Tre posti di blocco affrontati come un condannato affronta tre volte la gogna e per tre volte viene graziato senza una reale motivazione.
La prima per la faccia d'angelo che porta.
La seconda per qualche motivo oscuro come la notte.
La terza per l'irrefrenabile desiderio di sorpasso di chi gli stava dietro.
Un senso di trasparente disinteresse lo avvolge e lo rende invisibile alla gente. Sparisce tra le pieghe delle coperte mentre fuori il termometro riporta dieci gradi centigradi. Temperatura sotto la media stagionale.
La notte condita da sogni torbidi come una birra di fosso, anzi di più, come cinque, sei birre di fosso. La sensazione di leggerezza dovuta alle bollicine accarezza la schiena e solletica la nausea.
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra... bum.
Poi, facce nuove, nomi, situazioni, posti e parziali soluzioni. Solo parziali. Sesso con una ragazza che non ha nome, è solo viso: un'entità di capelli corvini, pelle liscia ed occhi d'ebano, denti ed orecchi al posto giusto. La testa diviene un'autostrada ingombra di pensieri con fari accesi e nevrotici clacson urlanti. Contemporaneamente inizia a piovere. Fuori. Progetti importanti sono ad un passo dal cessare di essere progetti per diventare realtà oniriche: come la formazione del GDBU, acronimo di Gruppo Di Ballo Uichis o come la sfida tra bolidi a quattro ruote scoperte su lucidi asfalti al limite del centesimo di secondo con Go Kart noleggiati fuori stagione, quando fa freddo e c'è umido. E molti altri ancora ma forse troppo poco assurdi per essere ricordati e riportati. Vanno solo sognati.
Scintille negli occhi annunciano il giorno. Bruciori e crampi allo stomaco ricordano la sofferenza della vita ed una cena frugale. Un chiodo alla tempia ed un cerchio alla testa richiamano più un gioco estivo da spiaggia che un senso di malessere da reduce dell'esistenza: "Vuoi vivere? Allora soffri!".
Mente locale attivata. Focalizzazione dei significati. Sintonizzazione delle sinapsi sul calendario. La messa è finita, giù dal letto.
lunedì 22 settembre 2008
mercoledì 17 settembre 2008
23 e 15
Ogni notte la vedevo. La anticipava un cartone per la pizza da asporto e nessun rumore. La intravedevo alla luce di un primo lampione. Sussulti dorati che increspano il buio o piscio di gatto sopra un capolavoro a carboncino: i due volti della notte. Per me era respirare vicino ad un lago di montagna. C’erano i suoi capelli raccolti in una coda e qualche volta abiti scuri. C’era il suo viso capace di sorridere e di incuriosirsi. Occhi che non si potevano vergognare nemmeno nel pianto. Ed il suo camminare semplice. Un piede dietro all’altro. Mi domandavo che odore avesse.
“Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, l’odore è quello del fegato” è sempre stata la mia frase preferita in formato Baciperugina.
Mi incuriosiva quella pelle chiara che si palesava al passaggio sotto le luci. Poi spariva e tornava anonima. Silenziosa. Ogni passaggio di luce era un accordo maggiore: semplice e chiaro. Di una bellezza pura e genuina. Poi sfumava. Il tempo irregolare e morbido del mare.
Quella sera non aveva nessun cartone da pizza con se. Le mani spinte nelle tasche e la testa bassa. Come se piovesse. La grondaia risplendeva di un ghigno ramato e asciutto. Odore di estate. Ritornai alla mia sigaretta.
De Gregori cantava: “…e quanti mascalzoni hai conosciuto e quante volte hai chiesto aiuto ma non ti è servito a niente…”
Ed il fumo mi usciva dalla bocca, lo immaginavo entrare dal naso. Una scena consumata: da nausea. E non riuscivo a fare niente. Bloccato come un uovo sodo mandato giù intero, senza maionese.
Lei passò oltre. Ricordo un piede dentro una Converse All Star Bordeaux illuminato dall’ultimo lampione che riuscivo a vedere. E basta.
Non passò più per quella strada.
O forse mi stancai di aspettarla alla finestra alle 23 e 15.
“Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, l’odore è quello del fegato” è sempre stata la mia frase preferita in formato Baciperugina.
Mi incuriosiva quella pelle chiara che si palesava al passaggio sotto le luci. Poi spariva e tornava anonima. Silenziosa. Ogni passaggio di luce era un accordo maggiore: semplice e chiaro. Di una bellezza pura e genuina. Poi sfumava. Il tempo irregolare e morbido del mare.
Quella sera non aveva nessun cartone da pizza con se. Le mani spinte nelle tasche e la testa bassa. Come se piovesse. La grondaia risplendeva di un ghigno ramato e asciutto. Odore di estate. Ritornai alla mia sigaretta.
De Gregori cantava: “…e quanti mascalzoni hai conosciuto e quante volte hai chiesto aiuto ma non ti è servito a niente…”
Ed il fumo mi usciva dalla bocca, lo immaginavo entrare dal naso. Una scena consumata: da nausea. E non riuscivo a fare niente. Bloccato come un uovo sodo mandato giù intero, senza maionese.
Lei passò oltre. Ricordo un piede dentro una Converse All Star Bordeaux illuminato dall’ultimo lampione che riuscivo a vedere. E basta.
Non passò più per quella strada.
O forse mi stancai di aspettarla alla finestra alle 23 e 15.
mercoledì 3 settembre 2008
Storia di me che limono con una strafiga
Tra noi c’era una pirofila di tagliatelle al ragù. Bianca.
La guardai incerto sul da farsi, come in Lilly ed il Vagabondo.
Poteva essere un momento speciale.
Qualcosa di più che una pausa pranzo.
Qualcosa di più che un rapporto professionale.
Qualcosa di più che una relazione scandita da un’ora di inizio e di fine che si ripeteva. Ancora ed ancora ed ancora.
Ad onor del vero c’era un sacco di gente attorno a noi ma la sua visuale dava verso la vetrina. La mia su innumerevoli sguardi attaccati al culo di Antonella appartenenti ad altrettante persone.
L’odore del ragù.
Chiacchiericcio.
Una bottiglia monodose di vino rosso.
Davanti a lei 50 cl di Vitasnella. L’acqua che fa pisciare un sacco. Tecnicamente: favorisce il ricambio idrico.
Una radio lontana. Vicino alla cassa. Prima dell’uscita.
La tovaglia era di carta riciclata. Giallina.
Lei sorrise. Quasi imbarazzata.
Deglutì. Il taglio delle labbra leggermente aperto. Rosa pastello. Gli occhi allungati sembravano ancora più sottili.
Mi costrinsi a non abbassare lo sguardo. La lingua spinta sui denti davanti. Guardai nei suoi occhi. Poi, con la stessa naturalezza con cui si può guardare dentro una telecamera e dire “mi manchi”, le domandai che ci fosse.
Disse che non sapeva da dove cominciare.
Dall’inizio.
Abbassò lo sguardo. Dolce come un gelato Algida.
Ormoni e curiosità erano la mia colonna sonora per il suo monologo.
Avvicinò una mano. Il gomito ben oltre il bordo del tavolo, posato sul piano.
Unghie laccate.
French manicure.
Scene di sesso estremo.
Specchi.
Autoerotismo reciproco.
Vestiti aderenti.
Biancheria minimalista.
Si toccarono le punte delle nostre dita.
Magico come ET l’extraterrestre.
Era sconveniente quello che mi stava per dire.
A seconda dei punti di vista.
Non il mio.
Non il suo.
Forse si riferiva al vasto audience che aveva il suo culo in quel momento.
Non so se ci baciammo prima o dopo la fine del suo discorso.
Le puzzava l’alito.
Ma questo non lo dissi mai ai miei amici.
Iniziammo in silenzio il pranzo con la pasta che nel frattempo si era raffreddata.
La guardai incerto sul da farsi, come in Lilly ed il Vagabondo.
Poteva essere un momento speciale.
Qualcosa di più che una pausa pranzo.
Qualcosa di più che un rapporto professionale.
Qualcosa di più che una relazione scandita da un’ora di inizio e di fine che si ripeteva. Ancora ed ancora ed ancora.
