(racconto liberamente ispirato ad uno dei tanti sondaggi inutili del sito repubblica.it cui partecipo durante le ore di lavoro)
Fuori dalla finestra il mio vicino ubriaco canta assieme al suo stereo tormentoni estivi di 20 anni fa. Roba che appena ricordo fatta di vacanze al mare, ombrelloni e romanticismo non ancora corrotto dalla pornografia online. Non è male a cantare il mio vicino. Ha questa voce che sembra stare bene con tutto. E poi conosce le parole. Nel suo terrazzo mima incerto una esibizione live impugnando un manico di scopa e poi un telecomando, sotto una notte di nuvole grattate su una lavagna con un gesso rumoroso ma impotente. C’è quel caldo che ti appiccica allo schienale dello sdraio con la trama in tubini di plastica rossi. Quello che ti spinge a posizioni improbabili e spesso a tenere la pancia scoperta.
Mi viene in mente Enrico nel piccolo terrazzino in boxer da spiaggia e canottiera con i piedi in un secchio di ferraccio recuperato chissadove.
Un pomeriggio estivo.
Quel giorno decise che non aveva senso fare il pesto alla genovese con i pinoli, che le noci andavano più che bene.
Quel giorno capii che stavo crescendo e forse avevo sviluppato una personalità asociale fatta di sughi pronti e monodose per non dovermi preoccupare di come conservarli. Fondamentalmente mi confondeva l’inquantificabilità del “una volta aperto consumare entro pochi giorni”. Probabilmente retaggio del fatto che quando mio nonno mi parlava dell’altro giorno per lui erano gli anni della guerra e per me il 1987.
Mangiammo spaghetti Coop col pesto alle noci di Enrico mentre mi raccontava di questa ragazza che aveva conosciuto a lezione. Quella che passava il tempo a disegnare fate ed elfi durante le ore di macroeconomia. Quella che due giorni prima gli aveva chiesto se poteva fotocopiare i suoi appunti.
“e sai che significa questo?” domandò affermativo.
Lo guardai mentre allungavo l’ultimo boccone di pasta con una bottiglia da un litro di birra aperta da giorni ormai sgasata.
C’è da dire che Enrico probabilmente aveva ragione e quella che seppi chiamarsi Giulia magari ci sarebbe pure uscita con lui. Del resto solo nell’intimità portava quella improbabile canottiera a metà tra il gay pride e le raccomandazioni di una madre apprensiva. Per il resto era ineccepibile. Sapeva anche qualche barzelletta ed usava con minuzia il filo interdentale prima di uscire.
Pensai che non sarebbe stato male se Giulia avesse avuto una amica.
“che dici?” domandò il mio ego accaldato ma ancora ribelle.
Lui era su di giri. Col caffè avevamo aperto l’immancabile bottiglia di amaro fatto da un implacabile ubriacone che, applicando la stessa teoria dell’efficienza di Enrico, era riuscito a imbrigliare tutti i gradi dell’inferno in 1 litro di liquido torbido vagamente aromatizzato con qualche radice. Stava in una bottiglia da vino di quelle verdi, con un tappo di sughero e anche con tutto il supporto di Wikipedia non saprei dire bene che sapore avesse. Ma non era male però, piaceva anche a qualche ragazza: quelle alcolizzate croniche.
Fu così che Enrico si alzò in piedi tenendo il suo cellulare come fosse una spada laser.
Fece un movimento rotatorio barcollando. Poi si ricompose ed iniziò a scorrere la rubrica. Incominciò dalla A soffermandosi di tanto in tanto per un sorriso che ricambiavo complice mentre mi scolavo la sua bottiglia.
Poi si arrivò alla G e le mie antenne iniziarono a vibrare. Mi sentivo tipo cicala rumorosa. Passammo un paio di volte da Giada e Giuseppe senza passare per nessuna Giulia. Lui disse che era sicuro di averlo salvato.
Cercai di staccare un pezzo di noce che si era rimasto incastrato tra i premolari che notavo solo allora.
“devo averlo salvato!” disse appoggiandosi sul divano curvo e minaccioso come un gancio da macellaio sul telefono.
Non trovammo il numero, né il modo di averlo benché chiamammo sia Giada che Giuseppe.
E poi non ci parlammo per il resto del pomeriggio.
Enrico si riprese la sua bottiglia ed io Bologna non mi ero mai sentito tanto solo.
Per fortuna ora posso aggrapparmi alla disperazione del mio vicino di casa che ormai in mutande canta con un cartone di vino in mano.
