A pranzo avevo mangiato una scatoletta di tonno e qualche grissino.
Non sono mai stato bravo in cucina. Non mi è mai mancato il tempo ma la voglia. Nel mio frigo conto 6 sottilette, 2 mozzarelle, un caspo di insalata da buttare, qualche uova, burro ed una bottiglia di passata di pomodoro aperta da troppo. Ho anche un barattolo di marmellata che ora mi tiene compagnia accanto ad una fetta biscottata tonda e spessa. Di quelle che si spezzano difficilmente e sporcano meno.
Quel giorno comunque non ero molto in vena di ragionamenti, avevo alzato il volume della televisione senza considerare troppo il canale od il programma nello specifico. Avevo bisogno di sentire parlare qualcuno per me. Un talk show qualsiasi. C’erano toni accesi e avrei potuto parteggiare per una parte a caso senza necessariamente perdere. Ma non feci niente di ciò. Mi limitai a schiacciare con la forchetta il tonno nel piatto cercando di separarlo da gran parte dell’olio extravergine di conservazione. Poi diedi un morso ad un grissino accompagnandolo con un boccone del pesce.
In televisione continuarono a urlare ancora per un po’.
Lasciai il piatto da lavare.
giovedì 5 giugno 2008
mercoledì 7 maggio 2008
La seicento gialla di Stefania ed il medico
Il posto è il solito, il Giwawa, ancora aperto.
La gente è la stessa, Marco, Giorgio, Carlo e Sergio e come sempre, nessuna donna.
Il barista non può che essere Silvano.
La scena si svolge alle quattro di mattina, ovvero, due ore dopo l’orario di chiusura obbligatoria per i locali notturni. Tutti gli avventori sono completamente ubriachi. Silvano, il barista, forse è più ubriaco dei suoi clienti. Io non ci sono. Il Giwawa è il classico posto dove nessuno ci finisce per caso. La luce è sempre soffusa, le pareti sono impregnate di fumo e, nonostante non ci si fumi più ormai da anni, l’aria sa di tabacco stantio misto saliva. I muri hanno assunto, nel corso del tempo, una tinta eterogenea di diverse sfumature di grigio. Il bancone, in legno scuro, domina un lato intero dell’unica sala che compone il Giwawa. Ci sono solo tre sgabelli “sani”, ovviamente riservati ai clienti fissi. Gli altri sette sono allentati ed un sinistro cigolìo accompagna ogni movimento; come se non bastasse,i poggia piedi sono ormai tutti definitivamente caduti. Entrando, sul lato sinistro, ci sono due tavoli da biliardo. Uno normale con il tappeto non troppo bucato o macchiato e l’altro indecente, bruciacchiato e stinto. Il primo all’italiana, il secondo con le buche. Ovviamente, sulla destra rispetto all’entrata, c’è il bagno. Uno tra i peggiori bagni della zona. Turca zozza perennemente intasata, lavello ad altezza orinatoio, invitante e per questo spesso utilizzato come tale. Tutti lo sanno e, di conseguenza, nessuno lo utilizza come lavabo. Per quello si va dietro al bancone. Lo sciacquone è guasto da sempre, ma il cartello che avverte “guasto”, Silvano, lo riscrive ogni martedì. In questo modo, per gli sprovveduti, l'inconveniente sembra appena accaduto. In compenso c’è un capiente secchio da pavimento da utilizzare per tirare l’acqua. La serratura alla porta è saltata più o meno quando lo sciacquone si è rotto.
Nella zona, quella sera, sono di pattuglia l’agente Mirko e l’agente Sabrina, due poliziotti di quartiere. Il loro compito è sostanzialmente riassumibile in due parole: fare presenza. Ovvero, far avvertire la loro presenza alla cittadinanza e rassicurarla indipendentamente dal fatto che alle quattro di mattina difficilmente qualcuno riesce ad avvertirne la presenza. L’agente Mirko, ogni volta che è di turno con l’agente Sabrina, ci prova spudoratamente. Cammina con quell’andatura inconfondibile da bulletto delle medie, fuma anche se non potrebbe, fa spaventare la collega urlando all’improviso dietro ogni angolo ed ha sempre l’aria scocciata. Ondeggia ampiamente le spalle mandando avanti un passo dietro l’altro come se stesse calciando l’aria. Si tocca spesso la pistola e fa battute stupide sulle manette ed il manganello. Ha 37 anni è scapolo e non scopa troppo di frequente anche se i suoi occhi sono azzurri. Solo se lo conoscete o lo incontrate potete spiegarvi il perchè della sua discontinua attività sessuale nonostante il colore degli occhi giochi a suo favore. L’agente Sabrina è, come si suol dire, un bel pezzo di passera anche se tutto sommato, senza divisa, probabilmente sarebbe una normale trentenne ben tenuta. Alta il giusto, con un sedere nella norma ed un seno del quale difficilmente si riesce a valutarne l’entità. Gli occhi sono castani e lo sguardo è profondo. Il cappello le dona e si destreggia molto bene in quegli abiti poco civili portando con disinvoltura la una Beretta 92F al fianco sinistro ed un nero e duro manganello al fianco destro. Le manette cromate le luccicano nella zona alta della sua natica sinistra. È molto seria e professionale. Non ama discutere e, quando ha già preso una decisione, spesso si dimostra inamovibile. Non sopporta i marpioni, quelli che sanno di avere gli occhi azzurri, gli uomini in divisa ma soprattutto odia lavorare in pattuglia con Mirko. Non lo ha mai detto a nessuno ma lo reputa, niente più e niente meno di un emerito coglione. Tra un paio di ore finisce il loro turno e per Sabrina sarà un sollievo mentre per Mirko si concretizzerà l’ennesimo rifiuto. Stanno pattugliando Via della Madonna. Per strada a quell’ora di un mercoledì non vola una mosca. Non ci sono gli spacciatori che sono soliti afforlarla il fine settimana e di conseguenza non ci sono nemmeno i tossici collassati su qualche gradino; nessun ragazzo o vecchio ubriaco fa casino. La città il mercoledì sera sembra immobile e pulita, sembra un reperto in equilibrio precario sotto teca. Tra due giorni tornerà invece ad essere quella lurida e popolata città del cinema e dalle mille sfaccettature dello stesso coccio di vetro. Nemmeno una zoccola per strada. Il camion dei rifiuti è già passato e quello del lavaggio strade ha fatto il suo lavoro. Per strada si respira addirittura profumo di deodorante da gabinetto tipico degli autogrill. Quello potente che sa di menta piperita e citronella chimica. Almeno non si sente puzza di vomito o merda. I due agenti si stanno avvicinando con passo non sincronizzato all’angolo con Via col Vento. Da dietro l’angolo si vede una luce illuminare la strada, forse un'insegna di qualche locale che, rimasta accesa nel buio della notte splende come un faro da stadio. Si sentono delle voci. L’agente Sabrina sbircia l’orologio mentre l’agente Mirko avvicina la mano destra al fianco sinistro avvertendo un freddo metallico al contatto delle sue dita. Ha un brivido. Gli agenti incrociano i loro sguardi restando in silenzio. L’agente Mirko si leva quella solita espressione da deficiente che lo accompagna sempre e ne assume una un pò meno deficiente anche se non di molto. Sabrina tende l’orecchio. L’agente Mirko slaccia il cinturino in cuoio della fondina. Uno sguardo reprentino dietro le proprie spalle rassicura l'agente Sabrina.
