la tua mano che non si riesce a staccare dal letto. A toccarla.
Ha un tubo in gola tenuto fermo sulle labbra con un adesivo.
È tranquilla e probabilmente sei l’ultima persona che vorrebbe fosse lì.
Così te ne vai, senza nemmeno dire che ti dispiace.
Sputi la colazione, quindi ti lavi faccia e mani con l’amuchina.
Quando esci nessuno ti chiede niente.

E proprio non sai se questo ti fa piacere o meno.

giovedì 11 settembre 2014

Distress (Dior licenzia John Galliano)

La sensazione che senti si chiama distress. È tipico di chi è stato appena licenziato. Tutti ne parlano male anche se non sanno bene di cosa stanno parlando. A Bologna la gente si riempie la bocca di parole quasi fosse mortadella. È divertente, si vestono bene e sono ostinati nel pagare la birra €2,50. E parlare dei nonni che sono stati partigiani anche se in fondo sanno che non è così. Perché ci inventiamo una identità purchessia, l’importante è che vesta bene e che non abbia marchi di fabbrica troppo grossi ad identificarci. E ci perdiamo nei soliti discorsi e soffochiamo uno sbadiglio. E sorrisi, e sorrisi. Solo perché il dentista non lo paghiamo noi ma la nostra assicurazione. Non voglio scendere nel dettaglio solo perché arriverei al vostro stesso piano in cui la lungimiranza arriva a considerare le unghie troppo lunghe del secondo dito del piede che soffre per le scarpe da footing troppo piccole. E viene rimbalzato a destra e a manca senza una vera e propria appartenenza. E ti suscita una simpatia viscerale e vorresti vomitare. Ma è meglio che tu ti trattenga, in fondo hai tempo anche domani per queste cose.

Ah, Hitler non c’entra niente…

lunedì 8 settembre 2014

I soliti posti, la solita gente. Troppo presto.

Succede che ti trovi in un posto dove sei stato mille volte. Dove non c’è la cucina ma l’odore di cibo è persistente. Sa di affettati e di cantina. E vino rosso scordato aperto e birra. E di gente che lascia le chiacchiere in sospeso perché erano solo una scusa per intervallare le loro sorsate frenetiche. Cercando di rilassarsi istericamente. Controllando il cellulare, escludendosi da una vita che in fondo affermano di cercare. Bevendo troppo fino a vomitare. O a svegliarsi la mattina con la pancia piena di aria compressa e mentine improvvisate al solo scopo di salvare la patente. Leggende metropolitane di cui ti sei autoconvinto in fondo. Come tutto il discorso sulla qualità della vita e quello che ci aspettiamo dal futuro. E la capacità di adattarsi. Accontentarsi. Che ti sta stretta e poi ti pugnala nel cuore della notte quando inciampi per le scale che ripercorri ancora e ancora trascinato dai ricordi e passi di danza che fatichi a ricordare fedelmente. Un film restaurato che sembra troppo nuovo. E altri spunti che appartengono a un'altra vita. E a jeans consumati al punto che non puoi più indossare. Ma di cui ancora non riesci a fare a meno.
E quindi la notte ti scorre tra le gambe come un inatteso getto di inchiostro tra le gambe di una seppia. Timido prosegui, convinto che per te ci sia in serbo qualcosa di grande. E ti guardi attorno che ti gira la testa. E ti tornano in mente le filastrocche. Provi a sorridere, tornare indietro.
Poi qualche pezzo di te ritorna a casa e si rende conto che non sei ancora riuscito a eliminare il suo nome tatuato sul campanello.

E lasci tutto sbattendo la porta alle spalle.

giovedì 22 maggio 2014

Concentramento

Ti impegni
Guardi fuori
E nello specchio
Solo un vago sapore estivo
Tipo scarpe nuove.
Infili una parola dietro l’altra.
Vai a capo.
E,
Ti gratti il cervello con pastello blu.
Cerchi l’ispirazione
Provi di sanguinarla.
Mastichi cemento.
Ti concentri che ti crescono le unghie degli alluci.
Respiri,
Quasi fosse qualcosa di definitivo.
Poi per fortuna ti rendi conto dell’ora che hai fatto,
E del parchimetro che è scaduto.
Finalmente lasci libero quel posto che hai occupato per 1 ora consumando solo un caffè decaffeinato.

