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martedì 14 dicembre 2010

Una triste storia... Berlusconi è niente al confronto

Solleticarmi con le dita le narici e frugarci dentro con selvaggia energia è sempre stato un piacere per me. Non solo in tenera età. Certo, con il tempo, quello che era iniziato come un innoquo passatempo si era trasformato in una vera e propria manìa. Anzi, ossessione è la parola corretta. Una strana forza magnetica attraeva le dita allle narici come la musica ipnotica di un flautista indiano richiama la testa del Cobra. Poi il naso ha cominciato a crescermi e le dita a farsi troppo esili e corte per raggiungere il piacere che provavo una volta ficcandomele tutte ben dentro. Così mi sono ritrovato un giorno, senza quasi rendermene conto, con un tratto pen rosso nel naso. Quale delizia riscoprire quella piacevole sensazione di un tempo... E in men che non si dica i tratto pen sono diventati prima due e, dopo poco, addirittura tre. Per narice, s'intende!
Farmi vedere in pubblico, intendo a frugarmi nelle narici come una ragazza fruga nella borsa in cerca delle chiavi del motorino, non mi metteva assolutamente a disagio. Era naturale. Lo facevo con estrema disinvoltura. Sul tram, in metro, in coda alle Poste, alle casse della Lidl, ovunque. O-V-U-N-Q-U-E. Anche al lavoro spesso non resistivo al desiderio di frugarmi le narici con le matite e le penne colorate che trovavo sulla scrivania e, pianin pianino, mi scivolavano inevitabilmente su per le narici.
Ho iniziato il mio percorso per smettere di mettermi le dita nel naso quando un giorno, per puro caso, il mio capo è entrato di soprassalto nel mio ufficio e mi ha beccato con tre tratto pen nella narice sinistra e due in quella destra, con la faccia estasiata. E si è incazzato. Si è incazzato maledettamente, al punto da intimarmi con voce perentoria che mai penso fosse uscita dalla sua bocca prima di quel momento: "sei licenziato. Non ti pago per cospargere di muco e caccole le penne dell'ufficio". Ho cercato di spiegargli mentre mi sfilavo uno a uno i tratto pen che non era quello il mio intento: farmi pagare per infilarmi le dita nel naso. Ho provato in ogni modo a togliergli quel triste pensiero di me, ovvero che fossi uno scansafatiche amante del fisting nasale. Ma non c'è stato niente da fare anche perchè forse, effettivamente, io lo ero un maledetto amante del fisting nasale! Ma d'un tratto qualcosa è cambiato. In un attimo una lama di luce ha tagliato orizzontalmente i miei pensieri. Un brivido mi ha percorso la schiena proprio mentre ero davanti al mio capo. Avevo preso per la prima volta consapevolezza della mia manìa. Della mia ossessione. Allora non ho trovato alternativa. Da sotto la scrivania ho istintivamente preso le forbici dal cassetto e, mentre lui mi fissava con gli occhi pervasi dalla delusione, mi sono tagliato tutte e dieci le dita delle mani. Gliele ho mostrate ancora grondanti di sangue dicendogli: "vede, mi deve credere, le dita non mi servono più. Ho deciso di smettere... non mi infilerò più niente nel naso, a partire dalle dita... che non ho più".
Ma niente. Irremovibile. La sua convinzione era più forte di qualsiasi mio tentativo di spiegazione. Cemento armato. Le mie parole svanivano sulla membrana fonoassorbente che foderava i suoi timpani con la stessa velocità con la quale i poveri moscerini si spiaccicano sul parabrezza di una macchina sportiva giapponese lanciata a tutta velocità su Viale Tibaldi alle tre e mezzo di una notte afosa d'estate. Infatti, dopo tre minuti mi si è presentato con una lettera di licenziamento da firmare. Non sapevo come farlo non avendo più un solo dito disponibile. Così mi sono preso una penna tra i denti e ho scarabocchiato in qualche modo la mia lettera di licenziamento con l'amaro in bocca. Forse anche quella penna prima era stata speleologa nelle mie narici e il sapore che ora avvertivo sulla lingua ne era solo una triste conferma.
Mi hanno passato una pensione di invalidità e la promessa di un lavoro in quanto categoria protetta. Prospettiva più rosea di quanto potessi immaginarmi. Dopotutto ho scoperto che le mani sono un pò sopravvalutate. Non sono poi così indispensabili nella vita. Quella voglia però non mi aveva ancora abbandonato del tutto.
Per il lavoro non c'era problema, sarebbe arrivato sicuramente ma se mi volevo trovare una ragazza non potevo certo continuare ad avvertire quell'istinto di autosoddisfazione nasale. Ormai avevo trent'anni. Mi sembrava giunto il momento di impormi con ferrea volontà sui miei istinti per non correre il rischio di passare per un malato di mente con il risultato che nessuna mi avrebbe filato nemmeno di striscio. E mia mamma avrebbe dovuto continuare a sopportare la felicità delle sue amiche che raccontano le gioie di figli sposati. Quindi ho deciso di smettere. Definitivamente.
Ma è dovuto trascorrere ancora un mesetto da quel giorno prima che, non dico sparisse, ma almeno si alleviasse il desiderio di stimolarmi le narici. Proprio come quando si decide di smettere di fumare. Uguale: c'è l'intenzione, poi viene lo sforzo e, alle volte, alla fine si ha il risultato. Quindi ho messo qualche annuncio in internet del tipo: "ragazzo romantico cerca ragazza disponibile" o "ragazzo serio cerca ragazza disponibile".
Inspiegabilmente le ragazze rispondevano all'annuncio con una velocità sconcertante. E finchè le ragazze accettavano di venire a casa mia non c'era problema di alcun tipo. Nessuno strano desiderio mi pervadeva in loro presenza. L'unica volta che mi ritrovavo a pensare all'esplorazione nasale pur restando chiuso dentro casa era durante i rapporti sessuali. Esatto, poprio mentre le scopavo. Ma penso fosse normale data l'analogia dei due atti; dopotutto qualcosa entra da qualche parte ed il risultato è più o meno lo stesso: piacere. Quando invece m'è toccato uscire (intendo camminare in centro per andare al cinema o al ristorante) con alcune di loro, ogni volta era una sofferenza disumana resistere al desiderio di infilarmi qualcosa nel naso. La tentazione era sempre e ancora troppo forte. Non vedevo rami che si sporgevano dalle piante ma enormi e gustosissimi cotton fiock nasali. Le antenne delle automobili parcheggiate in doppia fila erano invitanti dita androidi con cui grattarmi il setto nasale dall'interno. Per non parlare dei freni delle biciclette legate ai pali... Che dolorosa costrizione resistere a questi inviti.
Così una sera dopo essere rientato a casa dopo una passeggiata con Puffetta84 (questo era il suo nickname) ho preso la decisione di eliminare il problema alla radice, o meglio, alla narice. Ho preso un cutter dalla valigia degli attrezzi acquistata all'Ikea nella giornata più difficile della mia vita e, stringendolo tra i moncherini, mi sono tagliato via il naso. Di netto. Come Van Gogh anche se lui lo ha fatto con l'orecchio.

Nel secondo pensiero di questo racconto ho scritto innoquo con la q. Ebbene, so che è scritto sbagliato. Correttamente sarebbe innocuo. Perchè l'ho fatto? Perchè è quasi Natale e volevo farvi un regalo. Già, proprio così: un regalo. Per qualche effimero minuto vi ho regalato l'illusione di essere grammaticalmente migliori di me.

mercoledì 23 giugno 2010

Stasera Carlo Magno mi fa una pippa

L'amore ci rende buoni, ottunde la nostra già di per sé ottusa mente, ovatta i nostri sottili pensieri e smussa gli spigoli della vita ai nostri miopi occhi.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.

venerdì 19 marzo 2010

Maria la tettona

Stanotte sono rientrato tardi. A notte fonda. Sbronzo quanto basta dopo un aperitivo lungo di quelli che ti fanno dimenticare alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per tenere uno stile di vita sano od un discorso in pubblico. Ho lottato valorosamente con la forza centrifuga del mio cervello e sono sceso a patti con il mio stomaco: ora tu tieni tutto dentro e mi lasci addormentare, io domattina ti rimpinzo con una bella colazione ricca di fibre. Ho cercato di leggere qualche pagina de "I segreti erotici dei grandi chef". Mi sono stupito del fatto che leggevo le parole senza assimilarne alcun significato e che a Edimburgo ci fosse, non solo il mare, ma anche un porto. Io ci sono andato in aereo e credevo fosse in collina. D'ora in avanti dirò che sono stato al mare ad Edimburgo. Poi penso di essere svenuto per un pò.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.

lunedì 22 settembre 2008

Sfogo domenicale

Tre posti di blocco affrontati come un condannato affronta tre volte la gogna e per tre volte viene graziato senza una reale motivazione.
La prima per la faccia d'angelo che porta.
La seconda per qualche motivo oscuro come la notte.
La terza per l'irrefrenabile desiderio di sorpasso di chi gli stava dietro.