Al Giwawa la serata sembra non arrivare mai alla fine. Il fusto della birra è stato cambiato già tre volte dalle nove, orario in cui Silvano ha aperto la porta e sono entrati i suoi quattro avventori ormai vecchi amici. Poi più nessuno vi ha più fatto ingresso. I cinque hanno tutti il ventre talmente ricolmo di birra da lasciare il primo bottone dei pantaloni sbottonato. Hanno parlato di tutto quella sera ma sembrano non aver ancora esaurito gli argomenti. Qualcuno si sta semplicemendo ripetendo, qualcuno si è ricordato di quella vecchissima barzelletta sull’italiano, il francese e l’inglese; per fortuna tutti la ricordano e lo bloccano sul nascere. Silvano è appollaiato sullo sgabello sano alla destra del bancone, Marco è seduto sul tavolo da biliardo senza buche, Sergio è dietro al bancone, dove solitamente si trova Silvano, e sta giocherellando con un cavatappi professionale color nero e le cromature luccicanti. Carlo sta pisciando da dieci minuti e Giorgio sta pensando a cosa stia facendo Carlo da dieci minuti al cesso. Silvano sostiene che domani il tempo cambierà: gli duole il ginocchio. Sergio invece insiste nell’affermare che tra il ginocchio di Silvano ed il tempo non ci sia nessun tipo di relazione e che se qualcuno vuole sapere che tempo farà domani, non deve far altro che aspettare. “Saggio” è quello che Marco pensa di Sergio dall’alto del suo tavolo verde all'italiana. La voce dei tre è velocemente cresciuta nel corso della serata ed ora, nonostante si trovino tutti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro ed immersi in un silenzio surreale, gridano ed urlano come sordi reduci della guerra del quindici-diciotto. Silvano non sembra affatto contento per l’affermazione appena fatta dal “saggio” Sergio. Per ribadire l’attendibilità del suo ginocchio-oracolo ricorda l’aneddoto di quando, l’anno scorso, ci fu il terremoto in Molise. In quella circostanza, la sera prima Silvano avvertì un fastidio insistente al ginocchio e profetizzò qualche calamità per le prossime ore. Nemmeno quella volta qualcuno gli diede retta. Quando alla fine, il giorno dopo, Silvano ascoltò il telegiornale ed ebbe conferma del terremoto, si rallegrò a tal punto da decidere, per quella sera, di offrire da bere a tutti, amici e conoscenti, al suo bar. Invitò anche alcuni rappresentanti della protezione civile della città amici della cugina acquisita di Marco. Alla fine di quella serata ad alto contenuto alcolico, quando anche la delegazione della protezione civile era pesantemente ubriaca, Silvano fu insignito del titolo onorifico di “premonitore cataclismatico”. Sergio, invece, quella sera lo definì una semplice Cassandra. Silvano appena sentito quel nome pensò subito a qualche prostituta e, offeso, non gli rivolse più la parola per qualche giorno. Poi, senza nemmeno doversi chiarire, il loro rapporto tornò alla normalità.
Carlo torna dal cesso con una faccia pessima e solleva Giorgio dal pensiero. Tutti si voltano verso di lui e lui si sente, a ragione, improvvisamente osservato. Qualcuno rompe il ghiaccio, forse Marco, chiedendo “se si sta così bene al cesso, cosa ci facciamo noi ancora qui?”. Carlo, col viso pallido e madido di sudore sbatte le ciglia lentamente ed attonito dice, scandendo bene le parole una ad una “amici, ho appena avuto un’esperienza extracorporea”. Si crea silenzio tra i quattro intorno a lui e poi, all’unisono, scoppiano tutti in una fragrante, grassa e rumorosa risata ubriaca. Carlo sembra sul punto di svenire ma per il momento resiste. Sergio fa il giro del bancone, si ferma davanti a Carlo fissandolo serio negli occhi. Gli mima col cavatappi l’estrazione dell’anima dal petto e poi, all’improvviso, corre verso la porta del locale ridendo ed urlando a pieni polmoni “porca puttana. Eccola che corre. Ecco l’anima di Carlo che scappa da quella bara ambulante”. Sergio spalanca con una manata la porta mentre Carlo sviene e cade sul pavimento zozzo del Giwawa tirandosi appresso qualche bicchiere vuoto dal bancone. Nella caduta si aggrappa in cerca di punti fermi, prima all’attaccapanni ed in seguito allo sgabello malfermo. Niente lo sorregge e Carlo rovina a terra con tutto il resto, battendo violentemente la testa.
L’agente Mirko sente delle urla disumane accompagnate da un rumore strano, come di cocci, poi un botto sordo ed un tonfo. Non si capisce bene cosa stia urlando quella voce nella notte. L’agente Mirko afferra solo un “puttana”, un “corre via”, ed un “anima... bara”. L’agente Sabrina cerca con lo sguardo gli occhi del collega e li trova. L’agente Mirko fa un cenno col capo in direzione delle voci, voltato l’angolo. I due agenti si sono capiti e, seguendo lo schema che hanno imparato, si schiacciano contro il muro. Ora anche l’agente Sabrina ha il calcio della pistola ben saldo tra le mani. Tolgono la rispettiva sicura con un semplice “click”. L’agente Mirko sporge un occhio da dietro l’angolo. A poche decine di metri si vede un uomo che, urlando, spalanca con forza la porta di un locale ancora illuminato nonostante la tarda e desolata ora e salta fuori dimenandosi da invasato con qualcosa di scuro e luccicante tra le mani. Da dentro il locale non si odono più rumori. Quell’uomo si è lasciato dietro una scia di luce e silenzio. All’agente Mirko era già capitata una situazione simile. Era appena entrato in servizio nel corpo dell'arma quando, durante un turno di notte, incappò col suo collega in un regolamento di conti tra malavitosi. Quella volta l’agente Mirko non fece nemmeno in tempo ad impugnare la pistola d’ordinanza che quelli avevano già incominciato a sparargli contro. Lui ed il suo collega si salvarono per miracolo rifugiandosi dietro un’utilitaria gialla posteggiata in divieto di sosta davanti ad un passo carraio. Probabilmente l'abitazione di un medico che, a qualunque ora del giorno o della notte avrebbe potuto aver bisogno di uscire dal garage con l'auto per una chiamata urgente o probabilmente no. Una volta terminata la sparatoria e salvata la pelle, l'agente Mirko ebbe l’istinto di fare una contravvenzione all’auto dietro la quale si era salvato la vita. Non la fece ma di quella sera, a distanza di anni, ricorda con precisione solo la seicento gialla in divieto di sosta e pochi altri particolari. Indagando scoprì che l’auto gialla era stata acquistata, pochi giorni prima, da una certa Stefania. La seicento era di seconda mano. Sa di dovere la propria incolumità a questa certa Stefania.
L’agente Mirko srolla la testa facendo svanire quel ricordo e con incredibile decisione, mette in atto una plastica mossa da basket e, senza muovere il piede “perno”, routa col busto di centottanta gradi finendo nella classica posizione immortalata in mille film quando un poliziotto si appresta a sparare. Nelle sue orecchie ha solo un ronzio che gli impedisce di sentire tutto quello che lo circonda, ovvero, il silenzio quasi assoluto. Niente fa più rumore; tutto ronza come un maledetto moscone insinuatosi nel condotto uditivo. Con le gambe larghe, molleggiate, col busto leggermente sbilanciato in avanti, le braccia tese con le mani unite intorno al calcio freddo della pistola ha l’indice destro fermo sul grilletto. Sudore gelido gli scende dal cappello e gli cola sulle palpebre, sulle labbra e lungo il collo. Urla “fermo dove sei! Non ti muovere”. Poi mentendo, come la registrazione di un nastro preimpostato, continua con convinzione “sei corcondato, sei fottuto. Arrenditi bastardo”. Dietro di lui anche l’agente Sabrina si è lasciata coinvolgere dalla situazione e, da buona seconda guardia, si posiziona due passi dietro il collega, alla sua sinistra, impugnando rigidamente la sua pistola. Le dita avvinghiate al calcio sono bianche e gelide, non circola più una sola goccia di sangue. L’agente Sabrina non ha mai sparato un colpo fuori dal poligono di tiro. Non si è nemmeno mai immaginata come potrebbe essere farlo. La tensione le è salita dallo stomaco sino alla testa per poi invertire rapida il suo corso e ridiscendere con un gelido brivido verso le gambe. In mezzo alle gambe avverte una leggera vibrazione, un minimo bruciore ed una sensazione di caldo seguire veloce il brivido giù fino alle caviglie. Non capisce cosa stia succedendo e, come un bambino di fronte ad una nuova emozione, rimane immobile, impietrita.
