Era un giorno di festa, un venerdì od un lunedì, e camminavamo. C’era questo colore diffuso ma intenso che sfumava i contorni degli arbusti avviluppati su se stessi che passavamo. Era presto al mattino ma non avrei saputo dire che ore fossero. Eravamo entrati in quella casa che era buio e ce ne andammo che c’era abbastanza luce per distinguere le marche diverse delle lattine che sporcavano il giardino ed il sentiero che portava alla festa da una rinomata via dei quartieri alti. Era come se avessi caldo ma senza necessità. Mi crogiolavo nella mia felpa e nella secchezza dell’epiglottide. Valeria invece sembrava quasi avere un po’ freddo. Ciononostante mi camminava accanto. Non avevamo un piano chiaro, volevamo solo allontanarci da quello che era stato la notte precedente. Prendere le distanze da quelle proiezioni danzerecce ed effimere di noi stessi.
Darci un contegno.
Serietà.
La questione è che non avevamo idea di dove cazzo fossimo. Mi rendevo conto finalmente di tutti i chilometri di terra ed acqua che mi separavano da quella che ancora chiamavo casa. Il posto dove sono nato e dove c’è ancora qualcuno che si ricorda di me con l’incedere delle festività.
Qualcuno che mi manda SMS con scritto “Buona Pasqua!” lasciando tutto all’interpretazione. Necessariamente maliziosa, pornografica.
Comunque c’erano questi toni pacati ed io mi domandavo se il contatto che c’era stato con Valeria fosse stato incidentale o significativo.
Lei probabilmente si chiedeva lo stesso.
Augusto che ci seguiva qualche metro più indietro ci domandava se sapevamo dove andare.
Mi parve intuire che lui sapesse qualcosa che noi ignoravamo. Ma sbagliai, nemmeno lui si ricordava come eravamo arrivati fino a lì.
Intanto continuavamo a camminare ed io coprivo le mie incertezze con discorsi inconcludenti e vagamente interessanti.
Valeria mi camminava abbastanza vicino da ricordarmi il suo odore.
Ero plausibilmente felice.
Augusto si guardava attorno ripetendo “maccheccazzo”.
Ed arrivammo in una strada asfaltata. Una strada qualsiasi con le case a 2 piani dipinte di un bianco ostentato che faceva da eco al nostro incedere.
Valeria mi sorrise.
Augusto smise un attimo di lamentarsi tenendo comunque la bocca aperta mentre stringeva gli occhi per trovare una fermata dell’autobus.
Decidemmo di muoverci in una direzione.
Accompagnato dal ritmo dei passi rivedevo me e Valeria in quella stanza di sacchi a pelo. Stavamo sdraiati e lei aveva la testa sul mio petto proprio sotto al mento. Io guardavo in alto. Un soffitto di stucchi e ghirigori ci tacciava di vilipendio.
Come avevo conosciuto Valeria? Perché non era successo prima in tutti i quei mesi in cui riciclavo le emozioni di canzoni che ascoltavo e riascoltavo convincendomi parlassero di me? Perché ero ragionevolmente convinto che di lì a poco avrei rovinato tutto?
Sembrava che tutto sommato fossimo nella direzione giusta.
Augusto mostrò il suo biglietto contraffatto ed io lasciai due monete al conducente per me e per Valeria.
Ci sedemmo nei posti più comodi, riservati ai disabili.
A condividere il viaggio con noi, oltre all’autista, due ragazzi della nostra età vestiti di arancione diretti al lavoro.
Valeria si lasciò prendere la mano.
Augusto raccontava di un suo zio che viveva a Mosca e che se volevamo per Natale potevamo raggiungere.
Erano inviti dichiaratamente inconsistenti. Ciononostante mi feci coinvolgere nel progettare il capodanno a Mosca.
Sicuramente avremmo bevuto vino italiano.
Mi chiedevo se Valeria sarebbe venuta con me. Avevo il bisogno di inquadrare la mia situazione e le prospettive. Avevo bisogno di attaccarmi a qualcuno e scaricarne le emozioni. Ero convinto quel qualcuno potesse essere seduto accanto a me con un maglia viola a maniche lunghe, un paio di jeans blu scuro dagli orli consumati ed Allstar bordeaux. Chiaramente parlo di Valeria. Augusto non portava quasi mai scarpe sportive.
Alla fine l’autobus ci lasciò in un quartiere che ci era già più familiare. Deserto e teso per la mancanza di avvenimenti. Ci saremmo potuti commuovere nel vedere una vecchia trascinarsi due sacchetti di carta pieni di pane fresco. Ma non successe. Camminavamo come i primi uomini su una terra organizzata e strutturata in palazzi e villette bifamiliari. Augusto continuava a parlare di qualcosa ma nessuno ci dava molta importanza. Nell’aria doveva esserci anche qualche odore ma i miei sensi consumati rimandavano idee di plastica sterile delle buste Coop.
