Il gallo sulla scatola dei cereali mi guarda allegro. Non so cosa ci azzecchi con i cereali ma se ne sta lì, sicuro come le auto della polizia che si piazzano a 30 all’ora in mezzo alla strada. Chiaramente quando ho fretta e sono in ritardo. E non è che posso provare a spiegargli che il loro stipendio lo pagano le mie tasse, e che quindi ci dessero un po’ del gas e andassero a fare il loro mestiere. Chiusa parentesi, torniamo ai miei cereali ed alla colazione dei campioni. Che io la colazione non la facevo mai però da quando mi ha lasciato Susanna mi ritrovo con tutte le sue cose da finire prima della data di scadenza. Dentro la credenza mi sembra di avere l’intera corsia del supermercato dedicata alla prima colazione con particolare assortimento per gli alimenti ricchi di fibre. Abbiamo i Grancereale, i muesli, i digestive, delle fette biscottate integrali, una marmellata di prugne bio e senza zuccheri aggiunti, miele, tè verde deteinato, tè orange pekoe (che deve aver comprato per me) e appunto i Kellogg’s col gallo sopra. Il gallo ha questa posizione impettita e col becco aperto come mi guardasse di sfuggita stupito. Quasi mi domandasse che ci faccio io davanti ad una tazza con delle oche disegnate ripiena di yogurt e cereali. Mi fa notare che lo yogurt è lo stesso della pubblicità con Alessia Marcuzzi. Quello che regolarizza la digestione, elimina il gonfiore e ti fa diventare una figa da paura. Roba che se vado a Villa Serena di sicuro limono peso. Che non sarebbe male visti gli ultimi risvolti della mia vita sentimentale. Ma non posso fare unicamente affidamento ad uno yogurt. E nemmeno ai cereali del gallo che mi sembra dire: “ma guardati”. Mi mette davanti all’evidenza che Susanna era troppo per me. Che avevo avuto un colpo di fortuna e me l’ero giocata non del tutto bene.
“Alle donne bisogna farle divertire, sempre” mi aveva detto una volta mio nonno sorridendo a pranzo. Mia nonna lo aveva guardato con complicità, alla loro età. Era una scena stupenda. Roba che dovevo prendere appunti ed invece mi ricordo solo che da mangiare c’erano le intramontabili tagliatelle ai funghi che avevamo raccolto al mattino. Tutta roba fatta in casa, come una volta. Senza conservanti. Proprio come questi cereali. Che sono gli stessi dal 1906. Praticamente eterni. E mi trovo quindi davanti al fatto compiuto che la colpa è mia se non riesco a portare avanti un qualsivoglia progetto per più di un tempo determinato diciamo di otto mesi? Un anno al massimo. Ed è la stessa cosa che mi rinfacciava Susanna con i suoi piani di lungo periodo e la sua definizione degli obiettivi intermedi. E il suo shopping programmato e la sveglia pure la domenica mattina. Che suonava ad un volume spropositato e lei mi sorrideva dicendo: “tu dormi pure”. Tu dormi pure un cazzo, dopo che i Napalm Death mi hanno fatto un concerto nell’orecchio voglio vedere il tempo in cui mi riaddormento. Insomma mi giravo nel letto e poi non potevo fare altro che andare in cucina dove lei era seduta dove sono seduto io adesso con lo yogurt di Alessia Marcuzzi.
“ah, sei sveglio” mi sorrideva meravigliata. Con quella faccia che mica potevo dircelo di andare a fare in culo. Aveva quei capelli lisci che si facevano attraversare dal sole fresco del mattino e quella posizione con un piede sulla sedia ed il ginocchio accanto al mento.
Così rispondevo “già” grattandomi la nuca.
Per lo meno evitavo di sorridere anche se, nonostante tutto avrei voluto abbracciarla, probabilmente c’entrava lo yogurt di Alessia Marcuzzi. Mi sa che è vero che la faceva diventare più figa. Peccato che comunque rimanesse una gran rompicoglioni.
Non mi manca per niente guarda.
Sono felice assieme al gallo della Kellogg’s.
domenica 21 agosto 2011
domenica 31 luglio 2011
Domenica mattina
Anche questa domenica ti sei svegliato troppo presto per esserti divertito davvero ieri sera. Riesci a ripassare le conversazioni e le situazioni nel tempo che sale il caffè nella moka sul fuoco. Fuori c’è solo l’eco di qualche auto che si ostina a bucare quella nebbiolina di caldo che comincia ad alzarsi. Lo spostamento d’aria arriva come un sussurro di un vecchio che fuma troppo. È così estate che anche su internet sembra tutto immobile come le auto in coda verso la riviera. Tutto quello che vorresti è avere in testa almeno una vaga idea di che fare. Cristo santo, hai aspettato l’estate tutto l’inverno ed ora non sai che fare. Niente, bevi il caffè e sei anche troppo annoiato per leggere un libro.
Poi suonano alla porta.
Suonano alla porta e tu non aspetti nessuno.
E poi chi sarà a quest’ora?
Ti guardi attorno. Il tavolo disordinato del ripieno delle tue tasche di ieri sera, il pavimento da pulire e una serie infinita di libri da leggere comprati in un eccesso di fiducia per lo spazio tempo. Finisci in un sorso il caffè che ti appiccica alla lingua quell’amaro persistente. Che nemmeno ti piace il caffè. E poi non fumi.