Un senso di trasparente disinteresse lo avvolge e lo rende invisibile alla gente. Sparisce tra le pieghe delle coperte mentre fuori il termometro riporta dieci gradi centigradi. Temperatura sotto la media stagionale.

La notte condita da sogni torbidi come una birra di fosso, anzi di più, come cinque, sei birre di fosso. La sensazione di leggerezza dovuta alle bollicine accarezza la schiena e solletica la nausea.
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra... bum.
Poi, facce nuove, nomi, situazioni, posti e parziali soluzioni. Solo parziali. Sesso con una ragazza che non ha nome, è solo viso: un'entità di capelli corvini, pelle liscia ed occhi d'ebano, denti ed orecchi al posto giusto. La testa diviene un'autostrada ingombra di pensieri con fari accesi e nevrotici clacson urlanti. Contemporaneamente inizia a piovere. Fuori. Progetti importanti sono ad un passo dal cessare di essere progetti per diventare realtà oniriche: come la formazione del GDBU, acronimo di Gruppo Di Ballo Uichis o come la sfida tra bolidi a quattro ruote scoperte su lucidi asfalti al limite del centesimo di secondo con Go Kart noleggiati fuori stagione, quando fa freddo e c'è umido. E molti altri ancora ma forse troppo poco assurdi per essere ricordati e riportati. Vanno solo sognati.
Scintille negli occhi annunciano il giorno. Bruciori e crampi allo stomaco ricordano la sofferenza della vita ed una cena frugale. Un chiodo alla tempia ed un cerchio alla testa richiamano più un gioco estivo da spiaggia che un senso di malessere da reduce dell'esistenza: "Vuoi vivere? Allora soffri!".

Mente locale attivata. Focalizzazione dei significati. Sintonizzazione delle sinapsi sul calendario. La messa è finita, giù dal letto.

mercoledì 7 maggio 2008

La seicento gialla di Stefania ed il medico

Il posto è il solito, il Giwawa, ancora aperto.
La gente è la stessa, Marco, Giorgio, Carlo e Sergio e come sempre, nessuna donna.
Il barista non può che essere Silvano.

La scena si svolge alle quattro di mattina, ovvero, due ore dopo l’orario di chiusura obbligatoria per i locali notturni. Tutti gli avventori sono completamente ubriachi. Silvano, il barista, forse è più ubriaco dei suoi clienti. Io non ci sono. Il Giwawa è il classico posto dove nessuno ci finisce per caso. La luce è sempre soffusa, le pareti sono impregnate di fumo e, nonostante non ci si fumi più ormai da anni, l’aria sa di tabacco stantio misto saliva. I muri hanno assunto, nel corso del tempo, una tinta eterogenea di diverse sfumature di grigio. Il bancone, in legno scuro, domina un lato intero dell’unica sala che compone il Giwawa. Ci sono solo tre sgabelli “sani”, ovviamente riservati ai clienti fissi. Gli altri sette sono allentati ed un sinistro cigolìo accompagna ogni movimento; come se non bastasse,i poggia piedi sono ormai tutti definitivamente caduti. Entrando, sul lato sinistro, ci sono due tavoli da biliardo. Uno normale con il tappeto non troppo bucato o macchiato e l’altro indecente, bruciacchiato e stinto. Il primo all’italiana, il secondo con le buche. Ovviamente, sulla destra rispetto all’entrata, c’è il bagno. Uno tra i peggiori bagni della zona. Turca zozza perennemente intasata, lavello ad altezza orinatoio, invitante e per questo spesso utilizzato come tale. Tutti lo sanno e, di conseguenza, nessuno lo utilizza come lavabo. Per quello si va dietro al bancone. Lo sciacquone è guasto da sempre, ma il cartello che avverte “guasto”, Silvano, lo riscrive ogni martedì. In questo modo, per gli sprovveduti, l'inconveniente sembra appena accaduto. In compenso c’è un capiente secchio da pavimento da utilizzare per tirare l’acqua. La serratura alla porta è saltata più o meno quando lo sciacquone si è rotto.

Nella zona, quella sera, sono di pattuglia l’agente Mirko e l’agente Sabrina, due poliziotti di quartiere. Il loro compito è sostanzialmente riassumibile in due parole: fare presenza. Ovvero, far avvertire la loro presenza alla cittadinanza e rassicurarla indipendentamente dal fatto che alle quattro di mattina difficilmente qualcuno riesce ad avvertirne la presenza. L’agente Mirko, ogni volta che è di turno con l’agente Sabrina, ci prova spudoratamente. Cammina con quell’andatura inconfondibile da bulletto delle medie, fuma anche se non potrebbe, fa spaventare la collega urlando all’improviso dietro ogni angolo ed ha sempre l’aria scocciata. Ondeggia ampiamente le spalle mandando avanti un passo dietro l’altro come se stesse calciando l’aria. Si tocca spesso la pistola e fa battute stupide sulle manette ed il manganello. Ha 37 anni è scapolo e non scopa troppo di frequente anche se i suoi occhi sono azzurri. Solo se lo conoscete o lo incontrate potete spiegarvi il perchè della sua discontinua attività sessuale nonostante il colore degli occhi giochi a suo favore. L’agente Sabrina è, come si suol dire, un bel pezzo di passera anche se tutto sommato, senza divisa, probabilmente sarebbe una normale trentenne ben tenuta. Alta il giusto, con un sedere nella norma ed un seno del quale difficilmente si riesce a valutarne l’entità. Gli occhi sono castani e lo sguardo è profondo. Il cappello le dona e si destreggia molto bene in quegli abiti poco civili portando con disinvoltura la una Beretta 92F al fianco sinistro ed un nero e duro manganello al fianco destro. Le manette cromate le luccicano nella zona alta della sua natica sinistra. È molto seria e professionale. Non ama discutere e, quando ha già preso una decisione, spesso si dimostra inamovibile. Non sopporta i marpioni, quelli che sanno di avere gli occhi azzurri, gli uomini in divisa ma soprattutto odia lavorare in pattuglia con Mirko. Non lo ha mai detto a nessuno ma lo reputa, niente più e niente meno di un emerito coglione. Tra un paio di ore finisce il loro turno e per Sabrina sarà un sollievo mentre per Mirko si concretizzerà l’ennesimo rifiuto. Stanno pattugliando Via della Madonna. Per strada a quell’ora di un mercoledì non vola una mosca. Non ci sono gli spacciatori che sono soliti afforlarla il fine settimana e di conseguenza non ci sono nemmeno i tossici collassati su qualche gradino; nessun ragazzo o vecchio ubriaco fa casino. La città il mercoledì sera sembra immobile e pulita, sembra un reperto in equilibrio precario sotto teca. Tra due giorni tornerà invece ad essere quella lurida e popolata città del cinema e dalle mille sfaccettature dello stesso coccio di vetro. Nemmeno una zoccola per strada. Il camion dei rifiuti è già passato e quello del lavaggio strade ha fatto il suo lavoro. Per strada si respira addirittura profumo di deodorante da gabinetto tipico degli autogrill. Quello potente che sa di menta piperita e citronella chimica. Almeno non si sente puzza di vomito o merda. I due agenti si stanno avvicinando con passo non sincronizzato all’angolo con Via col Vento. Da dietro l’angolo si vede una luce illuminare la strada, forse un'insegna di qualche locale che, rimasta accesa nel buio della notte splende come un faro da stadio. Si sentono delle voci. L’agente Sabrina sbircia l’orologio mentre l’agente Mirko avvicina la mano destra al fianco sinistro avvertendo un freddo metallico al contatto delle sue dita. Ha un brivido. Gli agenti incrociano i loro sguardi restando in silenzio. L’agente Mirko si leva quella solita espressione da deficiente che lo accompagna sempre e ne assume una un pò meno deficiente anche se non di molto. Sabrina tende l’orecchio. L’agente Mirko slaccia il cinturino in cuoio della fondina. Uno sguardo reprentino dietro le proprie spalle rassicura l'agente Sabrina.