E devo dire che non ha più quella bella voce intonata di poco fa.
lunedì 5 luglio 2010
lunedì 28 giugno 2010
Il senso che può avere andare a letto alle 20 e 50 di un lunedì sera
È ormai chiaro che non ho la più pallida idea di cosa fare. Una soluzione sarebbe annullare l’abbonamento all’ADSL Flat, un’altra dedicarmi a qualche nuovo hobby. Qualcosa di costruttivo tipo il modellismo ma più sociale. Mi vengono in mente quelle rievocazioni storiche tipicamente americane. Parenti lontane delle guerre con le pistole a gas a sfondo labilmente fascista.
Quando esco di casa sorrido sempre che sembro quasi deficiente. Questo lo so ma la mia positività sta in questo. E funziona anche. L’aggettivo che usano tutti per descrivermi è: allegro. Non che questo mi sia molto di aiuto quando in discoteca la musica è alta da concedere unicamente approcci monosillabici. Possibilità da cogliere al volo. L’occasione fa l’uomo ladro e fare il suono giusto con l’espressione giusta può essere il preludio ad un racconto divertente da fare al bar la domenica pomeriggio quando tutti controllano sul cellulare i risultati delle partite. Mentre mi trovo a bere accompagnato dal mio sorriso ebete e un disinteresse generalizzato verso gli interessi collettivi.
Oggi però fortunatamente è lunedì ed ho una scusa per andare a letto presto e non uscire né rivolgere la parola a nessuno.
Scrivo buonanotte in una mail che mando troppo lontano per aver senso raccontarlo.
Quando esco di casa sorrido sempre che sembro quasi deficiente. Questo lo so ma la mia positività sta in questo. E funziona anche. L’aggettivo che usano tutti per descrivermi è: allegro. Non che questo mi sia molto di aiuto quando in discoteca la musica è alta da concedere unicamente approcci monosillabici. Possibilità da cogliere al volo. L’occasione fa l’uomo ladro e fare il suono giusto con l’espressione giusta può essere il preludio ad un racconto divertente da fare al bar la domenica pomeriggio quando tutti controllano sul cellulare i risultati delle partite. Mentre mi trovo a bere accompagnato dal mio sorriso ebete e un disinteresse generalizzato verso gli interessi collettivi.
Oggi però fortunatamente è lunedì ed ho una scusa per andare a letto presto e non uscire né rivolgere la parola a nessuno.
Scrivo buonanotte in una mail che mando troppo lontano per aver senso raccontarlo.
mercoledì 23 giugno 2010
Stasera Carlo Magno mi fa una pippa
L'amore ci rende buoni, ottunde la nostra già di per sé ottusa mente, ovatta i nostri sottili pensieri e smussa gli spigoli della vita ai nostri miopi occhi.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.
Risultato: l'amore ci rende sempre un pò più coglioni di quanto non siamo già!
Perché? E' semplice come pestare una cacca di cane sotto i portici di Via Zamboni; potresti quasi non rendertene nemmeno conto, almeno fino a che non ti chiudi in ascensore. Perchè gli spigoli della vita non si smussano per un cazzo con l'amore, ma rimangono vivi e offensivi come sempre, anzi, divengono più pericolosi perchè nascosti come una Tracina sotto i pochi centimetri di sabbia del nostro amore, in agosto...
E intanto cammino sui soliti chilometri di asfalto americano rossastro seduto comodo comodo sulle settantasei rate, color rosso malizioso, ancora da pagare. Ho la mente libera da tutti i pensieri che contemplano lei. Scarrozzo, sicuro come un moderno Carlo Magno della Bassa, su queste strette strette lingue di graniglia schivando invitanti buchi neri ed evitando banchine intransitabili a pochi metri da un fiume melmoso che, arrogante, si è steso come un fazzoletto lercio nella golena infestandola di cadaveri di pecore, demoniache zanzare, fertili nutrie e flaconi di plastica, lambendo la base di pioppi giluvi e salici dal portamento palesemente gay. Sto molto attento a non finirci dentro. Non tanto per me quanto per quel povero ragazzo che transitando per questa strada, con un'erezione vistosa rinchiusa nei jeans e una ragazza poco distante (dall'erezione), con mille e più fantasie erotiche a spasso per la sua mente cresciuta a suon di film porno veri, quelli degli anni d'oro, gli ottanta: la belle epoque del pelo pubico incolto, vedendomi capottato ed incastrato in quelle maledette lamiere non ancora mie, come sapesse che mi mancano ancora settantasei rate, si troverebbe costretto, spinto da un maledetto ipocrita senso civico d'altri tempi e duro a morire, a buttarsi in questa immensa distesa merdosa per salvarmi da una morte sicura e permettermi di rovinarmi definitivamente la vita pagando rate su rate per i prossimi anni a venire e vedersi spalancate per l'eternità le scultoree gambe della sua compagna. Fanculo. Quindi guido con estrema prudenza. La radio trasmette un insolente concerto barocco eseguito per l'occasione da una pretenziosa orchestra padana composta da rane, cicale, gufi, grilli e civette. Il rumore placido placido del motore fisso sui duemilacinquecento giri al minuto entra nell'abitacolo dai finestrini, abbassati per non soffocare, insieme ad un nugolo di zanzare danzanti, eccitate come quindicenni a Riccione e vogliose di esibirsi in numeri circensi sul mio sanguigno collo e sulle mie succolenti braccia.