Valeria disse qualcosa circa l’immortalità.
In quel momento mi sembrava tutto quello che si potesse dire ed ora non ricordo nemmeno bene cosa modulava la sua voce timida dai contenuti convincenti.
Fatto sta che quel momento me lo dovevo ricordare e nessuno dei nostri telefoni aveva una fotocamera integrata.
Quindi inghiottii ancora un altro po’ di aria che risultava sintetica al mio gusto consumato da una notte che mancava di pezzi convincenti e di un sensato concatenamento di eventi.
E ancora qualche passo. Fino ad un incrocio dove sembrava esserci qualche rumore.
È lì che vedemmo due camion dei pompieri incastrati l’uno dentro l’altro come un bruco a due teste contorto dall’indecisione.
Il quel momento non ci sembrava vero.
Ma vi giuro che lo era.
domenica 2 maggio 2010
martedì 27 aprile 2010
Intermezzo musicale lento, roba da limone
È successo a miliardi di chilometri da qua in un mondo che sembra più una parodia del passato in cui tutto risulta divertente. Anche rompersi una gamba per inseguire un sogno e arrivare di corsa ad aprire la porta al postino. È che non so perché mi viene in mente ora. Forse solo non ho niente da inventare e ancora tempo per qualsiasi decisione di attività. Procrasitiniamo quindi decisioni e un’altra giornata da archiviare. Rimaniamo nel purgatorio del tardo pomeriggio pubblicitario e dai colori decisamente troppo anni ottanta per lasciare sopravvivere la logorroica televisione. Con uno nuovo slang che avanza ricordandoci l’evoluzione della specie al contrario. L’implosione.
Ricordo il pranzo. E Chiara. E che avremo mangiato al massimo una volta assieme in quella sua scalcagnata tavola triangolare appoggiata al muro. E avevamo mangiato qualche pasta condita con un sugo direttamente dal barattolo che aveva raffreddato immediatamente il piatto. Ed io avevo una camicia rosa. La stessa che ora ha i polsini consumati e non va più bene nemmeno sotto ad un qualche maglione. Che aspetta la pena capitale da una gruccia in angolo nell’armadio. Qualcuno direbbe che avrei dovuto fare il cambio di stagione. E non avrei niente da ridire. Niente di cui ridere. E quindi torno a quel’1 e 15 in quella stanza mansardata. O mansarda stanzata dall’impossibilità abitativa che ne suggeriva. Dai mobili in legno a vista. Dal divano letto sempre aperto nel soggiorno. C’era anche un computer lasciato acceso a svuotare di significato la parola videonoleggio per contribuire a modo suo al progresso linguistico del nostro ridondante dizionario. E ci dicemmo buon appetito immaginandomi più grande mentre lei sembrava immaginarmi più interessante. Probabilmente per il piacere di farci false illusioni. Probabilmente per il piacere di confondersi. Immaginarsi in un film che ci guardano da fuori. più o meno interessati. Ma lì con la luce bassa ed una seduta diventata ergonomica dall’abitudine.
E non so cosa volevo dire.
Ma mi sono stancato.
Ricordo il pranzo. E Chiara. E che avremo mangiato al massimo una volta assieme in quella sua scalcagnata tavola triangolare appoggiata al muro. E avevamo mangiato qualche pasta condita con un sugo direttamente dal barattolo che aveva raffreddato immediatamente il piatto. Ed io avevo una camicia rosa. La stessa che ora ha i polsini consumati e non va più bene nemmeno sotto ad un qualche maglione. Che aspetta la pena capitale da una gruccia in angolo nell’armadio. Qualcuno direbbe che avrei dovuto fare il cambio di stagione. E non avrei niente da ridire. Niente di cui ridere. E quindi torno a quel’1 e 15 in quella stanza mansardata. O mansarda stanzata dall’impossibilità abitativa che ne suggeriva. Dai mobili in legno a vista. Dal divano letto sempre aperto nel soggiorno. C’era anche un computer lasciato acceso a svuotare di significato la parola videonoleggio per contribuire a modo suo al progresso linguistico del nostro ridondante dizionario. E ci dicemmo buon appetito immaginandomi più grande mentre lei sembrava immaginarmi più interessante. Probabilmente per il piacere di farci false illusioni. Probabilmente per il piacere di confondersi. Immaginarsi in un film che ci guardano da fuori. più o meno interessati. Ma lì con la luce bassa ed una seduta diventata ergonomica dall’abitudine.
E non so cosa volevo dire.
Ma mi sono stancato.
mercoledì 14 aprile 2010
La grande rimpatriata
Non posso farne a meno eppure lo so che non dovrei. Me l’hanno anche insegnato ad un corso di scrittura, di quelli che si pagano. Di quelli dove puoi anche berti una birra durante la lezione. Quelli in cui c’è l’insegnante di spicco. Qualcuno che è stato più o meno pubblicato e più o meno letto. Qualcuno che per quelle due ore tutti vorremmo essere. Magari con 25 anni di meno.