Al Giwawa la serata sembra non arrivare mai alla fine. Il fusto della birra è stato cambiato già tre volte dalle nove, orario in cui Silvano ha aperto la porta e sono entrati i suoi quattro avventori ormai vecchi amici. Poi più nessuno vi ha più fatto ingresso. I cinque hanno tutti il ventre talmente ricolmo di birra da lasciare il primo bottone dei pantaloni sbottonato. Hanno parlato di tutto quella sera ma sembrano non aver ancora esaurito gli argomenti. Qualcuno si sta semplicemendo ripetendo, qualcuno si è ricordato di quella vecchissima barzelletta sull’italiano, il francese e l’inglese; per fortuna tutti la ricordano e lo bloccano sul nascere. Silvano è appollaiato sullo sgabello sano alla destra del bancone, Marco è seduto sul tavolo da biliardo senza buche, Sergio è dietro al bancone, dove solitamente si trova Silvano, e sta giocherellando con un cavatappi professionale color nero e le cromature luccicanti. Carlo sta pisciando da dieci minuti e Giorgio sta pensando a cosa stia facendo Carlo da dieci minuti al cesso. Silvano sostiene che domani il tempo cambierà: gli duole il ginocchio. Sergio invece insiste nell’affermare che tra il ginocchio di Silvano ed il tempo non ci sia nessun tipo di relazione e che se qualcuno vuole sapere che tempo farà domani, non deve far altro che aspettare. “Saggio” è quello che Marco pensa di Sergio dall’alto del suo tavolo verde all'italiana. La voce dei tre è velocemente cresciuta nel corso della serata ed ora, nonostante si trovino tutti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro ed immersi in un silenzio surreale, gridano ed urlano come sordi reduci della guerra del quindici-diciotto. Silvano non sembra affatto contento per l’affermazione appena fatta dal “saggio” Sergio. Per ribadire l’attendibilità del suo ginocchio-oracolo ricorda l’aneddoto di quando, l’anno scorso, ci fu il terremoto in Molise. In quella circostanza, la sera prima Silvano avvertì un fastidio insistente al ginocchio e profetizzò qualche calamità per le prossime ore. Nemmeno quella volta qualcuno gli diede retta. Quando alla fine, il giorno dopo, Silvano ascoltò il telegiornale ed ebbe conferma del terremoto, si rallegrò a tal punto da decidere, per quella sera, di offrire da bere a tutti, amici e conoscenti, al suo bar. Invitò anche alcuni rappresentanti della protezione civile della città amici della cugina acquisita di Marco. Alla fine di quella serata ad alto contenuto alcolico, quando anche la delegazione della protezione civile era pesantemente ubriaca, Silvano fu insignito del titolo onorifico di “premonitore cataclismatico”. Sergio, invece, quella sera lo definì una semplice Cassandra. Silvano appena sentito quel nome pensò subito a qualche prostituta e, offeso, non gli rivolse più la parola per qualche giorno. Poi, senza nemmeno doversi chiarire, il loro rapporto tornò alla normalità.
Carlo torna dal cesso con una faccia pessima e solleva Giorgio dal pensiero. Tutti si voltano verso di lui e lui si sente, a ragione, improvvisamente osservato. Qualcuno rompe il ghiaccio, forse Marco, chiedendo “se si sta così bene al cesso, cosa ci facciamo noi ancora qui?”. Carlo, col viso pallido e madido di sudore sbatte le ciglia lentamente ed attonito dice, scandendo bene le parole una ad una “amici, ho appena avuto un’esperienza extracorporea”. Si crea silenzio tra i quattro intorno a lui e poi, all’unisono, scoppiano tutti in una fragrante, grassa e rumorosa risata ubriaca. Carlo sembra sul punto di svenire ma per il momento resiste. Sergio fa il giro del bancone, si ferma davanti a Carlo fissandolo serio negli occhi. Gli mima col cavatappi l’estrazione dell’anima dal petto e poi, all’improvviso, corre verso la porta del locale ridendo ed urlando a pieni polmoni “porca puttana. Eccola che corre. Ecco l’anima di Carlo che scappa da quella bara ambulante”. Sergio spalanca con una manata la porta mentre Carlo sviene e cade sul pavimento zozzo del Giwawa tirandosi appresso qualche bicchiere vuoto dal bancone. Nella caduta si aggrappa in cerca di punti fermi, prima all’attaccapanni ed in seguito allo sgabello malfermo. Niente lo sorregge e Carlo rovina a terra con tutto il resto, battendo violentemente la testa.

L’agente Mirko sente delle urla disumane accompagnate da un rumore strano, come di cocci, poi un botto sordo ed un tonfo. Non si capisce bene cosa stia urlando quella voce nella notte. L’agente Mirko afferra solo un “puttana”, un “corre via”, ed un “anima... bara”. L’agente Sabrina cerca con lo sguardo gli occhi del collega e li trova. L’agente Mirko fa un cenno col capo in direzione delle voci, voltato l’angolo. I due agenti si sono capiti e, seguendo lo schema che hanno imparato, si schiacciano contro il muro. Ora anche l’agente Sabrina ha il calcio della pistola ben saldo tra le mani. Tolgono la rispettiva sicura con un semplice “click”. L’agente Mirko sporge un occhio da dietro l’angolo. A poche decine di metri si vede un uomo che, urlando, spalanca con forza la porta di un locale ancora illuminato nonostante la tarda e desolata ora e salta fuori dimenandosi da invasato con qualcosa di scuro e luccicante tra le mani. Da dentro il locale non si odono più rumori. Quell’uomo si è lasciato dietro una scia di luce e silenzio. All’agente Mirko era già capitata una situazione simile. Era appena entrato in servizio nel corpo dell'arma quando, durante un turno di notte, incappò col suo collega in un regolamento di conti tra malavitosi. Quella volta l’agente Mirko non fece nemmeno in tempo ad impugnare la pistola d’ordinanza che quelli avevano già incominciato a sparargli contro. Lui ed il suo collega si salvarono per miracolo rifugiandosi dietro un’utilitaria gialla posteggiata in divieto di sosta davanti ad un passo carraio. Probabilmente l'abitazione di un medico che, a qualunque ora del giorno o della notte avrebbe potuto aver bisogno di uscire dal garage con l'auto per una chiamata urgente o probabilmente no. Una volta terminata la sparatoria e salvata la pelle, l'agente Mirko ebbe l’istinto di fare una contravvenzione all’auto dietro la quale si era salvato la vita. Non la fece ma di quella sera, a distanza di anni, ricorda con precisione solo la seicento gialla in divieto di sosta e pochi altri particolari. Indagando scoprì che l’auto gialla era stata acquistata, pochi giorni prima, da una certa Stefania. La seicento era di seconda mano. Sa di dovere la propria incolumità a questa certa Stefania.
L’agente Mirko srolla la testa facendo svanire quel ricordo e con incredibile decisione, mette in atto una plastica mossa da basket e, senza muovere il piede “perno”, routa col busto di centottanta gradi finendo nella classica posizione immortalata in mille film quando un poliziotto si appresta a sparare. Nelle sue orecchie ha solo un ronzio che gli impedisce di sentire tutto quello che lo circonda, ovvero, il silenzio quasi assoluto. Niente fa più rumore; tutto ronza come un maledetto moscone insinuatosi nel condotto uditivo. Con le gambe larghe, molleggiate, col busto leggermente sbilanciato in avanti, le braccia tese con le mani unite intorno al calcio freddo della pistola ha l’indice destro fermo sul grilletto. Sudore gelido gli scende dal cappello e gli cola sulle palpebre, sulle labbra e lungo il collo. Urla “fermo dove sei! Non ti muovere”. Poi mentendo, come la registrazione di un nastro preimpostato, continua con convinzione “sei corcondato, sei fottuto. Arrenditi bastardo”. Dietro di lui anche l’agente Sabrina si è lasciata coinvolgere dalla situazione e, da buona seconda guardia, si posiziona due passi dietro il collega, alla sua sinistra, impugnando rigidamente la sua pistola. Le dita avvinghiate al calcio sono bianche e gelide, non circola più una sola goccia di sangue. L’agente Sabrina non ha mai sparato un colpo fuori dal poligono di tiro. Non si è nemmeno mai immaginata come potrebbe essere farlo. La tensione le è salita dallo stomaco sino alla testa per poi invertire rapida il suo corso e ridiscendere con un gelido brivido verso le gambe. In mezzo alle gambe avverte una leggera vibrazione, un minimo bruciore ed una sensazione di caldo seguire veloce il brivido giù fino alle caviglie. Non capisce cosa stia succedendo e, come un bambino di fronte ad una nuova emozione, rimane immobile, impietrita.