Ad onor del vero c’era un sacco di gente attorno a noi ma la sua visuale dava verso la vetrina. La mia su innumerevoli sguardi attaccati al culo di Antonella appartenenti ad altrettante persone.
L’odore del ragù.
Chiacchiericcio.
Una bottiglia monodose di vino rosso.
Davanti a lei 50 cl di Vitasnella. L’acqua che fa pisciare un sacco. Tecnicamente: favorisce il ricambio idrico.
Una radio lontana. Vicino alla cassa. Prima dell’uscita.
La tovaglia era di carta riciclata. Giallina.
Lei sorrise. Quasi imbarazzata.
Deglutì. Il taglio delle labbra leggermente aperto. Rosa pastello. Gli occhi allungati sembravano ancora più sottili.
Mi costrinsi a non abbassare lo sguardo. La lingua spinta sui denti davanti. Guardai nei suoi occhi. Poi, con la stessa naturalezza con cui si può guardare dentro una telecamera e dire “mi manchi”, le domandai che ci fosse.
Disse che non sapeva da dove cominciare.
Dall’inizio.
Abbassò lo sguardo. Dolce come un gelato Algida.
Ormoni e curiosità erano la mia colonna sonora per il suo monologo.
Avvicinò una mano. Il gomito ben oltre il bordo del tavolo, posato sul piano.
Unghie laccate.
French manicure.
Scene di sesso estremo.
Specchi.
Autoerotismo reciproco.
Vestiti aderenti.
Biancheria minimalista.
Si toccarono le punte delle nostre dita.
Magico come ET l’extraterrestre.
Era sconveniente quello che mi stava per dire.
A seconda dei punti di vista.
Non il mio.
Non il suo.
Forse si riferiva al vasto audience che aveva il suo culo in quel momento.
Non so se ci baciammo prima o dopo la fine del suo discorso.
Le puzzava l’alito.
Ma questo non lo dissi mai ai miei amici.
Iniziammo in silenzio il pranzo con la pasta che nel frattempo si era raffreddata.
martedì 2 settembre 2008
Myspace
Dico a tutti di rifuggire la rete.
Non so come funzioni Facebook.
Non ho un Myspace.
Non ho il Microsoft Messenger che si apre automaticamente all’accensione del PC.
Però.
Controllo compulsivamente la mail ciccando ripetutamente sul tasto invia e ricevi.
Controllo la cartella che si riempie automaticamente di spam. Non si sa mai.
Spesso controllo su Google la fama dei miei conoscenti.
Nella ricerca per immagini di Google trovo sempre più della pornografia che mi serve. Non mi dispiace.
Perdo un sacco di tempo.
Ed ogni tanto scrivo un blog.
Ma non è sempre stato così.
C’è stato un giorno in cui mio padre mi comprò una bicicletta nuova. Rossa e con le marce che si incastravano. Roba d’altri tempi. Mountain bike la chiamavano. La verità è che era talmente pesante che si faceva il doppio della fatica ad andare sul piano. Ed il triplo ad andare in salita. Mi sono levato grosse soddisfazioni solo con le discese. Ero sempre il più veloce. In quei momenti Pippo mi invidiava con la sua BMX gialla. Tra la puzza del fango rappreso e polvere.
Eravamo sempre in competizione io e Pippo. Inevitabile per chi ha gli stessi gusti. Lottavamo per l’ultimo ghiacciolo alla menta, ci allenavamo a fare sorrisi sempre più ampi per la maestra di italiano. E spesso ci battevamo sporcando i vestiti d’erba senza farne nessun vincitore. E le nostre mamme si incazzavano. La mia proibiva la televisione dopo cena. Quella di Pippo non lo seppi mai.
L’orgoglio.
La sfida.
Quella che chiamano amicizia è in realtà una tacita tregua fatta di sottili affondi.
La mia festa di compleanno al McDonalds.
Pippo con i pattini a rotelle.
La collezione degli exogini.
La piramide degli exogini.
Il castello di Grey Skull.
La mia mountain bike rossa.
E poi niente.