Insomma il concetto lo conosco: mai parlare di qualcosa di troppo attuale. Soprattutto mai parlare di qualcosa che non hai nemmeno molto chiaro perché ci hai bevuto troppo sopra.
E c’è anche qualcosa tipo: la vita vera non è interessante. È solo uno spunto, una brutta copia.
Un refuso. Quanto mi piace questa parola.
Soldi spesi bene in quel corso.
Nonostante tutto ieri ci siamo rivisti dopo tanto tempo. Una cosa in grande col tavolo prenotato, i segnaposto, gli album fotografici e le macchine fotografiche digitali cariche come un ventenne con un vodka redbull in mano. Il locale era a metà tra il ricercato e il kitch arancione e azzurro anni ottanta. Le bariste non erano male. I prezzi della birra inaccettabili.
Per l’occasione avevo pensato a comprare un vestito per distorcere la percezione che si poteva avere della mia vita. Fortunatamente poi mi distrassi a pensare alla fine che poteva aver fatto Caterina. Mi avevano garantito ci sarebbe stata nonostante non fosse raggiungibile su Facebook. Mi ero anche informato, non aveva ancora figli. Qualità sempre più rara.
Quindi mi ero deciso ad andare per lo meno dal barbiere. Ma non avendo prenotato al massimo potevo farmi una lampada.
“guarda oggi proprio non ce la faccio, se vuoi puoi fare una lampada” mi aveva detto così Mirko all’ingresso col suo sorriso deliberatamente ambiguo e il suo fare piacione che tradiva una certa eterosessualità controproducente.
Declinai l’invito e me ne andai avvilito con i miei capelli confusi che tiravano un sospiro di sollievo.
Detto ciò torniamo alla serata. O arriviamoci che è quasi ora di cena e le necessità fisiologiche sono decisamente prioritarie a qualsiasi sbrodolata di fatti miei più o meno accaduti ieri.
Fatto sta che alla festa c’era Caterina ed era forse più bella di come me la ricordassi, ma ero già ubriaco e non molto obiettivo.
Mi sembrava avesse anche le tette più grosse.
Qualcuno ha anche detto deciso come il Capitan Findus che se le fosse rifatte.
Qualcuno sosteneva che il Bologna avesse ottime possibilità di salvarsi dall’imminente retrocessione.
Qualcuno gli dava dell’imbecille e veniva quindi definito gobbo.
Io posso dirvi che Caterina me la sono scopata.
Ma si sa: in queste occasioni si raccontano un sacco di stronzate.
Penso sempre di più che il nostro grande mentore pluripremiato scrittore di spicco nella Bologna underground avesse ragione.
Insomma il concetto lo conosco: mai parlare di qualcosa di troppo attuale. Soprattutto mai parlare di qualcosa che non hai nemmeno molto chiaro perché ci hai bevuto troppo sopra.
E c’è anche qualcosa tipo: la vita vera non è interessante. È solo uno spunto, una brutta copia.
Un refuso. Quanto mi piace questa parola.
Soldi spesi bene in quel corso.
Nonostante tutto ieri ci siamo rivisti dopo tanto tempo. Una cosa in grande col tavolo prenotato, i segnaposto, gli album fotografici e le macchine fotografiche digitali cariche come un ventenne con un vodka redbull in mano. Il locale era a metà tra il ricercato e il kitch arancione e azzurro anni ottanta. Le bariste non erano male. I prezzi della birra inaccettabili.
Per l’occasione avevo pensato a comprare un vestito per distorcere la percezione che si poteva avere della mia vita. Fortunatamente poi mi distrassi a pensare alla fine che poteva aver fatto Caterina. Mi avevano garantito ci sarebbe stata nonostante non fosse raggiungibile su Facebook. Mi ero anche informato, non aveva ancora figli. Qualità sempre più rara.
Quindi mi ero deciso ad andare per lo meno dal barbiere. Ma non avendo prenotato al massimo potevo farmi una lampada.
“guarda oggi proprio non ce la faccio, se vuoi puoi fare una lampada” mi aveva detto così Mirko all’ingresso col suo sorriso deliberatamente ambiguo e il suo fare piacione che tradiva una certa eterosessualità controproducente.
Declinai l’invito e me ne andai avvilito con i miei capelli confusi che tiravano un sospiro di sollievo.
Detto ciò torniamo alla serata. O arriviamoci che è quasi ora di cena e le necessità fisiologiche sono decisamente prioritarie a qualsiasi sbrodolata di fatti miei più o meno accaduti ieri.
Fatto sta che alla festa c’era Caterina ed era forse più bella di come me la ricordassi, ma ero già ubriaco e non molto obiettivo.
Mi sembrava avesse anche le tette più grosse.
Qualcuno ha anche detto deciso come il Capitan Findus che se le fosse rifatte.