"Ecco a voi, gentili spettatori, la più attesa, la più feroce, la più indomabile zanzara della bassa padana... stasera, solo per voi, seguiremo insieme il numero della famelica zanzara tigre..."
La luna fa capolino solo dopo la quarta curva a destra. Scomoda, si affaccia timida e pallida dietro cumulonembi violacei. L'avrei desiderata gonfia e tronfia, gravida e raggiante. Invece no. Come spesso accade, anche stavolta quello che vorrei non è quello che ho. Ma, diversamente, non mi frega un cazzo, stasera, e mi riconosco nella luna, ugualmente. Mi ci specchio dentro come in una pozzanghera che non riflette. Mi sento il viso pallido e avverto dentro di me una piacevole leggerezza di mente e di pensiero tipica delle serate trascorse a far capolino dietro spesse bottiglie opache verdognole di rubino Lambrusco ruspante. Questo mi infonde nuova forza. Energia. Felicità. Gioia. Ebbrezza. Un tarlo fisso in testa però c'è. A volte non lo sento ma so comunque che c'è e, cazzo, martella: lei. Lei. Questa sera, mi spiace, ma non è per lei. No. Stasera è solo per me. Me. Stasera sono l'imperatore di questo posto sperduto del cazzo. Del regno che nessuno conosce e vuole. Sono il centro del mio sistema solare e, crollasse il mondo, non intendo cadere nel solito tranello. Fanculo: ti esilio dalla mia mente e dai miei pensieri!
Sbirri su queste strade non ce sono mai. Manco le conoscono, forse, queste strade che non portano da nessuna parte. Coppola, Francis Ford intendo, se avesse saputo che al mondo esiste questo posto, avrebbe sicuramente ambientato quì Apocalypse now. Di spazio per l'introspezione, quì, ce n'è a bizzeffe. Tu, Francis, e tutti voi altri registi del domani, ascoltate me: girate il mondo e non lasciatevi suggestionare dalla sempliceità e dalla banalità, cazzo! Ma sbirri, per fortuna, niente, non esistono. Così stanotte mi posso permettere di guidare come un tempo: felice fino al midollo, con la bocca impastata, respirando l'odore della vita. Dell'orzo maturo. Dell'erba umida. Del pelo bagnato. Della merda di vacca. Scruto un punto luminosissimo nel cielo vinaccia, in alto, a destra del mio parabrezza. Che parola magnifica e d'altri tempi è parabrezza? Sentite: para-brezza. Ah, che goduria. Mi suona di Fitzgerald. Di automobili anni trenta con la capottina in tela a cento all'ora sulla costa del Maryland e di notti fumose traboccanti swing in scantinati newyorkesi al sapore di whisky... o di erre moscia busona, di Côte d'Azur, Saint Tropez. Quando la sento pronunciare immagino una splendida ragazza accoccolata in una splendida Morgan beige, con un foulard che le raccoglie i capelli e gli occhiali dalla montatura importante che le schermano gli occhi. Quanta bellezza. Poi, mi suona anche di pic-nic su verdi alpeggi svizzeri... Fatto sta che questo punto luminoso luminoso emana più luce della luna stessa. La relega addirittura in secondo piano. La sminuisce e la surclassa. La umilia. Ma quel punto non è una stella, sarà Venere. Un pianeta cazzuto. Popolato da fichissime Venusiane. Quindi, non ti preoccupare, oh dolce luna, non è colpa tua... Fanculo. Fermo la macchina e spengo i fari. Il concerto intanto continua imperterrito a tenermi compagnia. Anzi, ora conquista volume e pienezza. Non c'è un cane in giro in questa penombra. Sembrano le due del pomeriggio del giorno più caldo d'agosto in piazza a Castrofilippo, in Sicilia. Il deserto e la pace. La quiete senza la tempesta. Smonto dall'auto e con cautela mi sdraio supino sull'asfalto. Emana ancora un pò di caldo che non serve. Allora mi metto le mani congiunte dietro al capo e fisso il cielo girare e girare.
