Non è un racconto. Anzi: sto cucinando. Questo nel mondo reale, quello di una attualità troppo schiacciante ed interessante da sintetizzare in poche righe. Troppo evidente per declinarlo in aggettivi tutto sommati insipidi. Come la pasta che si scalda sul fuoco. Nell’acqua che bolle. Una scena da film. Ci vorrebbe solo una sigaretta accesa che si consuma dimenticata in un posacenere ricercatamente sponsorizzante qualche marca di tonno non più in commercio.
E certo anche un buon odore di vino d’annata non guasterebbe.
Sono abbastanza sicuro che Sabrina non tornerà nemmeno stasera. Ciononostante cucino per due.
C’è da dire che cucino molto bene anche se ultimamente non ho molti ospiti. La responsabilità è tale che non ho un attimo di vita libera per organizzarmi oltre gli aperitivi con i colleghi in cui parliamo di lavoro e della segretaria. Tanto per sentirci uomini. Ogni tanto mi interesso anche al calcio ma se ho ancora qualche difficoltà ad inserire il trofeo Moretti in un discorso prettamente agonistico. Competitivo. Anche per questo continuo a bere birra di importazione. Per quel che importa.
Se a qualcuno importa.
L’importante sarebbe che l’ultima settimana fosse stato un brutto sogno che implode con la radiosveglia del mattino. Ma è come se il tempo finalmente avesse ascoltato le mie preghiere di dilatazione che ripetevo il giorno prima di un esame. È come se domani mattina non mi dovessi svegliare sperando di avere ancora qualche camicia non troppo sporca e non troppo incartapecorita da offuscare la mia proiezione di successo mentre passeggio con gli occhiali da sole di ordinanza fino al mio ufficio.
Per chi se lo chiedesse faccio il consulente assicurativo.
Per chi se lo chiedesse sono iscritto regolarmente nel RUI.
Per chi se lo chiedesse le mie provvigioni sono ragionevolmente alte e frequenti e la mia auto è deducibile all’85%.
Per chi se lo chiedesse questa è la stessa giacca che portavo lunedì e che probabilmente porterò anche venerdì.
Il sabato mattina lavoro. È anche per questo che Sabrina se n’è andata. Perché un venerdì sera le ho detto che non avevo nessunissima voglia di uscire.
A chi interessasse quella sera lei è uscita lo stesso ed è tornata ragionevolmente presto al mattino. 2 ore prima che la mia radiosveglia si allertasse.
A chi interessasse quella sera Sabrina ha conosciuto qualcuno che l’ascoltava veramente. Qualcuno di più economico del suo psicologo. Probabilmente accettava probabilmente anche pagamenti in natura.
Questo a me non lo disse mai. E non lo volli sapere.
E con tutto questo non voglio dire che Sabrina valesse poco a letto.
Anche per questo ho provato a restituire il materasso sfondato all’Ikea e sarebbe andato tutto bene se non ci fossero state tutte quelle bruciature di sigarette.
La sostanza è che anche stasera mi trovo a cucinare con questa giacca addosso sperando che succeda qualcosa.
Almeno fino a che la mia radiosveglia non suona.
mercoledì 31 marzo 2010
venerdì 19 marzo 2010
Maria la tettona
Stanotte sono rientrato tardi. A notte fonda. Sbronzo quanto basta dopo un aperitivo lungo di quelli che ti fanno dimenticare alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per tenere uno stile di vita sano od un discorso in pubblico. Ho lottato valorosamente con la forza centrifuga del mio cervello e sono sceso a patti con il mio stomaco: ora tu tieni tutto dentro e mi lasci addormentare, io domattina ti rimpinzo con una bella colazione ricca di fibre. Ho cercato di leggere qualche pagina de "I segreti erotici dei grandi chef". Mi sono stupito del fatto che leggevo le parole senza assimilarne alcun significato e che a Edimburgo ci fosse, non solo il mare, ma anche un porto. Io ci sono andato in aereo e credevo fosse in collina. D'ora in avanti dirò che sono stato al mare ad Edimburgo. Poi penso di essere svenuto per un pò.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
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martedì 2 marzo 2010
Cielo
Non capita spesso di guardare in alto. Di solito succede quando si sta sdraiati o appena saliti su una macchina decappottabile. Raramente succede passeggiando. Mai per il centro. Il cielo è una cosa scontata quasi quanto le strade che portano da una località ad un’altra. Il cielo è funzionale a parlare di tramonti e di albe, di sole e di luna. Qualche volta delle nuvole. Cielo è una delle parole che sbagliavo sempre a scrivere a scuola. Il cielo per me è sempre stato corretto a penna rossa e sottolineato due volte. È diventata una parola su cui inevitabilmente mi soffermo. Prescindendo magari dal significato. Cielo spesso identifica Dio od il paradiso.
