C’è una nebbia umida quasi piovosa, le tinte incerte da accenno di miopia e odore caldo di castagne.
C’è quella sensazione di eternità che spinge sulle ginocchia e che vomita pensieri che non ricordavo. Ci sono degli studenti che si lanciano delle patatine davanti ad un McDonald’s. Da quanto questa città è diventata così scontata? Da quanto Carlo non fa più una festa alla quale posso infilarmi a bere gratis dispensando le mie peggio battute? Da quant’è che ho questa sensazione di suicidio in concomitanza con la suoneria in crescendo della sveglia incastrata nel mio Nokia?
Mi guardo ancora un po’ attorno, le mani infilate in tasca più per moda che per effettiva necessità termica.
Poi, alla fine, mi ritrovo ancora una volta a bere una birra.
mercoledì 18 novembre 2009
venerdì 13 novembre 2009
Una discussione
L’altra sera ho avuto una discussione. Strano per me che cerco sempre di evitare queste situazioni. Mi vesto non eccessivamente fuori moda da farmi notare, prediligo i colori scuri così che non si riesca bene a ricordare se mi ero o non mi ero messo effettivamente quel maglione scuro. Che poi non me lo ricordo nemmeno io. E succede che a volte finisco a vestire sempre gli stessi vestiti per settimane senza rendermi conto che sarebbero anche sporchi. Comunque ripescando il filo del discorso ed i suoi piombini fissati coi denti l’altra sera c’è stata questa sorta di battibecco. Insomma ero in quel locale che mi piace un mondo. Abbastanza trasgressivo per avere sia un numero di decibel che i prezzi ragionevolmente bassi. È un posto praticamente sconosciuto dove giuro una volta hanno pure appeso un quadro che io avevo dipinto. Ci sono le sedie deliberatamente spaiate e ciondolanti ed io sono parecchio amico col barista. Ci diamo del tu e barattiamo soldi con birre. Si chiama Stefano e non ho ancora trovato un diminutivo o un soprannome che gli possa calzare. Che in quel posto tutto è talmente creativo che mi sento annientato. C’è una sorta di luce galleggiante che illumina tutto e anche la più grossa stronzata puzzolente sembra una trovata geniale. Roba tipo merda d’autore ma in aria più indierock da occhiali spessi e camicia in flanella. Quelle cose di moda e notevoli loro malgrado. Quelle che ci faranno sorridere quando saremo vecchi, impotenti ed in aria di demenza senile. Bè insomma ieri sera ero ancora una volta al bancone e c’è stato questo scambio di battute. E ribadisco che io non volevo proprio. Ci siamo detti due cose io e Franco. Ma non è che poi abbia tanto importanza. Mi era sembrato quand’ero là.
lunedì 2 novembre 2009
Il mio amico Giulio è andato ad abitare in un posto sperduto nell’Appennino Tosco-Emiliano
Siamo in un paese di vecchi e bambini, diciamo Vedegheto. È una frazione di un comune che non è poi così comodo da raggiungere. Il supermercato è uno sgangherato camion frigo una volta ammiraglio della flotta BoFrost. Passa in paese alle 11 e si ferma nel parcheggio dell’unico ristorante per un’ora circa. Dalle 10 ci sono già nonne e nipoti ad aspettarlo. È l’evento della giornata e nell’attesa ci si intrattiene come nella sala di attesa del medico: raccontandosi disgrazie.
Quando il camion ripart svuotato bene bene è verso mezzogiorno e le strade si fanno presto deserte. Si disegnano timidi percorsi di fumo bianco fosforescente nel cielo cristallino che passano le ultime vette delle colline.
A questo punto i bambini guarderanno sicuramente uno dei pochi canali che la televisione qui riesce a sintonizzare mentre le vecchie si danno da fare sui fornelli. Immagino una di quelle pentole da brodo in alluminio ammaccate dagli anni.
Noi passiamo con la nostra 206 verde diretti verso una strada sbagliata, ostinando fiducia nelle improbabili scorciatoie proposte dal navigatore.
Il rumore dell’auto non coinvolge nessuno. Tutti troppo interessati alla loro quotidianità.
“Mi sa che stiamo andando a fanculo” dice Piero parafrasando gli 883.
“Già” gli rispondo con gli occhi fuori dal finestrino, lontano in un campo lucido che probabilmente sa di gelo.
Continuiamo avanti parlando poco sulla colonna sonora dell’unico cd che si ripete. Abbiamo pochi argomenti. È quasi sempre così quando siamo sobri. Ci perdiamo in ragionamenti banali da vergognarsi che preferiamo tenere per noi. Tipo tutto questo pensare alle montagne ed alla vita agreste. E a domandarsi se agreste è l’aggettivo adatto o suona solo giusto. Se con questi pensieri posso imbastire un sentimento da raccontare in qualche occasione accompagnato da un tavolo traballante, bicchieri di vino di vetro spesso ed una ragazza qualsiasi dei miei sogni. Magari Antonella che è partita per chissadove con le responsabilità che possono avere 5 anni in meno dei miei. E poi che responsabilità? Probabilmente non mi è ancora passata la sbornia di ieri. E perché questo maglione Benetton e la giacca con le toppe ai gomiti? Ah sì, perché erano gli ultimi vestiti ancora puliti. Cazzo, dovevo fare la lavatrice. Mi sollevo un attimo dal torpore del sedile avvolgente e sportivo.
