lunedì 31 marzo 2008

una lettera da lontano

Che fine aveva fatto? Certo non l’avevo cercata molto. L’avevo persa ancora prima che partisse sul serio. Non che mi importasse molto. Un modo per riempire i miei momenti buchi. Che in quel periodo erano tanti come le auto in coda dirette verso il centro della città. Un fiume di frustrati spermatozoi.
Chiamò Luca. Era passata mezzanotte e di solito da quando uscivo dall’ufficio potevo contare al massimo su un paio di telefonate che comunque si esaurivano prima delle 9 di sera. Come i programmi a quiz di canale cinque. Luca mi raccontò qualcosa. Era palesemente ubriaco ed io palesemente stanco. Recuperai un paio di battute da un repertorio che lui fu felice di ricordare. Poi ci salutammo. Il giorno seguente ci saremmo probabilmente incontrati per affrontare sobriamente un aperitivo. Il classico aperitivo del venerdì sera. Al solito posto con la solita gente. Come un telefilm ripetuto alle 4 del mattino di una domenica notte.
Tornai a quella lettera aperta. Avevo tagliato la chiusura lungo la piega con le mie polivalenti forbici dall’impugnatura rossa che usavo per aprire i pacchi, accorciarmi la barba e tagliare la pizza da asporto prima che si raffreddasse tutta. Veloce come l’eiaculazione precoce.
Stefania diceva di stare benone. Aveva passato un paio di mesi splendidi a Madrid ed ora si era stabilita più o meno stabilmente a Saragozza. Sapevo dove era Madrid. Non sapevo dove fosse Saragozza. Andai avanti a leggere. Non parlava di me, nemmeno del noi che poteva esserci stato. Raccontava semplicemente quello che era successo. Sterile come un preservativo ancora nella sua busta di alluminio colorato. Aveva imparato qualche ricetta nuova, aveva bevuto questo e quello. Non parlava di persone conosciute nel dettaglio. Segno che ce n’era una importante. E non ero certo io. Non c’era niente di me stesso in tutta la lettera se non l’indirizzo. Accantonai quindi il foglio e ripresi la busta. Accarezzai le parole che scandivano il mio nome. Sancendo la mia esistenza.