Sergio, brandendo quello stupido cavatappi nero sente qualcuno urlargli qualcosa di indecifrabile dall’inizio della via. Si volta in quella direzione e si blocca come una lepre abbagliata dai fari di un bracconiere. Sgrana gli occhi, inarca le sopracciglie e gli si blocca il respiro in gola. Vorrebbe deglutire ma non riesce per il nodo che gli si è repentinamente formato. Vede due poliziotti, nota che uno è donna e sembra carina. Sergio cerca lo sguardo della donna ma i suoi occhi si incagliano sul luccichìo della canna di una pistole che, anche se di poco, precede lo sguardo dell'agente. “Cazzo mi stanno puntando delle maledette pistole, cazzo” è quello che gli esce involontariamente dalla bocca con voce malferma e roca. Sergio non comanda più il suo corpo. Tutto quello che gli passa per la testa si materializza nella realtà. Si scuote liberandosi dall’immobilità che lo ha rapito e, comprendendo l’intenzione dei due poliziotti, gli porge le braccia tese e le mani a dimostrazione della sua inoffensività. Il gesto è istintivo e veloce; si gira in direzione dei due e fa un passo verso di loro.

L’agente Mirko non riesce più a resistere a quel ronzio che gli riempie la testa e gli comprime le meningi. Vede un sipario rosso calargi sugli occhi. Tenta di resistere ma il sipario ormai lo ha privato della vista. L’agente Mirko stringe il calcio della pistola e strizza gli occhi più volte voltando il capo dalla parte. Digrigna i denti e tende tutti i nervi del suo corpo fino a che la pressione del sangue che gli pulsa violentemente sulle tempie ed ai lati del collo diventa insopportabile. L’agente Sabrina, ora, sente anche i piedi bagnati mentre una debolezza la invade, la scuote e la getta a terra come uno straccio strizzato seguendo la traiettoria di caduta di una piuma.

Dentro al Giwawa Carlo è soccorso dai due amici e da Silvano. Ha ripreso conoscenza ma si lamenta del dolore alla testa. Giorgio ha preso del ghiaccio dalla celletta frigorifera dietro al bancone. Silvano ridacchia vedendo risorgere Carlo prima di tre giorni. Tutti ridono divertiti. Il pericolo che Carlo potesse farsi veramente male era alto ma è ormai scongiurato. Marco si dirige verso la porta per dare la buona notizia a Sergio e soprattutto perchè urge “un brindisi alla morte che nemmeno stavolta si è degnata di prendersi Carlo”. Arrivato sulla soglia del Giwawa Marco vede Sergio in mezzo alla strada tendere le braccia avanti a se come un Gesù urbano ed incamminarsi lentamente verso l’inizio della via come uno zombie. Marco non fa in tempo a pensare che questa sera sono tutti matti quando avverte un botto secco, sordo e luminoso.

Marco si china d’istinto appoggiandosi alla porta e guardandosi, spaventato, intorno.

Silvano, Carlo e Giorgio si voltano di scatto verso la porta d’ingresso.

L’agente Sabrina è incoscente distesa in mezzo al suo stesso piscio.

L’agente Mirko non sente più il ronzio. Si sente leggero ed inebriato. Gli fanno male i polsi ed ha le narici invase da un odore strano, piccante. Forse gli verrà da starnutire. Non ha ancora riaperto gli occhi ma ha calde lacrime che gli rigano il viso e singhiozzi e convulsioni che non lo fanno respirare per lunghi momenti. Diventa cianotico per l’apnea.

Sergio giace riverso in mezzo alla strada in un denso lago scuro, illuminato da un lampione di luce calda e gialla. Gli brilla il cavatappi accanto.


La settimana scorsa mi ha investito un taxi e sono convalescente a letto con una gamba rotta. Non riesco a prender sonno perchè è tutta notte che invidio i miei amici. Sono certo si stiano divertendo, ubriachi fino all’osso, al Giwawa. Spero di rimettermi presto.

mercoledì 18 aprile 2007

Chi ha notizie di Carlo...

"Chi ha notizie di Carlo è pregato di comunicarcelo al più presto! Grazie per la collaborazione" per qualche mese, messaggi come questo hanno tappezzato i pali verdi della luce, i muri scrostati della città ed il bancone dei locali che era solito frequentare.

Fosforo e teste fluttuanti intrecciano nelle strade traiettorie impossibili da seguire. Mendicanti si accasciano agli angoli delle vie come piccioni unti e malati, febbricitanti e tremanti. L’indifferenza come la prima neve di dicembre copre con un velo la città.

"Auguri"
"Pronto... chi parla?"
"Tanti auguri!"
"Ah, grazie..."
"Mille di questi giorni"
"Ma... scusa, chi parla? Non riesco a riconoscerti..."
"... già... è quello che mi sono detto per la prima volta tre anni fa..."
Tuuuuu Tuuuu
"Pronto... pronto"
Nessuno risponde. Ha riagganciato.

Alle spalle ho una laurea in geologia marina, quattro lavori diversi ma ugualmente inutili ed una relazione seria finita male proprio quando credevo di iniziare una nuova vita. Sulle spalle ho poco più di un quarto di secolo che pesa e puzza come una balla di fieno umida.
Ora cammino serenamente a testa alta per Milano, calpesto grate traballanti ed insicure che mi separano di metri dal baratro con la naturalezza di un parto felino e non mi riconosco nell'immagine che le vetrine dei negozi riflettono. Da ieri ho anche una denuncia per violenza nei confronti di una ragazza. Le ho mollato uno schiaffo, succede. Dopo tutto era stata proprio lei a confidarmi che il suo ex la picchiava e che aveva sopportato per anni i suoi soprusi perchè lo amava. Poi arrivo io ed ingenuamente le credo quando mi sussurra un dolce “ti amo”. D’istinto le mollo un ceffone e questa mi denuncia subito. Al giorno d'oggi serve più coerenza.

"Pronto"
"Come va?"
"Pronto... chi parla?"
"Tutto bene?"
"Scusa, ma chi sta parlando?"
"Hai visto che sole oggi?"
"Non capisco... penso che tu abbia sbagliato numero..."
"Non riagganc..."
Tuuuu Tuuuu.
Troppo tardi, come sempre.

Hanno tolto le impalcature dalla facciata del mio palazzo. Finalmente riesco a vedere, oltre alla facciata prima di entrare, anche il piazzale al quale si affaccia la mia finestra. Al mattino entrano i primi raggi del sole ed alla sera assisto silenziosamente al lento calare delle tenebre. Solo quando c'è buio accendo la luce. Quando gli occhi si sforzano per vedere quello che mi sta intorno, allora, accendo la luce. Immediatamente avverto una sorta di dolore localizzabile alle pupille, due o tre secondi, poi passa e la stanza assume quelle tonalità artificiali di un finto tramonto caldo primaverile.

“Pronto”
“Hai sentito che botto?”
“Pronto? Come dici?”
“Stavolta è stata grande”
“Scusa chi parla?”
“Dico che mi hanno tremato persino i vetri di casa”
“Ma cosa stai dicendo? Ma con chi vuoi parlare?”
“Volevo condividere con te ques...”
Tuuuu Tuuuu
Andata. Del resto, è sempre stata così.

Fari tracciano rette rosse e bianche per quasi tutta la notte. Meteore incendiate sfrecciano veloci sotto casa mia. Il semaforo alle 24.30 comincia a lampeggiare. Sirene di ambulanze e polizia rompono quegli sporadici momenti di silenzio affermandosi prepotentemente. Gomme si consumano sull'asfalto disegnando scure semirette che spesso si accompagnano con secchi tonfi.

“Pronto”
“Va un pò meglio oggi?”
“Pronto... non ho capito... chi parla?
“Niente chiedevo come va oggi?”
“... come dici?, ma chi sei?”
“Hai visto che belli i pruni selvatici in fio...”
Tuuuu Tuuuu
La primavera chiude l’inverno ed apre le porte all’estate. I rami secchi e scuri prendono vita colorandosi. Ma probabilmente non tutti se ne rendono conto.

Pollini e granelli di polvere, controluce, piroettano e danzano leggiadri sospesi nell’aria come bolle di sapone. Macchie di rosa e di bianco mescolate ad azzurri fanno da sfondo a vite grigie ed a sferraglianti tram arancioni. Ormai è tempo di trascorrere lunghi pomeriggi distesi sull’erba guardando tra le chiome verdi degli alti alberi del parco l’azzurro del cielo terso. Le ragazze si svestono dell’inverno. Le biciclette affollano i marciapiedi e le strade. La vita esce di casa dopo il letargo.