Quando ti alzi per andare alla porta hai ripassato le persone che vorresti sentire rispondere: “sono io”.
Ti illudi che Francesca non sia andata in ferie in Grecia.
Ti illudi che Stefano non abbia deciso di essere stanco di questa città partendo per Londra dopo un’ultima bevuta in quel locale quasi interrato dove il barista vi conosceva per nome. E non vi offriva mai niente.
Ti illudi che Silvia non ti odi così tanto.
Ti illudi che Stefania non conviva da 3 anni con un inconfondibile esponente del superuomo di razza ariana. Che il vuoto comunicativo di oltre 2 anni tra di voi non significhi niente ma sia semplicemente una parentesi. Come gli intermezzi nei film, i flashback o quegli spostamenti di attenzione che servono a guadagnarci in minutaggio ed in tensione dello spettatore. Quei momenti in cui sta per succedere qualcosa e ti parlano di tutt’altro. Tipo del fatto che in non so quale isola hanno trovato uno scheletro nano che dimostrerebbe una biforcazione nella linea evolutiva dell’uomo. E questo significherebbe che tutte quelle magliette con la scimmia che prima diventa uomo, poi diventa uomo davanti ad un computer, non sarebbero davvero divertenti ma una forzatura. Quasi fantascienza.
Il fatto comunque è che fosse Stefania questa domenica potrebbe trovare un senso, qualcosa da fare o meglio da rifare. Ripetere quei momenti che non hai mai considerato e che ora quasi ti sfuggono al limite della tua capacità di ricordare. Sembra tutto sfumare in quell’ultimo incontro quando vi siete salutati con un bacio sulla guancia e lei ti ha guardato cercando una conferma. Quasi a dire “è proprio così?”. E tu hai guardato in basso. Le tue scarpe sporche di incessanti passeggiate nelle zone dimenticate della città. Periferie prive di fascino che visitavate con l’entusiasmo dei turisti a Roma. Passeggiavate armati di macchina fotografica ed interesse per tutto. Hai ancora quella foto del Conad chiuso da poco in via del Triumvirato. Con le vetrine impolverate ed ancora tappezzate degli adesivi delle offerte del giorno, e la saracinesca abbassata. Ti ricordi che in quell’occasione vi eravate sorrisi come davanti all’Origine del Mondo al Musee d’Orsay. Era proprio lo stesso sorriso. Il sorriso che avresti dovuto sforzare in quell’ultimo saluto. Che ti avrebbe, se non altro, fatto ricordare meno indifferente. E in vece te ne eri andato. Ed ora sei qui che ci pensi e ad un passo dalla porta sai che è veramente lei che vorresti sentire. Che avresti finalmente qualcosa da dirle senza tanti giri di parole. Sorridi come fosse proprio Stefania ad esserti venuta a cercare questa domenica mattina. Poi ci ripensi riassemblando la tua faccia e recuperi la tazzina sporca di caffè per lavarla.
Non rispondi, a quest’ora di domenica non possono che essere i testimoni di Geova.
Stefania indugia ancora qualche minuto davanti alla porta e torna sui suoi passi che l’hanno portata così fuori strada.
Poi suonano alla porta.
Suonano alla porta e tu non aspetti nessuno.
E poi chi sarà a quest’ora?
Ti guardi attorno. Il tavolo disordinato del ripieno delle tue tasche di ieri sera, il pavimento da pulire e una serie infinita di libri da leggere comprati in un eccesso di fiducia per lo spazio tempo. Finisci in un sorso il caffè che ti appiccica alla lingua quell’amaro persistente. Che nemmeno ti piace il caffè. E poi non fumi.
Quando ti alzi per andare alla porta hai ripassato le persone che vorresti sentire rispondere: “sono io”.
Ti illudi che Francesca non sia andata in ferie in Grecia.
Ti illudi che Stefano non abbia deciso di essere stanco di questa città partendo per Londra dopo un’ultima bevuta in quel locale quasi interrato dove il barista vi conosceva per nome. E non vi offriva mai niente.
Ti illudi che Silvia non ti odi così tanto.
Ti illudi che Stefania non conviva da 3 anni con un inconfondibile esponente del superuomo di razza ariana. Che il vuoto comunicativo di oltre 2 anni tra di voi non significhi niente ma sia semplicemente una parentesi. Come gli intermezzi nei film, i flashback o quegli spostamenti di attenzione che servono a guadagnarci in minutaggio ed in tensione dello spettatore. Quei momenti in cui sta per succedere qualcosa e ti parlano di tutt’altro. Tipo del fatto che in non so quale isola hanno trovato uno scheletro nano che dimostrerebbe una biforcazione nella linea evolutiva dell’uomo. E questo significherebbe che tutte quelle magliette con la scimmia che prima diventa uomo, poi diventa uomo davanti ad un computer, non sarebbero davvero divertenti ma una forzatura. Quasi fantascienza.