mercoledì 13 febbraio 2008

Andare

Andare, andare, lasciarsi trasportare dalla strada nella notte più buia e sola del secolo, cullati dalla melodia cantata dalla scassata radio economica dell’auto di Anselmo, errando per i campi affumicati dalla nebbia della bassa provincia padano-lombarda percorrendo e serpeggiando per i tracciati delle sconnesse strade protoprovinciali, maleassestate e per questo deserte ed assonnate, lasciandosi strisciare accanto le poche luci al neon delle due o tre insegne ancora accese in questa notte densa come fossero meteore incendiate nel giorno di San Lorenzo. Avere benzina sufficiente per andare e tornare e non come l’estate scorsa quando, una volta arrivati a destinazione, ci siamo accorti che il serbatoio era ormai a secco ed i nostri soldi sputtanati per tutta la notte in birra e vino e rum, vodka ed infine per l’ultimo caffè prima di rimetterci in viaggio lungo quelle strade già percorse e dover poi abbandonare la macchina ormai asciutta sul ciglio friabile della strada, al margine dell’asfalto e spegnere i fari ma non la radio, abbassare i finestrini ma non troppo per via delle zanzare ed assopirci ebbri e contenti e stonati in quella notte trafficata e rumorosa di civette e topi e nutrie, ricci e gufi, ranocchi. Lo scorrere incostante del segno di mezzeria color avorio spento sotto gli occhi appannati di noi tre decisi a trovare il senso della vita e dell’universo intero tra ricordi di una giovinezza non ancora terminata e progetti futuribili, bottiglie vuote come le tasche e cappotti fuori moda, cantando il romanticismo immortale della rivoluzione, ci fanno sentire viventi esseri in movimento. La chiave della vita, in quelle notti, è tutta racchiusa nell’atto stesso dello spostamento, del trasferimento continuo ed infinito, nell’assecondare ed armonizzare il trascorrere del tempo con lo scorrere della strada, dei chilometri macinati, inghiottiti, fatti nostri in qualunque condizione, indipendentemente dal clima, dagli impegni, dai progetti che, sempre in quei frangenti, rimangono in divenire al motto del ci sarà tempo per farlo. La macchina scassata, con le molle del sedile posteriore che ti trapanano il culo ed impediscono di svaccarti comodamente, la seconda che gratta come la gola di un vecchio tabaccoso e che, ogni qualvolta si deve cambiare, fa pregare gli angeli, gli gnomi, le fate e le madonne perchè resista anche questa volta, ancora quella volta e la prossima, i tergicristalli che non tolgono l’acqua dal vetro ma la tirano fino a farla sembrare olio, fino a farci credere di essere entrati nell’apocalisse ed arrivare ad attendere la pioggia di rane perchè di cavallette ce ne sono già in abbondanza e di più ancora non si saprebbe come farcele stare. Il motore è costante sotto il comando del piede di Anselmo che ama guidare, adora la sensazione di avere il pieno controllo dello strumento magico del movimento; guida prudente anche perchè per le nostre strade non si potrebbe fare altrimenti se non si vuole rischiare di finire come una supposta nel fiume gonfio e plumbeo come un cielo sudamericano. E al posto del passegero anteriore, il gigante buono, Artù, che col suo metro e novantotto non poteva stare altrimenti, quando da quel giorno, per il suo compleanno, Anselmo ha deciso che sarebbe dovuto stare comodo, con le gambe allungate e non costretto come un animale allo zoo e dunque al termine di quella serata alcolica ed onirica che fu in seguito nominata dell’amicizia, con una lucidità umida negli occhi che non rispecchiava quella della sua psiche, ha divelto con un colpo sicuro il cassetto portaoggetti per risistemarlo nel baule. Tutti abbiamo riso divertiti allo show di Anselmo che nell’operazione si era pure tagliato un dito e sanguinava lamentandosi come un maiale norcinato e poi Artù che, come un vero re, si è sistemato al suo posto di passeggero comodo comodo come un pashà e che per dimostrare l'ampiezza ricavata, alzando appena un poco la chiappa destra ha mollato una scorreggia tonante come riconoscenza e poi l’abbraccio col suo amico col dito bendato dal panno di daino.
Le scorribande notturne, con i nostri genitori in pensiero, preoccupati, che non riescono a capire il perchè di quella che ai loro occhi appare come una nostra inspiegabile inquietudine e che per questo non possono raggiungere il sonno sapendoci in giro a fare baldoria, perchè per conoscere lo stato dei fatti non è necessario farselo dire, e dunque attendere la notte intera seduti sul divano, col plaid tirato fino alle spalle per tenere lontano il freddo dell’attesa, con lo sguardo illuminato e pesante fissato sulle immagini di un televisore stanco senza volume a tendere l’orecchio teso per carpire qualche rumore di automobile sperando in cuor loro che sia quella giusta ma scaramanticamente dicendosi che no, non può essere questa, ed il sollievo quando, ormai stremati dalla stanchezza, abbandonati ad un necessario trascinato riposo, all’orecchio giunge il metallico scoccare della serratura e le forze che rimangono bastano solo per un burbero saluto grugnito a mezza voce prima di andare definitivamente poche ore a letto.
Ma noi stiamo bene in giro, in macchina, a bere in compagnia e lo sappiamo quello che sta succedendo a casa ma non lo riteniamo corretto e per questo non intendiamo lasciarci intimidire e limitare, non possiamo nemmeno lontanamente concepire come giusta una tale coercizione alla nostra vita e così andiamo, andiamo e strisciamo tra i campi di grano, i vigneti ed i campi arati, i pioppeti e le cascine dormienti, cantiamo, beviamo brindando alla notte ed alla vita, alla nostra imensa vita tra le anse delle strade sull'argine del fiume. Lo facciamo naturalmente, spontaneamente perchè, inconsapevolmente, sappiamo a cosa siamo destinati, cosa ci attende, cosa tutti prima o poi, spesso contro la propria volontà, sono finiti con l’accettare: le responsabilità, il lavoro seduto dietro ad una scrivania a fissare un monitor, rispondere al telefono e chiedere sempre come va? e rispondere bene anche quando in cuor proprio verrebbe spontaneo dire che è tutto una merda e che fa schifo e che la vita ci si ricorda com’era bella, e poi ancora il doversi svegliare la mattina presto dopo una nottata inutile, sprecata, il traferirsi in un altro posto, in una città maleodorante di chiuso, di chimico ed infetto in cui la umile puzza di letame e l’umidità della bruma ci sono proibite, vietate, relegate a semplice ricordo adolescenziale, i buchi nelle strade ci sono ma quello che manca è il buio, il verso dei gufi, delle civette, il gracchiare metallico e melodioso dei ranocchi e del cambio ed il cicalare dei grilli, manca la luce delle stelle e la luna si confonde col faro di qualche antenna sul tetto di un grattacielo e gli amici sono lontani, persi. Noi sappiamo che la vita è da spremere quanto più possibile quando può offrire il suo nettare migliore. Non vogliamo conservarla sotto teca, in formalina o come un reperto od un qualcosa da tenere per ultimo, per l’occasione giusta che non arriva mai, come la bottiglia più buona della cantina o le fragole della macedonia.