“Pronto”
“Ciao!”
“Ancora tu!”
“Già!”
“Ma cosa vuoi dalla mia vita? È da settimane che mi assilli chiamandomi a tutte le ore del giorno! Mi hai rotto le scatole con stà storia delle tue dannate chiamate senza senso! Cominci a farmi preoccupare... se non la smetti avverto la polizia e mi faccio mettere sotto controllo il telefono... Poi insomma cosa vuoi da me?”
“Volevo solo che mi riconoscessi”
“...”
“...”
“Ma... aspetta un secondo... no, non è possibile!, non ci posso credere... ma sei Car...”
Tuuuu Tuuuu
Ancora una volta troppo tardi.

venerdì 30 marzo 2007

Rispetto

«Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale»
(E. A. Poe)


Nel palazzo di fronte al mio abita uno spacciatore.
Nessuno me lo ha mai detto, ma io lo so.
Dalla finestra della mia cucina entro in piccole parti della sua bieca vita quotidiana.

Non lavoro da due mesi. Ho perso un bell’impiego in una società di ****** ufficialmente per incompatibilità con l’ambiente di lavoro mentre in realtà per il rapporto con i colleghi. Erano troppo ossessivi e la loro vita gravitava intorno al lavoro; loro vivono per lavorare. Per otto ore al giorno avevo sempre qualcuno alle spalle che spiava quello che stavo facendo, sempre. Sono arrivati persino a controllarmi le chiamate. Non ne ho la certezza ma ne sono convinto. Infatti, un giorno, tornando prima dalla pausa pranzo, ho sorpreso il mio collega responsabile informatico vicino al mio telefono nel mio ufficio. Sono certo che stesse controllando i numeri chiamati nella mattinata. Fatto stà che appena mi ha visto alle sue spalle, ha cominciato a parlare di lavoro come fosse in linea con qualcuno. Ha finito salutando e ringraziando quel fantomatico interlocutore dopodichè si è voltato e mi ha farfugliato, fingendosi sorpreso di vedermi “oh, ciao Franco, scusa se ho usato il tuo telefono ma il mio non funziona oggi... ho avvertito il tecnico ma, sai quanto ci mettono quelli...!” e poi se ne è andato. Sono resistito tre mesi in quella situazione di “sorvegliato”, ma alla fine sono sbottato e mi sono dovuto licenziare.

Essendo in casa più di dieci ore al giorno, ho modo di vedere quello che succede intorno a casa mia. Da un mese circa ho la certezza che lo sguardo che spesso incrocio dalla finestra del palazzo di fronte appartenga ad uno spacciatore. Un lurido sporco figlio di puttana. I nostri occhi non si incrociano, si scontrano proprio, fissandosi per un breve tempo sino a che uno dei due è costretto a cedere alla forza dell’altro ed entrambe ricominciamo a fare quello che avevamo interrotto. Lui sa che io so della sua losca miserrima attività e per questo mi odia.

Fino a cinque mesi fa stavo con una ragazza, Carla. Mi ha lasciato perchè non mi fidavo più di lei. Siamo stati fidanzati per quattro anni, poi, tutto d’un tratto lei ha cominciato a controllare la mia vita. Quando mi assentavo da casa per recarmi al lavoro od anche solo per andare a fare la spesa, al mio ritorno mi accorgevo di alcuni cambiamenti, anche solo millimetrici, ma molto eloquenti. Premetto di essere una persona estremamente precisa e per questo ho sviluppato un incredibile senso della posizione e dell’ordine nello spazio. Per farvi un esempio, io saprei dire se, durante la mia assenza da casa o dal lavoro, qualcuno si sia intromesso nelle mie cose anche solo per qualche istante perchè, la disposizione degli oggetti dopo il passaggio di qualcuno è irrimediabilmente compromessa. Una matita fuori posto, un foglio spostato, il tappeto leggermente arricciato piuttosto che un cassetto del comodino non ermeticamente chiuso, sono per me tracce inconfutabili del passaggio di qualcuno. Quando, quindi, rincasavo, non potevo non notare che tra i miei effetti personali (dei quali sono estremamente geloso), qualcosa era variato. Cerco di spiegarmi meglio. A tutti sarà capitato almeno una volta di frugare, vuoi per curiosità piuttosto che per necessità, tra le cose altrui. Bene, quando mettiamo mano tra oggetti o comunque entriamo in un ambiente che non ci appartiene, utilizziamo come metro di paragone con l’ordine circostante unicamente il nostro senso dello spazio. Ovvero, se secondo noi un cassetto della scrivania è ordinato quando è chiuso sino in fondo, oppure le penne sulla scrivania sono allineate per colore piuttosto che per dimensione, quando entriamo in un ambiente nuovo e ci mettiamo mano, al momento di dover cancellare le tracce del nostro passaggio, ci premureremo di risistemare ogni oggetto seguendo i nostri personali schemi di ordine, spesso ignorando il loro stato precedente alla nostra incursione. Risultato: crediamo di aver risistemato tutto come era in precedenza mentre sicuramente qualcosa ha variato la sua posizione. Quindi avrete ben capito che quando tornavo a casa, alle volte anche un pò stanco e stressato dopo una pesante giornata di lavoro, mi trovavo dinnanzi all’inconfutabile prova dell’avvenuta ingerenza di Carla tra le mie cose personali. Io sono un ragazzo estremamente trasparente e questo non sempre mi ha facilitato la vita anche se, dal canto mio non ho nulla da rimproverarmi. Sforzandomi, le prime volte che mi sono accorto del suo controllo, credo di ricordare che fosse giugno o luglio, ho sempre fatto finta di niente con Carla ed a grandi sorsi mandavo giù quell’amaro senso di omertà che non mi apparteneva. Quando i fatti cominciarono a ripetersi più frequentemente, non sono più resistito e, con l’estrema calma che mi caratterizza, le ho chiesto spiegazioni. Come potevo immaginare, lei dapprima aveva cominciato a negare tutto fingendo di non capire di cosa stessi parlando, poi col tempo, probabilmente sentendosi smascherata, come tutte le donne, cominciò ad attribuire alla faccenda un significato sentimentale con frasi del tipo “ma perchè mai dovrei frugare tra le tue cose?” e poi “ma cos’è, non ti fidi di me... mi conosci da anni, sono la tua ragazza e nonostante questo credi che ti controlli?”, arrivando persino ad uscite del calibro di “no, ma tu sei uscito di senno, sei diverso... stai cambiando...”. Abbiamo sopravvissuto ad una situazione di mutui sospetti per qualche mese, dopodichè, un bel giorno, in seguito ad una bella litigata, al mio rientro a casa trovo appeso alla calamita del frigo solo un biglietto scritto a mano, probabilmente ancora umido per le sue ultime lacrime, che mi annuncia la sua partenza e blàblàblà... Piccola nota che perora la mia causa sta nel fatto che parecchie cosette mie personali (tra le quali un mio diario), da quel giorno sono sparite con lei.

Lui mi odia visceralmente almeno quanto io odio tutte le serpi e di conseguenza lui. Di tutto questo ho avuto la conferma qualche settimana fa, quando, scendendo per andare al lavoro, per la prima volta in sei mesi, lo ho visto entrare di persona nel portone del suo palazzo e, nel richiuderlo, voltandosi di tre quarti sono sicuro mi che mi abbia scorto salire in sella alla mia moto. Qualche giorno dopo il nostro solo sfiorato incontro, una mattina, mi sono trovato lo specchietto destro divelto e gettato sul marciapiede; un evidente segnale intimidatorio di quel bastardo, di quel cancro sociale. Lui se potesse mi ammazzerebbe.

Ultimamente soffro un pò di insonnia e la notte non riuscendo a dormire leggo oppure osservo quella parte di città che come me non dorme. Alle volte, quindi, mi accosto alla finestra per alcune ore, nel buio della notte e con la luce spenta per non farmi vedere, e scruto tutti i movimenti di quel delinquente, l’unico dell’intero palazzo che anche la notte non riposa. Lo vedo girare per casa, da una stanza all’altra, spesso a torso nudo portando in mano qualcosa che purtroppo non si distingue bene nella penombra, oppure lo scruto accendere la luce dell’atrio ed aprire la porta per fare entrare qualcuno in casa, sicuramente qualche povero disgraziato tossicodipendente che lo implorerà di dargli una dose per sopportare lo schifo di questo mondo sempre più ingombrante e zozzo. Oppure lo vedo affacciarsi alla finestra aperta e sporgersi per vedere sotto, il tutto sempre con una sigaretta appesa tra le labbra.