Oggi stavo passeggiando ponendomi qualche assurda domanda che c’entrava con le otto ore che avevo passato seduto dietro alla scrivania bianca e computer nero che definiscono la mia postazione di lavoro. Guardavo avanti cercando di identificare qualche persona che avrei avuto piacere di incontrare. C’era questa inattesa aria primaverile che sa di birra in lattina bevuta seduti su qualche gradino di una piazza. I miei passi erano semplicemente un modo per prolungare il limbo tra il lavoro e la vita domestica. E non importava che le scarpe mi facessero un po’ male dietro il tallone destro, andavo avanti. Non c’era chiaramente nessuno che conoscessi ma ogni faccia che incrociavo sembrava famigliare e quasi piacevole. C’era una ragazza bionda che inequivocabilmente me ne ricordava un’altra, un ragazzo allampanato che dovevo aver già visto se non qui in qualche viaggio. C’era pure uno che avrei potuto essere io. Anni fa certo. Quando avevo ancora una giacca di pelle. Forse era il brano casuale che suonava dalle cuffie ma tutto sembrava galleggiante. E non importava più nemmeno quella domanda che ostinatamente ripetevo a labbra sottili da quando avevo timbrato il cartellino col mio numero di matricola 761. Sembrava bastasse quello. Mi sorpresi a guardare in alto. Un frangente. Subito sopra ad un lampione lucido con stile retrò c’era un cielo che sceglieva i vestiti per la serata con l’indecisione di una ragazza di diciassette anni. Ed io mi sentivo semplicemente trascinato avanti come si fa quando il cane marchia un territorio che non è suo ma della ruota anteriore della vostra Volkswagen. E come tale ero un po’ indeciso tra l’essere o il diventare. Avrei potuto fare qualsiasi cosa in quel momento. E così sono tornato a casa dopo essermi inciampato su un cartello di cartone che comunicava l’assenza di: lavoro, famiglia, cibo e soldi del proprietario che sedeva poco lontano con una cappello sformato basso sugli occhi.
Oggi stavo passeggiando ponendomi qualche assurda domanda che c’entrava con le otto ore che avevo passato seduto dietro alla scrivania bianca e computer nero che definiscono la mia postazione di lavoro. Guardavo avanti cercando di identificare qualche persona che avrei avuto piacere di incontrare. C’era questa inattesa aria primaverile che sa di birra in lattina bevuta seduti su qualche gradino di una piazza. I miei passi erano semplicemente un modo per prolungare il limbo tra il lavoro e la vita domestica. E non importava che le scarpe mi facessero un po’ male dietro il tallone destro, andavo avanti. Non c’era chiaramente nessuno che conoscessi ma ogni faccia che incrociavo sembrava famigliare e quasi piacevole. C’era una ragazza bionda che inequivocabilmente me ne ricordava un’altra, un ragazzo allampanato che dovevo aver già visto se non qui in qualche viaggio. C’era pure uno che avrei potuto essere io. Anni fa certo. Quando avevo ancora una giacca di pelle. Forse era il brano casuale che suonava dalle cuffie ma tutto sembrava galleggiante. E non importava più nemmeno quella domanda che ostinatamente ripetevo a labbra sottili da quando avevo timbrato il cartellino col mio numero di matricola 761. Sembrava bastasse quello. Mi sorpresi a guardare in alto. Un frangente. Subito sopra ad un lampione lucido con stile retrò c’era un cielo che sceglieva i vestiti per la serata con l’indecisione di una ragazza di diciassette anni. Ed io mi sentivo semplicemente trascinato avanti come si fa quando il cane marchia un territorio che non è suo ma della ruota anteriore della vostra Volkswagen. E come tale ero un po’ indeciso tra l’essere o il diventare. Avrei potuto fare qualsiasi cosa in quel momento. E così sono tornato a casa dopo essermi inciampato su un cartello di cartone che comunicava l’assenza di: lavoro, famiglia, cibo e soldi del proprietario che sedeva poco lontano con una cappello sformato basso sugli occhi.