domenica 6 gennaio 2008

grasso

La doccia mi sveglia sempre 3 minuti dopo la sveglia polifonica del cellulare. Qualche volta apro gli occhi prima delle otto. Nella stanza c’è odore di sonno, che è un po’ quello degli avanzi della cena. Spesso ho l’alito pesante. Osservo la tonalità di blu dietro le tende. Cerco di ricordare un particolare che mi dia la certezza di aver puntato l’allarme del telefono. Non lo trovo mai e mi alzo a controllare. E la campanella è sempre sul display. Scuoto la testa e passo gli ultimi minuti di torpore sotto il piumino IKEA. La sveglia suona e mi lavo via lo sporco dei sogni (e le caccole gialle dagli occhi). Una volta ogni due giorni mi rado anche la barba. Raramente mi taglio ma uso una schiuma al mentolo e quando passo con la lametta pizzica un po’. Non credo che questo mi piaccia. Faccio colazione solo se la sera prima ho bevuto forte ed ho bisogno qualcosa per distrarre lo stomaco. Quando succede arrivo in ritardo a lavorare anche se guido più veloce.
Ed il capo mi dice.
“Un’altra bella signora da riaccompagnare a casa?” sorride dietro il solito bicchierino marrone in plastica da caffè istantaneo.
Non gli rispondo. Gli passo accanto annusandone la piccante colonia e striscio la mia carta magnetica nel lettore.
“DANTE STAGNI” scrive lo schermo verde. Lo leggo sempre con la stessa apprensione degli studenti davanti ai tabelloni con l’esito degli scrutini.
Poi inizio a lavorare.
Stacco per prendere un latte macchiato con Danilo verso le 10 e 45. Quando ritornano Sabrina e Patty dalla loro pausa. Non possiamo lasciare la postazione vuota. Nei nostri 5 minuti di pausa di solito Danilo parla dei suoi problemi con la moglie ed io ascolto. Quindi torniamo a lavorare sempre con la solita battuta.
“Dai, andiamo a diventare ricchi”.
Non so chi l’abbia detta prima. Se io o lui.
La nostra pausa pranzo è dalle 13 alle 13 e 45. Abbiamo una mensa interna e non dobbiamo pagare niente. Possiamo anche fare il bis. Non si mangia troppo male.
Il pomeriggio faccio un paio di chiamate con il telefono dell’ufficio. Una a mia madre ed una a Bangkok. Ho l’elenco che ha dimenticato Raj quando se n’è andato. Non ho ancora trovato qualcuno che parli la mia lingua. Ma tutti quelli che hanno un telefono sanno l’inglese. Hanno un accento orribile e non mi piace parlargli. Lavoro quindi fino alle 18. Fatto questo torno a casa. Il martedì mi fermo al supermercato e faccio la spesa. A volte esco dopo cena.
Ultimamente sto ingrassando: proprio come i capponi.