Piero dice “porca puttana” alla strada bianca che ci troviamo davanti. Poi rallenta fino a che ci fermiamo. Io avrei inchiodato sollevando la polvere tipo film west ma tant’è.
Il navigatore è convinto a farci proseguire. La strada che abbiamo davanti è colorata di viola nel display.
Piero gira la macchina ed il navigatore protesta.
“Ricalcolo” dice e poi aggiunge “appena possibile effettuare una inversione a U”. Un atteggiamento testardo da recidere i nervi sottili di Piero che inizia a ripassare ad alta voce le bestemmie che conosce.
Poi spegne il navigatore e lo lancia sui sedili dietro senza curarsene troppo.
Ora scendiamo inerti per l’unica strada possibile col motore in folle. Inchiodiamo in curva e poi riprendiamo a poco a poco velocità.
Al paese in cui ripassiamo intravediamo una televisione accesa in sala da pranzo. Mi viene una fame della madonna.
Ci fermiamo al ristorante, mangiamo come maiali e beviamo come disperati.
Al ritorno siamo molto loquaci e facciamo pure la pace col navigatore.
Tutto questo per dire che domenica scorsa non siamo andati a casa di Giulio perché abita in un posto decisamente irraggiungibile.
Quando il camion ripart svuotato bene bene è verso mezzogiorno e le strade si fanno presto deserte. Si disegnano timidi percorsi di fumo bianco fosforescente nel cielo cristallino che passano le ultime vette delle colline.
A questo punto i bambini guarderanno sicuramente uno dei pochi canali che la televisione qui riesce a sintonizzare mentre le vecchie si danno da fare sui fornelli. Immagino una di quelle pentole da brodo in alluminio ammaccate dagli anni.
Noi passiamo con la nostra 206 verde diretti verso una strada sbagliata, ostinando fiducia nelle improbabili scorciatoie proposte dal navigatore.
Il rumore dell’auto non coinvolge nessuno. Tutti troppo interessati alla loro quotidianità.
“Mi sa che stiamo andando a fanculo” dice Piero parafrasando gli 883.
“Già” gli rispondo con gli occhi fuori dal finestrino, lontano in un campo lucido che probabilmente sa di gelo.
Continuiamo avanti parlando poco sulla colonna sonora dell’unico cd che si ripete. Abbiamo pochi argomenti. È quasi sempre così quando siamo sobri. Ci perdiamo in ragionamenti banali da vergognarsi che preferiamo tenere per noi. Tipo tutto questo pensare alle montagne ed alla vita agreste. E a domandarsi se agreste è l’aggettivo adatto o suona solo giusto. Se con questi pensieri posso imbastire un sentimento da raccontare in qualche occasione accompagnato da un tavolo traballante, bicchieri di vino di vetro spesso ed una ragazza qualsiasi dei miei sogni. Magari Antonella che è partita per chissadove con le responsabilità che possono avere 5 anni in meno dei miei. E poi che responsabilità? Probabilmente non mi è ancora passata la sbornia di ieri. E perché questo maglione Benetton e la giacca con le toppe ai gomiti? Ah sì, perché erano gli ultimi vestiti ancora puliti. Cazzo, dovevo fare la lavatrice. Mi sollevo un attimo dal torpore del sedile avvolgente e sportivo.
Piero dice “porca puttana” alla strada bianca che ci troviamo davanti. Poi rallenta fino a che ci fermiamo. Io avrei inchiodato sollevando la polvere tipo film west ma tant’è.
Il navigatore è convinto a farci proseguire. La strada che abbiamo davanti è colorata di viola nel display.
Piero gira la macchina ed il navigatore protesta.
“Ricalcolo” dice e poi aggiunge “appena possibile effettuare una inversione a U”. Un atteggiamento testardo da recidere i nervi sottili di Piero che inizia a ripassare ad alta voce le bestemmie che conosce.
Poi spegne il navigatore e lo lancia sui sedili dietro senza curarsene troppo.
Ora scendiamo inerti per l’unica strada possibile col motore in folle. Inchiodiamo in curva e poi riprendiamo a poco a poco velocità.
Al paese in cui ripassiamo intravediamo una televisione accesa in sala da pranzo. Mi viene una fame della madonna.
Ci fermiamo al ristorante, mangiamo come maiali e beviamo come disperati.
Al ritorno siamo molto loquaci e facciamo pure la pace col navigatore.