martedì 23 febbraio 2010
Il suo inatteso regalo di Natale
Il suo regalo arrivò inatteso. In fondo Natale era passato da un pezzo. Ci eravamo frequentati da novembre a gennaio con l'entusiasmo della coppia matura. Senza pulsioni. Tendenti ad una reciproca dipendenza psicologica. E poi bevevamo un sacco. Malinconici come un prodotto di sottomarca del discount che sfilava ogni giorno a destra dell'autobus per la strada da casa al lavoro.
Disse che mi avrebbe stupito. Lo fece con il suo sorridere piatto ed orizzontale, un mese prima di allora.
Era la vigilia di Natale. Io e lei lontano da tutti. Eremiti al 2 piano di quella stanza precaria e poco sofisticata. Minimalista più per possibilità che per scelta. Dai muri usati e pavimento sommesso. Dalle cicatrici nell'intonaco e le ante semiaperte del mio armadio pieno di troppe camicie da stirare. Dall'odore freddo e chiuso come dentro ad un frigorifero affamato.
Eravamo quindi uno davanti all'altra.
Guardavo le mie gambe incrociate immaginando i suoi capelli biondi, in cerca qualcosa da dire per sdrammatizzare.
Manifestavamo una troppo esplicita indifferenza per non essere studiata. Natale lo avevamo sempre celebrato. In un modo o in un altro. Comunque per l'occasione avevo anche nascosto il calendario. Ci eravamo sigillati fuori dalle stanze dei coinquilini lasciate vuote di corsa. Avevamo lasciato le luci intermittenti festeggiare ignorate fuori dalla finestra.
Poi crollò il castello di carte.
"insomma, buon Natale" dissi incerto da un pacco di pochi millimetri di spessore fatto di una busta di Ricordi pinzata alla meno peggio.
Si leggeva benissimo la scritta Sonic Youth ma lei domandò lo stesso che fosse.
"Cos'è?" disse.
I miei occhi delusi balbettarono un momento.
E un altro.
Imbarazzo.
Alla fine si decise a strappare la plastica.
I suoi denti sorrisero.
La mia spina dorsale aveva passato il materasso ed ora grattava le doghe in legno lasciando solchi di inadeguatezza. Aritmia ed asincronismo.
Vicino mi guardavano dal comodino in legno impiallaciato scarti di pollo arrosto ed un fondo di vino. Non eravamo ancora al dolce ed eccomi già all'amaro.
Lei era comunque lì e pensava probabilmente ad altro. Quasi saffica.
“Eccheppalle” pensai. Forse riferito al momento, forse riferito alla situazione. Forse per stemperare i pensieri con un lamento generico.
Mi sentii subito meglio.
Quindi passammo alla seconda bottiglia di vino parlando dei significati profondi delle derive della new wave. Io mi limitavo ad ascoltare, mandare giù, annuire.
presto ero ubriaco ma con la moderazione da primo giorno di scuola.
Lei aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi e in quel momento sembrava bellissima. E magari lo era anche in realtà. Mi sentivo vagamente fortunato. In fondo chissà quanta gente si stava suicidando in quel esatto momento.
Lei continuava a parlare tra l'accondiscendente e l'affermativo scientifico. Infarciva il tutto con parole difficili. Ogni tanto mi toccava ora il ginocchio ora la testa, proprio sopra l'orecchio destro. Mi baciava sulle labbra con poco trasporto. Poi ricominciava a parlare ed io rimbalzavo indietro nonostante il materasso duro.