domenica 23 dicembre 2007

Tragica morte in un appartamento non troppo lontano dalla stazione

Era palesemente morto davanti al computer. Come un brufolo giallo schiacciato sullo specchio del bagno di un treno. Una mano ancora sulla tastiera, l’altra buttata giù. Pendente come il batacchio della campana. Il braccio si muoveva ogni volta che passava un treno dalla ferrovia. Che non era poi così lontana come aveva raccontato il ragazzo in giacca United Colors of Benetton della agenzia immobiliare. Ammiccando sicuramente e con una intonazione non troppo bassa e non troppo veloce. Ripeteva spesso i loro nomi mentre passeggiava disinvolto per quello che per qualche mese sarebbe stato il loro appartamento. Diceva “qui Dante potrai trovare tutta l’intimità di cui hai bisogno” e “la scrivania la volevano portare via oggi ma dopo la nostra telefonata non mi sono sentito di privartene”. Dietro a quella scrivania era morto Dante. Francesca reagì bene. Rientrò e quando lo vide fece un respiro fondo. E gli occhi sprofondarono in un istante lasciando una scia nera di occhiaie. Non pianse però, aveva solo le pupille lucide come asfalto appena lavato. Si avvicinò lenta e cercando di non fare rumore. Chissàperchè. Poi gli fu accanto vide che il petto non si sollevava. Niente su e niente giù. Non riusciva a toccarlo. Prese il telefono poco lontano e chiamò il numero delle emergenze.
“Il mio ragazzo è morto, venite” si limitò a dire. Arrivò la polizia in 5 minuti. Lei aspettava una ambulanza.
“Che volete?” urlò dietro la porta.
Loro la chiamavano signorina. Erano accomodanti. Dicevano che tutto si sarebbe messo a posto.
Aprì.
Entrarono veloci ed a scatti come i militari nei film. La porta sbattè e lei quasi cadde. Avevano le pistole in tinta con i guanti neri. Una la indicò. Lei guardò dentro la canna senza capire. Pianse la prima lacrima. Uno sputo dal 5 piano.
Poi venne fatto quello che c’era da fare. Arrivò anche l’ambulanza. E impacchettarono Dante. Lei salutò i medici dicendo: “Vi prego non dite che è morto con il cazzo in mano”. Loro la guardarono. Quella sera avrebbero avuto qualcosa di interessante da raccontare.