Stronzo.

giovedì 27 marzo 2014

Autoreferenziale

Succede che devi smettere di essere autoreferenziale. Morderti la lingua mentre aspetti l’antipasto ed hai già bevuto 2 bicchieri di vino per ingannare l’attesa. E l’aria sa di metallo zincato nel naso consumato dalle più disparate allergie che non ti curi nemmeno più di verificare. Compri solo quantità industriali di fazzoletti balsamici. E tutti sanno che hai sempre un fazzoletto per loro. Ecco questo è appunto quello che dovevi evitare, l’autoreferenzialità. Se dev’essere così tanto vale che ti alzi e te ne vai. Senza nemmeno aspettare la cena che hai ordinato. Perché non ci interessi, abbiamo bisogno di dinamismo del fare. Siamo stanchi del sempre e solito esistere. Non so se ha senso. Comunque dai un calcio ad una sedia. Così, per aumentare l’entropia. Il cameriere ti guarda con sufficienza. E tu raccogli una fetta di pane dal cestino intrecciato che hai davanti. E lo butti giù con un altro sorso di vino che ti secca la gola. Ed aspetti che la giornata finisca con la solita scusa che sei stato impegnato e domani sicuramente non sarà così. Quindi fai così: esci e fallo.
E te ne vai senza nemmeno pagare il vino che hai bevuto.

Il cameriere si mostra ancora più disinteressato di me e lascia il tavolo apparecchiato e pulito per metà.

sabato 15 febbraio 2014

Bruce Willis sbronzo prende a pugni un nano da giardino: denunciato

Stanne lontano tu che puoi. Ormai non è più la nostra Londra. Non sono più le serate insieme a bere. I nostri progetti si sono dissolti come la brina al primo sole. Anche Londra è capitolata. Anche Londra è diventata come tutte le altre. Era tutta una menzogna. S’è bruciata via come una cometa di zolfo. Credimi… è successo tutto così velocemente che non riesco ancora a crederci ma è così. E’ tutto un disastro. C’è l’arsenico nell’acqua e l’aria è piena di fosforo e particelle blu. Le notti il cielo s’incendia e la luna brucia come un fuoco d’artificio infinito. E non si riesce più a dormire, mai. Siamo sempre in giro insonni a cercare riposo, un rifugio, un alibi per giustificarci. Viviamo come banditi braccati dal tempo. Cerchiamo di difenderci l’uno dall’altro. Stanne lontano, lontano anni luce. Quì si muore ogni giorno un pò di più, ci sia annienta. Quì ci si dissolve come le nuvole, si svanisce come i sogni. Salvati, non fare come me.

