giovedì 16 agosto 2012

Aperti anche ad Agosto!

Questo solo per ricordarci che non chiudiamo ad agosto. Ci siamo sempre come il bisogno di andare in bagno che interrompe i tuoi migliori sogni. Quelli in cui non ci sei tu ma quell’immagine di te che cerchi di recuperare rotolandoti in lenzuola consumate dal potere di acquisto. Sì, una scusa come un'altra per bere qualcosa e chiacchierare. Con la certezza di non guadagnarci niente.
Diciamo che lo facciamo per il bene dell’umanità.
Chiariamo però che non c’entra niente Francesco da Assisi.
Quindi ci si impegna per il progresso continuo in piena antitesi con l’illuminismo. Ammettiamolo: l’ottimismo di Votaire era gratuito. Era avvenierismo puro come lo skateboard volante di Ritorno Al Futuro 2.
Retrocediamo senza parlare di agricolture biologiche.
Parliamo di noi con una prima persona plurale che sappia di vino e non dei materiali avvenieristici che ricoprono il retina display del nostro iphone.
E per carità non parliamo di rapporti interpersonali e dell’obbligo alla socialità. Alle volte lo invidio quasi Hobbes anche se più spesso le persone che invidio lavorano nel mondo del porno.
Ed ecco sdoganato il sentimento di invidia. È quello anche se non lo ammettiamo che ci trascina tra un bar e l’altro cercando il dialogo perfetto. Quello che abbiamo lasciato troppi anni fa quando la competizione non si chiamava istinto di sopravvivenza. Prima delle bollette e di conoscere gente che parla di acido ialuronico come la soluzione a tutti i problemi.
Ok, non soffermiamoci ed andiamo oltre. Sappiamo perfettamente quello di cui stiamo parlando. Non ne ridiamo solo per paura delle rughe.
Abbiamo pure smesso di abbronzarci.
Ci manca solo smettere di bere e di respirare.
A quel punto rimarrebbe solo il problema di svegliarci nel cuore della notte per andare a pisciare.
Al mio vecchio quel problema l’ha risolto la Lines.
A San Francesco da Assisi un pappagallo.

lunedì 16 luglio 2012

Stefania


Succede che la gente ci incrocia per un periodo che va dall’attesa davanti al bagno affollato di un pub dove allungano troppo la birra ed arriva fino a parecchi anni. Succede che i momenti che rimangono impressi non sempre ricalcano il tempo investito. Succede che ho dei buchi di troppe notti in cui mi ricordo a conversare con qualcuno ma non riesco a ripetere una sola frase. Ripeto solo il suo nome. E provo a ricordarla per l’effetto che mi lascia in bocca il movimento della mia lingua. Quel nome troppo lungo per non essere abbreviato. Quella storia troppo lunga per continuare. E, ad onor del vero, non è nemmeno una storia molto interessante. Rivedo le poche foto che ci ritraggono assieme e tutto quello che vedo sono due comparse in un film vestiti alla meno peggio con vestiti non proprio di misura.
C’era il sapore della brace che non ci è ancora fatta ed il vento soffiava via l’odore dell’autunno. Che è molto simile all’odore di merda di mucca.
Il periodo che ci frequentavamo era quello delle possibilità, quello in cui potevamo ancora cambiare le definizioni del mondo. Sapevo che non l’avremmo mai fatto però mi accontentavo dell’idea della possibilità. E facevo sempre colazione con un caffè da € 0,25 alla macchinetta automatica anche se non mi piaceva. Mi guardavo attorno e mi sentivo parte di qualcosa. Facevo esattamente quello che ci si aspettava da uno studente universitario a Bologna. Ero in ritardo di 5 esami ed ero convinto, come tutti, che nonostante ciò mi sarei laureato in tempo. Intanto discutevo spesso del più e del meno usandolo come pretesto per una bevuta. Era bello vedere come i più alti discorsi di fantapolitica si trasformassero nel giro di qualche birra in accurate analisi degli attributi più o meno celati delle nostre compagne di corso. Anche allora la cosa ci faceva ridere e brindare nuovamente.
Lei in quei pomeriggi non c’era.
Lei abitava dall’altra parte di Bologna e di giorno non ci vedevamo mai, e forse anche per questo non abbiamo mai discusso. Arrivavo spesso dopo cena e me ne andavo alle 2 o alle 3. Mi sembra che in quel periodo ci fosse ancora il Maurizio Costanzo Show alla televisione con i suoi interminabili ospiti che continuavano ad entrare accompagnati da Demo Morselli al piano.
Quando la salutavo spesso era avvolta nel suo bozzolo di vestaglia consumata ed aveva uno sguardo che due su tre mi faceva sentire fortunato. La baciavo con la lingua impastata di quei discorsi che non ricordo e di quel vino troppo secco. Poi rubavo un respiro da appartamento condiviso e mi chiudevo la porta alle spalle. Una porta pesante e dipinta di marrone alla meno peggio. Spesso dovevo tirare con entrambe le mani per richiudermela alle spalle quasi avesse qualcosa da dirmi e non mi volesse lasciare andare. Poi correvo veloce giù per le scale con gli occhi semichiusi, cercando di essere al più presto fuori di lì. Mi fermavo sotto al portico deluso dalla mia mancanza di opzioni a quell’ora della notte.
Il portico pavimentato con un finto mosaico rifletteva la luce gialla sospesa.
I suoni della città erano quelli di una superstrada timida ed affacciata su uno splendido paesaggio.
Avrei parlato ancora di fantapolitica, ma tutto quello che potevo fare era tornare a casa con il mio motorino che mi accompagnava affettuoso come un braccio sulla spalla.