Il fatto comunque è che fosse Stefania questa domenica potrebbe trovare un senso, qualcosa da fare o meglio da rifare. Ripetere quei momenti che non hai mai considerato e che ora quasi ti sfuggono al limite della tua capacità di ricordare. Sembra tutto sfumare in quell’ultimo incontro quando vi siete salutati con un bacio sulla guancia e lei ti ha guardato cercando una conferma. Quasi a dire “è proprio così?”. E tu hai guardato in basso. Le tue scarpe sporche di incessanti passeggiate nelle zone dimenticate della città. Periferie prive di fascino che visitavate con l’entusiasmo dei turisti a Roma. Passeggiavate armati di macchina fotografica ed interesse per tutto. Hai ancora quella foto del Conad chiuso da poco in via del Triumvirato. Con le vetrine impolverate ed ancora tappezzate degli adesivi delle offerte del giorno, e la saracinesca abbassata. Ti ricordi che in quell’occasione vi eravate sorrisi come davanti all’Origine del Mondo al Musee d’Orsay. Era proprio lo stesso sorriso. Il sorriso che avresti dovuto sforzare in quell’ultimo saluto. Che ti avrebbe, se non altro, fatto ricordare meno indifferente. E in vece te ne eri andato. Ed ora sei qui che ci pensi e ad un passo dalla porta sai che è veramente lei che vorresti sentire. Che avresti finalmente qualcosa da dirle senza tanti giri di parole. Sorridi come fosse proprio Stefania ad esserti venuta a cercare questa domenica mattina. Poi ci ripensi riassemblando la tua faccia e recuperi la tazzina sporca di caffè per lavarla.
Non rispondi, a quest’ora di domenica non possono che essere i testimoni di Geova.
Stefania indugia ancora qualche minuto davanti alla porta e torna sui suoi passi che l’hanno portata così fuori strada.
giovedì 21 luglio 2011
Batteria scarica
Parafrasando. C’era questo racconto cha avevo pure scritto. Mica male mi ero detto. Poi ho chiuso il portatile e tutto è andato alle ortiche. Penso sia mancata la batteria. Fatto sta che ricordo solo qualche immagine e niente di dove volevo andare a parare. Cioè, non c’era il finalone. E questo mi ha sconvolto. Mi sono concentrato per un po’. Poi mi sono reso conto che non ne valeva mica la pena. E quindi ho riavviato e su una nuova pagina ho iniziato a scrivere sta cosa. Che però non è mica come l’altra. Quella è semplicemente andata. Come quei sogni in cui ti immagini chissachè e poi ti trovi al mattino col ventilatore della Lidl che cigola e la barba da disfare. E controvoglia ti avvicendi nella giornata domandandoti che cosa mai avevi sognato.
Che cosa mai avevo scritto?
Che cosa mai avevo scritto?
martedì 28 giugno 2011
Caldo
È caldo. Quando c’è caldo ho poco altro da dire, sento la sedia appiccicarmisi alla schiena e conto i minuti cercando di prendere sonno. E cerco di ricordare quei momenti in cui il caldo coincideva con imprevedibili eventi che sapevano tanto di maturità. Era un sapore che so di conoscere, che probabilmente riconoscerei ma proprio non riesco a definire. Come l’odore della pipa che è ovvio quando lo senti ma sennò proprio non ci pensi. O forse il paragone non regge. O forse quello regge ed è il resto ad essere precario. Che è la parola del millennio, il leitmotiv dell’involuzione industriale. Ma non perdiamoci in baggianate. Pensiamo a quello che volevamo pensare. Raccontiamo una storia che ci sentivamo di dover condividere. Per trasmettere qualcosa, fosse anche solo questo dannato caldo che non mi fa prendere sonno. E questo conto alla rovescia con cifre rosse digitali verso la sveglia di domani mattina. E la camicia da stirare ed un sorriso da stendere. Buonumore ricercato anche nelle frequentazioni radiofoniche, barzellette e caffè corretto. Tutto questo mi fa sentire vecchio. Ma non ancora pronto alla pensione, purtroppo. Ancora troppo legato a qualche ricordo che pur mi spinge a buttare giù due righe, sottolineare. Parlare di una lui o di una lei solo per mettere dei paletti al passaggio qui ed ora. Quasi pisciassi contro i muri e le gomme delle macchine parcheggiate. Fischiettando la marsigliese. Con quell’aria rivoluzionaria che c’è bisogno ogni tanto. Ce n’è bisogno come dell’aria. Condizionata.
martedì 21 giugno 2011
Una finestra aperta a tarda notte
Cosa farei adesso?