venerdì 16 novembre 2007

Il viaggio

È strano, ma la maggior parte delle volte che parto ho in tasca già un biglietto per il ritorno.
Anche la volta che siamo arrivati, noi, tre ed altri compagni di viaggio, tutti scalcinati e spettinati ragazzi al termine dell’adolescienza, che solo per uno di noi fu minata dall’acne, alla stazione ferroviaria di Copenaghen in quel freddo mattino di agosto, senza problemi reali ma mille esistenziali, con quel fagotto come bagaglio, pochi marchi ed ancor meno corone in tasca, tanti desideri ed illusioni, la carne portata addosso alle ossa come un cappotto ed un biglietto con validità un mese entro il quale fare ritorno.
Siamo partiti da Berlino dopo esservi arrivati da Amsterdam, dove un banale smarrimento di documentazione personale durante una scorribanda notturna sulle ali dell’ebbrezza ci ha costretto a trattenerci quattro giorni di più in quella caleidoscopica e cara città umida, che nemmeno le folate del vento riescono ad asciugare, in attesa che da casa mi giungesse il passaporto od almeno una documentazione che comprovasse la mia identità. Copenaghen è grigia ma di una tonalità diversa da quella marmorea di Berlino e meno acquosa di quella olandese. Un color nuvola pretemporalesca primaverile avvolge la città a trecentosessantagradi inghiottendo tutto quanto si trova in cielo ed in terra a meno di un chilometro di distanza. I colori filtrati da questo grigio perdono vivacità e lucentezza e calore e dietro alla Sirenetta evasa dal sogno di quel diverso e strano danese d’un Hans Christian Andersen, le gru e le ciminiere delle industrie e dei cantieri navali segnano l’orizzonte separando l’impercettibile differenza del mare dal cielo. Anche il bronzo di quella povera mezzadonna, finchè non arrivi ad averla sotto il naso sembra grigio. Un color grigio acqua di stagno in autunno, quando una volta in campagna cominciava a ghiacciare. Un grigio antico e freddo. Non riusciamo a capire se Copenaghen sia grande o immensa o se esista realmente oppure se tra qualche minuto ci risveglieremo e ricorderemo semplicemente di aver fatto tutti il medesimo sogno.
Diciott’anni sono pochi se li guardi dai venti, sono niente se li guardi dai trenta in poi ma sono la sintesi del significato della vita quando li hai.
Uno sleepin che sembra una palestra, camerate da sei, dieci o dodici con le pareti di compensato alte due metri e mezzo ed aperte senza soffitto è quello che riusciamo a trovare dopo qualche birra bevuta alla stazione ed un giro a Christiania per scrollarci di dosso il torpore delle ore di mancato sonno del viaggio in treno, seduti per terra lungo il corridoio a ritirare le gambe ogni qualvolta qualcuno deve passare per raggiungere il bagno o anche solo per sgranchirsi le articolazioni. La fermata dopo Berlino ma prima di Amburgo, una stazione buia e fredda con luci bianche da frigorifero, salgono solo due ragazzi ed una ragazza e nessuno scende su quei metri di cemento scassati dal gelo invernale e dalle radici delle piante e non ancora accomodati. L’unica cosa che si capisce scorgendo qualche immagine dal riflesso luminoso del finestrino è una spallina di uno zaino che recita un familiare Invicta argenteo, ed appena mettono piede nel corridoio del nostro scomparto li chiamiamo.
Sono Marco, Dino e Sandra dal salento.
Ci raccontano che sono arrivati sin lì in autobus partendo da Berlino con l’intenzione di giungere sino a Copenaghen in bus per spendere meno ma una sorte poco clemente ha fatto sì che il mezzo si rompesse proprio nel cuore della notte ed in quella sperduta cittadina buia e dimenticata da dio e dal governo della quale nemmeno loro sono a conoscenza del nome, costringendoli dunque ad abdicare in favore del nostro treno. Abbiamo suppergiù la stessa età e quello ancora più importante, la medesima destinazione quindi ricaviamo qualche centimetro quadrato accanto a noi per far sì che anche i loro sederi possano trovare posto in quel corridoio che rispecchia molto la mia idea di affollamento che immagino essere tipica della Transiberiana, nei pressi dei confini dell’immenso Impero Sovietico con qulli della vasta Pianura Mongola. Dopo pochi minuti dividiamo le provviste alimentari che avevamo praparato per sopportare le lunghe ore