Tutto questo per dire che domenica scorsa non siamo andati a casa di Giulio perché abita in un posto decisamente irraggiungibile.
sabato 31 ottobre 2009
Telecronaca di un film dell’orrore (è Halloween e questa cosa fa audience)
Ci sono i soliti 4 liceali, 2 coppie. Una ragazza bionda, una castana e due ragazzi che potrebbero sembrare gemelli. Stessi capelli tagliati corti e stessi jeans consumati negli stessi punti. Parlano di qualcuno che è fuori campo visivo. Quello che si dice sparlare.
È uno di quei momenti di pausa da liceo americano. Interminabili ore passate in un immenso giardino del campus appoggiati ad una fontana finto rinascimentale mentre entrano ed escono dall’inquadratura un ragazzo che insegue una palla da football americano, una ragazza che si affretta con dei libri, due amici che parlano di musica, un professore con toppe marroni nelle maniche della giacca.
Ci sono poche nuvole e l’erba sembra muoversi in una sonnolenta ola che sfuma verso destra. Il rumore sono parole sottili e perfettamente tornite.
La ragazza bionda ora parla della sua casa in campagna tenendosi i libri al petto. Non nascondo un certo interesse per le sue forme troppo generose per una attrice non professionista.
Poi c’è un’altra mezz’oretta di vicissitudini e velate allusioni sessuali e si finisce alla festa nella casa di campagna di Stacy (tipico nome da ragazza bionda americana con 4 di seno) dove il classico maniaco sventra quasi tutti tranne 3 protagonisti su quattro. Facciamo morire uno dei due con i jeans strappati lasciando un interessante triangolo.
A questo punto la mora, il cui ragazzo è appena stato appena dissezionato, dice: “non può essere…”. Chiaramente lo fa in stato di shock seduta in un angolo con le gambe tirate al petto. Anche lei ha una maglietta scollata. Anche lei è più bella di qualsiasi ragazza si incroci normalmente per strada (viali inclusi).
Ora quindi c’è spazio per la sua storia. Diciamo 5 minuti buoni in cui il maniaco magari è andato a farsi uno spuntino di carne umana e non sembra più così interessato all’ammazzeria. Poi proprio quando decidono di uscire gli si para davanti. Ha il classico completo da serial killer: una maschera ed un qualche tipo di uniforme. Mi piacerebbe tanto vestirlo da uno dei tre porcellini ma non funzionerebbe quindi fate voi. Comunque ha tanto sangue addosso e un gancio da macellaio in una mano. Strumento senz’altro impegnativo per compiere una strage.
Poi urla.
Poi corsa con inseguimento.
Poi la bionda viene infilzata per la schiena. Si vede un pezzo di una finta colonna vertebrale.
Poi si rallenta un attimo.
Colonna sonora altalenante tipo Lo Squalo.
Poi ancora inseguimento con camera a spalla da mal di mare.
Pathos.
Poi si arriva finalmente ad un luogo che c’entra qualcosa con il killer. Tipo un lago, un cimitero od un molo.
E c’è la resa dei conti. Nel senso che il cattivo deve morire.
Una morte atroce ma non proprio definitiva da lasciare possibilità al sequel.
Quindi i superstiti si abbracciano mentre arrivano le luci della polizia.
Chiaramente non si trova il corpo del maniaco.
E nemmeno della amica bionda.
Titoli di coda e musica inquietante.
È uno di quei momenti di pausa da liceo americano. Interminabili ore passate in un immenso giardino del campus appoggiati ad una fontana finto rinascimentale mentre entrano ed escono dall’inquadratura un ragazzo che insegue una palla da football americano, una ragazza che si affretta con dei libri, due amici che parlano di musica, un professore con toppe marroni nelle maniche della giacca.
Ci sono poche nuvole e l’erba sembra muoversi in una sonnolenta ola che sfuma verso destra. Il rumore sono parole sottili e perfettamente tornite.
La ragazza bionda ora parla della sua casa in campagna tenendosi i libri al petto. Non nascondo un certo interesse per le sue forme troppo generose per una attrice non professionista.
Poi c’è un’altra mezz’oretta di vicissitudini e velate allusioni sessuali e si finisce alla festa nella casa di campagna di Stacy (tipico nome da ragazza bionda americana con 4 di seno) dove il classico maniaco sventra quasi tutti tranne 3 protagonisti su quattro. Facciamo morire uno dei due con i jeans strappati lasciando un interessante triangolo.
A questo punto la mora, il cui ragazzo è appena stato appena dissezionato, dice: “non può essere…”. Chiaramente lo fa in stato di shock seduta in un angolo con le gambe tirate al petto. Anche lei ha una maglietta scollata. Anche lei è più bella di qualsiasi ragazza si incroci normalmente per strada (viali inclusi).
Ora quindi c’è spazio per la sua storia. Diciamo 5 minuti buoni in cui il maniaco magari è andato a farsi uno spuntino di carne umana e non sembra più così interessato all’ammazzeria. Poi proprio quando decidono di uscire gli si para davanti. Ha il classico completo da serial killer: una maschera ed un qualche tipo di uniforme. Mi piacerebbe tanto vestirlo da uno dei tre porcellini ma non funzionerebbe quindi fate voi. Comunque ha tanto sangue addosso e un gancio da macellaio in una mano. Strumento senz’altro impegnativo per compiere una strage.