Qualcuno sosteneva che il Bologna avesse ottime possibilità di salvarsi dall’imminente retrocessione.
Qualcuno gli dava dell’imbecille e veniva quindi definito gobbo.
Io posso dirvi che Caterina me la sono scopata.
Ma si sa: in queste occasioni si raccontano un sacco di stronzate.
Penso sempre di più che il nostro grande mentore pluripremiato scrittore di spicco nella Bologna underground avesse ragione.
mercoledì 31 marzo 2010
La Radiosveglia
Non è un racconto. Anzi: sto cucinando. Questo nel mondo reale, quello di una attualità troppo schiacciante ed interessante da sintetizzare in poche righe. Troppo evidente per declinarlo in aggettivi tutto sommati insipidi. Come la pasta che si scalda sul fuoco. Nell’acqua che bolle. Una scena da film. Ci vorrebbe solo una sigaretta accesa che si consuma dimenticata in un posacenere ricercatamente sponsorizzante qualche marca di tonno non più in commercio.
E certo anche un buon odore di vino d’annata non guasterebbe.
Sono abbastanza sicuro che Sabrina non tornerà nemmeno stasera. Ciononostante cucino per due.
C’è da dire che cucino molto bene anche se ultimamente non ho molti ospiti. La responsabilità è tale che non ho un attimo di vita libera per organizzarmi oltre gli aperitivi con i colleghi in cui parliamo di lavoro e della segretaria. Tanto per sentirci uomini. Ogni tanto mi interesso anche al calcio ma se ho ancora qualche difficoltà ad inserire il trofeo Moretti in un discorso prettamente agonistico. Competitivo. Anche per questo continuo a bere birra di importazione. Per quel che importa.
Se a qualcuno importa.
L’importante sarebbe che l’ultima settimana fosse stato un brutto sogno che implode con la radiosveglia del mattino. Ma è come se il tempo finalmente avesse ascoltato le mie preghiere di dilatazione che ripetevo il giorno prima di un esame. È come se domani mattina non mi dovessi svegliare sperando di avere ancora qualche camicia non troppo sporca e non troppo incartapecorita da offuscare la mia proiezione di successo mentre passeggio con gli occhiali da sole di ordinanza fino al mio ufficio.
Per chi se lo chiedesse faccio il consulente assicurativo.
Per chi se lo chiedesse sono iscritto regolarmente nel RUI.
Per chi se lo chiedesse le mie provvigioni sono ragionevolmente alte e frequenti e la mia auto è deducibile all’85%.
Per chi se lo chiedesse questa è la stessa giacca che portavo lunedì e che probabilmente porterò anche venerdì.
Il sabato mattina lavoro. È anche per questo che Sabrina se n’è andata. Perché un venerdì sera le ho detto che non avevo nessunissima voglia di uscire.
A chi interessasse quella sera lei è uscita lo stesso ed è tornata ragionevolmente presto al mattino. 2 ore prima che la mia radiosveglia si allertasse.
A chi interessasse quella sera Sabrina ha conosciuto qualcuno che l’ascoltava veramente. Qualcuno di più economico del suo psicologo. Probabilmente accettava probabilmente anche pagamenti in natura.
Questo a me non lo disse mai. E non lo volli sapere.
E con tutto questo non voglio dire che Sabrina valesse poco a letto.
Anche per questo ho provato a restituire il materasso sfondato all’Ikea e sarebbe andato tutto bene se non ci fossero state tutte quelle bruciature di sigarette.
La sostanza è che anche stasera mi trovo a cucinare con questa giacca addosso sperando che succeda qualcosa.
Almeno fino a che la mia radiosveglia non suona.
E certo anche un buon odore di vino d’annata non guasterebbe.
Sono abbastanza sicuro che Sabrina non tornerà nemmeno stasera. Ciononostante cucino per due.
C’è da dire che cucino molto bene anche se ultimamente non ho molti ospiti. La responsabilità è tale che non ho un attimo di vita libera per organizzarmi oltre gli aperitivi con i colleghi in cui parliamo di lavoro e della segretaria. Tanto per sentirci uomini. Ogni tanto mi interesso anche al calcio ma se ho ancora qualche difficoltà ad inserire il trofeo Moretti in un discorso prettamente agonistico. Competitivo. Anche per questo continuo a bere birra di importazione. Per quel che importa.
Se a qualcuno importa.
L’importante sarebbe che l’ultima settimana fosse stato un brutto sogno che implode con la radiosveglia del mattino. Ma è come se il tempo finalmente avesse ascoltato le mie preghiere di dilatazione che ripetevo il giorno prima di un esame. È come se domani mattina non mi dovessi svegliare sperando di avere ancora qualche camicia non troppo sporca e non troppo incartapecorita da offuscare la mia proiezione di successo mentre passeggio con gli occhiali da sole di ordinanza fino al mio ufficio.
Per chi se lo chiedesse faccio il consulente assicurativo.