Sergio, brandendo quello stupido cavatappi nero sente qualcuno urlargli qualcosa di indecifrabile dall’inizio della via. Si volta in quella direzione e si blocca come una lepre abbagliata dai fari di un bracconiere. Sgrana gli occhi, inarca le sopracciglie e gli si blocca il respiro in gola. Vorrebbe deglutire ma non riesce per il nodo che gli si è repentinamente formato. Vede due poliziotti, nota che uno è donna e sembra carina. Sergio cerca lo sguardo della donna ma i suoi occhi si incagliano sul luccichìo della canna di una pistole che, anche se di poco, precede lo sguardo dell'agente. “Cazzo mi stanno puntando delle maledette pistole, cazzo” è quello che gli esce involontariamente dalla bocca con voce malferma e roca. Sergio non comanda più il suo corpo. Tutto quello che gli passa per la testa si materializza nella realtà. Si scuote liberandosi dall’immobilità che lo ha rapito e, comprendendo l’intenzione dei due poliziotti, gli porge le braccia tese e le mani a dimostrazione della sua inoffensività. Il gesto è istintivo e veloce; si gira in direzione dei due e fa un passo verso di loro.
L’agente Mirko non riesce più a resistere a quel ronzio che gli riempie la testa e gli comprime le meningi. Vede un sipario rosso calargi sugli occhi. Tenta di resistere ma il sipario ormai lo ha privato della vista. L’agente Mirko stringe il calcio della pistola e strizza gli occhi più volte voltando il capo dalla parte. Digrigna i denti e tende tutti i nervi del suo corpo fino a che la pressione del sangue che gli pulsa violentemente sulle tempie ed ai lati del collo diventa insopportabile. L’agente Sabrina, ora, sente anche i piedi bagnati mentre una debolezza la invade, la scuote e la getta a terra come uno straccio strizzato seguendo la traiettoria di caduta di una piuma.
Dentro al Giwawa Carlo è soccorso dai due amici e da Silvano. Ha ripreso conoscenza ma si lamenta del dolore alla testa. Giorgio ha preso del ghiaccio dalla celletta frigorifera dietro al bancone. Silvano ridacchia vedendo risorgere Carlo prima di tre giorni. Tutti ridono divertiti. Il pericolo che Carlo potesse farsi veramente male era alto ma è ormai scongiurato. Marco si dirige verso la porta per dare la buona notizia a Sergio e soprattutto perchè urge “un brindisi alla morte che nemmeno stavolta si è degnata di prendersi Carlo”. Arrivato sulla soglia del Giwawa Marco vede Sergio in mezzo alla strada tendere le braccia avanti a se come un Gesù urbano ed incamminarsi lentamente verso l’inizio della via come uno zombie. Marco non fa in tempo a pensare che questa sera sono tutti matti quando avverte un botto secco, sordo e luminoso.
Marco si china d’istinto appoggiandosi alla porta e guardandosi, spaventato, intorno.
Silvano, Carlo e Giorgio si voltano di scatto verso la porta d’ingresso.
L’agente Sabrina è incoscente distesa in mezzo al suo stesso piscio.
L’agente Mirko non sente più il ronzio. Si sente leggero ed inebriato. Gli fanno male i polsi ed ha le narici invase da un odore strano, piccante. Forse gli verrà da starnutire. Non ha ancora riaperto gli occhi ma ha calde lacrime che gli rigano il viso e singhiozzi e convulsioni che non lo fanno respirare per lunghi momenti. Diventa cianotico per l’apnea.
Sergio giace riverso in mezzo alla strada in un denso lago scuro, illuminato da un lampione di luce calda e gialla. Gli brilla il cavatappi accanto.
La settimana scorsa mi ha investito un taxi e sono convalescente a letto con una gamba rotta. Non riesco a prender sonno perchè è tutta notte che invidio i miei amici. Sono certo si stiano divertendo, ubriachi fino all’osso, al Giwawa. Spero di rimettermi presto.
La gente è la stessa, Marco, Giorgio, Carlo e Sergio e come sempre, nessuna donna.
Il barista non può che essere Silvano.
La scena si svolge alle quattro di mattina, ovvero, due ore dopo l’orario di chiusura obbligatoria per i locali notturni. Tutti gli avventori sono completamente ubriachi. Silvano, il barista, forse è più ubriaco dei suoi clienti. Io non ci sono. Il Giwawa è il classico posto dove nessuno ci finisce per caso. La luce è sempre soffusa, le pareti sono impregnate di fumo e, nonostante non ci si fumi più ormai da anni, l’aria sa di tabacco stantio misto saliva. I muri hanno assunto, nel corso del tempo, una tinta eterogenea di diverse sfumature di grigio. Il bancone, in legno scuro, domina un lato intero dell’unica sala che compone il Giwawa. Ci sono solo tre sgabelli “sani”, ovviamente riservati ai clienti fissi. Gli altri sette sono allentati ed un sinistro cigolìo accompagna ogni movimento; come se non bastasse,i poggia piedi sono ormai tutti definitivamente caduti. Entrando, sul lato sinistro, ci sono due tavoli da biliardo. Uno normale con il tappeto non troppo bucato o macchiato e l’altro indecente, bruciacchiato e stinto. Il primo all’italiana, il secondo con le buche. Ovviamente, sulla destra rispetto all’entrata, c’è il bagno. Uno tra i peggiori bagni della zona. Turca zozza perennemente intasata, lavello ad altezza orinatoio, invitante e per questo spesso utilizzato come tale. Tutti lo sanno e, di conseguenza, nessuno lo utilizza come lavabo. Per quello si va dietro al bancone. Lo sciacquone è guasto da sempre, ma il cartello che avverte “guasto”, Silvano, lo riscrive ogni martedì. In questo modo, per gli sprovveduti, l'inconveniente sembra appena accaduto. In compenso c’è un capiente secchio da pavimento da utilizzare per tirare l’acqua. La serratura alla porta è saltata più o meno quando lo sciacquone si è rotto.