Come se non bastasse, da circa un mese ho dei condomini nuovi al piano superiore. Li ho incontrati solo una volta lungo le scale quando l’ascensore era stato fermato per il collaudo. A vederli, sembrano ragazzi perbene, vestiti puliti e capelli ordinati ma spesso la notte accendono lo stereo oppure fanno partire lavatrice o lavastoviglie senza curarsi dell’esigenza degli altri condomini di godersi il silenzio delle ore notturne. Inoltre, poco tempo fa, uscendo di casa ho sentito quei ragazzi parlare col custode (tipo strano anche quello) di me. Ho origliato un momento, nascosto dietro l’angolo della portineria, carpendo solo pochi frammenti di conversazione “ma il tizio del quarto piano... sempre riservato... esce poco...da quanto vive qui...”. Chiedevano informazioni al portiere sul mio conto!

Non sono nemmeno più libero di fare quello che voglio, di avere una mia sfera privata, un ritaglio di mia intimità che già la gente si insospettisce, drizza le antenne e comincia a fare domande, bisbigliare e spiare. Se non ti omologhi alla spazzatura che ti circonda, diventi tu il diverso, diventi tu il neo. Tutto si sta avviando rapidamente al declino. Non esiste più il rispetto per ninete e per nessuno. Un’etichetta ataccata alle spalle come un pesce d’aprile per tutto l’anno è l’unica cosa che si riesce a ricavare dalla società, dalla gente che ti vive accanto. Serve rispetto. Non abbiamo bisogno di inchini, copnvenevoli o di darci del lei quando ci incontriamo; questo non è rispetto. Rispetto è libertà di vivere.

Questa notte ho capito che la situazione è diventata insostenibile; ha raggiunto ormai il punto di non ritorno. Lo spacciatore ha ancora la luce accesa e dalla finestra lo vedo trafficare in cucina. In tutto il mio palazzo risuonano voci e rumori strani, porte sbattute e passi pesanti.

Sono sceso nelle decadenti tenebre delle vie rigurgitanti di drogati, prostitute, poliziotti conniventi, ladri, derelitti ed assassini. Mi sono sentito osservato da una miriade di occhi nascosti nel buio. Avevo l’impressione di essere attorniato da una strana aura che mi distingueva e mi dava risalto mentre mi aggiravo il più riservatamente possibile per le vie odoranti di piscio e sporco, di malattia e fine. Non ho faticato molto per trovare quello che stavo cercando. I soldi li avevo con me e mi è bastato chiedere ad un paio di tizi, meno loschi di certi che si aggirano per la stazione durante il giorno, per avere tutte le informazioni necessarie per trovare una pistola. Mi sono appartato in una via deserta e stretta a senso unico con uno di questi. Lo schifo che provavo per lui non mi ha concesso nemmeno di guardarlo negli occhi. Le sue parole alle mie orecchie risuonavano come filtrate dall’altoparlante di un megafono ed incredibilmente metalliche. Mi ha estratto un’automatica con la canna corta e scura con la disinvoltura di un crupier che distribuisce le carte. Mi ha chiesto per cosa mi servisse, ma credo sia una domanda di routine che per abitudine sono portati a fare senza prestare troppo interesse alla risposta, un pò come fanno i commercianti chiedendo “come va oggi signore?”. Per questo non gli ho risposto. Lui ha ottenuto quello che voleva ed io ho avuto quello che cercavo. Pistola e caricatore traboccante di piombo.

La testa mi sta scoppiando nel silenzio della città in cui nemmeno le civette cantano. Un cerchio alle tempie preme con insistenza e provo la sensazione che la mia testa abbia la stessa consistenza del corpo di un totano. Mi pulsano gli occhi al ritmo del sangue. A passi veloci mi sposto con la sicurezza di chi sa dove andare. So da dove cominciare. Sono le tre e mezza, la città sembra essersi ormai addormentata ma io, sotto la luce gialla delle lune artificiali, so che qualcuno è ancora sveglio.

venerdì 15 dicembre 2006

la pagina bianca

La pagina bianca incute sempre un certo timore.
Una volta credevo fosse il colore a renderla tale; oggi so che non è così.

Fino a pochi giorni fa ero un venditore porta a porta di prodotti per la pulizia e l’igiene della casa. Un imbonitore di casalinghe e pensionati. Presentavo col sorriso sulle labbra detergenti per ogni tipo di pavimento (dalla ceramica al legno), vetrate e superfici plastiche da cucina. Avevo un catalogo a colori, un listino prezzi pieni a cui applicare un vertiginoso sconto ed una sacca contenente alcuni campioncini gratuiti.
La società per la quale lavoravo mi forniva settimanalmente un elenco telefonico da cui, con immensa pazienza spuntavo gli innumerevoli rifiuti. Contattavo telefonicamente i clienti la mattina e fissavo un appuntamento per il pomeriggio o per i giorni a seguire con frasi del tipo “signora, quando le fa più comodo!”. Se al fatto che, certamente, quello non era un lavoro facile, aggiungiamo anche che io sono una clamorosa frana nelle relazioni interpersonali, il risultato è facile da immaginare: in tre mesi di quotidiano lavoro, sono riuscito a piazzare si e no una decina di ordini, chiaramente a parenti ed affini, finiti i quali, la situazione da tragica divenne insostenibile. Il mio stipendio era correlato alle vendite; dal prezzo di queste veniva calcolata la percentuale che mi spettava.


Da pochi giorni a questa parte non sono più venditore.