Al caldo umido di questa notte, o mattina dato che non si capisce più bene se stia iniziando qualcosa o terminando qualcos'altro, solo, ascolto la circolare ritmare questa mia inutile attesa. Questo maledetto Godot che è arrivato in anticipo e non m'ha trovato ma m'ha lasciato scritto "stronzo" con due dita di grasso sulle piastrelle della cucina: lo strozzerei. O quel dannato d'un Drogo che ero convintissimo impiegato a strafarsi d'oppio presidiando il nostro avamposto quando invece l'ho trovato in macchina con un transessuale volgare, vecchio e malato sui viali a pomiciare come un sedicenne: l'avrei arso vivo. Nel frattempo io mi consumo. Come la sigaretta che ormai mi scotta le dita ma non voglio mollare perchè è l'unica cosa che mi fa sentire vivo adesso. O almeno mi da la sensazione dell'esistenza, mi fa provare l'emozione di esistere per mezzo del dolore. Adesso come adesso mi accenderei una bella canna. Anzi, come dice mio babbo: un cannone. "Cannone" è un termine talmente comico e antico, come "rèclame" certo, ma che rende meglio l'idea della mia voglia che ho adesso. Voglia che aumenta e, come poliuretano s'espandende nella mia testa, nelle mie vene, nella mia pelle, nei miei occhi da gatto abituati all'oscurità e mi fa sentire gonfio come l'omino Michelin. Ma senza felicità e candore. Solo gonfiore interiore. Mi rollerei un super cannone con una bracia da un milione di kilojoule, cristo santo. Sì, voglio rollarmi una canna talmente bestia da riuscire a farci bollire una pentola d'acqua con la sola brace. Sono in vena di Guinness ma per una volta non quella scura. La digestione lenta mi mette sonnolenza dopo i pasti fin da quando avevo 5 anni o forse 3, non ricordo. Da quando imploravo la maestra dell'asilo di farmi dormire un pò dopo la pappa e quella stronza invece, e dire che si chiamava Grazia, sì, grazia un cazzo, niente, niet. Sempre a giocare, sempre costretto al divertimento coatto. E' tutta colpa sua se adesso non mi piace giocare. Se nella mia adolescenza ho sempre odiato giocare a qualsiasi cosa e con chiunque. Adesso non gioco a tennis nè a dungeons and dragon. Odio la Guinness dopo i pasti perchè mi ammazza la giornata. Odio il gioco del calcio e del Superenalotto. Tanto vincono sempre gli altri. Come a scuola, quella ragazza che filava tutti meno che me e Venditti. E allora fanculo a tutti, ragazzi, io me ne vado. Ma dove? Dove posso andare? E' una vita che fuggo da qualcosa che non so cosa sia. Sono anni che fuggo da quello che ho dentro, che fuggo da me, dalla mia condizione e dalla mia esistenza. Prima città, poi lavoro, poi amici, poi colore, poi significato ed eccomi sempre uguale a me stesso. Sempre condannato ad essere me stesso sia dentro che fuori, ovunque.
Intanto i freni esausti della circolare cigolano, le sospensioni si schiacciano implorando pietà e le porte pneumatiche troppo anziane per lavorare a quest'ora sbuffano un "pff" talmente forte che mi rompe i coglioni e i timpani. Vorrei un pò di tranquillità, cazzo. Chiedo troppo? Pace.
Invece niente canne, cannette o cannoni per strodirmi quel tanto che basta. Sono solo reminescenze adolescenziali ormai. Rituali del tempo che fu, relegati al compito ingrato della Polaroid. Quindi ingollerò compulsivamente in piena liceità la mia confezione di birre in saldo e fresche perchè miracolosamente il frigo ha ripreso a ronzare e far il suo dovere ieri mattina sul presto. Seguivo come sempre la mia linea d'ombra che, come le linee luminose nei codrridoi degli aerei, a un metro dal pavimento, mi guida fedelmente nel tragitto che va dal mio lato del letto fino al cesso quando l'inconfutabile e inconfondibile ronzio è iniziato. Come San Tommaso ho dovuto sincerarmi che quello che le mie orecchie sentivano fosse realmente la resurrezione del mio Indesit. E così era. Ho aperto l'anta e come per magia, luce fu. Dalla gioia mi sono scolato le solite birrette una dopo l'altra con la dovizia di sempre attento a non lasciarne un solo goccio a seccare. Poi con grande naturalezza mi devo essere addormentato sulla sedia intrecciata della cucina coccolando il frigo come fosse un cucciolo di leone che fa le fusa. Poi mi sono svegliato con le luci del mattino presto e mi sono rilanciato nella quotidianità fatta di petrolio raffinato e combusto, patatine fritte in olio esausto, fondotinta da viso, cipria da naso e lampadine a incandescenza. Macchine rombanti sui viali e pedoni in ritardo sui marciapiedi. Gente esce dalla chiesa, entra a scuola o si interra per prendere la metropolitana e sbucare dall'altra parte della città dove magari piove. Io no, semplicemente stordito vago come uno zombie attento a non farmi pestare i piedi, con un automatismo incredibile dritto al mio lavoro con la felicità irrazionale di un bambino alla scoperta di questo favoloso mondo sulle labbra.
Adesso il frigo continua a ronzare ma la felicità è scemata, si è annullata e ha lasciato spazio a questo senso di nausea da avvelenamento. La brace della sigaretta si è ormai spenta tra le mie dita lanciandomi un fremito lungo la schiena e imperlandomi la fronte di fresco sollievo. I rimpianti sono le cose peggiori che un uomo possa avere, forse sono persino peggiori delle malattie veneree e delle assicurazioni sulla vita perchè con i rimpianti ci si vive fino a morire.
Sapevo che Thomas sarebbe annegato a furia di bere ma non gli ho mai tolto il bicchiere dalle mani. Era troppo bello il suo nome per farlo e magnifiche le sue parole che alternava al whisky. E sapevo pure che quel maledetto irriverente d'un Francis Bacon si provava di nascosto la biancheria di sua madre ma non gli ho mai detto di smettere di farlo prima che lo beccassero e allora per lui sarebbero stati cazzi amari. Ma forse, ammonendolo, non sarebbe mai arrivato ad osare tanto nell'arte.