Nella zona, quella sera, sono di pattuglia l’agente Mirko e l’agente Sabrina, due poliziotti di quartiere. Il loro compito è sostanzialmente riassumibile in due parole: fare presenza. Ovvero, far avvertire la loro presenza alla cittadinanza e rassicurarla indipendentamente dal fatto che alle quattro di mattina difficilmente qualcuno riesce ad avvertirne la presenza. L’agente Mirko, ogni volta che è di turno con l’agente Sabrina, ci prova spudoratamente. Cammina con quell’andatura inconfondibile da bulletto delle medie, fuma anche se non potrebbe, fa spaventare la collega urlando all’improviso dietro ogni angolo ed ha sempre l’aria scocciata. Ondeggia ampiamente le spalle mandando avanti un passo dietro l’altro come se stesse calciando l’aria. Si tocca spesso la pistola e fa battute stupide sulle manette ed il manganello. Ha 37 anni è scapolo e non scopa troppo di frequente anche se i suoi occhi sono azzurri. Solo se lo conoscete o lo incontrate potete spiegarvi il perchè della sua discontinua attività sessuale nonostante il colore degli occhi giochi a suo favore. L’agente Sabrina è, come si suol dire, un bel pezzo di passera anche se tutto sommato, senza divisa, probabilmente sarebbe una normale trentenne ben tenuta. Alta il giusto, con un sedere nella norma ed un seno del quale difficilmente si riesce a valutarne l’entità. Gli occhi sono castani e lo sguardo è profondo. Il cappello le dona e si destreggia molto bene in quegli abiti poco civili portando con disinvoltura la una Beretta 92F al fianco sinistro ed un nero e duro manganello al fianco destro. Le manette cromate le luccicano nella zona alta della sua natica sinistra. È molto seria e professionale. Non ama discutere e, quando ha già preso una decisione, spesso si dimostra inamovibile. Non sopporta i marpioni, quelli che sanno di avere gli occhi azzurri, gli uomini in divisa ma soprattutto odia lavorare in pattuglia con Mirko. Non lo ha mai detto a nessuno ma lo reputa, niente più e niente meno di un emerito coglione. Tra un paio di ore finisce il loro turno e per Sabrina sarà un sollievo mentre per Mirko si concretizzerà l’ennesimo rifiuto. Stanno pattugliando Via della Madonna. Per strada a quell’ora di un mercoledì non vola una mosca. Non ci sono gli spacciatori che sono soliti afforlarla il fine settimana e di conseguenza non ci sono nemmeno i tossici collassati su qualche gradino; nessun ragazzo o vecchio ubriaco fa casino. La città il mercoledì sera sembra immobile e pulita, sembra un reperto in equilibrio precario sotto teca. Tra due giorni tornerà invece ad essere quella lurida e popolata città del cinema e dalle mille sfaccettature dello stesso coccio di vetro. Nemmeno una zoccola per strada. Il camion dei rifiuti è già passato e quello del lavaggio strade ha fatto il suo lavoro. Per strada si respira addirittura profumo di deodorante da gabinetto tipico degli autogrill. Quello potente che sa di menta piperita e citronella chimica. Almeno non si sente puzza di vomito o merda. I due agenti si stanno avvicinando con passo non sincronizzato all’angolo con Via col Vento. Da dietro l’angolo si vede una luce illuminare la strada, forse un'insegna di qualche locale che, rimasta accesa nel buio della notte splende come un faro da stadio. Si sentono delle voci. L’agente Sabrina sbircia l’orologio mentre l’agente Mirko avvicina la mano destra al fianco sinistro avvertendo un freddo metallico al contatto delle sue dita. Ha un brivido. Gli agenti incrociano i loro sguardi restando in silenzio. L’agente Mirko si leva quella solita espressione da deficiente che lo accompagna sempre e ne assume una un pò meno deficiente anche se non di molto. Sabrina tende l’orecchio. L’agente Mirko slaccia il cinturino in cuoio della fondina. Uno sguardo reprentino dietro le proprie spalle rassicura l'agente Sabrina.
Al Giwawa la serata sembra non arrivare mai alla fine. Il fusto della birra è stato cambiato già tre volte dalle nove, orario in cui Silvano ha aperto la porta e sono entrati i suoi quattro avventori ormai vecchi amici. Poi più nessuno vi ha più fatto ingresso. I cinque hanno tutti il ventre talmente ricolmo di birra da lasciare il primo bottone dei pantaloni sbottonato. Hanno parlato di tutto quella sera ma sembrano non aver ancora esaurito gli argomenti. Qualcuno si sta semplicemendo ripetendo, qualcuno si è ricordato di quella vecchissima barzelletta sull’italiano, il francese e l’inglese; per fortuna tutti la ricordano e lo bloccano sul nascere. Silvano è appollaiato sullo sgabello sano alla destra del bancone, Marco è seduto sul tavolo da biliardo senza buche, Sergio è dietro al bancone, dove solitamente si trova Silvano, e sta giocherellando con un cavatappi professionale color nero e le cromature luccicanti. Carlo sta pisciando da dieci minuti e Giorgio sta pensando a cosa stia facendo Carlo da dieci minuti al cesso. Silvano sostiene che domani il tempo cambierà: gli duole il ginocchio. Sergio invece insiste nell’affermare che tra il ginocchio di Silvano ed il tempo non ci sia nessun tipo di relazione e che se qualcuno vuole sapere che tempo farà domani, non deve far altro che aspettare. “Saggio” è quello che Marco pensa di Sergio dall’alto del suo tavolo verde all'italiana. La voce dei tre è velocemente cresciuta nel corso della serata ed ora, nonostante si trovino tutti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro ed immersi in un silenzio surreale, gridano ed urlano come sordi reduci della guerra del quindici-diciotto. Silvano non sembra affatto contento per l’affermazione appena fatta dal “saggio” Sergio. Per ribadire l’attendibilità del suo ginocchio-oracolo ricorda l’aneddoto di quando, l’anno scorso, ci fu il terremoto in Molise. In quella circostanza, la sera prima Silvano avvertì un fastidio insistente al ginocchio e profetizzò qualche calamità per le prossime ore. Nemmeno quella volta qualcuno gli diede retta. Quando alla fine, il giorno dopo, Silvano ascoltò il telegiornale ed ebbe conferma del terremoto, si rallegrò a tal punto da decidere, per quella sera, di offrire da bere a tutti, amici e conoscenti, al suo bar. Invitò anche alcuni rappresentanti della protezione civile della città amici della cugina acquisita di Marco. Alla fine di quella serata ad alto contenuto alcolico, quando anche la delegazione della protezione civile era pesantemente ubriaca, Silvano fu insignito del titolo onorifico di “premonitore cataclismatico”. Sergio, invece, quella sera lo definì una semplice Cassandra. Silvano appena sentito quel nome pensò subito a qualche prostituta e, offeso, non gli rivolse più la parola per qualche giorno. Poi, senza nemmeno doversi chiarire, il loro rapporto tornò alla normalità.
Carlo torna dal cesso con una faccia pessima e solleva Giorgio dal pensiero. Tutti si voltano verso di lui e lui si sente, a ragione, improvvisamente osservato. Qualcuno rompe il ghiaccio, forse Marco, chiedendo “se si sta così bene al cesso, cosa ci facciamo noi ancora qui?”. Carlo, col viso pallido e madido di sudore sbatte le ciglia lentamente ed attonito dice, scandendo bene le parole una ad una “amici, ho appena avuto un’esperienza extracorporea”. Si crea silenzio tra i quattro intorno a lui e poi, all’unisono, scoppiano tutti in una fragrante, grassa e rumorosa risata ubriaca. Carlo sembra sul punto di svenire ma per il momento resiste. Sergio fa il giro del bancone, si ferma davanti a Carlo fissandolo serio negli occhi. Gli mima col cavatappi l’estrazione dell’anima dal petto e poi, all’improvviso, corre verso la porta del locale ridendo ed urlando a pieni polmoni “porca puttana. Eccola che corre. Ecco l’anima di Carlo che scappa da quella bara ambulante”. Sergio spalanca con una manata la porta mentre Carlo sviene e cade sul pavimento zozzo del Giwawa tirandosi appresso qualche bicchiere vuoto dal bancone. Nella caduta si aggrappa in cerca di punti fermi, prima all’attaccapanni ed in seguito allo sgabello malfermo. Niente lo sorregge e Carlo rovina a terra con tutto il resto, battendo violentemente la testa.