in treno: in tutto quattro panini farciti con un salame a buon mercato trovato in un supermarket vicino alla stazione e due passate di burro. Sono praticamente due morsi a testa niente di più e niente di meno di quanto basta per farsi venire appetito. I tre nuovi amici per ricambiare la cortesia estraggono dallo zaino Invicta una stagnola con dentro qualche pezzetto marroncino di ottimo hascish acquistato due giorni fa in un caseggiato occupato di Kreuzberg, dove, in seguito, scopriamo avere trascorso due delle nostre notti berlinesi e dicendo che magari ci si era anche visti ma con tutta quella gente sarebbe stato impossibile ricordarci le facce. Scopriamo, ricordando il nostro soggiorno ad Amsterdam, che anche loro ci hanno fatto tappa e che hanno trovato una bellissima camera in affitto vicino alla stazione, a due passi dalla zona libera dove ogni sera si va a far baldoria nei coffe shop e poi intontiti a girovagare per il red district abbagliati dalle luci intense e colorate delle vetrine solo a fantasticare su quello che si potrebbe fare, ed il giorno successivo ancora rincoglioniti fino al Van Gogh Museum per rimanere estasiati dinnanzi alla maestosità della pazzia di un uomo morto suicida a poco più di tent’anni, di un genio, poi a bivaccare e riposarsi insieme a mille altri giovani da tutto il mondo sotto le frasche di qualche centenario albero in Vondelpark. Sì, a Vondelpark, diciamo noi, abbiamo dormito in tenda con dei ragazzi spagnoli poichè appena giunti, girando per ore non siamo riusciti a trovare null’altro che un buco merdoso e puzzolente molto costoso in camerate con tossici e puttanieri dove trascorrere la notte, mentre il giorno dopo ci siamo imbucati in un ostello un pò fuori mano, uno sleepin di quart’ordine ma sicuro ed economico. Che giornate! Nessuna coppia tra loro, sono amici di lungo corso, ci dicono e noi per riscaldare l’ambiente facciamo gli stupidi dicendo che siamo una delegazione dell’arci gay e tutti ridiamo. Sandra è carina e simpatica, sorride spesso e sa ascoltare e canta bene, vuole fare la scrittrice e si è iscritta a Bologna e diventerà una fuori sede, piena di entusiasmo.
Ormai, dopo quella condivisione esperienziale siamo come vecchi compagni di elementari riscoperti ed a pieno titolo coprotagonisti del viaggio da qui in avanti.
Passiamo alcune ore a conversare, intontiti dal fumo balsamico delle canne che, una dietro l’altra abbiamo prima rollato e poi fumato, incuranti degli altri passeggeri infastiditi, proprio là nel corridoio di quel vagone di seconda classe dei convogli spartani delle ferrovie tedesche. La gente si lamenta per l’odore, una signora sulla sessantina in una lingua troppo lontana dalla nostra, minaccia di chiamare il controllore o perchè no addirittura la polizia perchè, dice, quella è droga e lei non vuole sentirne nemmeno l’odore e e e ... Poi finalmente si addormenta, il convoglio intero si azzittisce e le mille teste cominciano a percorrere le proprie personali strade dei sogni ed allo sferragliare dei ruotoni metallici sulle giunture delle rotaie, cullati dall’ondeggiare seguendo le svolte, alla luce soffusa notturna del corridoio e la testa leggera, piena di fumo e desideri e sogni, ci addormentiamo anche noi. Ci svegliamo che è già mattina, ma il sole non è altro che una palla pallida a mezz’aria tiepida e velata da una cataratta bianca lattiginosa.
Non sappiamo dove siamo, quanto manca a quando arriveremo ma abbiamo la schiena rotta, le gambe anchilosate ed informicolate per la posizione tenuta per quelle lunghe ore di distratto sonno adagiati sul linoleum lercio del corridoio. Marco, Sandra e Sesto il mio amico, insistono nel loro scomodo dormire, tutti piegati uno sull’altro come pastori di cartapesta da presepio, con la bava della notte che pende dagli angoli della bocca e cola sulla spalla del vicino. Nel convoglio si respira la notte trascorsa e la gente comincia a passare per andare al bagno ed anche gli ultimi si svegliano stirandosi la pelle e sbadigliano aria pesante di sonno e si avverte ancora l’odore del fumo della sera precedente mentre fuori dai finestrini la campagna danese verde e marrone e grigia si stende ai lati dei binari come se proprio da questi fosse originata. Anche se nessuno lo sa, tutti abbiamo come l’impressione che Copenaghen sia ormai prossima, tutto ce lo dice, alcuni passeggeri che disfano il giciglio improvvisato negli scompartimenti e tirano giù le valigie dal portabagaglio oppure guardano fuori dal finestrino per carpire qualche riferimento per provare l’avvicinamento alla capitale danese.