Poi urla.
Poi corsa con inseguimento.
Poi la bionda viene infilzata per la schiena. Si vede un pezzo di una finta colonna vertebrale.
Poi si rallenta un attimo.
Colonna sonora altalenante tipo Lo Squalo.
Poi ancora inseguimento con camera a spalla da mal di mare.
Pathos.
Poi si arriva finalmente ad un luogo che c’entra qualcosa con il killer. Tipo un lago, un cimitero od un molo.
E c’è la resa dei conti. Nel senso che il cattivo deve morire.
Una morte atroce ma non proprio definitiva da lasciare possibilità al sequel.
Quindi i superstiti si abbracciano mentre arrivano le luci della polizia.
Chiaramente non si trova il corpo del maniaco.
E nemmeno della amica bionda.
Titoli di coda e musica inquietante.
mercoledì 14 ottobre 2009
Suicidio di massa
Ogni mattina ci svegliamo più o meno allo stesso orario. Patteggiamo con la sveglia prima di alzarci. Poi un piede davanti all’altro passano dal caldo tabacco del parquet alle piastrelle fredde del bagno. E acqua che si scalda e pensieri che si raggruppano in grappoli di uva grigia piombo. Ci ignoriamo concentrati in una attenta valutazione sulla lunghezza della nostra barba.
Diciamo rispettivamente: “oggi no” e “chissenefrega”.
Siamo più o meno come voi. Solo in pelli e vestiti diversi. Sistemati in loculi di dimensioni e province diverse.
L’aliquota irpef per il nostro stipendio è del 23%. Per esprimere in termini percentuali l’impatto dell’affitto sulle nostre vite. Peraltro in nero.
Anche noi come voi abbiamo un compito definito in obiettivi di breve termine inseriti in un elenco chiaro e sintetico, in una parola: efficiente.
- Chiudere la porta;
- Fare le scale ricordando di aver chiuso la porta quel tanto che basta da calcificarlo in testa per altri 5 minuti;
- Usare solo le parole “salve e buongiorno” evitando il “come va?”;
- Uscire alla sferzante aria tragica del mattino. A questo punto l’immagine che vediamo è una pubblicità di un supermercato di elettronica.
Ci domandiamo cosa campeggiava ieri al posto di questo folgorante manifesto rosso e ci convinciamo che le affissioni si cambiano al martedì. Con una frequenza concepibile solo traducendo complesse formule di uffici marketing con tazzine per il caffè in ceramica.
Quando arriviamo alla fermata dell’autobus la sigaretta è ormai bruciata a metà e l’autobus puntuale. Lasciamo perdere il suicidio da cancro ai polmoni optando per una soluzione più immediata. Quindi come tutti i giorni saliamo sull’autobus.
Mio padre diceva che il problema di noi giovani è che vogliamo tutto e subito.
Non me la sento di dargli torto.
Diciamo rispettivamente: “oggi no” e “chissenefrega”.
Siamo più o meno come voi. Solo in pelli e vestiti diversi. Sistemati in loculi di dimensioni e province diverse.
L’aliquota irpef per il nostro stipendio è del 23%. Per esprimere in termini percentuali l’impatto dell’affitto sulle nostre vite. Peraltro in nero.
Anche noi come voi abbiamo un compito definito in obiettivi di breve termine inseriti in un elenco chiaro e sintetico, in una parola: efficiente.
- Chiudere la porta;
- Fare le scale ricordando di aver chiuso la porta quel tanto che basta da calcificarlo in testa per altri 5 minuti;
- Usare solo le parole “salve e buongiorno” evitando il “come va?”;
- Uscire alla sferzante aria tragica del mattino. A questo punto l’immagine che vediamo è una pubblicità di un supermercato di elettronica.
Ci domandiamo cosa campeggiava ieri al posto di questo folgorante manifesto rosso e ci convinciamo che le affissioni si cambiano al martedì. Con una frequenza concepibile solo traducendo complesse formule di uffici marketing con tazzine per il caffè in ceramica.
Quando arriviamo alla fermata dell’autobus la sigaretta è ormai bruciata a metà e l’autobus puntuale. Lasciamo perdere il suicidio da cancro ai polmoni optando per una soluzione più immediata. Quindi come tutti i giorni saliamo sull’autobus.
Mio padre diceva che il problema di noi giovani è che vogliamo tutto e subito.