L’agente Mirko sente delle urla disumane accompagnate da un rumore strano, come di cocci, poi un botto sordo ed un tonfo. Non si capisce bene cosa stia urlando quella voce nella notte. L’agente Mirko afferra solo un “puttana”, un “corre via”, ed un “anima... bara”. L’agente Sabrina cerca con lo sguardo gli occhi del collega e li trova. L’agente Mirko fa un cenno col capo in direzione delle voci, voltato l’angolo. I due agenti si sono capiti e, seguendo lo schema che hanno imparato, si schiacciano contro il muro. Ora anche l’agente Sabrina ha il calcio della pistola ben saldo tra le mani. Tolgono la rispettiva sicura con un semplice “click”. L’agente Mirko sporge un occhio da dietro l’angolo. A poche decine di metri si vede un uomo che, urlando, spalanca con forza la porta di un locale ancora illuminato nonostante la tarda e desolata ora e salta fuori dimenandosi da invasato con qualcosa di scuro e luccicante tra le mani. Da dentro il locale non si odono più rumori. Quell’uomo si è lasciato dietro una scia di luce e silenzio. All’agente Mirko era già capitata una situazione simile. Era appena entrato in servizio nel corpo dell'arma quando, durante un turno di notte, incappò col suo collega in un regolamento di conti tra malavitosi. Quella volta l’agente Mirko non fece nemmeno in tempo ad impugnare la pistola d’ordinanza che quelli avevano già incominciato a sparargli contro. Lui ed il suo collega si salvarono per miracolo rifugiandosi dietro un’utilitaria gialla posteggiata in divieto di sosta davanti ad un passo carraio. Probabilmente l'abitazione di un medico che, a qualunque ora del giorno o della notte avrebbe potuto aver bisogno di uscire dal garage con l'auto per una chiamata urgente o probabilmente no. Una volta terminata la sparatoria e salvata la pelle, l'agente Mirko ebbe l’istinto di fare una contravvenzione all’auto dietro la quale si era salvato la vita. Non la fece ma di quella sera, a distanza di anni, ricorda con precisione solo la seicento gialla in divieto di sosta e pochi altri particolari. Indagando scoprì che l’auto gialla era stata acquistata, pochi giorni prima, da una certa Stefania. La seicento era di seconda mano. Sa di dovere la propria incolumità a questa certa Stefania.
L’agente Mirko srolla la testa facendo svanire quel ricordo e con incredibile decisione, mette in atto una plastica mossa da basket e, senza muovere il piede “perno”, routa col busto di centottanta gradi finendo nella classica posizione immortalata in mille film quando un poliziotto si appresta a sparare. Nelle sue orecchie ha solo un ronzio che gli impedisce di sentire tutto quello che lo circonda, ovvero, il silenzio quasi assoluto. Niente fa più rumore; tutto ronza come un maledetto moscone insinuatosi nel condotto uditivo. Con le gambe larghe, molleggiate, col busto leggermente sbilanciato in avanti, le braccia tese con le mani unite intorno al calcio freddo della pistola ha l’indice destro fermo sul grilletto. Sudore gelido gli scende dal cappello e gli cola sulle palpebre, sulle labbra e lungo il collo. Urla “fermo dove sei! Non ti muovere”. Poi mentendo, come la registrazione di un nastro preimpostato, continua con convinzione “sei corcondato, sei fottuto. Arrenditi bastardo”. Dietro di lui anche l’agente Sabrina si è lasciata coinvolgere dalla situazione e, da buona seconda guardia, si posiziona due passi dietro il collega, alla sua sinistra, impugnando rigidamente la sua pistola. Le dita avvinghiate al calcio sono bianche e gelide, non circola più una sola goccia di sangue. L’agente Sabrina non ha mai sparato un colpo fuori dal poligono di tiro. Non si è nemmeno mai immaginata come potrebbe essere farlo. La tensione le è salita dallo stomaco sino alla testa per poi invertire rapida il suo corso e ridiscendere con un gelido brivido verso le gambe. In mezzo alle gambe avverte una leggera vibrazione, un minimo bruciore ed una sensazione di caldo seguire veloce il brivido giù fino alle caviglie. Non capisce cosa stia succedendo e, come un bambino di fronte ad una nuova emozione, rimane immobile, impietrita.
Sergio, brandendo quello stupido cavatappi nero sente qualcuno urlargli qualcosa di indecifrabile dall’inizio della via. Si volta in quella direzione e si blocca come una lepre abbagliata dai fari di un bracconiere. Sgrana gli occhi, inarca le sopracciglie e gli si blocca il respiro in gola. Vorrebbe deglutire ma non riesce per il nodo che gli si è repentinamente formato. Vede due poliziotti, nota che uno è donna e sembra carina. Sergio cerca lo sguardo della donna ma i suoi occhi si incagliano sul luccichìo della canna di una pistole che, anche se di poco, precede lo sguardo dell'agente. “Cazzo mi stanno puntando delle maledette pistole, cazzo” è quello che gli esce involontariamente dalla bocca con voce malferma e roca. Sergio non comanda più il suo corpo. Tutto quello che gli passa per la testa si materializza nella realtà. Si scuote liberandosi dall’immobilità che lo ha rapito e, comprendendo l’intenzione dei due poliziotti, gli porge le braccia tese e le mani a dimostrazione della sua inoffensività. Il gesto è istintivo e veloce; si gira in direzione dei due e fa un passo verso di loro.
L’agente Mirko non riesce più a resistere a quel ronzio che gli riempie la testa e gli comprime le meningi. Vede un sipario rosso calargi sugli occhi. Tenta di resistere ma il sipario ormai lo ha privato della vista. L’agente Mirko stringe il calcio della pistola e strizza gli occhi più volte voltando il capo dalla parte. Digrigna i denti e tende tutti i nervi del suo corpo fino a che la pressione del sangue che gli pulsa violentemente sulle tempie ed ai lati del collo diventa insopportabile. L’agente Sabrina, ora, sente anche i piedi bagnati mentre una debolezza la invade, la scuote e la getta a terra come uno straccio strizzato seguendo la traiettoria di caduta di una piuma.
Dentro al Giwawa Carlo è soccorso dai due amici e da Silvano. Ha ripreso conoscenza ma si lamenta del dolore alla testa. Giorgio ha preso del ghiaccio dalla celletta frigorifera dietro al bancone. Silvano ridacchia vedendo risorgere Carlo prima di tre giorni. Tutti ridono divertiti. Il pericolo che Carlo potesse farsi veramente male era alto ma è ormai scongiurato. Marco si dirige verso la porta per dare la buona notizia a Sergio e soprattutto perchè urge “un brindisi alla morte che nemmeno stavolta si è degnata di prendersi Carlo”. Arrivato sulla soglia del Giwawa Marco vede Sergio in mezzo alla strada tendere le braccia avanti a se come un Gesù urbano ed incamminarsi lentamente verso l’inizio della via come uno zombie. Marco non fa in tempo a pensare che questa sera sono tutti matti quando avverte un botto secco, sordo e luminoso.
Marco si china d’istinto appoggiandosi alla porta e guardandosi, spaventato, intorno.
Silvano, Carlo e Giorgio si voltano di scatto verso la porta d’ingresso.
L’agente Sabrina è incoscente distesa in mezzo al suo stesso piscio.
L’agente Mirko non sente più il ronzio. Si sente leggero ed inebriato. Gli fanno male i polsi ed ha le narici invase da un odore strano, piccante. Forse gli verrà da starnutire. Non ha ancora riaperto gli occhi ma ha calde lacrime che gli rigano il viso e singhiozzi e convulsioni che non lo fanno respirare per lunghi momenti. Diventa cianotico per l’apnea.