Per chi se lo chiedesse sono iscritto regolarmente nel RUI.
Per chi se lo chiedesse le mie provvigioni sono ragionevolmente alte e frequenti e la mia auto è deducibile all’85%.
Per chi se lo chiedesse questa è la stessa giacca che portavo lunedì e che probabilmente porterò anche venerdì.
Il sabato mattina lavoro. È anche per questo che Sabrina se n’è andata. Perché un venerdì sera le ho detto che non avevo nessunissima voglia di uscire.
A chi interessasse quella sera lei è uscita lo stesso ed è tornata ragionevolmente presto al mattino. 2 ore prima che la mia radiosveglia si allertasse.
A chi interessasse quella sera Sabrina ha conosciuto qualcuno che l’ascoltava veramente. Qualcuno di più economico del suo psicologo. Probabilmente accettava probabilmente anche pagamenti in natura.
Questo a me non lo disse mai. E non lo volli sapere.
E con tutto questo non voglio dire che Sabrina valesse poco a letto.
Anche per questo ho provato a restituire il materasso sfondato all’Ikea e sarebbe andato tutto bene se non ci fossero state tutte quelle bruciature di sigarette.
La sostanza è che anche stasera mi trovo a cucinare con questa giacca addosso sperando che succeda qualcosa.
Almeno fino a che la mia radiosveglia non suona.
venerdì 19 marzo 2010
Maria la tettona
Stanotte sono rientrato tardi. A notte fonda. Sbronzo quanto basta dopo un aperitivo lungo di quelli che ti fanno dimenticare alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per tenere uno stile di vita sano od un discorso in pubblico. Ho lottato valorosamente con la forza centrifuga del mio cervello e sono sceso a patti con il mio stomaco: ora tu tieni tutto dentro e mi lasci addormentare, io domattina ti rimpinzo con una bella colazione ricca di fibre. Ho cercato di leggere qualche pagina de "I segreti erotici dei grandi chef". Mi sono stupito del fatto che leggevo le parole senza assimilarne alcun significato e che a Edimburgo ci fosse, non solo il mare, ma anche un porto. Io ci sono andato in aereo e credevo fosse in collina. D'ora in avanti dirò che sono stato al mare ad Edimburgo. Poi penso di essere svenuto per un pò.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
Stamane ho fatto tutto di soppiatto: ho spento subito la sveglia dopo il primo trillo, non ho chiuso la porta del bagno per non far rumore, ho pisciato da seduto ed ho persino evitato di mettermi le scarpe in casa. Ho resistito alla tentazione di manifestare al mondo intero il mio malessere fisico e la mia sofferenza interiore per mezzo di una bestemmia originale ed ho lasciato le tapparelle abbassate. Ho abbeverato i cactus silenziosamente.
Bè, si sono rivelate tutte precauzioni inutili: Maurì, mi ha atteso al varco. E' stata una scena molto cinematografica che provo a riproporre. In pigiama rosso cardinale con caravelle color marrone fumo pakistano sparse su tutto il petto, con gli occhi cisposi traboccanti sonno e scarmigliato quanto basta dopo otto/nove ore di sonno, con le braccia conserte e appoggiato con una spalla allo stipite di camera sua, mi biascica in un accento misto calbro-siculo naturalizzato milanese:
ti sei ricordato delle due spugnette?
L'ho guardato senza vederlo ed ho smorzato in gola un rutto acido che sapeva ancora di birra. Già, Tennent's Super. Ero indeciso se rispondere o meno oppure chiudergli la testa in mezzo alla porta fino a vederlo render l'anima, dunque pisciargli addosso. Ho chiesto l'aiuto del pubblico ed ho fatto l'esatto contrario di quello che mi ha suggerito. Non ho risposto e non gli ho nemmeno fracassato la testa ma solo perchè non sarei riuscito a pisciargli sopra avendo svuotato la vescica poco prima. Mi sono limitato a roteare gli occhi in senso orario riempiendomi i polmoni di mezzo metro cubo d'aria marcia. Dunque sono uscito di casa con le scarpe in mano e col peso della vita sulle spalle.
Ho fatto le quattro rampe di scale con la carta da parati verde acido alle pareti ed ho respinto un primo conato di vomito mentre salutavo la donna delle pulizie, poi ho ritenuto opportuno infilarmi le scarpe e l'ho immediatamente fatto. Ho perso il bus per una manciata di effimeri secondi e non ho nemmeno avuto la froza di inveire contro l'autista, il governo e lo Zio Sam. Con gli occhi rivolti al cielo ho apprezzato il pallido sole che mi salutava con un sorriso sornione e mi sono rassegnato ad andare a piedi sino alla stazione della metro cercando qualcosa di positivo cui pensare. Non ci sono ruscito e come da mesi mi succede ho ripensato sempre alla stessa cosa. No, non a Clara, ormai mi sono rassegnato. Sono mesi, forse anni che cerco di scrivere il libro della mia vita. Tutto è pronto nella mia testa per essere tirato fuori. Ma, al momento niente da fare... non mi resta che aspettare, mi dico cercando di convincermi che prima o poi dovrà succedere.