martedì 22 giugno 2010
Intermezzo con un protagonista estremamente impegnato
Non c’è molto tempo. Facciamo come se dovessi improrogabilmente uscire. Come quel trattenere il respiro in autostrada dimenticando la luce accesa della riserva proprio mentre ci passa accanto un'altra stazione di servizio. Insomma la sensazione è che vorrei essere qui ma non dovrei. Roba da psicosi adolescenziale. Per lo meno non bevo. Sempre perché devo uscire e il rispetto delle leggi e quelle cose lì. L’adattamento acritico appunto. Quanti slogan mi vomiterei addosso ma è così. sono pure elegante. Mi hanno convinto a non andare in giro nudo per casa. E non è stato l’inverno ma il senso civico. Quello che mi fa sorridere ai vicini di casa. Anche a quello con il cane minuscolo che probabilmente fa barbie di cognome. E sicuramente fa casino. Al mattino alle 7 quando grazie a Dio dormo ancora. Essì che non devo tirare indentro la religione. Con tutte le cose che succedono ora. L’attualità che è estremamente di moda. Che fingo di interessarmi. Che ripropongo. Polpettoni rimasticati di notizie del bar, radio, internet. Qualcosa che mi dia una scusa per parlare. Per distogliermi dal ragionare che sennò sembro antipatico, asociale. E non si può mica. Nossignore, bisogna esserci perché chi non c’è non esiste. Roba da nascondino reificato. Roba da social network. Chissà perché nessuno usa più messenger, ora che sapevo usarlo così bene.
Bè ora devo fingere di uscire per davvero.
Bè ora devo fingere di uscire per davvero.
giovedì 3 giugno 2010
Spiaggia
Passeggia con le sue gambe depilate da calzetti in filo di scozia. Ripete sempre lo stesso avanti ed indietro. Pesta sui suoi passi di sabbia capovolti e poi li capovolge di nuovo. Crede di non pensarci ma è così. Intanto si tiene il telefono appoggiato cortesemente all’orecchio. Usa tre dita. Questa posizione mi sembra ricalcare scene ottocentesco fatte di ore del tè e mignoli nobilmente sollevati. Ma fa troppo caldo per il tè del pomeriggio. Andrebbe bene una di quelle bevande colorate da sportivi. Integratori energetici o cazzate varie. Sponsorizzate dal bicipite o lo scatto di qualcuno. Persone informate sui fatti mi hanno anche detto provochino la cellulite ma non ho verificato su wikipedia. Ogni tanto mi fido.
L’aria sa di mare in una bottiglia di birra sporca.
Carpisco qualche parola della conversazione ottimistica che mi sfila davanti.
Scommetterei le palle che i suoi occhi non ridono come voce e sorriso. Scommetterei che pure lui si domanda “che ci faccio qui”. In fondo. Ma forse è troppo. Non pare improvvisato come il sottoscritto. Ha un ombrellone con 2 sdraio ed una sedia da regista pagati per tutto il mese, una collezione che qualsiasi dentista invidierebbe di Focus e Vanity Fair, un paio di figli che poco lontano danno la caccia ai granchi raccogliendoli codardamente con una lenza da pesce dentro in secchiello, una accompagnatrice con le tette nuove di zecca che quasi c’è ancora l’etichetta con il prezzo. Si vede da come cammina per tornare allo sdraio. Roba da film porno ma senza tacco alto. Io intanto macero nel mio asciugamano Tribord che tenta continui decolli sollevando la sabbia che mi si appiccica, sulla crema distribuita male, sul sudore della fronte, su un libro noioso aperto a pagina 123.
La telefonata intanto continua ad andare avanti e indietro.
Non sono il solo a fissare la perfezione delle tette finte. Io a differenza degli altri però solo lo faccio senza occhiali da sole e con la faccia di chi sale a 12 anni per la prima volta sulle montagne russe. Sorriso d’avorio mi guarda ripetendo al telefono: “benissimo” e “grande!”. Uno dei figli urla ed un altro lo soccorre schiacciando un granchio minuscolo con una paletta dalla punta di ferro. Il suono è più o meno quello di un campanaccio suonato senza lasciarlo vibrare ma ha il sapore di un inatteso calcio nelle palle. Per cinque secondi i fratelli biondi con la pettinatura da surfista diventano i protagonisti dell’attenzione del circondario. Rimangono immobili guardandosi attorno quasi stessero salendo cinque piani con un ascensore.
Poi torniamo tutti alle nostre occupazioni. C’è un gran rumore di riviste che si sfogliano. Qualcuno si schiarisce la gola. Tetta si gira a pancia ingiù sulla sdraio. Con una delicatezza da pubblicità del bagnoschiuma.
Mi chiedo davvero come andrà a finire mentre cerco di recuperare una posizione comoda ma proprio non ci riesco.
Per fortuna arriva il bagnino e mi ricorda che quella è una spiaggia privata e che se non ho intenzione di prendere un lettino posso spostarmi e cercare l’oasi caotica della spiaggia libera.