Sergio giace riverso in mezzo alla strada in un denso lago scuro, illuminato da un lampione di luce calda e gialla. Gli brilla il cavatappi accanto.
La settimana scorsa mi ha investito un taxi e sono convalescente a letto con una gamba rotta. Non riesco a prender sonno perchè è tutta notte che invidio i miei amici. Sono certo si stiano divertendo, ubriachi fino all’osso, al Giwawa. Spero di rimettermi presto.
martedì 6 maggio 2008
Una favola
Dopo l'ennesimo litigio lei gli disse con tono deciso "non farti più vedere!".
Lui diventò invisibile e vissero felici e contenti.
Lui diventò invisibile e vissero felici e contenti.
lunedì 31 marzo 2008
una lettera da lontano
Che fine aveva fatto? Certo non l’avevo cercata molto. L’avevo persa ancora prima che partisse sul serio. Non che mi importasse molto. Un modo per riempire i miei momenti buchi. Che in quel periodo erano tanti come le auto in coda dirette verso il centro della città. Un fiume di frustrati spermatozoi.
Chiamò Luca. Era passata mezzanotte e di solito da quando uscivo dall’ufficio potevo contare al massimo su un paio di telefonate che comunque si esaurivano prima delle 9 di sera. Come i programmi a quiz di canale cinque. Luca mi raccontò qualcosa. Era palesemente ubriaco ed io palesemente stanco. Recuperai un paio di battute da un repertorio che lui fu felice di ricordare. Poi ci salutammo. Il giorno seguente ci saremmo probabilmente incontrati per affrontare sobriamente un aperitivo. Il classico aperitivo del venerdì sera. Al solito posto con la solita gente. Come un telefilm ripetuto alle 4 del mattino di una domenica notte.
Tornai a quella lettera aperta. Avevo tagliato la chiusura lungo la piega con le mie polivalenti forbici dall’impugnatura rossa che usavo per aprire i pacchi, accorciarmi la barba e tagliare la pizza da asporto prima che si raffreddasse tutta. Veloce come l’eiaculazione precoce.
Stefania diceva di stare benone. Aveva passato un paio di mesi splendidi a Madrid ed ora si era stabilita più o meno stabilmente a Saragozza. Sapevo dove era Madrid. Non sapevo dove fosse Saragozza. Andai avanti a leggere. Non parlava di me, nemmeno del noi che poteva esserci stato. Raccontava semplicemente quello che era successo. Sterile come un preservativo ancora nella sua busta di alluminio colorato. Aveva imparato qualche ricetta nuova, aveva bevuto questo e quello. Non parlava di persone conosciute nel dettaglio. Segno che ce n’era una importante. E non ero certo io. Non c’era niente di me stesso in tutta la lettera se non l’indirizzo. Accantonai quindi il foglio e ripresi la busta. Accarezzai le parole che scandivano il mio nome. Sancendo la mia esistenza.
Chiamò Luca. Era passata mezzanotte e di solito da quando uscivo dall’ufficio potevo contare al massimo su un paio di telefonate che comunque si esaurivano prima delle 9 di sera. Come i programmi a quiz di canale cinque. Luca mi raccontò qualcosa. Era palesemente ubriaco ed io palesemente stanco. Recuperai un paio di battute da un repertorio che lui fu felice di ricordare. Poi ci salutammo. Il giorno seguente ci saremmo probabilmente incontrati per affrontare sobriamente un aperitivo. Il classico aperitivo del venerdì sera. Al solito posto con la solita gente. Come un telefilm ripetuto alle 4 del mattino di una domenica notte.
Tornai a quella lettera aperta. Avevo tagliato la chiusura lungo la piega con le mie polivalenti forbici dall’impugnatura rossa che usavo per aprire i pacchi, accorciarmi la barba e tagliare la pizza da asporto prima che si raffreddasse tutta. Veloce come l’eiaculazione precoce.
Stefania diceva di stare benone. Aveva passato un paio di mesi splendidi a Madrid ed ora si era stabilita più o meno stabilmente a Saragozza. Sapevo dove era Madrid. Non sapevo dove fosse Saragozza. Andai avanti a leggere. Non parlava di me, nemmeno del noi che poteva esserci stato. Raccontava semplicemente quello che era successo. Sterile come un preservativo ancora nella sua busta di alluminio colorato. Aveva imparato qualche ricetta nuova, aveva bevuto questo e quello. Non parlava di persone conosciute nel dettaglio. Segno che ce n’era una importante. E non ero certo io. Non c’era niente di me stesso in tutta la lettera se non l’indirizzo. Accantonai quindi il foglio e ripresi la busta. Accarezzai le parole che scandivano il mio nome. Sancendo la mia esistenza.
mercoledì 13 febbraio 2008
Andare
Andare, andare, lasciarsi trasportare dalla strada nella notte più buia e sola del secolo, cullati dalla melodia cantata dalla scassata radio economica dell’auto di Anselmo, errando per i campi affumicati dalla nebbia della bassa provincia padano-lombarda percorrendo e serpeggiando per i tracciati delle sconnesse strade protoprovinciali, maleassestate e per questo deserte ed assonnate, lasciandosi strisciare accanto le poche luci al neon delle due o tre insegne ancora accese in questa notte densa come fossero meteore incendiate nel giorno di San Lorenzo. Avere benzina sufficiente per andare e tornare e non come l’estate scorsa quando, una volta arrivati a destinazione, ci siamo accorti che il serbatoio era ormai a secco ed i nostri soldi sputtanati per tutta la notte in birra e vino e rum, vodka ed infine per l’ultimo caffè prima di rimetterci in viaggio lungo quelle strade già percorse e dover poi abbandonare la macchina ormai asciutta sul ciglio friabile della strada, al margine dell’asfalto e spegnere i fari ma non la radio, abbassare i finestrini ma non troppo per via delle zanzare ed assopirci ebbri e contenti e stonati in quella notte trafficata e rumorosa di civette e topi e nutrie, ricci e gufi, ranocchi. Lo scorrere incostante del segno di mezzeria color avorio spento sotto gli occhi appannati di noi tre decisi a trovare il senso della vita e dell’universo intero tra ricordi di una giovinezza non ancora terminata e progetti futuribili, bottiglie vuote come le tasche e cappotti fuori moda, cantando il romanticismo immortale della rivoluzione, ci fanno sentire viventi esseri in movimento. La chiave della vita, in quelle notti, è tutta racchiusa nell’atto stesso dello spostamento, del trasferimento continuo ed infinito, nell’assecondare ed armonizzare il trascorrere del tempo con lo scorrere della strada, dei chilometri macinati, inghiottiti, fatti nostri in qualunque condizione, indipendentemente dal clima, dagli impegni, dai progetti che, sempre in quei frangenti, rimangono in divenire al motto del ci sarà tempo per farlo. La macchina scassata, con le molle del sedile posteriore che ti trapanano il culo ed impediscono di svaccarti comodamente, la seconda che gratta come la gola di un vecchio tabaccoso e che, ogni qualvolta si deve cambiare, fa pregare gli angeli, gli gnomi, le fate e le madonne perchè resista anche questa volta, ancora quella volta e la prossima, i tergicristalli che non tolgono l’acqua dal vetro ma la tirano fino a farla sembrare olio, fino a farci credere di essere entrati nell’apocalisse ed arrivare ad attendere la pioggia di rane perchè di cavallette ce ne sono già in abbondanza e di più ancora non si saprebbe come farcele stare. Il motore è costante sotto il comando del piede di Anselmo che ama guidare, adora la sensazione di avere il pieno controllo dello strumento magico del movimento; guida prudente anche perchè per le nostre strade non si potrebbe fare altrimenti se non si vuole rischiare di finire come una supposta nel fiume gonfio e plumbeo come un cielo sudamericano. E al posto del passegero anteriore, il gigante buono, Artù, che col suo metro e novantotto non poteva stare altrimenti, quando da quel giorno, per il suo compleanno, Anselmo ha deciso che sarebbe dovuto stare comodo, con le gambe allungate e non costretto come un animale allo zoo e dunque al termine di quella serata alcolica ed onirica che fu in seguito nominata dell’amicizia, con una lucidità umida negli occhi che non rispecchiava quella della sua psiche, ha divelto con un colpo sicuro il cassetto portaoggetti per risistemarlo nel baule. Tutti abbiamo riso divertiti allo show di Anselmo che nell’operazione si era pure tagliato un dito e sanguinava lamentandosi come un maiale norcinato e poi Artù che, come un vero re, si è sistemato al suo posto di passeggero comodo comodo come un pashà e che per dimostrare l'ampiezza ricavata, alzando appena un poco la chiappa destra ha mollato una scorreggia tonante come riconoscenza e poi l’abbraccio col suo amico col dito bendato dal panno di daino.