A certe persone non interessa niente dei nostri cari e benevoli consigli. Anzi, ad ogni consiglio, potessero, estremizzerebbero ancor più i loro vizi. Lo so, quando parlo a nome dell'umanità sbaglio prendendo a unico campione me stesso ma a sbagliare sono un campione.
Potrei parlarvi di fiori che appassiscono dopo dieci giorni di sciopero dell'innaffiamento, di storpi al semaforo che riescono quasi sempre a fregare cinquanta centesimi ai cardiopatici, di animali del circo maltrattati e malpagati, di contaminazioni radioattive dei pezzi di ricambio della Toyota, di paparazzi travestiti da finti preti che confessano i Vip per fare degli scoop o di veri preti in borghese che vanno a mignotte per farsi scopate perverse, ma ho detto che non lo faccio. Non è mia intenzione fare alcuna di queste meschinerie. Non parlo male degli altri in loro assenza; al massimo mi limito a riferire agli quello che altri ancora pensano di loro. Ma niente di più. E non ora. Poi tra non molto comincerà a piovere e non smetterà per giorni. Ne sono più che certo. E' sempre così. Se avessi cinquanta euro da buttar via scommetterei che piove fino a sabato. Ma cosa importa delle mie scommesse, tanto domani, ancora una volta, dovrò ricordarmi di non rispondere al citofono e al telefono di casa. So che se dovesse squillare qualcosa di diverso dalla sveglia sarebbe sicuramente una minaccia.
Sapevo anche che quel matto furibondo di Basquiat continuando a giocare con gli aghi prima o poi ci sarebbe rimasto secco come un topo stricninicizzato ma non per questo gli ho mai osato negare una sola volta la mia cintura per gonfiarsi la vena di vivida morte. Perchè quella era la sua vita e togliendogliela forse sarebbe solo finito prima, sgonfio come un Super Tele dimenticato al sole. Così come sapevo che la bella fresca Francesca era morbosamente attratta dalla sperimentazione e che prima o poi sarebbe finita giù da quella finestra newyorkese allo scoccare dei ventidue anni. Ma non mi sono mai permesso di consigliarle le inferiate. Mai l'avrei fatto sebbene riconosco che sia stato un vero peccato che il suo corpo frizzante e la sua mente vivace si siano spiaccicati come sterili uova su quel marciapiede. Sarebbe stato come chiuderla in galera e ucciderla di claustrofobica pazzia.
Intanto continuo ad annodare i miei pensieri alla maniera dei persiani aspettando che cominci a piovere per poi passare a sperare che smetta. Attendere che faccia giorno bevendo birra e poi pregare qualcuno che il cielo si tinga alla svelta di buio. Il tempo scorre monotono riproponendo sempre la solita alternativa e io mi adeguo a lui alternando sempre il fare al non fare. Il problema è che quando faccio vorrei non fare ma quando non faccio mi sento morire.
Al caldo umido di questa notte, o mattina dato che non si capisce più bene se stia iniziando qualcosa o terminando qualcos'altro, solo, ascolto la circolare ritmare questa mia inutile attesa. Questo maledetto Godot che è arrivato in anticipo e non m'ha trovato ma m'ha lasciato scritto "stronzo" con due dita di grasso sulle piastrelle della cucina: lo strozzerei. O quel dannato d'un Drogo che ero convintissimo impiegato a strafarsi d'oppio presidiando il nostro avamposto quando invece l'ho trovato in macchina con un transessuale volgare, vecchio e malato sui viali a pomiciare come un sedicenne: l'avrei arso vivo. Nel frattempo io mi consumo. Come la sigaretta che ormai mi scotta le dita ma non voglio mollare perchè è l'unica cosa che mi fa sentire vivo adesso. O almeno mi da la sensazione dell'esistenza, mi fa provare l'emozione di esistere per mezzo del dolore. Adesso come adesso mi accenderei una bella canna. Anzi, come dice mio babbo: un cannone. "Cannone" è un termine talmente comico e antico, come "rèclame" certo, ma che rende meglio l'idea della mia voglia che ho adesso. Voglia che aumenta e, come poliuretano s'espandende nella mia testa, nelle mie vene, nella mia pelle, nei miei occhi da gatto abituati all'oscurità e mi fa sentire gonfio come l'omino Michelin. Ma senza felicità e candore. Solo gonfiore interiore. Mi rollerei un super cannone con una bracia da un milione di kilojoule, cristo santo. Sì, voglio rollarmi una canna talmente bestia da riuscire a farci bollire una pentola d'acqua con la sola brace. Sono in vena di Guinness ma per una volta non quella scura. La digestione lenta mi mette sonnolenza dopo i pasti fin da quando avevo 5 anni o forse 3, non ricordo. Da quando imploravo la maestra dell'asilo di farmi dormire un pò dopo la pappa e quella stronza invece, e dire che si chiamava Grazia, sì, grazia un cazzo, niente, niet. Sempre a giocare, sempre costretto al divertimento coatto. E' tutta colpa sua se adesso non mi piace giocare. Se nella mia adolescenza ho sempre odiato giocare a qualsiasi cosa e con chiunque. Adesso non gioco a tennis nè a dungeons and dragon. Odio la Guinness dopo i pasti perchè mi ammazza la giornata. Odio il gioco del calcio e del Superenalotto. Tanto vincono sempre gli altri. Come a scuola, quella ragazza che filava tutti meno che me e Venditti. E allora fanculo a tutti, ragazzi, io me ne vado. Ma dove? Dove posso andare? E' una vita che fuggo da qualcosa che non so cosa sia. Sono anni che fuggo da quello che ho dentro, che fuggo da me, dalla mia condizione e dalla mia esistenza. Prima città, poi lavoro, poi amici, poi colore, poi significato ed eccomi sempre uguale a me stesso. Sempre condannato ad essere me stesso sia dentro che fuori, ovunque.