Per un momento tutti mi guardano come quando suona l’allarme proprio mentre si esce da un negozio. Disapprovano.
Il bagnino ha una voce per nulla cordiale. È chiaro che non mi vuole ospite del suo prestigioso bagno. Ripasso la filosofia spicciola da manifestazione ormonale degli ultimi anni di scuole superiori ma non dico niente. Guardo i peli rivoluzionari sui miei polpacci e me ne vado raccogliendo alla meno peggio le mie cose.
Al bagnino auguro ogni male possibile.
Odio la riviera romagnola.
L’aria sa di mare in una bottiglia di birra sporca.
Carpisco qualche parola della conversazione ottimistica che mi sfila davanti.
Scommetterei le palle che i suoi occhi non ridono come voce e sorriso. Scommetterei che pure lui si domanda “che ci faccio qui”. In fondo. Ma forse è troppo. Non pare improvvisato come il sottoscritto. Ha un ombrellone con 2 sdraio ed una sedia da regista pagati per tutto il mese, una collezione che qualsiasi dentista invidierebbe di Focus e Vanity Fair, un paio di figli che poco lontano danno la caccia ai granchi raccogliendoli codardamente con una lenza da pesce dentro in secchiello, una accompagnatrice con le tette nuove di zecca che quasi c’è ancora l’etichetta con il prezzo. Si vede da come cammina per tornare allo sdraio. Roba da film porno ma senza tacco alto. Io intanto macero nel mio asciugamano Tribord che tenta continui decolli sollevando la sabbia che mi si appiccica, sulla crema distribuita male, sul sudore della fronte, su un libro noioso aperto a pagina 123.
La telefonata intanto continua ad andare avanti e indietro.
Non sono il solo a fissare la perfezione delle tette finte. Io a differenza degli altri però solo lo faccio senza occhiali da sole e con la faccia di chi sale a 12 anni per la prima volta sulle montagne russe. Sorriso d’avorio mi guarda ripetendo al telefono: “benissimo” e “grande!”. Uno dei figli urla ed un altro lo soccorre schiacciando un granchio minuscolo con una paletta dalla punta di ferro. Il suono è più o meno quello di un campanaccio suonato senza lasciarlo vibrare ma ha il sapore di un inatteso calcio nelle palle. Per cinque secondi i fratelli biondi con la pettinatura da surfista diventano i protagonisti dell’attenzione del circondario. Rimangono immobili guardandosi attorno quasi stessero salendo cinque piani con un ascensore.
Poi torniamo tutti alle nostre occupazioni. C’è un gran rumore di riviste che si sfogliano. Qualcuno si schiarisce la gola. Tetta si gira a pancia ingiù sulla sdraio. Con una delicatezza da pubblicità del bagnoschiuma.
Mi chiedo davvero come andrà a finire mentre cerco di recuperare una posizione comoda ma proprio non ci riesco.
Per fortuna arriva il bagnino e mi ricorda che quella è una spiaggia privata e che se non ho intenzione di prendere un lettino posso spostarmi e cercare l’oasi caotica della spiaggia libera.
Per un momento tutti mi guardano come quando suona l’allarme proprio mentre si esce da un negozio. Disapprovano.
Il bagnino ha una voce per nulla cordiale. È chiaro che non mi vuole ospite del suo prestigioso bagno. Ripasso la filosofia spicciola da manifestazione ormonale degli ultimi anni di scuole superiori ma non dico niente. Guardo i peli rivoluzionari sui miei polpacci e me ne vado raccogliendo alla meno peggio le mie cose.
Al bagnino auguro ogni male possibile.
Odio la riviera romagnola.
sabato 15 maggio 2010
Sopra le Nuvole
Mi disse che sopra le nuvole era sempre sereno.
Quel giorno pioveva e noi ce ne stavamo con i vestiti umidi aggrappati ad una tazza di tè caldo. C’erano queste bustine ricercate in una scatola etnica che ci guardava esplicitamente aperta. Violata. Nell’aria c’erano odori variegati associati necessariamente a nomi impronunciabili. Musica bassa ma avvolgente come un cuscino di piume.
Eravamo a casa sua. Una casa di candele consumate e piatti dimenticati nel secchiaio troppo piccolo. Aria di possibilità come i primi giorni di vacanza.
La guardai senza rispondere. Non avevo in mente una specifica espressione. Era come non avessi niente da trasmettere. Come bastasse essere, senza le complicazioni dell’avere e del sentire.
Lei prese un sorso dalla tazza soffiando appena un attimo prima di appoggiare il labbro superiore sulla tazza di terracotta. Il fumo le disegnò baffi surrealisti che le salivano alle orecchie tra i capelli sciolti. Aveva l’intenzione che le usciva dagli occhi chiari rimbalzandomi addosso.