Tutto è successo abbastanza improvvisamente, nell’arco di pochi e brevi minuti.
Avevo fissato un appuntamento per le tre del pomeriggio, in una via non molto lontano dal centro. In tenuta da lavoro, abito scuro, camicia tinta unita e cravatta, sono arrivato all’appuntamento con un imperdonabile quarto d’ora di anticipo sull’orario accordato; avevo valutato male la distanza da coprire, in realtà pochi minuti di strada. La villetta che mi trovai di fronte, diversamente da quanto mi ero immaginato, era una graziosa bifamiliare sistemata sul lato di un quadrato di prato tenuto all’inglese. Le pareti esterne della casa, palesemente tinteggiate di recente, erano di un giallo caldo, quasi fiabesco se tenuto conto del cielo terso azzurro pastello. La staccionata perimetrale del giardino, per restare in tema col prato, consisteva in due semplici file di assi di legno orizzontali, laccate di bianco e sorrette da paletti verticali; uno ogni tre quattro metri. Sul fianco della casa si scorgeva il vialetto ciottolato che conduceva al vicino garage. Sembrava di essere in una verdeggiante campagna anglosassone piuttosto che nella nostra grigia periferia cittadina. Invitato da un grazioso cancellino semiaperto, in stile con la staccionata, decisi di incamminarmi verso la villetta. La distanza da coprire per giungere alla soglia della porta d’ingresso bianca non superava i trenta metri (in realtà io sarei un geometra anche se non ho mai professato. Senza modestia, devo riconoscere che in quanto a stime sono abbastanza valido). Al centro della porte troneggiava la classica testa di leone in ottone che stringe tra le fameliche fauci un anello, e, appena al di sopra, una volta in vetro colorato. Giunto a metà stada, tra il cancellino e la porta, ho deciso, per scrupolo, di controllare l’ora: mancavano, infatti, ancora dieci minuti! Arrivato ormai in prossimità, memore degli insegnamenti ricevuti durante il corso di formazione per rappresentanti: “essere puntuali, assolutamente mai in anticipo!!!”, optai per temporeggiare facendo il giro intorno alla casa. Senza volerlo, con lo sguardo mi sono messo alla ricerca di qualche particolare della casa che potesse, in un certo modo, stonare, togliendo quella patina di perfezione che la rendeva quasi irreale. Per puro caso, voltato l’angolo della villetta, la mia vista venne catturata da un relativamente piccolo casotto in legno; uno di quelli solitamente adibiti a ricovero degli attrezzi per il giardinaggio. Quelle assi di legno scuro, nella parte verso il terreno anche un pò scrostate, con qualche traccia di muschio sul tetto spiovente, era proprio quello che stavo cercando! Era come la presenza di un neo che, nello splendore generale di un viso perfetto, lo rende reale. Ero ipnotizzato, come un diabetico di fronte alla vetrina di una pasticceria o come un bambino ad un passaggio a livello mentre passa il treno. Guidato dall’istinto, mi avvicinai alla casetta ancora rapito da uno strano automatismo. Se quello fosse stato il set di un film, mentre percorrevo sovrappensiero la stradina, sarei senz’altro incappato in un rastrello incautamente abbandonato sul prato, con il risultato di trovarmi il naso spappolato.
Purtroppo, alle volte, la realtà è molto differente e sicuramente più crudele della finzione cinematografica.
A pochi metri dalla casetta, ancora immerso in una sorta di autismo, venni prepotentemente richiamato alla realtà dal ringhiare di un cane. Con la stessa sensazione che si prova quando ci si sveglia di soprassalto da un sogno, impiegai qualche secondo per contestualizzare lo spazio/tempo in cui mi trovavo. Riacquistata piena coscienza e padronanza del mio corpo, mi voltai lentamente, sempre accompagnato in sottofondo dal poco rassicurante digrignare di denti del cane. Non potevo immaginare cosa si celava dietro di me. Quello che ricordo ancora nitidamente, sono due occhi color della bile persi in un muso massiccio ricoperto di pelo corto e nero con, appena al di sotto, due serie di denti bianchi come la carta ben visibili e serrati tra loro. L’istinto, senza bisogno di realizzare con precisione quello che stava accadendo, avendomi cacciato in quella situazione, cercò di sdebitarsi salvandomi la vita. In un lampo mi ritrovai di fronte alla porta in legno scuro della casetta degli attrezzi. Non ricordo bene se sia stata la fortuna a farmi trovare la porta aperta oppure la mia spallata ad aprirla, fatto sta che mi ci infilai. Appena messo piede dentro, con la velocità che solo la paura può dare, richiusi la porta alle mie spalle sentendomi finalmente salvo. Uno strillo acuto di bambina prima mi causò un serio collasso cardiaco ed in seguito una lesione al timpano sinistro. Girate le spalle alla porta vidi, seduta su una sedia in ferro brunito da giardino, una bambina sui tredici anni, vestita con una tuta rosa ed una bambola di pezza in mano. Con le spalle ben salde alla porta per evitare alla belva di entrare, mi trovai a gesticolare come un predicatore benedicente in direzione della bambina, nel vano tentativo di interrompere quell’insopportabile lamento. La luce, nella casetta, filtrava appena dalla finestrella al centro della porta. La scena vista dalla bambina, ammetto che possa essere stata ancora peggiore di quella vissuta da me: un uomo vestito di nero con un borsone sulle spalle che irrompe, sudato avvolto in un alone di luce fioca, nella casetta. La bambina terrorizzata non solo non smise di gridare ma, al contrario, aumentò ulteriormente i decibel emessi da quella, solo all’apparenza, innocua boccuccia. Trovatomi in una situazione inaspettata, con troppe variabili da gestire in un solo momento, finii con l’agitarmi ulteriormente innescando un circolo vizioso in cui: più mi agitavo più la bambina strillava e dunque il cane abbaiava. Non riuscivo più ad interrompere questa infernale catena. Il tempo, come è ben noto, è uno dei peggiori nemici dell’uomo ed anche in quella circostanza si divertì lasciarmi in uno spazio temporale pressochè immobile. Impossibile quantificare quanto effettivamente sia durata quella assurda situazione; quello che posso affermare con certezza è che in termini di vita mi è costata assai cara. Giusto il tempo di rendermi conto che il pericolo era ormai scampato quando, quel che restava dei miei timpani percepirono, tra uno strillo ed un latrato, lo sbattere del legno della porta sullo stipite della casa. Accolsi quel rumore come l’arrivo del redentore venuto a liberarmi dalla situazione in cui ero, involontariamente incappato. Quel “clack!” sordo, rappresentò il rumore della ganascia che spezza l’anello della catena. Attesi in grazia l’avvicnarsi di quei passi come si aspetta l’amaro dopo una luculliana cena tra amici. Tirando un sospiro di sollievo, distinsi, con estrema fatica tra tutto quel frastuono, la voce di un uomo imperiosa e sempre più vicina. Non ebbi nemmeno il tempo di avvertire l’uomo, ancora fuori dalla porta della casetta, che noi, grazie al cielo, là dentro stavamo bene, quando... “boom!”, avvertii un rumore intenso e simile alla legna secca spaccata, seguito da un più fisico colpo ricevuto alle spalle. Quella spinta, data con una forza ed una rabbia disumana, mi scaraventò a due metri almeno di distanza, giusto addosso alla bambina che mi stava di fronte. Una luce celestiale entrò dalla porta fasciando la figura di un uomo mastodontico che, a passi veloci si dirigeva verso di me, brandendo nella mano destra, come fosse una scimitarra, un manico di badile in legno.
Proprio quando si allevia la tensione dopo un pericolo scampato, diveniamo vulnerabili e fragili come un vaso di cristallo in un asilo.
Il frastuono, lo stordimento della botta ricevuta e la luce celestiale e mistica negli occhi, creò, tra i miei pensieri ovattati, un vuoto anestetizzante. Alcune parole che riuscii a distinguere, e delle quali conservo ancora il ricordo nitido, suonavano pressapoco così “.... brutto figlio di puttana di un pederasta che non sei altro...”, e non contento “... ti ammazzo bastardo...” e finalmente la giusta soddisfazione “... mia figlia ha solo tredici anni...” .Non un anno in più od in meno di quelli da me stimati! Subito, con enorme gioia, mi rimbombò per la testa “Allora la distanza tra il cancelletto e la villetta è senz’altro di trenta metri, dovevi fare il geometra, altro che rappresentante!”. Nuovamente l’irrazionalità dell’istinto si impossessò del mio corpo. In un baleno, dopo aver solo udito i colpi sferratimi dal padre della bambina con il manico senza avvertirne alcun dolore fisico, mi ritrovai nel classico, terribile cul de sac. Voltando le mie invulnerabili spalle all’uomo, quasi come in segno di sfida, mi trovai di fronte alla faccia la parete in legno scuro della casetta, senza trovare altra via d’uscita che non contemplasse la morte. Il marrone scuro delle assi di legno e l’odore di terra secca mista a muffa mi rimane ancora oggi impresso nella memoria.

Il bianco della pagina, ora, non mi suscita più nessun timore.

domenica 3 dicembre 2006

dicembre

Era dicembre e la neve tardava a venire. Il fumo dai comignoli saliva dritto verso il cielo: alta pressione e niente vento. La neve avrebbe aspettato ancora. Le giornate trascorrevano uguali e monotone. Non c'era niente da fare, niente da sperare e niente da vedere. La vita appariva come un puzzle steso su un tavolo, lasciato a metà. La cornice era completa. Tutti e quattro lati uniti creavano una vaga idea del contesto ma niente di più. In alto l'azzurro del cielo, in basso colori scuri non meglio definiti ed ai lati una gradazione di tonalità che spaziavano da un estremo all'altro della tavola cromatica. Il centro era vuoto. Sul tavolo nessun tassello da inserire. Il puzzle era finito ed incompleto. La vita, in quel periodo, appariva proprio come il puzzle.
I vecchi amici erano ormai lontani come i ricordi, i luoghi cambiati ed i sogni infranti. Il tedio era l'unico ingrediente che riempiva quei giorni; nel ricordo di quelli passati e probabilmente nella prospettiva di quelli a venire. Tutto appariva pesante e faticoso, non tanto per la sua fisicità quanto per l'estrema inutilità che quel tutto lasciava trasparire. Le campane della vicina chiesa scuotevano l'animo e scandivano l'ordinato trascorrere del tempo. La cosa più terribile che possa accadere non è il peggiorare di una situazione quanto l'immobilità della stessa. In quei momenti di stallo, in cui non esiste e non si prospetta nessuna evoluzione sul piano spazio/temporale, non si riesce nemmeno a pensare a quando, in un futuro più o meno prossimo, si alzeranno gli occhi dal tavolo e si getterà uno sguardo malinconico fuori dalla finestra. Quando quel momento arriverà, nel cuore una sensazione di vuoto e di fame si spingerà sino a raggiungere la mente dove, un primo pensiero sotto forma di domanda appesantirà gli occhi: "a cosa è servito?"! Il rammarico che ne seguirà generato da un secondo pensiero sarà "perchè non ci ho mai pensato prima?"; la pesantezza agli occhi si sfogherà con lo sgorgare di una lacrima.

Mi infilo gli occhiali, mi alzo scostando la sedia e mi avvicino alla finestra.
Non nevica ancora.

mercoledì 29 novembre 2006

il ricordo della fine

Quasi sempre rimane più nitido e chiaro il ricordo della fine di qualcosa piuttosto del suo inizio.

Da qualche giorno era inverno ma le foglie resistevano sui rami, il sole scaldava ancora, niente fumo dai comignoli e le vacanze erano ancora lontane.
Lei, più o meno dall'inizio dell'inverno, era cambiata o almeno così sembrava ai miei occhi. Guai a dirle qualcosa al riguardo... la sua reazione era furibonda e sproporzionatamente violenta.