Oggi ho la sensazione che lei non sia mai esistita.
Il motorino però ce l’ho ancora.

venerdì 8 giugno 2012

Fortunatamente mi ha lasciato

Quando mi stappo una birra il venerdì sera mi resta solo una certezza: che la birra finirà sicuramente prima della mia sete.
Lo ammetto senza vergogna: sono più abitudinario di un cane. Anch’io piscio sempre sullo stesso cerchione, mi spavento quando mi vedo riflesso e ululo a squarciagola nelle serate di plenilunio.
Ma non capisco dove stia il problema. Eppure per lei era inaccettabile stare con qualcuno che voleva andare solo alla pizzeria dell’angolo dove non ha bisogno nemmeno di ordinare che già gli arriva la sua pizza preferita con salsiccia, cipolla e gorgonzola ed una bella media rossa. Io lo trovo semplicemente comodo e rilassante. Lei lo trovava monotono ed irritante. Semplicemente gusti diversi. Tutto quì, pensavo. D’altra parte io me ne sono sempre guardato bene dal dirle che se per il suo compleanno ho sempre sbagliato regalo, era solo ed esclusivamente per colpa del suo continuo cambiar gusti.
Faccio un esempio giusto per fervi capire: se un sabato per strada si fermava incantata davanti ad un paio di scarpe, io il martedì, cascasse il mondo, ero già in quel negozio con la carta di credito in mano pronto per comprarle quel paio di scarpe. Poi, una volta impacchettate, le nascondevo in attesa di riesumarle il giorno del suo compleanno certo di sorprenderla. Invece no. Nemmeno quello andava bene. Sembrava fosse colpa mia se il suo compleanno era ad agosto e le scarpe che aveva guardato a dicembre avevano il pelo. Robe da matti.

Comunque sia, fortunatamente, un mesetto fa lei se ne è andata di casa ed io di testa. Dico fortunatamente perchè l’ho letto su una rivista di psicologia, una di quelle serie. Una semplice ed efficace tecnica di auto aiuto suggeriva di inserire l’avverbio “fortunatamente” in una preposizione in cui mi trovo a rimpiangere la sua mancanza. L’articolo mi garantiva che nel giro di poche settimane tutto si sarebbe sistemato e la mia vita sarebbe tornata ad essere quella di sempre. Forse per poche settimane l’autore intendeva più di quattro. In ogni caso, io continuo speranzoso a seguire il consiglio.
Dicevo che da quando, fortunatamente, se ne è andata ho capito quanto anche i piccoli oggetti allora insignificanti sparsi nella mia vita avessero in realtà un ruolo determinante nel mio equilibrio psicologico. Ora, quando mi sveglio la mattina e non corro più il rischio di sbagliare spazzolino, un morso mi stacca un pezzo di cuore, il primo di tutta la giornata. Oppure quando tutte le volte che vado a pisciare e trovo già la tavoletta alzata, nella mia mente si fa largo la certezza di averla persa. Sono milioni di piccoli oggetti, cose e situazioni che si susseguono quotidianamente ad avvelenarmi il fegato. Perchè dietro alla sua partenza si cela, nemmeno troppo, il mio senso di colpa. Questo seme che da un mese a questa parte ha trovato terreno fertile nei miei sentimenti è cresciuto a vista d’occhio e ormai stento a trattenerlo.
Ho fatto di tutto. Sono arrivato quasi a pensare di cambiare casa. Oppure di cambiare città o di farmi una plastica facciale ma forse, per i sentimenti, sarebbe più efficace un trapianto di cuore e da quando ho letto che ora ti impiantano quello di un maiale, bè, preferisco tenermi il rimorso. E la città con la casa.