Era una settimana fa quando ho sentito Laura l’ultima volta. Mi ha svegliato alle cinque del mattino con questo monologo. Non ha nemmeno sentito la mia voce. Tra singhiozzi isterici e sospiri, ha sparato questa raffica di parole per poi riattaccare e non farsi più viva. Oggi avrei dovuto essere con lei.
Invece mi giro tra le dita il biglietto aereo trasformato in carta straccia non riciclabile. Dalla finestra vedo un cielo inutile di un colore inconsistente. Mi butto per strada cercando di arearmi i pensieri. Sono stordito. Cerco di pensare a un qualcos’altro che non trovo. Appartengo ad un magico mondo lillipuziano dove anche i pensieri che ingombrano la mia testa diventano enormi dirigibili pieni di elio che impiegano secoli prima di passare senza lasciare scia. La città è un intero continente e la strada per scappare da casa, interminabile. Le luci dei fari delle macchine che incontro sono immensi soli roventi che devo schermare con le mani se non voglio trafiggermi le retine e le pozzanghere diventano vasti laghi americani impossibili da evitare in cui finisco per annegare le scarpe. Anche le tette delle mignotte scazzate che di solito mi fermo a spiare, perdono tutta la loro sensualità confondendosi tra gli arredi urbani e i giganteschi cazzi disegnati sui muri. Gli odori della notte tarda si confondono tra loro in un minestrone stantio al sapore di asfalto bagnato e foglie marce, gas di scarico, piscio e pane appena fatto. I rumori si capovolgono in una danza macabra che finisce per infrangerli come vecchi vetri industriali e ridurli a frammenti quasi inafferrabili: una pseudosirena, uno stridio di gomma, le urla di un ubriaco, il vento sui manifesti strappati, una bottiglia rotta e un aereo lontano. Poi il camion verde dell’Amsa che avanza col fare minaccioso di un mostro dalle sembianze di un coleottero obeso ma atletico. Sembra la versione metropolitana del nonno metallico di Pacman fagocitante sacchi neri del rusco. Un vero spettacolo d’avanguardia.
Cammino da secoli lontano dal ricordo della voce e dai singhiozzi di Laura poi mi volto indietro dove, oltre la piazza, vedo ancora stagliarsi nel buio la figura del mio malconcio palazzo, scrostato e assonnato che non mi molla.
Ha tentacoli invisibili che mi trattengono a lui. Agli anni trascorsi con Laura murati tra quelle quattro spoglie pareti ammuffite a rincorrere il sogno di non crescere. Anni buttati sul letto per interi giorni mangiando radioattivo cibo cinese d’asporto e bevendo l’universo, alzandosi solo quando il portacenere era troppo pieno o la bottiglia ormai vuota. Anni di parole su parole, canzoni, progetti senza tempo, deserti artici nel frigorifero e bollette senza data di scadenza, un pò come il sale. Mattinate con il mal di stomaco come copertura del mal di vivere. Nausea per tutto e vomito facile. La bicicletta rubata nell’atrio d’ingresso con tutte le finestre chiuse per respirare appieno i fumi acidi della vernice densa. Quattro passi per strada deridendo e maledicendo i vecchi nonni della patria che scuotevano la testa guardandoci avanzare così maledettamente giovani e già terribilmente malandati. Interi anni scanditi da felicità artificiale, amore incerto, cazzo duro ed edonismo puro, idee di rivolta e di libertà obbligatoria, inni anarchici, panteismo, urla dalla finestra, sangue dal naso, filosofia spicciola, lacrime di gioia, molotov scolate, risate a crepapelle, libri letti, libri scritti che nessuno ha mai letto e cicatrici sul cuore. Anni interminabili di energie inesauribili certi di avere scoperto il segreto per l’immortalità.
Poi d’un tratto qualcosa cambia. Un’eclissi che non intriga e non affascina più ma inquieta. L’universo che si restringe come un pallone da basket mille metri sotto il mare. L’aria che diventa pesante, densa e il fiato che si fa corto. Un macigno che ti opprime il petto e le tempie che iniziano a pulsare e pulsare. Bumm bumm bumm bumm bumm bumm. All’improvviso avverti il rumore del tuo cuore che per più di ventanni ha battuto in solitudine e in silenzio ma che ora, inspiegabilmente, dici che diventa insopportabilmente assordante. Dici che non ti fa nemmeno più dormire la notte e ti rende nervosa. Ti perseguita ogni maledetto secondo. E poi la paura di morire ti toglie il sorriso dalle labbra. Ti rapisce la luce dagli occhi. Non vuoi più uscire e piangi quasi tutto il giorno. Quando non piangi aspetti solo di piangere. Mi guardi senza vedermi e le mie parole ti scivolano addosso come gocce di pioggia acida. Siamo un negozio in liquidazione totale prossimo alla chiusura. Abbiamo rassegnato dimissioni irrevocabili dal nostro “noi”, tornando ad essere semplicemente tu ed io. L’inverno nel frattempo sbiadisce quello che è stato il nostro mondo psichedelico.
Il tuo trasloco silenzioso, le foto sorridenti staccate dalle pareti e l’eco che si è fatto assordante tra quei muri vuoti rimasti miei. Mai più una parola, una birra insieme, mai più tue notizie.
Tutto è svanito all’improvviso come un sogno, come il vapore di una doccia o l’odore di bucato. Tra le mie giornate trovo solo scadenze da rispettare, timbrare quattro volte tra le nove e le diciotto, fare la coda all’Esselunga per prendere pizze surgelate, caffè e vaschette di salumi, lavatrici da fare, panni da stendere, camicie da stirare una sega ogni tanto e la sveglia da puntare. La vita pian piano perde quella quarta dimensione che era data dalla capacità di sentirci un “noi”. Così gli anni passano a due a due come gli aerei alti nel cielo fino a quando per posta arriva una lettera. Una tua lettera da Londra con scritto solo “ti aspetto, corri da me” e un biglietto aereo.
Poi, tutto il resto ormai non conta.