Nel frattempo, giro come una trottola, conosco gente nuova che di nuovo ha solo il nome, scatto foto brutte che poi cancello o dimentico di aver scattato, bevo birra, leggo qualunque cosa mi capiti a tiro e arrivo sempre più tardi al lavoro. Poi c'è sempre quella vecchia storia su Maria la tettona ma, se ne avrò voglia, ve lo racconterò un'altra volta.
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martedì 2 marzo 2010
Cielo
Non capita spesso di guardare in alto. Di solito succede quando si sta sdraiati o appena saliti su una macchina decappottabile. Raramente succede passeggiando. Mai per il centro. Il cielo è una cosa scontata quasi quanto le strade che portano da una località ad un’altra. Il cielo è funzionale a parlare di tramonti e di albe, di sole e di luna. Qualche volta delle nuvole. Cielo è una delle parole che sbagliavo sempre a scrivere a scuola. Il cielo per me è sempre stato corretto a penna rossa e sottolineato due volte. È diventata una parola su cui inevitabilmente mi soffermo. Prescindendo magari dal significato. Cielo spesso identifica Dio od il paradiso.
Oggi stavo passeggiando ponendomi qualche assurda domanda che c’entrava con le otto ore che avevo passato seduto dietro alla scrivania bianca e computer nero che definiscono la mia postazione di lavoro. Guardavo avanti cercando di identificare qualche persona che avrei avuto piacere di incontrare. C’era questa inattesa aria primaverile che sa di birra in lattina bevuta seduti su qualche gradino di una piazza. I miei passi erano semplicemente un modo per prolungare il limbo tra il lavoro e la vita domestica. E non importava che le scarpe mi facessero un po’ male dietro il tallone destro, andavo avanti. Non c’era chiaramente nessuno che conoscessi ma ogni faccia che incrociavo sembrava famigliare e quasi piacevole. C’era una ragazza bionda che inequivocabilmente me ne ricordava un’altra, un ragazzo allampanato che dovevo aver già visto se non qui in qualche viaggio. C’era pure uno che avrei potuto essere io. Anni fa certo. Quando avevo ancora una giacca di pelle. Forse era il brano casuale che suonava dalle cuffie ma tutto sembrava galleggiante. E non importava più nemmeno quella domanda che ostinatamente ripetevo a labbra sottili da quando avevo timbrato il cartellino col mio numero di matricola 761. Sembrava bastasse quello. Mi sorpresi a guardare in alto. Un frangente. Subito sopra ad un lampione lucido con stile retrò c’era un cielo che sceglieva i vestiti per la serata con l’indecisione di una ragazza di diciassette anni. Ed io mi sentivo semplicemente trascinato avanti come si fa quando il cane marchia un territorio che non è suo ma della ruota anteriore della vostra Volkswagen. E come tale ero un po’ indeciso tra l’essere o il diventare. Avrei potuto fare qualsiasi cosa in quel momento. E così sono tornato a casa dopo essermi inciampato su un cartello di cartone che comunicava l’assenza di: lavoro, famiglia, cibo e soldi del proprietario che sedeva poco lontano con una cappello sformato basso sugli occhi.
Oggi stavo passeggiando ponendomi qualche assurda domanda che c’entrava con le otto ore che avevo passato seduto dietro alla scrivania bianca e computer nero che definiscono la mia postazione di lavoro. Guardavo avanti cercando di identificare qualche persona che avrei avuto piacere di incontrare. C’era questa inattesa aria primaverile che sa di birra in lattina bevuta seduti su qualche gradino di una piazza. I miei passi erano semplicemente un modo per prolungare il limbo tra il lavoro e la vita domestica. E non importava che le scarpe mi facessero un po’ male dietro il tallone destro, andavo avanti. Non c’era chiaramente nessuno che conoscessi ma ogni faccia che incrociavo sembrava famigliare e quasi piacevole. C’era una ragazza bionda che inequivocabilmente me ne ricordava un’altra, un ragazzo allampanato che dovevo aver già visto se non qui in qualche viaggio. C’era pure uno che avrei potuto essere io. Anni fa certo. Quando avevo ancora una giacca di pelle. Forse era il brano casuale che suonava dalle cuffie ma tutto sembrava galleggiante. E non importava più nemmeno quella domanda che ostinatamente ripetevo a labbra sottili da quando avevo timbrato il cartellino col mio numero di matricola 761. Sembrava bastasse quello. Mi sorpresi a guardare in alto. Un frangente. Subito sopra ad un lampione lucido con stile retrò c’era un cielo che sceglieva i vestiti per la serata con l’indecisione di una ragazza di diciassette anni. Ed io mi sentivo semplicemente trascinato avanti come si fa quando il cane marchia un territorio che non è suo ma della ruota anteriore della vostra Volkswagen. E come tale ero un po’ indeciso tra l’essere o il diventare. Avrei potuto fare qualsiasi cosa in quel momento. E così sono tornato a casa dopo essermi inciampato su un cartello di cartone che comunicava l’assenza di: lavoro, famiglia, cibo e soldi del proprietario che sedeva poco lontano con una cappello sformato basso sugli occhi.