Non me la sento di dargli torto.
martedì 6 ottobre 2009
Racconto in cui immagino di scrivere sull’autobus per andare a lavorare
Non ho voglia della solita storia d’amore nata ed abbandonata sull’autobus dai miliardi di risvolti possibili accartocciati nell’ennesimo foglio buttato. Sarebbe pura invenzione ed inutile sforzo intellettivo. Prendo l’autobus sempre con la precauzione di infilarmi gli auricolari con la musica alta e per questo tutto quello che ho da dire risulta sempre distratto e svogliato. Perché su quell’autobus mica ho voglia di andarci in realtà rimarrei più volentieri in casa. Anche a far niente. Un cheeseburger, una birra e un film qualsiasi in televisione. Mi basterebbe avere le interruzioni pubblicitarie inserite nei momenti giusti per andare in bagno o recuperare qualcos’altro da mangiare. Vorrei che la mia vita fosse così: un divano letto con accanto un tavolino su cui appoggiare birre e trofei ed un cesso inodore possibilmente sullo stesso piano. Vorrei essere l’impiegato dell’ufficio anagrafe di un paese dove non nasce e non muore nessuno. Vorrei essere il dio del cazzeggio con una connessione ADSL. Vorrei che le cose successe non avessero impatto su di me. Che l’intenzionalità cedesse sempre all’impossibilità.
Una volta ho conosciuto una ragazza che era un po’ tutte queste cose ma organizzate con la confusione di un adolescente in preda ad una crisi ormonale. Ed ora non ho la più pallida idea di dove cazzo sia andata a finire.
Pubblicità, rimanete con noi.
Una volta ho conosciuto una ragazza che era un po’ tutte queste cose ma organizzate con la confusione di un adolescente in preda ad una crisi ormonale. Ed ora non ho la più pallida idea di dove cazzo sia andata a finire.
Pubblicità, rimanete con noi.
mercoledì 30 settembre 2009
Il soave canto dell'arpa
ATTENZIONE: questo racconto potrebbe turbare la vostra sensibilità. La parola "cazzo" compare per 13 volte.
Avevamo avuto un'altra idea geniale. Anche quella sera, dopo la quarta Harp Strong, Frenc era saltato su con: "cazzo ragazzi". Sì, parlava sempre al plurale anche quando eravamo solo io e lui e praticamente sempre eravamo solo io e lui. "Ci sono!" e vi assicuro che quando partiva con "ci sono!" era meglio allacciarsi le cinture di sicurezza, indossare il casco assicurandolo bene sotto il mento, stringersi forte allo sgabello del bancone e, schiarendosi la voce, tuonare: "Ludmilla ci suoni altre due arpe per favore?". Sì, le arpe ovviamente stavano a significare le medie mentre gli arpeggi avrebbero indicato le piccole ma, per ovvi motivi di convenienza e di sete, queste non sono mai state ordinate. La notte, quelle sere, era una striscia di asfalto scuro infinita, senza cartelli, indicazioni e traffico. Una lingua nera affascinante e coinvolgente, dritta e senza fine che ti spingeva a premere sempre più sull'acceleratore e sempre più a fondo. Era calda e rassicurante come l'utero materno. Poi, dopo aver tenuto a tavoletta per parecchio, quando arrivavi a tutta canna, a velocità tali che la vista rallentava sgranandosi ed i suoni si trascinavano cominciando a mischiarsi con i rumori, all'improvviso spuntava un cazzo di muro bianco, schifosamente candido ed angelico. L'asfalto veniva divorato furiosamente accorciandosi sempre più fino ad arrivare inevitabilmente a sbatterci contro la faccia. Qualche volta rischiando pure di perderci qualche dente o di farsi un occhio nero. Poi, il giorno dopo era faticoso come rinascere un'altra volta e nel giro di poche ore svezzarsi, imparare a camminare, a parlare e, insomma ci siamo intesi, no? Almeno una volta ciascuno di noi sarà nato e saprà quanto tempo ci è voluto e quanti sforzi ci è costato arrivare ad essere quello che siamo. Per qualcuno potrebbe non esserne valsa la pena ma questo è un altro discorso.
Poi Ludmilla ci ha spillato le due Harp Strong e Frenc è stato in grado di continuare: "per quale cazzo di motivo..." Già, anche "cazzo" era abbastanza frequente nelle sue dissertazioni. L'algoritmo che stava alla base della frequenza dei suoi "cazzo" era semplice. Bastava moltiplicare il numero di birre ingurgitate per il livello di infervorazione raggiunto lanciandosi in ragionamenti contorti come ulivi millenari, per il sudore secreto. Ecco fatto, infine bastava elevare il tutto al quadrato. Talvolta "cazzo" arrivava ad essere tanto frequente quanto un segno di punteggiatura. Diciamo ad esempio, quanto può esserlo una virgola in un tema.