Il suo regalo arrivò a febbraio. Lo andai a ritirare in posta una sabato mattina che non faceva un gran bel tempo. C’erano quelle nuvole grigie stitiche che appiattiscono un po’ tutto. E l’aria era decisamente quella ancora tirata verso gli strascichi della notte. In posta non c’era molta gente, giusto qualche anziano che non aveva chiuso occhio tutta la notte cercando di ricordare qualche faccia o nome che avevano avuto incidenza sulla sua vita. Era ancora lì che masticava cercando di togliersi qualche indizio dalla punta della lingua. Con i capelli spessi e bianchi ed un cappello di panno. C’erano i numeri che si avvicendavano ed io ancora non sapevo cosa stavo aspettando. Quando mi consegnarono la scatola mi sembrò di ricordare la sua scrittura. Ma in quel periodo mi confondevo spesso giurando di incrociarla in questo o quell’altro posto e mi ero abituato a lasciar perdere qualsiasi deduzione. Quindi uscii nel fatiscente cortile dal porticato in ferro rosso e ruggine e mi sedetti tranquillo al freddo su un blocco di cemento armato scartando il pacco con calma che aveva la dimensione più o meno di una scatola da scarpe. Dentro non ci trovai niente di speciale accompagnato da un biglietto di auguri di Natale.
Ritenni comunque necessario inviare un messaggio a Sabrina ringraziandola per quel pensiero stupendo che aveva avuto. E non mi dispiacque poi tanto non rivederla mai più.
Disse che mi avrebbe stupito. Lo fece con il suo sorridere piatto ed orizzontale, un mese prima di allora.
Era la vigilia di Natale. Io e lei lontano da tutti. Eremiti al 2 piano di quella stanza precaria e poco sofisticata. Minimalista più per possibilità che per scelta. Dai muri usati e pavimento sommesso. Dalle cicatrici nell'intonaco e le ante semiaperte del mio armadio pieno di troppe camicie da stirare. Dall'odore freddo e chiuso come dentro ad un frigorifero affamato.
Eravamo quindi uno davanti all'altra.
Guardavo le mie gambe incrociate immaginando i suoi capelli biondi, in cerca qualcosa da dire per sdrammatizzare.
Manifestavamo una troppo esplicita indifferenza per non essere studiata. Natale lo avevamo sempre celebrato. In un modo o in un altro. Comunque per l'occasione avevo anche nascosto il calendario. Ci eravamo sigillati fuori dalle stanze dei coinquilini lasciate vuote di corsa. Avevamo lasciato le luci intermittenti festeggiare ignorate fuori dalla finestra.
Poi crollò il castello di carte.
"insomma, buon Natale" dissi incerto da un pacco di pochi millimetri di spessore fatto di una busta di Ricordi pinzata alla meno peggio.
Si leggeva benissimo la scritta Sonic Youth ma lei domandò lo stesso che fosse.
"Cos'è?" disse.
I miei occhi delusi balbettarono un momento.
E un altro.
Imbarazzo.
Alla fine si decise a strappare la plastica.
I suoi denti sorrisero.
La mia spina dorsale aveva passato il materasso ed ora grattava le doghe in legno lasciando solchi di inadeguatezza. Aritmia ed asincronismo.
Vicino mi guardavano dal comodino in legno impiallaciato scarti di pollo arrosto ed un fondo di vino. Non eravamo ancora al dolce ed eccomi già all'amaro.
Lei era comunque lì e pensava probabilmente ad altro. Quasi saffica.
“Eccheppalle” pensai. Forse riferito al momento, forse riferito alla situazione. Forse per stemperare i pensieri con un lamento generico.
Mi sentii subito meglio.
Quindi passammo alla seconda bottiglia di vino parlando dei significati profondi delle derive della new wave. Io mi limitavo ad ascoltare, mandare giù, annuire.
presto ero ubriaco ma con la moderazione da primo giorno di scuola.
Lei aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi e in quel momento sembrava bellissima. E magari lo era anche in realtà. Mi sentivo vagamente fortunato. In fondo chissà quanta gente si stava suicidando in quel esatto momento.
Lei continuava a parlare tra l'accondiscendente e l'affermativo scientifico. Infarciva il tutto con parole difficili. Ogni tanto mi toccava ora il ginocchio ora la testa, proprio sopra l'orecchio destro. Mi baciava sulle labbra con poco trasporto. Poi ricominciava a parlare ed io rimbalzavo indietro nonostante il materasso duro.