Una estate a correre per il cemento cenere sollevando polvere e grilli spaventati. Le rane si provavano in evoluzioni verso l’acqua stagnante del fosso. Poche auto. Molto sole. Giallo e gravido come un brufolo maturo sulla fronte di un quindicenne. Pesante come la peperonata a mezzanotte. Macinavamo chilometri. In tondo. Come gli insetti sui lampioni. Non ci chiedevamo perché. Sapevamo che qualcosa sarebbe successo. Come in quei pomeriggi che viene da grandinare. Come le notti senza sonno. Come il bingo, forse.
E ci furono gare, e magliette sudate.
Poi finì l’estate. Ed io avevo un po’ di nostalgia. Specie quando incrociavo in cantina la mia rossa arrampicatrice. La scuola era normale. Il solito scorrere del tempo insipido come i pasti all’ospedale. Pippo lo incrociavo qualche volta e non parlava molto. Sembrava non gli importasse. Nemmeno quando annunciai di aver completato l’album delle figurine del calcio. Quelle con gli scudetti stampati su carta luccicante.
Roba da urlo.
Lui disse “ah”. E passò oltre. Affrettandosi verso casa.
Ed io lì con il mio album in mano. Con l’acido di un trionfo marcio in bocca. Sfogliando incredulo le pagine perfettamente riempite di adesivi. Avevo ordinato via posta le 3 figurine che mi mancavano. Le avevo pagate mille lire l’una. Da non credere.
E lui si allontanava un passo dopo l’altro.
Così.
Pippo compie gli anni il 27 agosto.
Quest’anno, come molte altre volte, me ne sono ricordato in ritardo. Chiamiamola vendetta.
Il 27 agosto 1989 alle ore 10 e 20 di mattina Pippo entrava in possesso di un Amiga 500. Era una domenica e ad Ozzano dell’Emilia pioveva. Si registrava una temperatura media di 23,4 gradi.
Pippo oggi è molto famoso in internet. Ha anche una pagina su myspace.
Non so come funzioni Facebook.
Non ho un Myspace.
Non ho il Microsoft Messenger che si apre automaticamente all’accensione del PC.
Però.
Controllo compulsivamente la mail ciccando ripetutamente sul tasto invia e ricevi.
Controllo la cartella che si riempie automaticamente di spam. Non si sa mai.
Spesso controllo su Google la fama dei miei conoscenti.
Nella ricerca per immagini di Google trovo sempre più della pornografia che mi serve. Non mi dispiace.
Perdo un sacco di tempo.
Ed ogni tanto scrivo un blog.
Ma non è sempre stato così.
C’è stato un giorno in cui mio padre mi comprò una bicicletta nuova. Rossa e con le marce che si incastravano. Roba d’altri tempi. Mountain bike la chiamavano. La verità è che era talmente pesante che si faceva il doppio della fatica ad andare sul piano. Ed il triplo ad andare in salita. Mi sono levato grosse soddisfazioni solo con le discese. Ero sempre il più veloce. In quei momenti Pippo mi invidiava con la sua BMX gialla. Tra la puzza del fango rappreso e polvere.
Eravamo sempre in competizione io e Pippo. Inevitabile per chi ha gli stessi gusti. Lottavamo per l’ultimo ghiacciolo alla menta, ci allenavamo a fare sorrisi sempre più ampi per la maestra di italiano. E spesso ci battevamo sporcando i vestiti d’erba senza farne nessun vincitore. E le nostre mamme si incazzavano. La mia proibiva la televisione dopo cena. Quella di Pippo non lo seppi mai.
L’orgoglio.
La sfida.
Quella che chiamano amicizia è in realtà una tacita tregua fatta di sottili affondi.
La mia festa di compleanno al McDonalds.
Pippo con i pattini a rotelle.
La collezione degli exogini.
La piramide degli exogini.
Il castello di Grey Skull.
La mia mountain bike rossa.
E poi niente.