Intanto i freni esausti della circolare cigolano, le sospensioni si schiacciano implorando pietà e le porte pneumatiche troppo anziane per lavorare a quest'ora sbuffano un "pff" talmente forte che mi rompe i coglioni e i timpani. Vorrei un pò di tranquillità, cazzo. Chiedo troppo? Pace.
Invece niente canne, cannette o cannoni per strodirmi quel tanto che basta. Sono solo reminescenze adolescenziali ormai. Rituali del tempo che fu, relegati al compito ingrato della Polaroid. Quindi ingollerò compulsivamente in piena liceità la mia confezione di birre in saldo e fresche perchè miracolosamente il frigo ha ripreso a ronzare e far il suo dovere ieri mattina sul presto. Seguivo come sempre la mia linea d'ombra che, come le linee luminose nei codrridoi degli aerei, a un metro dal pavimento, mi guida fedelmente nel tragitto che va dal mio lato del letto fino al cesso quando l'inconfutabile e inconfondibile ronzio è iniziato. Come San Tommaso ho dovuto sincerarmi che quello che le mie orecchie sentivano fosse realmente la resurrezione del mio Indesit. E così era. Ho aperto l'anta e come per magia, luce fu. Dalla gioia mi sono scolato le solite birrette una dopo l'altra con la dovizia di sempre attento a non lasciarne un solo goccio a seccare. Poi con grande naturalezza mi devo essere addormentato sulla sedia intrecciata della cucina coccolando il frigo come fosse un cucciolo di leone che fa le fusa. Poi mi sono svegliato con le luci del mattino presto e mi sono rilanciato nella quotidianità fatta di petrolio raffinato e combusto, patatine fritte in olio esausto, fondotinta da viso, cipria da naso e lampadine a incandescenza. Macchine rombanti sui viali e pedoni in ritardo sui marciapiedi. Gente esce dalla chiesa, entra a scuola o si interra per prendere la metropolitana e sbucare dall'altra parte della città dove magari piove. Io no, semplicemente stordito vago come uno zombie attento a non farmi pestare i piedi, con un automatismo incredibile dritto al mio lavoro con la felicità irrazionale di un bambino alla scoperta di questo favoloso mondo sulle labbra.
Adesso il frigo continua a ronzare ma la felicità è scemata, si è annullata e ha lasciato spazio a questo senso di nausea da avvelenamento. La brace della sigaretta si è ormai spenta tra le mie dita lanciandomi un fremito lungo la schiena e imperlandomi la fronte di fresco sollievo. I rimpianti sono le cose peggiori che un uomo possa avere, forse sono persino peggiori delle malattie veneree e delle assicurazioni sulla vita perchè con i rimpianti ci si vive fino a morire.
Sapevo che Thomas sarebbe annegato a furia di bere ma non gli ho mai tolto il bicchiere dalle mani. Era troppo bello il suo nome per farlo e magnifiche le sue parole che alternava al whisky. E sapevo pure che quel maledetto irriverente d'un Francis Bacon si provava di nascosto la biancheria di sua madre ma non gli ho mai detto di smettere di farlo prima che lo beccassero e allora per lui sarebbero stati cazzi amari. Ma forse, ammonendolo, non sarebbe mai arrivato ad osare tanto nell'arte.
A certe persone non interessa niente dei nostri cari e benevoli consigli. Anzi, ad ogni consiglio, potessero, estremizzerebbero ancor più i loro vizi. Lo so, quando parlo a nome dell'umanità sbaglio prendendo a unico campione me stesso ma a sbagliare sono un campione.
Potrei parlarvi di fiori che appassiscono dopo dieci giorni di sciopero dell'innaffiamento, di storpi al semaforo che riescono quasi sempre a fregare cinquanta centesimi ai cardiopatici, di animali del circo maltrattati e malpagati, di contaminazioni radioattive dei pezzi di ricambio della Toyota, di paparazzi travestiti da finti preti che confessano i Vip per fare degli scoop o di veri preti in borghese che vanno a mignotte per farsi scopate perverse, ma ho detto che non lo faccio. Non è mia intenzione fare alcuna di queste meschinerie. Non parlo male degli altri in loro assenza; al massimo mi limito a riferire agli quello che altri ancora pensano di loro. Ma niente di più. E non ora. Poi tra non molto comincerà a piovere e non smetterà per giorni. Ne sono più che certo. E' sempre così. Se avessi cinquanta euro da buttar via scommetterei che piove fino a sabato. Ma cosa importa delle mie scommesse, tanto domani, ancora una volta, dovrò ricordarmi di non rispondere al citofono e al telefono di casa. So che se dovesse squillare qualcosa di diverso dalla sveglia sarebbe sicuramente una minaccia.