Il suo regalo arrivò a febbraio. Lo andai a ritirare in posta una sabato mattina che non faceva un gran bel tempo. C’erano quelle nuvole grigie stitiche che appiattiscono un po’ tutto. E l’aria era decisamente quella ancora tirata verso gli strascichi della notte. In posta non c’era molta gente, giusto qualche anziano che non aveva chiuso occhio tutta la notte cercando di ricordare qualche faccia o nome che avevano avuto incidenza sulla sua vita. Era ancora lì che masticava cercando di togliersi qualche indizio dalla punta della lingua. Con i capelli spessi e bianchi ed un cappello di panno. C’erano i numeri che si avvicendavano ed io ancora non sapevo cosa stavo aspettando. Quando mi consegnarono la scatola mi sembrò di ricordare la sua scrittura. Ma in quel periodo mi confondevo spesso giurando di incrociarla in questo o quell’altro posto e mi ero abituato a lasciar perdere qualsiasi deduzione. Quindi uscii nel fatiscente cortile dal porticato in ferro rosso e ruggine e mi sedetti tranquillo al freddo su un blocco di cemento armato scartando il pacco con calma che aveva la dimensione più o meno di una scatola da scarpe. Dentro non ci trovai niente di speciale accompagnato da un biglietto di auguri di Natale.
Ritenni comunque necessario inviare un messaggio a Sabrina ringraziandola per quel pensiero stupendo che aveva avuto. E non mi dispiacque poi tanto non rivederla mai più.
lunedì 22 febbraio 2010
Una storia il cui protagonista maschile è interpretato di Hugh Grant
Ci sono queste due persone che se ne stanno mangiando una terza. Sono alla fermata dell’autobus e la pioggia scende a singhiozzi quasi a domandarsi se era previsto dal meteo. Lei ha un tallieur grigio e lui un cappotto lungo che lo copre fino ai piedi. Indossano guanti di gomma fino ai gomiti.
Lei dice che è stata veramente una giornata di merda.
A lui tutto sommato non è andata male. Stefania, la sua segretaria, oggi indossava quella gonna corta che lo mette inevitabilmente di buon umore. Questo non lo dice. Dice invece: “a me non è andata male”.
Lei chiede perché.
E passa finalmente l’autobus.
Lei sale per prima e compra i biglietti e lui la segue trascinandosi il corpo del ragazzo che stanno mangiando.
A quest’ora c’è veramente troppa gente. Tutti si guardano assassini fingendosi poi distratti. Guardano fuori. La strada riflette il cielo ma potrebbe essere benissimo il contrario. Ci sarebbe solo da invertire il verso della pioggia. Ma tutto questo non c’entra nulla. Importa che lui pensa di chiederle di sposarlo prima o poi. Passa la fermata di Santa Viola ed è fermo nella convinzione che lei è la ragazza ideale per lui. Oddio magari non per tutta la vita, perlomeno per un po’ però. C’è solo la questione della segretaria. La segretaria che si deve assolutamente scopare. Per una questione di clichè, mica per altro. E poi certo, ci sono anche quei 50 euro che ha scommesso sull’onda di una sbronza spaventosa un paio di settimane fa dopo il lavoro. Quando Tommy gli aveva chiesto chi fosse quella ragazza che aveva salutato uscendo dall’ufficio. Ad onor del vero lo schietto Tommy aveva detto: quella è una figa colossale e se non te la scopi sei proprio un frocio. Parole sue e dunque anche tutte le responsabilità. Perché mica mi azzarderei a scrivere frocio in un mio racconto. Perché non bisogna essere politically correct però ci sono alcuni clichè da rispettare nel mondo della pseudo letteratura alternativa che schifa tutto e tutti quegli altri che fanno le cose guadagnandoci uno stipendio sicuramente consistente. Quindi lo facciamo e parafrasiamo il tutto in un incomprensibile gioco sterile di metafore che poi in fondo mica ci frega molto. Quello che importa è andare avanti con qualche idea ordinaria da interpretare come colpo di genio. Tipo non sarebbe male se lei lo guardasse con la bocca piena di intestino e gli dicesse che lo odia e che quella giornata è stata una merda perché il suo personal trainer era malato e si è dovuta consolare con un ditale appoggiata alla parete della doccia che continuava ad evaporare acqua. Ma perché rovinare un così bel momento? Sull’autobus la cosa più divertente che possa succedere in fondo è ascoltare la telefonata di qualcun altro che viene irrimediabilmente scaricato. Perché come devo aver già detto troppe volte per risultare originale tutto si risolve nella solita storia d’amore. In questo caso poi ci sono anche questi due che si mangiano un terzo. Ma si amano da impazzire e finisce che si sposeranno ed il nostro amico Carl si farà anche la segretaria. Sarà interpretato certamente da Hugh Grant.