martedì 23 febbraio 2010
Il suo inatteso regalo di Natale
Il suo regalo arrivò inatteso. In fondo Natale era passato da un pezzo. Ci eravamo frequentati da novembre a gennaio con l'entusiasmo della coppia matura. Senza pulsioni. Tendenti ad una reciproca dipendenza psicologica. E poi bevevamo un sacco. Malinconici come un prodotto di sottomarca del discount che sfilava ogni giorno a destra dell'autobus per la strada da casa al lavoro.
Disse che mi avrebbe stupito. Lo fece con il suo sorridere piatto ed orizzontale, un mese prima di allora.
Era la vigilia di Natale. Io e lei lontano da tutti. Eremiti al 2 piano di quella stanza precaria e poco sofisticata. Minimalista più per possibilità che per scelta. Dai muri usati e pavimento sommesso. Dalle cicatrici nell'intonaco e le ante semiaperte del mio armadio pieno di troppe camicie da stirare. Dall'odore freddo e chiuso come dentro ad un frigorifero affamato.
Eravamo quindi uno davanti all'altra.
Guardavo le mie gambe incrociate immaginando i suoi capelli biondi, in cerca qualcosa da dire per sdrammatizzare.
Manifestavamo una troppo esplicita indifferenza per non essere studiata. Natale lo avevamo sempre celebrato. In un modo o in un altro. Comunque per l'occasione avevo anche nascosto il calendario. Ci eravamo sigillati fuori dalle stanze dei coinquilini lasciate vuote di corsa. Avevamo lasciato le luci intermittenti festeggiare ignorate fuori dalla finestra.
Poi crollò il castello di carte.
"insomma, buon Natale" dissi incerto da un pacco di pochi millimetri di spessore fatto di una busta di Ricordi pinzata alla meno peggio.
Si leggeva benissimo la scritta Sonic Youth ma lei domandò lo stesso che fosse.
"Cos'è?" disse.
I miei occhi delusi balbettarono un momento.
E un altro.
Imbarazzo.
Alla fine si decise a strappare la plastica.
I suoi denti sorrisero.
La mia spina dorsale aveva passato il materasso ed ora grattava le doghe in legno lasciando solchi di inadeguatezza. Aritmia ed asincronismo.
Vicino mi guardavano dal comodino in legno impiallaciato scarti di pollo arrosto ed un fondo di vino. Non eravamo ancora al dolce ed eccomi già all'amaro.
Lei era comunque lì e pensava probabilmente ad altro. Quasi saffica.
“Eccheppalle” pensai. Forse riferito al momento, forse riferito alla situazione. Forse per stemperare i pensieri con un lamento generico.
Mi sentii subito meglio.
Quindi passammo alla seconda bottiglia di vino parlando dei significati profondi delle derive della new wave. Io mi limitavo ad ascoltare, mandare giù, annuire.
presto ero ubriaco ma con la moderazione da primo giorno di scuola.
Lei aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi e in quel momento sembrava bellissima. E magari lo era anche in realtà. Mi sentivo vagamente fortunato. In fondo chissà quanta gente si stava suicidando in quel esatto momento.
Lei continuava a parlare tra l'accondiscendente e l'affermativo scientifico. Infarciva il tutto con parole difficili. Ogni tanto mi toccava ora il ginocchio ora la testa, proprio sopra l'orecchio destro. Mi baciava sulle labbra con poco trasporto. Poi ricominciava a parlare ed io rimbalzavo indietro nonostante il materasso duro.
Il suo regalo arrivò a febbraio. Lo andai a ritirare in posta una sabato mattina che non faceva un gran bel tempo. C’erano quelle nuvole grigie stitiche che appiattiscono un po’ tutto. E l’aria era decisamente quella ancora tirata verso gli strascichi della notte. In posta non c’era molta gente, giusto qualche anziano che non aveva chiuso occhio tutta la notte cercando di ricordare qualche faccia o nome che avevano avuto incidenza sulla sua vita. Era ancora lì che masticava cercando di togliersi qualche indizio dalla punta della lingua. Con i capelli spessi e bianchi ed un cappello di panno. C’erano i numeri che si avvicendavano ed io ancora non sapevo cosa stavo aspettando. Quando mi consegnarono la scatola mi sembrò di ricordare la sua scrittura. Ma in quel periodo mi confondevo spesso giurando di incrociarla in questo o quell’altro posto e mi ero abituato a lasciar perdere qualsiasi deduzione. Quindi uscii nel fatiscente cortile dal porticato in ferro rosso e ruggine e mi sedetti tranquillo al freddo su un blocco di cemento armato scartando il pacco con calma che aveva la dimensione più o meno di una scatola da scarpe. Dentro non ci trovai niente di speciale accompagnato da un biglietto di auguri di Natale.