Le scorribande notturne, con i nostri genitori in pensiero, preoccupati, che non riescono a capire il perchè di quella che ai loro occhi appare come una nostra inspiegabile inquietudine e che per questo non possono raggiungere il sonno sapendoci in giro a fare baldoria, perchè per conoscere lo stato dei fatti non è necessario farselo dire, e dunque attendere la notte intera seduti sul divano, col plaid tirato fino alle spalle per tenere lontano il freddo dell’attesa, con lo sguardo illuminato e pesante fissato sulle immagini di un televisore stanco senza volume a tendere l’orecchio teso per carpire qualche rumore di automobile sperando in cuor loro che sia quella giusta ma scaramanticamente dicendosi che no, non può essere questa, ed il sollievo quando, ormai stremati dalla stanchezza, abbandonati ad un necessario trascinato riposo, all’orecchio giunge il metallico scoccare della serratura e le forze che rimangono bastano solo per un burbero saluto grugnito a mezza voce prima di andare definitivamente poche ore a letto.
Ma noi stiamo bene in giro, in macchina, a bere in compagnia e lo sappiamo quello che sta succedendo a casa ma non lo riteniamo corretto e per questo non intendiamo lasciarci intimidire e limitare, non possiamo nemmeno lontanamente concepire come giusta una tale coercizione alla nostra vita e così andiamo, andiamo e strisciamo tra i campi di grano, i vigneti ed i campi arati, i pioppeti e le cascine dormienti, cantiamo, beviamo brindando alla notte ed alla vita, alla nostra imensa vita tra le anse delle strade sull'argine del fiume. Lo facciamo naturalmente, spontaneamente perchè, inconsapevolmente, sappiamo a cosa siamo destinati, cosa ci attende, cosa tutti prima o poi, spesso contro la propria volontà, sono finiti con l’accettare: le responsabilità, il lavoro seduto dietro ad una scrivania a fissare un monitor, rispondere al telefono e chiedere sempre come va? e rispondere bene anche quando in cuor proprio verrebbe spontaneo dire che è tutto una merda e che fa schifo e che la vita ci si ricorda com’era bella, e poi ancora il doversi svegliare la mattina presto dopo una nottata inutile, sprecata, il traferirsi in un altro posto, in una città maleodorante di chiuso, di chimico ed infetto in cui la umile puzza di letame e l’umidità della bruma ci sono proibite, vietate, relegate a semplice ricordo adolescenziale, i buchi nelle strade ci sono ma quello che manca è il buio, il verso dei gufi, delle civette, il gracchiare metallico e melodioso dei ranocchi e del cambio ed il cicalare dei grilli, manca la luce delle stelle e la luna si confonde col faro di qualche antenna sul tetto di un grattacielo e gli amici sono lontani, persi. Noi sappiamo che la vita è da spremere quanto più possibile quando può offrire il suo nettare migliore. Non vogliamo conservarla sotto teca, in formalina o come un reperto od un qualcosa da tenere per ultimo, per l’occasione giusta che non arriva mai, come la bottiglia più buona della cantina o le fragole della macedonia.
Le scorribande notturne, con i nostri genitori in pensiero, preoccupati, che non riescono a capire il perchè di quella che ai loro occhi appare come una nostra inspiegabile inquietudine e che per questo non possono raggiungere il sonno sapendoci in giro a fare baldoria, perchè per conoscere lo stato dei fatti non è necessario farselo dire, e dunque attendere la notte intera seduti sul divano, col plaid tirato fino alle spalle per tenere lontano il freddo dell’attesa, con lo sguardo illuminato e pesante fissato sulle immagini di un televisore stanco senza volume a tendere l’orecchio teso per carpire qualche rumore di automobile sperando in cuor loro che sia quella giusta ma scaramanticamente dicendosi che no, non può essere questa, ed il sollievo quando, ormai stremati dalla stanchezza, abbandonati ad un necessario trascinato riposo, all’orecchio giunge il metallico scoccare della serratura e le forze che rimangono bastano solo per un burbero saluto grugnito a mezza voce prima di andare definitivamente poche ore a letto.
Ma noi stiamo bene in giro, in macchina, a bere in compagnia e lo sappiamo quello che sta succedendo a casa ma non lo riteniamo corretto e per questo non intendiamo lasciarci intimidire e limitare, non possiamo nemmeno lontanamente concepire come giusta una tale coercizione alla nostra vita e così andiamo, andiamo e strisciamo tra i campi di grano, i vigneti ed i campi arati, i pioppeti e le cascine dormienti, cantiamo, beviamo brindando alla notte ed alla vita, alla nostra imensa vita tra le anse delle strade sull'argine del fiume. Lo facciamo naturalmente, spontaneamente perchè, inconsapevolmente, sappiamo a cosa siamo destinati, cosa ci attende, cosa tutti prima o poi, spesso contro la propria volontà, sono finiti con l’accettare: le responsabilità, il lavoro seduto dietro ad una scrivania a fissare un monitor, rispondere al telefono e chiedere sempre come va? e rispondere bene anche quando in cuor proprio verrebbe spontaneo dire che è tutto una merda e che fa schifo e che la vita ci si ricorda com’era bella, e poi ancora il doversi svegliare la mattina presto dopo una nottata inutile, sprecata, il traferirsi in un altro posto, in una città maleodorante di chiuso, di chimico ed infetto in cui la umile puzza di letame e l’umidità della bruma ci sono proibite, vietate, relegate a semplice ricordo adolescenziale, i buchi nelle strade ci sono ma quello che manca è il buio, il verso dei gufi, delle civette, il gracchiare metallico e melodioso dei ranocchi e del cambio ed il cicalare dei grilli, manca la luce delle stelle e la luna si confonde col faro di qualche antenna sul tetto di un grattacielo e gli amici sono lontani, persi. Noi sappiamo che la vita è da spremere quanto più possibile quando può offrire il suo nettare migliore. Non vogliamo conservarla sotto teca, in formalina o come un reperto od un qualcosa da tenere per ultimo, per l’occasione giusta che non arriva mai, come la bottiglia più buona della cantina o le fragole della macedonia.
domenica 6 gennaio 2008
grasso
La doccia mi sveglia sempre 3 minuti dopo la sveglia polifonica del cellulare. Qualche volta apro gli occhi prima delle otto. Nella stanza c’è odore di sonno, che è un po’ quello degli avanzi della cena. Spesso ho l’alito pesante. Osservo la tonalità di blu dietro le tende. Cerco di ricordare un particolare che mi dia la certezza di aver puntato l’allarme del telefono. Non lo trovo mai e mi alzo a controllare. E la campanella è sempre sul display. Scuoto la testa e passo gli ultimi minuti di torpore sotto il piumino IKEA. La sveglia suona e mi lavo via lo sporco dei sogni (e le caccole gialle dagli occhi). Una volta ogni due giorni mi rado anche la barba. Raramente mi taglio ma uso una schiuma al mentolo e quando passo con la lametta pizzica un po’. Non credo che questo mi piaccia. Faccio colazione solo se la sera prima ho bevuto forte ed ho bisogno qualcosa per distrarre lo stomaco. Quando succede arrivo in ritardo a lavorare anche se guido più veloce.