Ci diamo il buongiorno ed arriviamo finalmente in stazione dopo aver sostato qualche decina di minuti all’ingresso in attesa probabilmente di lasciar strada a qualche convoglio in uscita magari in ritardo oppure perchè essendo noi in ritardo, per non far ritardare anche gli altri gli abbiamo concesso la precedenza. Scendiamo, con le ossa a pezzi e gli occhi appesantiti dal sonno, nel grigio della stazione e da lì ci affacciamo come il mattino alla nuova città tanto sospirata ed attesa da tutti e sei, in questo tour della ricerca della libertà, che segna l’uscita da una fase della vita di cui non ne possiamo proprio più e l’ingresso tanto atteso e sospirato ad una nuova fase. Copenaghen oggi è come la nuova vita, alla quale si approda in una mattina fresca d’estate con pochi bagagli e sparpagliati ricordi con le tasche vuote la testa ripiena come un tortello di ideali, utopie e speranze. L’aspettativa è altissima, la tensione pure e la voglia di andare, scoprire, provare è incontenibile e tutte le volte che si scende dal treno in una nuova città, le narici si inebriano di odori sconosciuti, i piedi calpestano asfalti e cementi differenti, gli occhi vedono colori, tonalità sempre diverse e nuove ed invitanti ed i ruomori sono musiche, colonne sonore di clacson, tram, voci straniere, treni, aerei, martelli pneumatici, biciclette, tacchi, cani e e e...
Siamo a Copenaghen, siamo lontani da casa da un mese tra quattro giorni ed ho compiuto diciott’anni due settimane fa in cui abbiamo bevuto sino ad avere la nausea e ballato per le piazze e le strade ed urlato alla notte ai passanti e canzonato i poliziotti vestiti di verde rischiando di prendere un sacco di botte perchè da queste parti non ci vanno tanto per la leggera e fatto gli scemi con le ragazze riuscendo persino a rubarle una toccata, un bacio. Tutte le notti sono la stessa notte, ubriachi di vita nuova, di vino, di birra e di fumo e amore, a girovagare come zingari profani ed a voler fare i bohemienne, parlando con tutti e di tutto in qualunque lingua anche inventata. Siamo partiti in tre, siamo diventati anche dieci, ad Amsterdam, per poi dividerci chi per andare a Capo Nord, chi per tornare a casa e chi per restare là e fare una telefonata a casa ogni settimana per rasssicurare i genitori dicendogli che si stà bene, si è trovato un lavoretto e la gente è troppo simpatica e friendly e la vita è bellissima... Oppure, come noi per proseguire e rimanere ancora in tre a Copenaghen per poi raddoppiarci e vivere il presente.
Mi frugo con una mano la tasca superiore dello zaino e trovo il biglietto di ritorno con impressa la data del e non oltre, il che significa dover tornare tra quattro giorni, novantasei ore. Novantasei ore per poi fare ritorno al come prima, al mio mondo in cui sono nato e cresciuto, in cui mi sono innamorato ed ho perso ma anche vinto, imparato ed ho peli sul viso che coltivo da settimane e vesciche nelle scarpe bucate ed un anno in più rispetto a quando sono partito per comprovare a tutti, al mondo che sono cambiato, dentro ed intorno. Ci mancano ancora un sacco di cose, lo sappiamo ma non ci vogliamo pensare adesso, ad Aalborg ed alla sua via dei locali, la “Gaden” che tutti ci dicono essere il paese dei balocchi, la più caratteristica ed economica via del divertimento in tutta la Danimarca, a Skagen con un piede nel Baltico e l'altro nel Mare del Nord che, con le loro correnti opposte, formano piccole onde dalle spire terribilmente pericolose oppure attraversare le acque per approdare in terra scandinava, anche solo per provare d’averlo fatto o ancora... E invece niente, solo quattro giorni per rituffarmi nel mio nome e cognome, nei panni del figlio di Tal dei Tali, nella mia casa amata dove riincontrerò i resti ancora caldi della mia adolescenza intatta ed il mio letto rifatto e guarderò il tutto dall’alto, come si guarda Berlino dalla torre della Tv in Alexander Platz...