In quel momento le mie sensazioni avevano il sapore allungato del vino rosè. Mi sentivo avvolto comodamente da una elegante giacca al piombo da radiazioni. Tra il passivo e disinteressato. Quasi appoggiato all’area rinfreschi di un vernissage.
Pensavo a qualcosa che avevo letto o al lunedì che mi aspettava marziale come una interrogazione di matematica. E in questo avrei dovuto chiedermi che fare. Invece niente: non mi distraevo e non cambiavo.
Lei mi chiese di portarla via: “da qualsiasi parte”. C’era in ballo “il nostro viaggio”. Una ragione come tante per rimpiangersi quando si pensa ad un città qualunque. È un gesto di autolesionismo contro la propria stabilità e la felicità dell’accontentarsi.
Ci allontanammo quindi da quel cielo grigio per un po’, euforizzati più dalla possibilità che dall’effetività delle nostre destinazioni. Facemmo un elenco delle città che rappresentavano increspature nelle nostre linee del passato ed alla fine decidemmo per Berlino.
Solo dopo il decollo capii cosa voleva dire Stefania in quel giorno di pioggia. Peccato alla fine non ci fosse lei accanto a me, magari avrei avuto qualcosa da dirle. Per una volta.
Quel giorno pioveva e noi ce ne stavamo con i vestiti umidi aggrappati ad una tazza di tè caldo. C’erano queste bustine ricercate in una scatola etnica che ci guardava esplicitamente aperta. Violata. Nell’aria c’erano odori variegati associati necessariamente a nomi impronunciabili. Musica bassa ma avvolgente come un cuscino di piume.
Eravamo a casa sua. Una casa di candele consumate e piatti dimenticati nel secchiaio troppo piccolo. Aria di possibilità come i primi giorni di vacanza.
La guardai senza rispondere. Non avevo in mente una specifica espressione. Era come non avessi niente da trasmettere. Come bastasse essere, senza le complicazioni dell’avere e del sentire.
Lei prese un sorso dalla tazza soffiando appena un attimo prima di appoggiare il labbro superiore sulla tazza di terracotta. Il fumo le disegnò baffi surrealisti che le salivano alle orecchie tra i capelli sciolti. Aveva l’intenzione che le usciva dagli occhi chiari rimbalzandomi addosso.
In quel momento le mie sensazioni avevano il sapore allungato del vino rosè. Mi sentivo avvolto comodamente da una elegante giacca al piombo da radiazioni. Tra il passivo e disinteressato. Quasi appoggiato all’area rinfreschi di un vernissage.
Pensavo a qualcosa che avevo letto o al lunedì che mi aspettava marziale come una interrogazione di matematica. E in questo avrei dovuto chiedermi che fare. Invece niente: non mi distraevo e non cambiavo.
Lei mi chiese di portarla via: “da qualsiasi parte”. C’era in ballo “il nostro viaggio”. Una ragione come tante per rimpiangersi quando si pensa ad un città qualunque. È un gesto di autolesionismo contro la propria stabilità e la felicità dell’accontentarsi.
Ci allontanammo quindi da quel cielo grigio per un po’, euforizzati più dalla possibilità che dall’effetività delle nostre destinazioni. Facemmo un elenco delle città che rappresentavano increspature nelle nostre linee del passato ed alla fine decidemmo per Berlino.
Solo dopo il decollo capii cosa voleva dire Stefania in quel giorno di pioggia. Peccato alla fine non ci fosse lei accanto a me, magari avrei avuto qualcosa da dirle. Per una volta.
domenica 2 maggio 2010
Squat Party
Era un giorno di festa, un venerdì od un lunedì, e camminavamo. C’era questo colore diffuso ma intenso che sfumava i contorni degli arbusti avviluppati su se stessi che passavamo. Era presto al mattino ma non avrei saputo dire che ore fossero. Eravamo entrati in quella casa che era buio e ce ne andammo che c’era abbastanza luce per distinguere le marche diverse delle lattine che sporcavano il giardino ed il sentiero che portava alla festa da una rinomata via dei quartieri alti. Era come se avessi caldo ma senza necessità. Mi crogiolavo nella mia felpa e nella secchezza dell’epiglottide. Valeria invece sembrava quasi avere un po’ freddo. Ciononostante mi camminava accanto. Non avevamo un piano chiaro, volevamo solo allontanarci da quello che era stato la notte precedente. Prendere le distanze da quelle proiezioni danzerecce ed effimere di noi stessi.
Darci un contegno.
Serietà.
La questione è che non avevamo idea di dove cazzo fossimo. Mi rendevo conto finalmente di tutti i chilometri di terra ed acqua che mi separavano da quella che ancora chiamavo casa. Il posto dove sono nato e dove c’è ancora qualcuno che si ricorda di me con l’incedere delle festività.