Ed il capo mi dice.
“Un’altra bella signora da riaccompagnare a casa?” sorride dietro il solito bicchierino marrone in plastica da caffè istantaneo.
Non gli rispondo. Gli passo accanto annusandone la piccante colonia e striscio la mia carta magnetica nel lettore.
“DANTE STAGNI” scrive lo schermo verde. Lo leggo sempre con la stessa apprensione degli studenti davanti ai tabelloni con l’esito degli scrutini.
Poi inizio a lavorare.
Stacco per prendere un latte macchiato con Danilo verso le 10 e 45. Quando ritornano Sabrina e Patty dalla loro pausa. Non possiamo lasciare la postazione vuota. Nei nostri 5 minuti di pausa di solito Danilo parla dei suoi problemi con la moglie ed io ascolto. Quindi torniamo a lavorare sempre con la solita battuta.
“Dai, andiamo a diventare ricchi”.
Non so chi l’abbia detta prima. Se io o lui.
La nostra pausa pranzo è dalle 13 alle 13 e 45. Abbiamo una mensa interna e non dobbiamo pagare niente. Possiamo anche fare il bis. Non si mangia troppo male.
Il pomeriggio faccio un paio di chiamate con il telefono dell’ufficio. Una a mia madre ed una a Bangkok. Ho l’elenco che ha dimenticato Raj quando se n’è andato. Non ho ancora trovato qualcuno che parli la mia lingua. Ma tutti quelli che hanno un telefono sanno l’inglese. Hanno un accento orribile e non mi piace parlargli. Lavoro quindi fino alle 18. Fatto questo torno a casa. Il martedì mi fermo al supermercato e faccio la spesa. A volte esco dopo cena.
Ultimamente sto ingrassando: proprio come i capponi.
Ed il capo mi dice.
“Un’altra bella signora da riaccompagnare a casa?” sorride dietro il solito bicchierino marrone in plastica da caffè istantaneo.
Non gli rispondo. Gli passo accanto annusandone la piccante colonia e striscio la mia carta magnetica nel lettore.
“DANTE STAGNI” scrive lo schermo verde. Lo leggo sempre con la stessa apprensione degli studenti davanti ai tabelloni con l’esito degli scrutini.
Poi inizio a lavorare.
Stacco per prendere un latte macchiato con Danilo verso le 10 e 45. Quando ritornano Sabrina e Patty dalla loro pausa. Non possiamo lasciare la postazione vuota. Nei nostri 5 minuti di pausa di solito Danilo parla dei suoi problemi con la moglie ed io ascolto. Quindi torniamo a lavorare sempre con la solita battuta.
“Dai, andiamo a diventare ricchi”.
Non so chi l’abbia detta prima. Se io o lui.
La nostra pausa pranzo è dalle 13 alle 13 e 45. Abbiamo una mensa interna e non dobbiamo pagare niente. Possiamo anche fare il bis. Non si mangia troppo male.
Il pomeriggio faccio un paio di chiamate con il telefono dell’ufficio. Una a mia madre ed una a Bangkok. Ho l’elenco che ha dimenticato Raj quando se n’è andato. Non ho ancora trovato qualcuno che parli la mia lingua. Ma tutti quelli che hanno un telefono sanno l’inglese. Hanno un accento orribile e non mi piace parlargli. Lavoro quindi fino alle 18. Fatto questo torno a casa. Il martedì mi fermo al supermercato e faccio la spesa. A volte esco dopo cena.
Ultimamente sto ingrassando: proprio come i capponi.
domenica 23 dicembre 2007
Tragica morte in un appartamento non troppo lontano dalla stazione
Era palesemente morto davanti al computer. Come un brufolo giallo schiacciato sullo specchio del bagno di un treno. Una mano ancora sulla tastiera, l’altra buttata giù. Pendente come il batacchio della campana. Il braccio si muoveva ogni volta che passava un treno dalla ferrovia. Che non era poi così lontana come aveva raccontato il ragazzo in giacca United Colors of Benetton della agenzia immobiliare. Ammiccando sicuramente e con una intonazione non troppo bassa e non troppo veloce. Ripeteva spesso i loro nomi mentre passeggiava disinvolto per quello che per qualche mese sarebbe stato il loro appartamento. Diceva “qui Dante potrai trovare tutta l’intimità di cui hai bisogno” e “la scrivania la volevano portare via oggi ma dopo la nostra telefonata non mi sono sentito di privartene”. Dietro a quella scrivania era morto Dante. Francesca reagì bene. Rientrò e quando lo vide fece un respiro fondo. E gli occhi sprofondarono in un istante lasciando una scia nera di occhiaie. Non pianse però, aveva solo le pupille lucide come asfalto appena lavato. Si avvicinò lenta e cercando di non fare rumore. Chissàperchè. Poi gli fu accanto vide che il petto non si sollevava. Niente su e niente giù. Non riusciva a toccarlo. Prese il telefono poco lontano e chiamò il numero delle emergenze.
“Il mio ragazzo è morto, venite” si limitò a dire. Arrivò la polizia in 5 minuti. Lei aspettava una ambulanza.
“Che volete?” urlò dietro la porta.
Loro la chiamavano signorina. Erano accomodanti. Dicevano che tutto si sarebbe messo a posto.
Aprì.
Entrarono veloci ed a scatti come i militari nei film. La porta sbattè e lei quasi cadde. Avevano le pistole in tinta con i guanti neri. Una la indicò. Lei guardò dentro la canna senza capire. Pianse la prima lacrima. Uno sputo dal 5 piano.
Poi venne fatto quello che c’era da fare. Arrivò anche l’ambulanza. E impacchettarono Dante. Lei salutò i medici dicendo: “Vi prego non dite che è morto con il cazzo in mano”. Loro la guardarono. Quella sera avrebbero avuto qualcosa di interessante da raccontare.
“Il mio ragazzo è morto, venite” si limitò a dire. Arrivò la polizia in 5 minuti. Lei aspettava una ambulanza.
“Che volete?” urlò dietro la porta.
Loro la chiamavano signorina. Erano accomodanti. Dicevano che tutto si sarebbe messo a posto.
Aprì.
Entrarono veloci ed a scatti come i militari nei film. La porta sbattè e lei quasi cadde. Avevano le pistole in tinta con i guanti neri. Una la indicò. Lei guardò dentro la canna senza capire. Pianse la prima lacrima. Uno sputo dal 5 piano.
Poi venne fatto quello che c’era da fare. Arrivò anche l’ambulanza. E impacchettarono Dante. Lei salutò i medici dicendo: “Vi prego non dite che è morto con il cazzo in mano”. Loro la guardarono. Quella sera avrebbero avuto qualcosa di interessante da raccontare.
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