mercoledì 7 novembre 2007

spiegazioni

Lei era bionda. Come la birra che mi aspettava davanti. Condensando. Non c’era più molto da dirsi. “Certo che è caldo” era tutto ciò che mi veniva in mente. A sproposito come i calzetti bianchi sotto le scarpe nere. Passavano auto in cerca di parcheggio. Ne seguivo qualcuna con gli occhi mentre speravo incominciasse. Tutto in lei ricordava la trasparenza. Il vestito leggero, il trucco semplice e lo sguardo piatto. Occhi quasi grigi. Era sempre lo stesso bar. Avevamo sempre frequentato quel posto, da quando ci eravamo conosciuti. Ci incontravamo lì anche se lei viveva ad un passo. La barista si chiamava Carla. Bella ed unica come la pasta fatta in casa. Ci accoglieva sempre con un sorriso. Ci chiamava per nome anche se non ricordavo di essermi mai presentato. Io stringevo il corpo fragile di Simona ed ordinavamo. Spesso provavamo vini nuovi, qualche volta una birra. Come quella volta. La birra è sempre stato il compagno ideale per accompagnare una discussione come quella. Taglia fuori un lato emotivo fatto di vino rosso e frasi lasciate sospese. “La birra lucida gli spigoli” diceva mia nonna. Ed era proprio per quella cristallina lucidità che sentivo solo l’affannarsi del mio respiro. E mi dispiaceva sentitamente. Avrei voluto una ambientazione diversa. Chessò: un aeroporto. Uno di quei posti dove ci si intristisce facile per un arrivederci o un addio. E dove tutto è pulito sebbene non ci siano bidoni dell’immondizia. A terra, nel dehor del bar, c’erano: stuzzicadenti, mozziconi, noccioline ed un paio di ossi di oliva nascosti ai piedi di un tavolo. Dovevo parlare. Lei continuava a guardarmi tranquilla. Era il momento delle spiegazioni e non aveva nessuna fretta. Fredda e calcolata. Teneva una mano bianca appoggiata al bordo del tavolo. Aperta. Non aveva niente da bere davanti a lei. C’era solo il mio bicchiere. Lo sollevai lasciando un cerchio bagnato sul tavolo. Presi un sorso poi deglutii con un sospiro lungo. Lei socchiuse le labbra sottili. Senza rossetto.
“Certo che è caldo” dissi piano.
E lei se ne andò.
Mi concessi tutto il tempo per finire la birra ed ordinare finalmente un bicchiere di rosso.

martedì 6 novembre 2007

Pop corn e maionese

Brulicare di elettricità statica.
Lampi blu nella notte.
Lacrime bianche sparse nel firmamento.
Silenzio innaturale nella testa.
Sbilanciamento condizionato dallo spostamento gravitazionale.
Niente rime.
Solo visioni spezzettate.
Ingorgo neuronale interno al cranio.

Luce di un falò proietta ombre sulla volta della grotta.
Un uomo è seduto quieto a contemplare gli anfratti nella roccia bruna ed umida al chiarore del fuoco.
Un uomo cammina per la selva buia in balìa di grida, colpi alle gambe e licenza di tremare di paura, anche per niente.

L’uomo in cammino scorge in lontananza un bagliore naturale incendiare la notte.
Un brivido di natura diversa lo scuote attraendolo magneticamente.
I nervi delle sue mani si tendono stringendo forte il sasso al punto da bloccargli la circolazione e gelargli le estremità delle dita.
Il viso si tira in preda a convulsioni mentre quel bagliore sempre più vicino gli accende gli occhi.
La grotta gli si apre ai piedi.
Luce intensa diffonde calore su tutto quanto incontra.
L’uomo si ferma all’ingresso. Accecato.
Si volta verso dove è venuto e vede il buio nella sua ombra contornato da una volta di chiarore, il tutto immerso nell’oscurità si confonde e svanisce.

L’uomo seduto accanto al falò viene distolto dal suo intento di capire la roccia.
Ruota il volto all’apertura della grotta e si accorge della presenza perfettamente illuminata dell’altro uomo con l’oblio che gli fa da sfondo.

L’altro uomo in piedi con le spalle alla notte osserva il contorno della figura scura che si ritrova di fronte e che copre il fuoco.
Gli si avvicina avvertendo il calore sempre più insistente sul suo corpo.
Si ferma un passo prima di pestare i piedi all’uomo buio che volta le spalle al fuoco.
Alza la mano con le dita gelide. E con una forza bruta cala il sasso sulla testa dell’altro uomo.

Nell’attimo esatto in cui il sasso colpisce il cranio dell’uomo buio, le teste di tutti e due gli uomini esplodono simultaneamente lanciando poltiglia grigia ovunque. Anche sul fuoco crepitante.

Dopo, silenzio.