Sapevo anche che quel matto furibondo di Basquiat continuando a giocare con gli aghi prima o poi ci sarebbe rimasto secco come un topo stricninicizzato ma non per questo gli ho mai osato negare una sola volta la mia cintura per gonfiarsi la vena di vivida morte. Perchè quella era la sua vita e togliendogliela forse sarebbe solo finito prima, sgonfio come un Super Tele dimenticato al sole. Così come sapevo che la bella fresca Francesca era morbosamente attratta dalla sperimentazione e che prima o poi sarebbe finita giù da quella finestra newyorkese allo scoccare dei ventidue anni. Ma non mi sono mai permesso di consigliarle le inferiate. Mai l'avrei fatto sebbene riconosco che sia stato un vero peccato che il suo corpo frizzante e la sua mente vivace si siano spiaccicati come sterili uova su quel marciapiede. Sarebbe stato come chiuderla in galera e ucciderla di claustrofobica pazzia.
Intanto continuo ad annodare i miei pensieri alla maniera dei persiani aspettando che cominci a piovere per poi passare a sperare che smetta. Attendere che faccia giorno bevendo birra e poi pregare qualcuno che il cielo si tinga alla svelta di buio. Il tempo scorre monotono riproponendo sempre la solita alternativa e io mi adeguo a lui alternando sempre il fare al non fare. Il problema è che quando faccio vorrei non fare ma quando non faccio mi sento morire.
giovedì 2 giugno 2011
Ansia da prestazioni
È inevitabile, quando mi sforzo di scrivere di qualcosa non ci riesco. Non so mi dico oggi racconto di una giornata al mare dove c’è quella sensazione di inadeguatezza data da un persistente odore di candeggina che mi ripropone il telo su cui mi sciolgo al sole e tutto quello che mi viene è una persona una persona incastrata in auto a cercare di infilarsi il costume. Una scena che mi fa necessariamente pensare alle cabine del telefono per Superman, e divago. E vado sempre a finire dove non mi immagino e dove non serve. Un po’ come quando mi costringo a risultare interessante ed intavolo un discorso. Di quelli fiume i cui affluenti sono vino rosso e birra chiara. Di quelli che nelle intenzioni dovrebbero essere definitivi, imprescindibili. E solo che mi perdo e Stefania interviene. Obietta. Ed io che speravo non ascoltasse.
“ok, starò pure generalizzando” ammetto.
E recupero da bere.
E penso a come stupirla.
E intanto lei aspetta che io prosegua. Proseguire cosa? Che tutto quello che mi viene in mente è il suo top. Ed un video di Madonna. Roba anni ‘80. Figuriamoci se adesso riesco a riprendere il filo del discorso. Certo però non posso darle ragione, anche se l’avesse. È una questione di uomo-cacciatore-raccoglitore. Roba che ho nel DNA. Insomma non posso averci torto, anche se avessi torto marcio.
Quindi sorrido e le dico che secondo me non ha capito niente. E brindo alla mia vittoria concettuale.
Lei non si scompone, nemmeno per mandarmi a spendere. Appoggia le mani sul tavolo, quelle unghie laccate che riflettono la poca luce del locale fatiscente per coerenza politica. Gli altri con noi intanto sembrano già essersi disinteressati alla discussione. Guardano qualcosa su un cellulare che si collega ad internet. E ridono tutti che vorrei riderci anche io.
Stefania invece ha ripreso a parlare.
So che dovrei raccontare quello che ci siamo detti ma sono più interessato ad inventarmi quello che succede al tavolo accanto dove uno che c’avrà la mia età si è addormentato e gli amici lo stanno truccando da donna.
Ah, poi c’è quella storia del cavallo che entra in un bar. Ma non è questo il momento di raccontarla anche se certamente il posto è quello giusto: un bar appunto.
“ok, starò pure generalizzando” ammetto.
E recupero da bere.
E penso a come stupirla.
E intanto lei aspetta che io prosegua. Proseguire cosa? Che tutto quello che mi viene in mente è il suo top. Ed un video di Madonna. Roba anni ‘80. Figuriamoci se adesso riesco a riprendere il filo del discorso. Certo però non posso darle ragione, anche se l’avesse. È una questione di uomo-cacciatore-raccoglitore. Roba che ho nel DNA. Insomma non posso averci torto, anche se avessi torto marcio.
Quindi sorrido e le dico che secondo me non ha capito niente. E brindo alla mia vittoria concettuale.
Lei non si scompone, nemmeno per mandarmi a spendere. Appoggia le mani sul tavolo, quelle unghie laccate che riflettono la poca luce del locale fatiscente per coerenza politica. Gli altri con noi intanto sembrano già essersi disinteressati alla discussione. Guardano qualcosa su un cellulare che si collega ad internet. E ridono tutti che vorrei riderci anche io.
Stefania invece ha ripreso a parlare.