"Per quale cazzo di motivo la maggior parte dei film che escono in queste sale del cazzo sono tratti da dei cazzo di libri mentre mai nessun cazzo di libro è mai stato tratto uno stamaledettissimo cazzo di film". Leggerlo, vi assicuro, che non rende nemmeno un quarto dell'effetto che un discorso di questa entità può avere se ascoltato in presa diretta. Vi avrebbe stregato, avrebbe potuto, alla fine, ipnotizzarvi e farvi firmare un assegno in bianco. Per rendere meglio l'idea dovete immaginare questo tizio, Frenc, alto quanto basta, magro un pò più del normale -il tutto sessantacinque chili coglioni compresi (come direbbe Hornby)-, con uno sguardo da spazzacamino ed i capelli da autista di tram mentre scampanella incazzato duro perchè qualche cazzo di automobilista ha parcheggiato l'auto sulle rotaie. Avete presente? Ochei, a tutto questo dovete aggiungere alcuni particolari: quando parla tende ad incurvare la schiena in avanti appropinquandosi sempre più a chi gli sta davanti (alcune volte talmente tanto da ritrovarsi sdraiato per terra), spesso nella concitazione del parlare lancia zampilli e meteore di saliva gesticolando come un invasato oratore nero cattolico del Bronx. Ecco questo è Frenc ma per dirla proprio tutta, Frenc non è il suo nome. Esatto, proprio come Giec non è affatto il nome del barista. O forse sì, non ricordo più bene.
Quella sera vi devo confessare che l'idea parve geniale anche a me. Provate ad immaginare di andare da Block Buster e trovarvi nello scaffale, accanto ai dvd, i libri che ne sono stati tratti. Trarre un libro da un film, ma ci pensate a Robocop tradotto in parole. O provate ad immaginare di leggere Terminator ed arrivare al punto in cui pronuncia la fatidica, memorabile, unica frase "I'll be back". Ovviamente io la lascerei in inglese, esatto, proprio come voi la state leggendo adesso. Non vi è venuta la pelle d'oca? Ribadisco, a me è sembrato geniale, quel qualcosa che ancora non c'è ma che tutti stanno aspettando. Sarete sorpresi da questa mia esternazione perchè magari avevate una certa reputazione di me ma, credetemi, rispetto a quello che spesso veniva definito geniale, questo lo era veramente. Giusto per allinearvi con quello che sto dicendo, dovete sapere che alcune genialate, termine col quale indicavamo a mente lucida, il giorno successivo, l'idea geniale del precedente, sono state:
1. invadere il Vaticano mentre il papa si trovava in tournee in Medio Oriente, ma mica tutto. Ci saremmo accontentati di un'appartamentino, un buco di un centinaio di metri quadri su piazza San Pietro. Poi ci sarebbe bastato riuscire a resistere per una ventina d'anni agli sfratti in attesa che, per la fantomatica legge dell'usucapione, diventasse nostro. Ci sembrava anche abbastanza fattibile. Non ho mai letto sull'Osservatore Romano di guardie svizzere attuare uno sfratto. Sono sempre tutte così colorate e gioiose con gli spadini luccicanti, gli elmetti brillanti e le balestre intagliate a tentare in tutti modi di entrare nel nostro appartamento. No, decisamente no. Non possiamo mettere i vigli urbani o la polizia sullo stesso piano delle guardie svizzere. Tutta un'altra cosa. Per finire, non ho mai nemmeno sentito nessuno che si è preso una multa in Vaticano perchè non aveva il casco o guidava senza cinture. Secondo me manco ce l'hanno stè guardie il blocchetto delle contravvenzioni.
Maledetti voi, non lo ammetterete mai ma so che state pensando che è un'idea geniale... ma sappiate che l'idea è nostra quindi se ci doveste provare e magari riuscire pure, ricordatevi di noi.
2. Avevamo anche pensato che fosse geniale comprare tre televisioni, costruire interi quartieri di qualche città, acquistare qualche giornale, il tutto magari anche non troppo lecitamente ma poi diventando Presidenti del Consiglio avremmo sistemato tutto. Ma, cazzo, mi han detto che già qualcun altro l'ha ritenuta un'idea geniale. Poco male.
3. Beh, che dire di quella volta che avevamo organizzato, su consiglio del Giec (il barista che non si chiama così o forse sì), di portare in teatro quelli che erano spezzati vita vissuta, reali, veri al 100%. Avremmo iniziato una nuova corrente di neoneorealismo. Anzi neoverismo. Avremmo offerto ai ben pensanti borghesi di città, alle impagliate signore ingioiellate altolocate dei circoli del bridge, ai mummificati avvocati in pensione che non hanno mai pronunciato la parola culo nemmeno per chiederlo alla moglie in una vita intera, una sicura vetrina su quella che è la vita della gente normale, dei ragazzi sboccati e sbraitanti di oggi, di due universitari che un martedì sera si ritrovano al pub e discorrono del più e del meno mischiando perle di saggezza a birre doppio malto, pillole di filosofia a bestemmie originali ed a cazzate supersoniche e chi più ne ha più ne metta. Per l'allestimento del palco avevamo già pensato a tutto: l'avremmo allestito con il bancone di legno del bar del Giec (contentissimo di prestarcelo per l'intera tournee.Lui sarebbe stao il nostro tour manager) e due sgabelli, magari un pò buio rendendolo nostalgicamente fumoso. Noi ci saremmo limitati a tracannare Harp Strong come solitamente facevamo nel nostro locale ed essere il più naturali possibili. Che ne pensate?