Qualcuno che mi manda SMS con scritto “Buona Pasqua!” lasciando tutto all’interpretazione. Necessariamente maliziosa, pornografica.
Comunque c’erano questi toni pacati ed io mi domandavo se il contatto che c’era stato con Valeria fosse stato incidentale o significativo.
Lei probabilmente si chiedeva lo stesso.
Augusto che ci seguiva qualche metro più indietro ci domandava se sapevamo dove andare.
Mi parve intuire che lui sapesse qualcosa che noi ignoravamo. Ma sbagliai, nemmeno lui si ricordava come eravamo arrivati fino a lì.
Intanto continuavamo a camminare ed io coprivo le mie incertezze con discorsi inconcludenti e vagamente interessanti.
Valeria mi camminava abbastanza vicino da ricordarmi il suo odore.
Ero plausibilmente felice.
Augusto si guardava attorno ripetendo “maccheccazzo”.
Ed arrivammo in una strada asfaltata. Una strada qualsiasi con le case a 2 piani dipinte di un bianco ostentato che faceva da eco al nostro incedere.
Valeria mi sorrise.
Augusto smise un attimo di lamentarsi tenendo comunque la bocca aperta mentre stringeva gli occhi per trovare una fermata dell’autobus.
Decidemmo di muoverci in una direzione.
Accompagnato dal ritmo dei passi rivedevo me e Valeria in quella stanza di sacchi a pelo. Stavamo sdraiati e lei aveva la testa sul mio petto proprio sotto al mento. Io guardavo in alto. Un soffitto di stucchi e ghirigori ci tacciava di vilipendio.
Come avevo conosciuto Valeria? Perché non era successo prima in tutti i quei mesi in cui riciclavo le emozioni di canzoni che ascoltavo e riascoltavo convincendomi parlassero di me? Perché ero ragionevolmente convinto che di lì a poco avrei rovinato tutto?
Sembrava che tutto sommato fossimo nella direzione giusta.
Augusto mostrò il suo biglietto contraffatto ed io lasciai due monete al conducente per me e per Valeria.
Ci sedemmo nei posti più comodi, riservati ai disabili.
A condividere il viaggio con noi, oltre all’autista, due ragazzi della nostra età vestiti di arancione diretti al lavoro.
Valeria si lasciò prendere la mano.
Augusto raccontava di un suo zio che viveva a Mosca e che se volevamo per Natale potevamo raggiungere.
Erano inviti dichiaratamente inconsistenti. Ciononostante mi feci coinvolgere nel progettare il capodanno a Mosca.
Sicuramente avremmo bevuto vino italiano.
Mi chiedevo se Valeria sarebbe venuta con me. Avevo il bisogno di inquadrare la mia situazione e le prospettive. Avevo bisogno di attaccarmi a qualcuno e scaricarne le emozioni. Ero convinto quel qualcuno potesse essere seduto accanto a me con un maglia viola a maniche lunghe, un paio di jeans blu scuro dagli orli consumati ed Allstar bordeaux. Chiaramente parlo di Valeria. Augusto non portava quasi mai scarpe sportive.
Alla fine l’autobus ci lasciò in un quartiere che ci era già più familiare. Deserto e teso per la mancanza di avvenimenti. Ci saremmo potuti commuovere nel vedere una vecchia trascinarsi due sacchetti di carta pieni di pane fresco. Ma non successe. Camminavamo come i primi uomini su una terra organizzata e strutturata in palazzi e villette bifamiliari. Augusto continuava a parlare di qualcosa ma nessuno ci dava molta importanza. Nell’aria doveva esserci anche qualche odore ma i miei sensi consumati rimandavano idee di plastica sterile delle buste Coop.
Valeria disse qualcosa circa l’immortalità.
In quel momento mi sembrava tutto quello che si potesse dire ed ora non ricordo nemmeno bene cosa modulava la sua voce timida dai contenuti convincenti.
Fatto sta che quel momento me lo dovevo ricordare e nessuno dei nostri telefoni aveva una fotocamera integrata.
Quindi inghiottii ancora un altro po’ di aria che risultava sintetica al mio gusto consumato da una notte che mancava di pezzi convincenti e di un sensato concatenamento di eventi.
E ancora qualche passo. Fino ad un incrocio dove sembrava esserci qualche rumore.
È lì che vedemmo due camion dei pompieri incastrati l’uno dentro l’altro come un bruco a due teste contorto dall’indecisione.
Il quel momento non ci sembrava vero.
Ma vi giuro che lo era.
Darci un contegno.
Serietà.