Ritenni comunque necessario inviare un messaggio a Sabrina ringraziandola per quel pensiero stupendo che aveva avuto. E non mi dispiacque poi tanto non rivederla mai più.
Disse che mi avrebbe stupito. Lo fece con il suo sorridere piatto ed orizzontale, un mese prima di allora.
Era la vigilia di Natale. Io e lei lontano da tutti. Eremiti al 2 piano di quella stanza precaria e poco sofisticata. Minimalista più per possibilità che per scelta. Dai muri usati e pavimento sommesso. Dalle cicatrici nell'intonaco e le ante semiaperte del mio armadio pieno di troppe camicie da stirare. Dall'odore freddo e chiuso come dentro ad un frigorifero affamato.
Eravamo quindi uno davanti all'altra.
Guardavo le mie gambe incrociate immaginando i suoi capelli biondi, in cerca qualcosa da dire per sdrammatizzare.
Manifestavamo una troppo esplicita indifferenza per non essere studiata. Natale lo avevamo sempre celebrato. In un modo o in un altro. Comunque per l'occasione avevo anche nascosto il calendario. Ci eravamo sigillati fuori dalle stanze dei coinquilini lasciate vuote di corsa. Avevamo lasciato le luci intermittenti festeggiare ignorate fuori dalla finestra.
Poi crollò il castello di carte.
"insomma, buon Natale" dissi incerto da un pacco di pochi millimetri di spessore fatto di una busta di Ricordi pinzata alla meno peggio.
Si leggeva benissimo la scritta Sonic Youth ma lei domandò lo stesso che fosse.
"Cos'è?" disse.
I miei occhi delusi balbettarono un momento.
E un altro.
Imbarazzo.
Alla fine si decise a strappare la plastica.
I suoi denti sorrisero.
La mia spina dorsale aveva passato il materasso ed ora grattava le doghe in legno lasciando solchi di inadeguatezza. Aritmia ed asincronismo.
Vicino mi guardavano dal comodino in legno impiallaciato scarti di pollo arrosto ed un fondo di vino. Non eravamo ancora al dolce ed eccomi già all'amaro.
Lei era comunque lì e pensava probabilmente ad altro. Quasi saffica.
“Eccheppalle” pensai. Forse riferito al momento, forse riferito alla situazione. Forse per stemperare i pensieri con un lamento generico.
Mi sentii subito meglio.
Quindi passammo alla seconda bottiglia di vino parlando dei significati profondi delle derive della new wave. Io mi limitavo ad ascoltare, mandare giù, annuire.
presto ero ubriaco ma con la moderazione da primo giorno di scuola.
Lei aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi e in quel momento sembrava bellissima. E magari lo era anche in realtà. Mi sentivo vagamente fortunato. In fondo chissà quanta gente si stava suicidando in quel esatto momento.
Lei continuava a parlare tra l'accondiscendente e l'affermativo scientifico. Infarciva il tutto con parole difficili. Ogni tanto mi toccava ora il ginocchio ora la testa, proprio sopra l'orecchio destro. Mi baciava sulle labbra con poco trasporto. Poi ricominciava a parlare ed io rimbalzavo indietro nonostante il materasso duro.
Il suo regalo arrivò a febbraio. Lo andai a ritirare in posta una sabato mattina che non faceva un gran bel tempo. C’erano quelle nuvole grigie stitiche che appiattiscono un po’ tutto. E l’aria era decisamente quella ancora tirata verso gli strascichi della notte. In posta non c’era molta gente, giusto qualche anziano che non aveva chiuso occhio tutta la notte cercando di ricordare qualche faccia o nome che avevano avuto incidenza sulla sua vita. Era ancora lì che masticava cercando di togliersi qualche indizio dalla punta della lingua. Con i capelli spessi e bianchi ed un cappello di panno. C’erano i numeri che si avvicendavano ed io ancora non sapevo cosa stavo aspettando. Quando mi consegnarono la scatola mi sembrò di ricordare la sua scrittura. Ma in quel periodo mi confondevo spesso giurando di incrociarla in questo o quell’altro posto e mi ero abituato a lasciar perdere qualsiasi deduzione. Quindi uscii nel fatiscente cortile dal porticato in ferro rosso e ruggine e mi sedetti tranquillo al freddo su un blocco di cemento armato scartando il pacco con calma che aveva la dimensione più o meno di una scatola da scarpe. Dentro non ci trovai niente di speciale accompagnato da un biglietto di auguri di Natale.
Ritenni comunque necessario inviare un messaggio a Sabrina ringraziandola per quel pensiero stupendo che aveva avuto. E non mi dispiacque poi tanto non rivederla mai più.
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