4. Un'altra genialata era stata quella di creare una linea di abbigliamento da esporre in un negozio... un momento, questa scusate ma non posso proprio divulgarla, ci stiamo lavorando perchè effettivamente la riteniamo ancora geniale...
Ma, scusate un secondo, per quale strano motivo vi sto raccontando tutto questo? No, perchè divagando, schiacciando un tasto quà ed uno là mi sono perso nei meandri della memoria e non ricordo più da dove ero partito ma, ancor peggio, non so più dove volevo arrivare. Mettiamola così, forse volevo solo ricordare con un pò di malinconia e condividere con voi alcuni memorabili momenti trascorsi quando davvero Tutto (con la T maiuscola) poteva diventare unico e geniale grazie al magico tocco di qualche birra.
Già, proprio così!
Avevamo avuto un'altra idea geniale. Anche quella sera, dopo la quarta Harp Strong, Frenc era saltato su con: "cazzo ragazzi". Sì, parlava sempre al plurale anche quando eravamo solo io e lui e praticamente sempre eravamo solo io e lui. "Ci sono!" e vi assicuro che quando partiva con "ci sono!" era meglio allacciarsi le cinture di sicurezza, indossare il casco assicurandolo bene sotto il mento, stringersi forte allo sgabello del bancone e, schiarendosi la voce, tuonare: "Ludmilla ci suoni altre due arpe per favore?". Sì, le arpe ovviamente stavano a significare le medie mentre gli arpeggi avrebbero indicato le piccole ma, per ovvi motivi di convenienza e di sete, queste non sono mai state ordinate. La notte, quelle sere, era una striscia di asfalto scuro infinita, senza cartelli, indicazioni e traffico. Una lingua nera affascinante e coinvolgente, dritta e senza fine che ti spingeva a premere sempre più sull'acceleratore e sempre più a fondo. Era calda e rassicurante come l'utero materno. Poi, dopo aver tenuto a tavoletta per parecchio, quando arrivavi a tutta canna, a velocità tali che la vista rallentava sgranandosi ed i suoni si trascinavano cominciando a mischiarsi con i rumori, all'improvviso spuntava un cazzo di muro bianco, schifosamente candido ed angelico. L'asfalto veniva divorato furiosamente accorciandosi sempre più fino ad arrivare inevitabilmente a sbatterci contro la faccia. Qualche volta rischiando pure di perderci qualche dente o di farsi un occhio nero. Poi, il giorno dopo era faticoso come rinascere un'altra volta e nel giro di poche ore svezzarsi, imparare a camminare, a parlare e, insomma ci siamo intesi, no? Almeno una volta ciascuno di noi sarà nato e saprà quanto tempo ci è voluto e quanti sforzi ci è costato arrivare ad essere quello che siamo. Per qualcuno potrebbe non esserne valsa la pena ma questo è un altro discorso.
Poi Ludmilla ci ha spillato le due Harp Strong e Frenc è stato in grado di continuare: "per quale cazzo di motivo..." Già, anche "cazzo" era abbastanza frequente nelle sue dissertazioni. L'algoritmo che stava alla base della frequenza dei suoi "cazzo" era semplice. Bastava moltiplicare il numero di birre ingurgitate per il livello di infervorazione raggiunto lanciandosi in ragionamenti contorti come ulivi millenari, per il sudore secreto. Ecco fatto, infine bastava elevare il tutto al quadrato. Talvolta "cazzo" arrivava ad essere tanto frequente quanto un segno di punteggiatura. Diciamo ad esempio, quanto può esserlo una virgola in un tema.
"Per quale cazzo di motivo la maggior parte dei film che escono in queste sale del cazzo sono tratti da dei cazzo di libri mentre mai nessun cazzo di libro è mai stato tratto uno stamaledettissimo cazzo di film". Leggerlo, vi assicuro, che non rende nemmeno un quarto dell'effetto che un discorso di questa entità può avere se ascoltato in presa diretta. Vi avrebbe stregato, avrebbe potuto, alla fine, ipnotizzarvi e farvi firmare un assegno in bianco. Per rendere meglio l'idea dovete immaginare questo tizio, Frenc, alto quanto basta, magro un pò più del normale -il tutto sessantacinque chili coglioni compresi (come direbbe Hornby)-, con uno sguardo da spazzacamino ed i capelli da autista di tram mentre scampanella incazzato duro perchè qualche cazzo di automobilista ha parcheggiato l'auto sulle rotaie. Avete presente? Ochei, a tutto questo dovete aggiungere alcuni particolari: quando parla tende ad incurvare la schiena in avanti appropinquandosi sempre più a chi gli sta davanti (alcune volte talmente tanto da ritrovarsi sdraiato per terra), spesso nella concitazione del parlare lancia zampilli e meteore di saliva gesticolando come un invasato oratore nero cattolico del Bronx. Ecco questo è Frenc ma per dirla proprio tutta, Frenc non è il suo nome. Esatto, proprio come Giec non è affatto il nome del barista. O forse sì, non ricordo più bene.