So che dovrei raccontare quello che ci siamo detti ma sono più interessato ad inventarmi quello che succede al tavolo accanto dove uno che c’avrà la mia età si è addormentato e gli amici lo stanno truccando da donna.
Ah, poi c’è quella storia del cavallo che entra in un bar. Ma non è questo il momento di raccontarla anche se certamente il posto è quello giusto: un bar appunto.
lunedì 23 maggio 2011
Un compleanno in un giorno di maggio
Maggio è un mese difficile. Dove tutto succede nel momento sbagliato. Un po’ come quando a metà pranzo non si può fare a meno di alzarsi per andare in bagno. E che tutti lo notano. E chissà cosa pensano? Certo, bisogna sceglierseli bene i commensali. Specie a maggio. Quando vorresti proprio invitare quella ragazza che hai conosciuto per caso con una determinazione novecentesca solo che lei non risponde. O meglio magari ha cambiato numero. Ma tu collezioni in rubrica tutti i numeri vecchi. Conservi anche gelosamente quelli di chi esplicitamente ti ha detto “non cercarmi” e speri sempre di sbagliarti quando invii un messaggio. Per avere un argomento di conversazione, riallacciare i contatti. Pomiciare scomodo.
Quel giorno c’era stato il sole ma tutto quello che rimaneva erano i pantaloni sigillati alle gambe ed un paio di calzini da lavare. Troppo poco anche per imbastire una lavatrice. Abbastanza per creare disordine in quella stanza arredata con quel gusto minimale che si sposava con un giardino zen.
C’era l’odore del detersivo per i piatti che si asciugava nel secchiaio che ti dava la consapevolezza di esistere per davvero.
E lei aveva detto che sareste potuti uscire per bere qualcosa.
E tu avevi risposto che sapevi dove portarla.
E aveva quel vestito bianco che per ricordarlo devi rivedere quelle foto di qualche anno fa che cerchi sempre di evitare.
E vi guardavate come se non importasse niente. Come se tutto non fosse così sfasato e incongruente. Come uscito da un racconto scritto troppo di fretta. Insipido.
Vi amavate che sembrava il finale di un film. E giuravi che vi sarebbe bastato, che non c’era bisogno di altro. L’esplosione del mondo in quel momento sarebbe stata una valida opzione.
C’era solo da scegliere il carattere dei titoli di coda.
E la colonna sonora.
Così avevate passato il tempo appoggiati di schiena l’uno all’altra come si fa per leggere nei parchi. Guardandovi attorno. Immaginandovi in questo splendido finale.
Solo che era la fine del primo tempo e non è che quel film fosse poi così interessante. In una notte di maggio avevi provato a chiamarla, volevi farle gli auguri di compleanno.
E lei ti aveva risposto felice di sapere che avevi pensato a lei. Tutto quello che riuscivi a sentire era il sapore del dentifricio che ti si sciacquava nello stomaco. Con quel rumore di mare placido. Ciononostante avevi sorriso mentre aspettavi l’autobus per tornare a casa in quella notte in una latitudine sbagliata.
Poi quel numero è rimasto incastrato come gli altri nella rubrica del tuo telefono ed ora è troppo tardi anche per farle gli auguri, era ieri il suo compleanno.
Quel giorno c’era stato il sole ma tutto quello che rimaneva erano i pantaloni sigillati alle gambe ed un paio di calzini da lavare. Troppo poco anche per imbastire una lavatrice. Abbastanza per creare disordine in quella stanza arredata con quel gusto minimale che si sposava con un giardino zen.
C’era l’odore del detersivo per i piatti che si asciugava nel secchiaio che ti dava la consapevolezza di esistere per davvero.
E lei aveva detto che sareste potuti uscire per bere qualcosa.
E tu avevi risposto che sapevi dove portarla.
E aveva quel vestito bianco che per ricordarlo devi rivedere quelle foto di qualche anno fa che cerchi sempre di evitare.
E vi guardavate come se non importasse niente. Come se tutto non fosse così sfasato e incongruente. Come uscito da un racconto scritto troppo di fretta. Insipido.
Vi amavate che sembrava il finale di un film. E giuravi che vi sarebbe bastato, che non c’era bisogno di altro. L’esplosione del mondo in quel momento sarebbe stata una valida opzione.
C’era solo da scegliere il carattere dei titoli di coda.
E la colonna sonora.
Così avevate passato il tempo appoggiati di schiena l’uno all’altra come si fa per leggere nei parchi. Guardandovi attorno. Immaginandovi in questo splendido finale.
Solo che era la fine del primo tempo e non è che quel film fosse poi così interessante. In una notte di maggio avevi provato a chiamarla, volevi farle gli auguri di compleanno.
E lei ti aveva risposto felice di sapere che avevi pensato a lei. Tutto quello che riuscivi a sentire era il sapore del dentifricio che ti si sciacquava nello stomaco. Con quel rumore di mare placido. Ciononostante avevi sorriso mentre aspettavi l’autobus per tornare a casa in quella notte in una latitudine sbagliata.
Poi quel numero è rimasto incastrato come gli altri nella rubrica del tuo telefono ed ora è troppo tardi anche per farle gli auguri, era ieri il suo compleanno.
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