Lei dice che è stata veramente una giornata di merda.
A lui tutto sommato non è andata male. Stefania, la sua segretaria, oggi indossava quella gonna corta che lo mette inevitabilmente di buon umore. Questo non lo dice. Dice invece: “a me non è andata male”.
Lei chiede perché.
E passa finalmente l’autobus.
Lei sale per prima e compra i biglietti e lui la segue trascinandosi il corpo del ragazzo che stanno mangiando.
A quest’ora c’è veramente troppa gente. Tutti si guardano assassini fingendosi poi distratti. Guardano fuori. La strada riflette il cielo ma potrebbe essere benissimo il contrario. Ci sarebbe solo da invertire il verso della pioggia. Ma tutto questo non c’entra nulla. Importa che lui pensa di chiederle di sposarlo prima o poi. Passa la fermata di Santa Viola ed è fermo nella convinzione che lei è la ragazza ideale per lui. Oddio magari non per tutta la vita, perlomeno per un po’ però. C’è solo la questione della segretaria. La segretaria che si deve assolutamente scopare. Per una questione di clichè, mica per altro. E poi certo, ci sono anche quei 50 euro che ha scommesso sull’onda di una sbronza spaventosa un paio di settimane fa dopo il lavoro. Quando Tommy gli aveva chiesto chi fosse quella ragazza che aveva salutato uscendo dall’ufficio. Ad onor del vero lo schietto Tommy aveva detto: quella è una figa colossale e se non te la scopi sei proprio un frocio. Parole sue e dunque anche tutte le responsabilità. Perché mica mi azzarderei a scrivere frocio in un mio racconto. Perché non bisogna essere politically correct però ci sono alcuni clichè da rispettare nel mondo della pseudo letteratura alternativa che schifa tutto e tutti quegli altri che fanno le cose guadagnandoci uno stipendio sicuramente consistente. Quindi lo facciamo e parafrasiamo il tutto in un incomprensibile gioco sterile di metafore che poi in fondo mica ci frega molto. Quello che importa è andare avanti con qualche idea ordinaria da interpretare come colpo di genio. Tipo non sarebbe male se lei lo guardasse con la bocca piena di intestino e gli dicesse che lo odia e che quella giornata è stata una merda perché il suo personal trainer era malato e si è dovuta consolare con un ditale appoggiata alla parete della doccia che continuava ad evaporare acqua. Ma perché rovinare un così bel momento? Sull’autobus la cosa più divertente che possa succedere in fondo è ascoltare la telefonata di qualcun altro che viene irrimediabilmente scaricato. Perché come devo aver già detto troppe volte per risultare originale tutto si risolve nella solita storia d’amore. In questo caso poi ci sono anche questi due che si mangiano un terzo. Ma si amano da impazzire e finisce che si sposeranno ed il nostro amico Carl si farà anche la segretaria. Sarà interpretato certamente da Hugh Grant.
giovedì 4 febbraio 2010
Appena dopo i giorni della merla
Lui e lei si fissano intensamente per qualche secondo negli occhi.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
Sono in un vicolo buio appena fuori dalla prima cintura di viali.
Hanno bevuto un paio di drink chiacchierando del più e del meno in un locale lì vicino.
Tra di loro si è creata una situazione di intesa, hanno riso e discusso e lei propone di fare due passi.
Sono soli. Sono le undici di sera, e sopra le loro teste un lampione fioco li inonda di calda luce.