Ci eravamo conosciuti ai tempi degli inutili e ripetuti tentativi di disintossicazione da teina e caffeina. Lei, una bella ragazza sui venticinque anni tremante come una foglia al vento, io non molto diverso da come sono ora. Eravamo stati gli unici due ad essersi recati quel giorno alla presentazione del programma di prevenzione e riduzione del danno al sistema cardiocircolatorio. Avevamo letto entrambe il volantino divulgativo del programma mentre sorseggiavamo, in due punti distinti, anche se non troppo lontani, della stessa città, la rispettiva sesta e ottava tazza di caffè della giornata. Erano circa le due del pomeriggio.
Nel salone, durante la vana attesa dell'arrivo di altre persone, ci eravamo scambiati qualche parola. Non essendo arrivato più nessuno, colui che si insigniva del titolo di dottorone e ricercatore, relatore quella giornata, ci aveva avvertiti che per due sole persone non avrebbe tenuto nessuna presentazione. Dopo esserci scambiati un'occhiata di intensa e senza proferir parola ci eravamo ritrovati in un bar a bere una tazza di caffè: rispettivamente la settima e la nona della giornata; erano circa le due e mezza.
Come spesso accade, la passione e l'amore per gli stessi interessi lega più di un caco acerbo.

Da qualche giorno, i suoi atteggiamenti erano cambiati, le sue abitudini diverse ed anche i discorsi mutati. Denti stretti durante i saluti, pugni sempre serrati nelle discussioni e nessun tipo di effusione amorosa. Trascorso qualche giorno, ho deciso di affrontare di petto la situazione.
"Cara dobbiamo parlare!" le ho detto con tono imperativo.
"Si, credo proprio che dovremmo farlo!" mi ha risposto, con fare a metà strada tra lo scocciato ed il sarcastico, mentre prepava un caffè.
"In questi ultimi giorni tu sei un'altr..." un tonfo sordo e metallico, simile a quelli che si sentono in televisione durante le scazzottate, mi ha impedito di proseguire la frase. E' stata l'ultima cosa che mi ricordo di aver udito. Dopodichè, nei miei ricordi, solo buio ed una ciclopica emicrania. Lei non l'ho più rivista da quei primi giorni d'inverno.

Quasi sempre rimane più nitido e chiaro il ricordo della fine di qualcosa piuttosto del suo inizio... non sempre...

giovedì 23 novembre 2006

come un sacco

A bordo ero un peso inutile, una zavorra pesante d'impiccio all'equipaggio! Decisero così, di comune accordo, di destinarmi alle acque torbide e gelide dell'oceano, di affidarmi alle maree come un eretico alle fiamme, in una serata di foschia, di cielo pesante e senza luna, nessun riferimento polare, nessuna destinazione.Il tuffo non durò molto più a lungo del salto nel vuoto che spesso ci apre le porte al sonno, niente più di un piccolo capogiro prima dell'impatto con il mio nuovo destino.La profondità l'avvertii solamente per via della pressione dell'acqua sui miei timpani; potei quindi solo immaginarla. Il senso di disorientamento fu immediato e totale. Non esistevano per me nè più virtù nè tantomeno più punti cardinali. Prudenza a Nord, giustizia ad Est, fortezza a Sud e temperanza ad Ovest si dissolsero alla velocità della luce e svanirono come i sensi dopo un colpo dato col calcio della pistola alla nuca. Manca proprio un pelo perchè anche la vita se ne vada mentre, invece, qualcosa la trattiene, la stringe e la costringe a restare.Fui affidato alle scure, insicure acque dell'oceano con la grazia e la naturalezza con cui l'ostetrica porge l'essere neonato alle sicure braccia amorevoli della madre. Spesso l'inizio e la fine, come nell'arcobaleno completo, si confondono, si mescolano e non si distinguono mantenendo lo stesso mistero che si cela dietro la vita e la morte. Nel buio più totale non si pone più nessun problema di spazio; tutto è e rimane una questione di tempo, di durata prima che qualcosa succeda, abbia il sopravvento.Avvolto dall'acqua e dal sale del mondo sottomarino si perde la cognizione della massa e del peso; ci si alleggerisce e ci si spoglia del peso della vita terrena mantenendo solo l'illusione di avvertire quello dell'anima, della coscienza. Sospeso tra cielo ed abisso, immobile, immutabile, ogni movimento risulta un inutile e vano tentativo di sottrarsi alla volontà, al destino. Senza fiato nei polmoni si avverte sempre più la presenza dell'inesorabile avvicinarsi dell'ignoto, del non conosciuto. E' proprio allora che l'ultimo atomo di razionalità svanisce, si dissolve e ci abbandona lasciandoci in balia dell'istinto e del terrore. E' allora che comincia l'inesorabile perdita di controllo della mente sul corpo; è allora che si delinea la nascita della dualità tra anima e corpo; è allora che la mente arrocca lasciando scoperto e vulnerabile il corpo; è allora che l'anima, in estrema ratio, sacrificando il corpo non sa di immolare tutta se stessa; è allora che il buio dell'abisso lascia il posto al niente della fine.Fu proprio in quell'eterno istante, in quell'interminabile attimo in cui si avverte una lucidità superiore, celestiale, suprema, iper-razionale, che m'avvolse un fascio di luce. L'ebbrezza della fine nessuno può raccontarla, descriverla o farla provare perchè a tutti spetta, ma una sola ultima volta. Quando i miei occhi distinsero quella luce, quando le mie orecchie udirono il ronzio di quella luce, le mie mani tastarono l'inconsistenza di quella luce, il mio naso e la mia bocca gustarono il sapore di quella luce, per me fu la fine. Fu allora che mi resi conto, che presi coscienza di essere stato rifiutato dalla vita, per poi essere rigettato contemporaneamente, od in rapida successione, prima dagli abissi ed in seguito dalla morte.Non esiste solo la contraddizione e l'antagonia tra vita e morte, bensì anche quella tra morte e fine.Solo quando ci avvolge la solitudine e non si riesce a colmare l'incompletezza si assapora l'agrodolce sapore della fine.

martedì 21 novembre 2006

fuoco

... le guardie dissero "Avanti, tocca a lui! Portate qui quel figlio d'un cane!". L'impossibilità di percepire i rumori aveva creato in lui l'incapacità di relazionarsi con tutto quello in cui si trovava immerso. Gli odori erano annullati e lasciavano spazio solo alla percezione del tempo che non voleva trascorrere. Sapeva quello che avrebbe dovuto pronunciare in faccia ai suoi boia ed il modo in cui farlo. Aveva avuto tre giorni e due notti per pensare ed esercitarsi; per creare lo stato d'animo giusto per accettare quello che gli spettava nel momento in cui qualche grammo di piombo, sparato alla velocità di uno lampo, si sarebbe infrapposto tra lui e la vita.
Sapeva perchè si trovava lì e sapeva anche che era il frutto di una sorte avversa: aveva avuto la metà delle possibilità di trovarsi dietro al fucile e l'altra metà di trovarsi davanti.
Aveva puntato tutto sul rosso e la pallina si era fermata, beffarda, sul nero.
"Mettetelo spalle al muro!", tuonò una voce con rabbia.
Il suo momento era giunto. Davanti a se aveva quattro persone in divisa con lo sguardo basso e concentrato su un punto indefinibile del terreno.
"Caricare!", ruggì la voce.
"Mirare ...".
Ecco, era giunto il suo momento. Ora doveva raccogliere tutte le forze che aveva ancora in corpo per dare un significato alla sua morte.
Il suo sguardo, comprensibilmente agitato, non sapeva quale parte del plotone fissare, quale altezza da terra tenere e quale espressione assumere.
Non era un attore, non lo era mai stato e mai lo sarebbe diventato nemmeno se la sua sorte si fosse rivelata più clemente; nonostante ciò, in un attimo, si calò nella parte di un attore che, alla sua prima apparizione, davanti ad un pubblico importante ed esigente, per l'emozione, per la tensione e per la novità, sbaglia la posizione sul palcoscenico e, quando la regia glielo fa notare, il niente più assoluto si fa largo nella sua mente, nel suo cuore e nel suo sguardo.
L'unica cosa che lo riportò per qualche istante alla realtà fu una parola pronunciata con disarmante sicurezza dal tizio con la mano alzata
"Fuoco!", sembrò rimbombare nella sua tesa.
Il momento che, in ultimo, avrebbe potuto dare un senso a tutto questo nulla, era sfilato via in un baleno ricacciandolo per sempre nell'eterno rimpianto dell'inutilità della sua morte!