Quella sera vi devo confessare che l'idea parve geniale anche a me. Provate ad immaginare di andare da Block Buster e trovarvi nello scaffale, accanto ai dvd, i libri che ne sono stati tratti. Trarre un libro da un film, ma ci pensate a Robocop tradotto in parole. O provate ad immaginare di leggere Terminator ed arrivare al punto in cui pronuncia la fatidica, memorabile, unica frase "I'll be back". Ovviamente io la lascerei in inglese, esatto, proprio come voi la state leggendo adesso. Non vi è venuta la pelle d'oca? Ribadisco, a me è sembrato geniale, quel qualcosa che ancora non c'è ma che tutti stanno aspettando. Sarete sorpresi da questa mia esternazione perchè magari avevate una certa reputazione di me ma, credetemi, rispetto a quello che spesso veniva definito geniale, questo lo era veramente. Giusto per allinearvi con quello che sto dicendo, dovete sapere che alcune genialate, termine col quale indicavamo a mente lucida, il giorno successivo, l'idea geniale del precedente, sono state:
1. invadere il Vaticano mentre il papa si trovava in tournee in Medio Oriente, ma mica tutto. Ci saremmo accontentati di un'appartamentino, un buco di un centinaio di metri quadri su piazza San Pietro. Poi ci sarebbe bastato riuscire a resistere per una ventina d'anni agli sfratti in attesa che, per la fantomatica legge dell'usucapione, diventasse nostro. Ci sembrava anche abbastanza fattibile. Non ho mai letto sull'Osservatore Romano di guardie svizzere attuare uno sfratto. Sono sempre tutte così colorate e gioiose con gli spadini luccicanti, gli elmetti brillanti e le balestre intagliate a tentare in tutti modi di entrare nel nostro appartamento. No, decisamente no. Non possiamo mettere i vigli urbani o la polizia sullo stesso piano delle guardie svizzere. Tutta un'altra cosa. Per finire, non ho mai nemmeno sentito nessuno che si è preso una multa in Vaticano perchè non aveva il casco o guidava senza cinture. Secondo me manco ce l'hanno stè guardie il blocchetto delle contravvenzioni.
Maledetti voi, non lo ammetterete mai ma so che state pensando che è un'idea geniale... ma sappiate che l'idea è nostra quindi se ci doveste provare e magari riuscire pure, ricordatevi di noi.
2. Avevamo anche pensato che fosse geniale comprare tre televisioni, costruire interi quartieri di qualche città, acquistare qualche giornale, il tutto magari anche non troppo lecitamente ma poi diventando Presidenti del Consiglio avremmo sistemato tutto. Ma, cazzo, mi han detto che già qualcun altro l'ha ritenuta un'idea geniale. Poco male.
3. Beh, che dire di quella volta che avevamo organizzato, su consiglio del Giec (il barista che non si chiama così o forse sì), di portare in teatro quelli che erano spezzati vita vissuta, reali, veri al 100%. Avremmo iniziato una nuova corrente di neoneorealismo. Anzi neoverismo. Avremmo offerto ai ben pensanti borghesi di città, alle impagliate signore ingioiellate altolocate dei circoli del bridge, ai mummificati avvocati in pensione che non hanno mai pronunciato la parola culo nemmeno per chiederlo alla moglie in una vita intera, una sicura vetrina su quella che è la vita della gente normale, dei ragazzi sboccati e sbraitanti di oggi, di due universitari che un martedì sera si ritrovano al pub e discorrono del più e del meno mischiando perle di saggezza a birre doppio malto, pillole di filosofia a bestemmie originali ed a cazzate supersoniche e chi più ne ha più ne metta. Per l'allestimento del palco avevamo già pensato a tutto: l'avremmo allestito con il bancone di legno del bar del Giec (contentissimo di prestarcelo per l'intera tournee.Lui sarebbe stao il nostro tour manager) e due sgabelli, magari un pò buio rendendolo nostalgicamente fumoso. Noi ci saremmo limitati a tracannare Harp Strong come solitamente facevamo nel nostro locale ed essere il più naturali possibili. Che ne pensate?
4. Un'altra genialata era stata quella di creare una linea di abbigliamento da esporre in un negozio... un momento, questa scusate ma non posso proprio divulgarla, ci stiamo lavorando perchè effettivamente la riteniamo ancora geniale...
Ma, scusate un secondo, per quale strano motivo vi sto raccontando tutto questo? No, perchè divagando, schiacciando un tasto quà ed uno là mi sono perso nei meandri della memoria e non ricordo più da dove ero partito ma, ancor peggio, non so più dove volevo arrivare. Mettiamola così, forse volevo solo ricordare con un pò di malinconia e condividere con voi alcuni memorabili momenti trascorsi quando davvero Tutto (con la T maiuscola) poteva diventare unico e geniale grazie al magico tocco di qualche birra.
Già, proprio così!
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