Un cantiere enorme spunta in lontananza sopra i tetti dai palazzi. Luci bianche e rosse addobbano gru ed impalcature. E' affascinante, quasi da fantascienza ma loro non se ne accorgono nemmeno. Si limitano ad avvertire il rumore di qualche automobile in accelerazione chissà dove. L'unica presenza della città nella città. Nessun passante con il cane al guinzaglio e nessun gatto randagio che curiosa nei cassonetti. Qualche pozzanghera ghiacciata riflette bidimensionalmente uno scorcio di tetti, una finestra illuminata e il cielo.
La scena sprizza passione come un maiale appena norcinato sprizzerebbe sangue.
Lui e lei intersecano le rispettive lingue annodandole e districandole proprio come farebbero due anguille appena pescate in una cesta.
Sono soli su quel nastro sconnesso di asfalto circondati da scalcinati palazzotti a tre piani, immobili e avvinghiati come un'edera su un palo della luce.
Lui si accorge che lei ha la punta del naso fredda. Gelida. Effettivamente anche la serata è fredda. E' inizio febbraio. E' normale.
E ancora passione che viene lanciata tutt'intorno come coriandoli al passaggio dei carri a carnevale.
L'unica cosa alla quale non stanno pensando è che all'improvviso, alle loro spalle potrebbe spuntare qualcuno con cattive intenzioni. Già, qualcuno che non ha niente da perdere, con la sciarpa che gli copre il volto, le spalle larghe avvolte in un giubbotto di pelle scura, la voce decisa e minacciosa e un coltello di almeno venti centimetri ben serrato nel pugno destro. Potrebbe avvicinarsi ai due senza farsi notare e arrivargli a pochi centimetri. Poi, mentre i due continuano nel loro scambio di effusioni ed enzimi, potrebbe alzare la lama all'altezza del collo e posarla in corrispondenza della carotide pulsante di lei. Dunque sgozzarla come un capretto sacrificale in una tragedia greca.
Invece non succede nulla; niente di tutto ciò.
Dopo un paio di minuti di sfregamenti papillari ciascuno si riappropria della rispettiva lingua e lentamente si scostano l'uno dall'altra. Poi riaprono dolcemente gli occhi come se si fossero appena risvegliati dal miglior sogno e, stampandosi un sorrisetto agrodolce sulla faccia, sembrano concordare sul fatto che tutto è finito troppo presto. Un vero peccato.
Lei gli prende le mani tra le sue come i bambini in procinto di fare un girotondo e, facendo qualche passo all'indietro, lo trascina verso la fermata della metro dove lo saluterà con un ultimo bacio.
La tenda leggera di una finestra illuminata al terzo piano di un palazzo che si affaccia sulla strada, si scosta. La luce si spegne uccidendo l'ultima presenza di vita sulla facciata. L'uomo che ha assistito a tutta la scena beve un bicchiere d'acqua del rubinetto prima di sdraiarsi a letto alla ricerca del proprio sogno.
lunedì 1 febbraio 2010
Io, i popcorn ed un film splatter giapponese
Questo week end sono andato a vedere un film splatter giapponese e ci tenevo a dirlo. Per lo meno la spesa per l’ingresso non è stata del tutto inutile. Detto questo potrei anche proseguire con un ammiccante racconto scritto al passato ed in prima persona. Ma sarebbe troppo semplice e ripetitivo. E scontato come i popcorn a prezzi esorbitanti nei cinema. Quindi ecco un bel pessimo inizio avviluppato su se stesso con pochi personaggi. Io, i popcorn ed un film splatter giapponese. Parliamone allora.
Perché parlare aiuta a riflettere, più dello specchio perché è noi stessi che vogliamo ascoltare e le apparenze lasciamole fuori dalla porta. Come dice l’analista dell’amico di un mio amico che casualmente ha il mio stesso codice fiscale.
Ecco allora che questo mio amico esce dalla seduta con il dottor Freud con una lista di cose da fare durante la settimana e qualche euro in meno.
“Ma d’altra parte se non li spendi per te i soldi per chi li spendi. Ora che non c’hai nemmeno la morosa.”
Prosegue riflettendo sugli ultimi risvolti, quella rivisitazione del passato che non era niente male. Quelle domeniche passate a fare il bagno nella vasca prima del catechismo. Con la sveglia anche in quei giorni ad un orario improponibile. Normale quando tuo padre fa il panettiere e vuole assolutamente salutare il figliol prodigo. Che non bisogna mica perdere gli anni migliori.