Poi, penso che quando ti capita di star male per queste cose, il male ce l’hai dentro di te, non intorno. Non so se mi spiego. Voglio dire che se sto male perchè la mia ragazza mi ha lasciato, non c’è città o casa o faccia che possa togliermela di torno perchè lei sarà sempre, fortunatamente, con me.
E come se non bastasse, certo la mia resistenza al cambiamento non mi aiuta per un cazzo. Anzi, la sola idea di alzarmi per andare a pisciare nel buio pesto della notte senza accendere la luce e non trovare la via del cesso, a dir poco, mi intimorisce. Per non parlare poi della pizzeria dell’angolo: potrebbero anche cavarmi gli occhi come a Santa Lucia e adesso riuscirei comunque ad andare a mangiare la mia pizza preferita senza problemi particolari.
Ah, povero me. E’ sempre la stessa storia da quando, fortunatamente, se ne è andata. Non fai in tempo a chiederti che giorno è che ti ritrovi immerso nel solito venerdì con la solita prospettiva di un fine settimana da solo, con la solita birra finita tra le mani e la sete che ti brucia la gola più di quanto le lacrime ti bruciano gli occhi.

martedì 5 giugno 2012

Una sera con le polpette per cena


È tanto tempo che non passavamo una sera soli. Mi ha colpito. Mi ha colpito forte riportandomi indietro di troppo tempo per ritrovare la stessa sensazione. Quasi si fosse creato un vuoto colpevole tra quei due momenti che in bocca avevano lo stesso sapore di polpette di pane servite nel piatto della domenica. Quel piatto con i rilievo sui bordi frastagliati secondo una precisa direttiva. Piatti per cui avevamo tenuto i punti un intero inverno. Appiccicandoli con lo scotch 3M che diventava trasparente solo passandoci sopra l’unghia dopo averlo incollato. E non si incollava mai bene, e non era lucido come avrei voluto. Ma avevamo sempre e solo quello. È una di quelle cose che non mi sono mai riuscito a spiegare. Ciononostante la notte ho sempre dormito.
“Ci sono problemi più grandi nella vita” era la frase preferita di mio padre. L’ha ripetuta fino a consumere le maniche del maglione che dai gomiti erano diventati trasparenti. Però sorrideva e questo mi bastava.
Quelli in fondo erano gli anni novanta.
Mi sono tornati in mente a distanza di vent’anni solo perché ancora una volta mi sono riempito la bocca di cibo per non comunicare.
Ho ringraziato mia mamma che portava via i piatti con meno urgenza di una volta.
Ho considerato per un attimo l’eventualità di spiegarmi meglio.
I suoi occhi riassumevano in un attimo tutti i miei passi fino a lì.
Uno sguardo che raccontava solo una storia senza dialoghi e senza l’odore delle pagine che si scollano. Senza una risposta alla domanda: “come stai?”
Una domanda troppo semplice da non essere elusa.
Quindi ho sorriso, ringraziato e me ne sono andato.
Proprio come ha fatto mio padre.