La questione è che non avevamo idea di dove cazzo fossimo. Mi rendevo conto finalmente di tutti i chilometri di terra ed acqua che mi separavano da quella che ancora chiamavo casa. Il posto dove sono nato e dove c’è ancora qualcuno che si ricorda di me con l’incedere delle festività.
Qualcuno che mi manda SMS con scritto “Buona Pasqua!” lasciando tutto all’interpretazione. Necessariamente maliziosa, pornografica.
Comunque c’erano questi toni pacati ed io mi domandavo se il contatto che c’era stato con Valeria fosse stato incidentale o significativo.
Lei probabilmente si chiedeva lo stesso.
Augusto che ci seguiva qualche metro più indietro ci domandava se sapevamo dove andare.
Mi parve intuire che lui sapesse qualcosa che noi ignoravamo. Ma sbagliai, nemmeno lui si ricordava come eravamo arrivati fino a lì.
Intanto continuavamo a camminare ed io coprivo le mie incertezze con discorsi inconcludenti e vagamente interessanti.
Valeria mi camminava abbastanza vicino da ricordarmi il suo odore.
Ero plausibilmente felice.
Augusto si guardava attorno ripetendo “maccheccazzo”.
Ed arrivammo in una strada asfaltata. Una strada qualsiasi con le case a 2 piani dipinte di un bianco ostentato che faceva da eco al nostro incedere.
Valeria mi sorrise.
Augusto smise un attimo di lamentarsi tenendo comunque la bocca aperta mentre stringeva gli occhi per trovare una fermata dell’autobus.
Decidemmo di muoverci in una direzione.
Accompagnato dal ritmo dei passi rivedevo me e Valeria in quella stanza di sacchi a pelo. Stavamo sdraiati e lei aveva la testa sul mio petto proprio sotto al mento. Io guardavo in alto. Un soffitto di stucchi e ghirigori ci tacciava di vilipendio.
Come avevo conosciuto Valeria? Perché non era successo prima in tutti i quei mesi in cui riciclavo le emozioni di canzoni che ascoltavo e riascoltavo convincendomi parlassero di me? Perché ero ragionevolmente convinto che di lì a poco avrei rovinato tutto?
Sembrava che tutto sommato fossimo nella direzione giusta.
Augusto mostrò il suo biglietto contraffatto ed io lasciai due monete al conducente per me e per Valeria.
Ci sedemmo nei posti più comodi, riservati ai disabili.
A condividere il viaggio con noi, oltre all’autista, due ragazzi della nostra età vestiti di arancione diretti al lavoro.
Valeria si lasciò prendere la mano.
Augusto raccontava di un suo zio che viveva a Mosca e che se volevamo per Natale potevamo raggiungere.
Erano inviti dichiaratamente inconsistenti. Ciononostante mi feci coinvolgere nel progettare il capodanno a Mosca.
Sicuramente avremmo bevuto vino italiano.
Mi chiedevo se Valeria sarebbe venuta con me. Avevo il bisogno di inquadrare la mia situazione e le prospettive. Avevo bisogno di attaccarmi a qualcuno e scaricarne le emozioni. Ero convinto quel qualcuno potesse essere seduto accanto a me con un maglia viola a maniche lunghe, un paio di jeans blu scuro dagli orli consumati ed Allstar bordeaux. Chiaramente parlo di Valeria. Augusto non portava quasi mai scarpe sportive.
Alla fine l’autobus ci lasciò in un quartiere che ci era già più familiare. Deserto e teso per la mancanza di avvenimenti. Ci saremmo potuti commuovere nel vedere una vecchia trascinarsi due sacchetti di carta pieni di pane fresco. Ma non successe. Camminavamo come i primi uomini su una terra organizzata e strutturata in palazzi e villette bifamiliari. Augusto continuava a parlare di qualcosa ma nessuno ci dava molta importanza. Nell’aria doveva esserci anche qualche odore ma i miei sensi consumati rimandavano idee di plastica sterile delle buste Coop.
Valeria disse qualcosa circa l’immortalità.
In quel momento mi sembrava tutto quello che si potesse dire ed ora non ricordo nemmeno bene cosa modulava la sua voce timida dai contenuti convincenti.
Fatto sta che quel momento me lo dovevo ricordare e nessuno dei nostri telefoni aveva una fotocamera integrata.
Quindi inghiottii ancora un altro po’ di aria che risultava sintetica al mio gusto consumato da una notte che mancava di pezzi convincenti e di un sensato concatenamento di eventi.
E ancora qualche passo. Fino ad un incrocio dove sembrava esserci qualche rumore.
È lì che vedemmo due camion dei pompieri incastrati l’uno dentro l’altro come un bruco a due teste contorto dall’indecisione.
Il quel momento non ci sembrava vero.
Ma vi giuro che lo era.
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