Fatto sta che proprio una di quelle domeniche suo padre morì senza dare un minimo di preavviso. Ed è da qui che dobbiamo partire secondo Freud, magari anche qualche passo indietro. Ricostruire i rapporti e rivivere le sensazioni. “Ah, non hai pianto?” aveva detto interessato. Avesse avuto la barba se la sarebbe grattata ed invece aveva fatto scattare la punta della penna che teneva in mano. La verità è che probabilmente pensava a quella strafiga di segretaria che si era trovato e che sodomizzava regolarmente tra un rinnovo di contratto e l’altro. I vantaggi del lavoro interinale. L’amico del mio amico aveva proseguito. Aveva detto che proprio non gli era venuto da piangere quando dopo la messa sua madre sconvolta l’aveva portato di corsa all’ospedale invece che a mangiare le tagliatelle al ragù della nonna. “è successa una cosa brutta” aveva detto. E lui subito aveva capito che non si mangiavano le tagliatelle. Ecco per lui la morte del padre era stata un pasto saltato, non ricordava altro.
Ecco quindi che dopo aver buttato giù queste righe mi rendo conto che tutto sommato col film splatter giapponese ed i popcorn non mi è poi andata male.
Epilogo:
Ed il mio amico inizia a piangere quando al ristorante quella sera gli comunicano che non servono tagliatelle al ragù.
“che razza di posto è questo?” dice tra i singhiozzi.
“un ristorante giapponese” risponde il cameriere prima di sgozzarlo come un maiale e continuare ad uccidere per la prossima ora e mezza senza intervallo.
Perché parlare aiuta a riflettere, più dello specchio perché è noi stessi che vogliamo ascoltare e le apparenze lasciamole fuori dalla porta. Come dice l’analista dell’amico di un mio amico che casualmente ha il mio stesso codice fiscale.
Ecco allora che questo mio amico esce dalla seduta con il dottor Freud con una lista di cose da fare durante la settimana e qualche euro in meno.
“Ma d’altra parte se non li spendi per te i soldi per chi li spendi. Ora che non c’hai nemmeno la morosa.”
Prosegue riflettendo sugli ultimi risvolti, quella rivisitazione del passato che non era niente male. Quelle domeniche passate a fare il bagno nella vasca prima del catechismo. Con la sveglia anche in quei giorni ad un orario improponibile. Normale quando tuo padre fa il panettiere e vuole assolutamente salutare il figliol prodigo. Che non bisogna mica perdere gli anni migliori.
Fatto sta che proprio una di quelle domeniche suo padre morì senza dare un minimo di preavviso. Ed è da qui che dobbiamo partire secondo Freud, magari anche qualche passo indietro. Ricostruire i rapporti e rivivere le sensazioni. “Ah, non hai pianto?” aveva detto interessato. Avesse avuto la barba se la sarebbe grattata ed invece aveva fatto scattare la punta della penna che teneva in mano. La verità è che probabilmente pensava a quella strafiga di segretaria che si era trovato e che sodomizzava regolarmente tra un rinnovo di contratto e l’altro. I vantaggi del lavoro interinale. L’amico del mio amico aveva proseguito. Aveva detto che proprio non gli era venuto da piangere quando dopo la messa sua madre sconvolta l’aveva portato di corsa all’ospedale invece che a mangiare le tagliatelle al ragù della nonna. “è successa una cosa brutta” aveva detto. E lui subito aveva capito che non si mangiavano le tagliatelle. Ecco per lui la morte del padre era stata un pasto saltato, non ricordava altro.
Ecco quindi che dopo aver buttato giù queste righe mi rendo conto che tutto sommato col film splatter giapponese ed i popcorn non mi è poi andata male.
Epilogo:
Ed il mio amico inizia a piangere quando al ristorante quella sera gli comunicano che non servono tagliatelle al ragù.
“che razza di posto è questo?” dice tra i singhiozzi.
“un ristorante giapponese” risponde il cameriere prima di sgozzarlo come un maiale e continuare ad uccidere per la prossima ora e mezza senza intervallo.
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