lunedì 4 giugno 2012

Una frase da film


La frase da film che odio di più è: “allora dimmi di che colore ho gli occhi!”. Ora non è importante in che film l’ho vista, la questione è che l’altra sera me la sono trovata davanti. In quei momenti paglia e fieno in cui si scherza col fuoco. Tu in campo col tuo bicchiere troppo vuoto e lei col su troppo pieno.
“Questa è la goccia che fa traboccare il vaso”
Appunto.
E nessuno sorride.
E non c’è nessun intervallo pubblicitario. Nemmeno per andare in bagno.
A quel punto avrei voluto cambiare canale ma il telecomando aveva le batterie andate.
E lei continuava sottolineando qualche mia mancanza.
Aveva una maglia nera che le scopriva una spalla.
Il suo profumo era ambrato.
Il volume timido della musica denunciava una incompetenza nella definizione della playlist.
James Blunt aveva iniziato a suonare sopra la canzone di una pubblicità in una lotta all’ultimo sangue per le royalties delle canzoni per l’estate.
A questo punto lei aveva tirato fuori il colpo di grazia: quella frase da film.
Aveva accavallato le gambe e si era girata di lato.
Aveva un profilo decisamente francese ma non è bastato a farmi trattenere una sincera risata scomposta.
Quindi i decibel della sua voce avevano superato agevolmente la musica colpevolmente bassa.
I discorsi degli astanti si erano interrotti quasi il silenzio fosse un dovere morale.
La gente ai tavoli vicino si sforzava di non girarsi verso di noi. Con scarsi risultati.
La coda al bar più sfacciata ci fissava stordita come un millepiedi sbuca incerto da un tronco marcio di birra versata.
Tutti nel bar aspettavano la mia risposta.
James Blunt ingannava l’attesa con i suoi gorgheggi.
“Verdi” avevo detto, “i tuoi occhi sono verdi”.
E lei si era alzata. Senza aggiungere altro si era allontanata muovendosi da farmi sentire in colpa.
Ricordo di aver pensato: “certo che il pilates fa i miracoli”.
Poi avevo dovuto pagare anche per il suo cocktail che non aveva bevuto.
Sono ancora convinto che Paola avesse gli occhi verdi anche se probabilmente non era così.
È però certo che guardava troppa televisione.

giovedì 31 maggio 2012

Una fotografia


Quello che gli rimane di lei è un numero di telefono disattivato ed una foto copiata dal computer una sera a casa sua. Erano su quel divano letto sempre aperto e non si preoccupavano del caldo dell’ultimo piano. Guardavano disattenti un film. L’odore di estate passava dai rumori delle finestre che si aprivano, dal vociare nella via sottostante e dalla birra che si scaldava su un tavolo fragile piegato sotto i piatti sporchi della cena. Avevano mangiato ravioli ai funghi e avevano dimenticato il sugo. E a nessuno era importato. Parlavano che non serviva nemmeno la radio accesa ed il telefono non era preso in alcuna considerazione. Del film che avevano provato a guardare ora non ricorda più nulla.
Quella notte lei aveva le mutande rosse come se fosse San Silvestro e lui aveva sorriso risalendo sulla pancia nervosa che non smetteva di sussultare.
Si erano parlati con parole vuote. Funzionali al momento. A riappropriarsi per un attimo della loro identità.
E poi basta.
Il silenzio di due adulti troppo giovani e pieni di pagine di libri che avrebbero voluto aver scritto.
Guardavano il soffitto e lei si chiedeva se una sigaretta avrebbe rovinato quel momento.
Lui stranamente voleva solo rimanere lì con la schiena che gli sudava su quel lenzuolo fatto dei loro vestiti.
Erano rimasti così un po’.
Ma non abbastanza per una fotografia assieme.

lunedì 14 maggio 2012

21.52


Non riesco a scollarmi troppo dalla realtà. Elisa cantava ed ho spento la televisione. Dopo la canzone, dopo la certezza che quel vestito non era solo velatamente casto. Impenetrabile. Come portare fuori a cena una ragazza affetta di vaginismo. Una cena di quelle dense di doppi sensi. Con quelle frasi lasciate in sospeso e con quel vino bianco che continui a versarle infilando il pollice nel culo della bottiglia. Allusivo. Cene dove ti alzi per andare in bagno e con sguardo complice chiedi al cameriere con un accento dell’est il conto. E lui te lo fa. E non sorride. E non sai perché non ti sorprende. Il lupus in fabula è la questione del vaginismo. E l’imbarazzo di sembrare sincero nel dire: “non importa”. Pensando agli spaghetti allo scoglio da 25 euro. E a quel profumo di Tommy Hilfiger che ti sei comperato nel pomeriggio. Ma vabbè. Volevo parlare di altro. Quindi punto.
E a capo.
Volevo parlare di una cosa che mi sono dimenticato.
Quindi riaccendo la televisione sperando succeda qualcosa sul limite della fascia protetta.
Non è che poi Elisa mi faccia impazzire.
È decisamente meglio Scarlett Johansson. Tra l’altro pure lei canta, lo so perché wikipedia lo sa. Poteva invitare lei al suo programma Fazio. Sicuramente si sarebbe vestita più trasparente. E gli ascolti si sarebbero impennati. Ed io non avrei spento la televisione. Al massimo avrei cambiato canale. Ma solo durante la pubblicità. Perché quelle le fa George Clooney. E non scrivo altro.
La parola pederasta è decisamente scollegata con l’ultima frase.