Una estate a correre per il cemento cenere sollevando polvere e grilli spaventati. Le rane si provavano in evoluzioni verso l’acqua stagnante del fosso. Poche auto. Molto sole. Giallo e gravido come un brufolo maturo sulla fronte di un quindicenne. Pesante come la peperonata a mezzanotte. Macinavamo chilometri. In tondo. Come gli insetti sui lampioni. Non ci chiedevamo perché. Sapevamo che qualcosa sarebbe successo. Come in quei pomeriggi che viene da grandinare. Come le notti senza sonno. Come il bingo, forse.
E ci furono gare, e magliette sudate.
Poi finì l’estate. Ed io avevo un po’ di nostalgia. Specie quando incrociavo in cantina la mia rossa arrampicatrice. La scuola era normale. Il solito scorrere del tempo insipido come i pasti all’ospedale. Pippo lo incrociavo qualche volta e non parlava molto. Sembrava non gli importasse. Nemmeno quando annunciai di aver completato l’album delle figurine del calcio. Quelle con gli scudetti stampati su carta luccicante.
Roba da urlo.
Lui disse “ah”. E passò oltre. Affrettandosi verso casa.
Ed io lì con il mio album in mano. Con l’acido di un trionfo marcio in bocca. Sfogliando incredulo le pagine perfettamente riempite di adesivi. Avevo ordinato via posta le 3 figurine che mi mancavano. Le avevo pagate mille lire l’una. Da non credere.
E lui si allontanava un passo dopo l’altro.
Così.
Pippo compie gli anni il 27 agosto.
Quest’anno, come molte altre volte, me ne sono ricordato in ritardo. Chiamiamola vendetta.
Il 27 agosto 1989 alle ore 10 e 20 di mattina Pippo entrava in possesso di un Amiga 500. Era una domenica e ad Ozzano dell’Emilia pioveva. Si registrava una temperatura media di 23,4 gradi.
Pippo oggi è molto famoso in internet. Ha anche una pagina su myspace.
domenica 31 agosto 2008
Microonde
In famiglia nessuno ha mai saputo cucinare. Il microonde ed alcuni cibi precotti sono state le migliori innovazioni nella nostra cucina minimalista. Anche nell’arredamento. Niente era mai fuori posto. O forse mancava. Non ho idea di come si pulisca un branzino al sale. Non ho nessuna posata particolare, strana. Il ristorante mi affascina. Misterioso come le notti senza luna. Spesso faccio delle pessime figure. Le ragazze mi trovano tenero. Per questo le porto fuori a cena. E pago sempre io. Prendo piatti sempre più difficili. Non disdegno crostacei e cacciagione. Sporco sempre sia la tovaglia che il tovagliolo steso con troppo contegno sulle mie gambe. Spesso considero più conveniente pulirsi la bocca nella tovaglia. So che non lo devo fare e quindi non lo faccio.
Deglutisco.
Ungo sempre il bicchiere. Ed in quei momenti sorrido. E scopro il mio fato per la serata. La mia palla di cristallo è un bicchiere di vino rosso che male accompagna un secondo di pesce.
Anche Cristina sorride. Ed è proprio come quei giorni prima delle vacanze in cui si legge promosso accanto al proprio nome. Quando poi si parte per un lungo giro trionfale e ci si sente più grandi. Improvvisamente.
Cristina l’ho conosciuta da poco. Amica di amici che non conosco. Dante e Beatrice. Dante dev’essere quello che è stato alle superiori con lei Beatrice la fotoreporter. O forse mi confondo.
Facciamo un salto indietro. A quand’ero grasso. Quando non facevo niente se non girare la manopola dei secondi del mio forno nero Wirlpool con funzione crisp. Avevo 13 anni ed uscivo poco. Passavo i pomeriggi ad inventare personaggi che non conoscevo e che mi avrebbe aiutato conoscere. Gino il camionista. Danny la ragazza delle superiori. Mike il duro. Don Perignon il mio amico nobile.
Facevo la terza media ed ero l’unico ad ignorare il sapore del tabacco, a non essersi mai battuto e a non avere avuto mai una insufficienza in matematica. Era come non esistere.
Niente.
Nessuno.
Francesco era il campione del basket e lo conoscevano tutte le ragazze delle altre sezioni, Gennaro, detto il terrone, era il suo grosso braccio destro. Lo seguiva ovunque. Abitavano nello stesso palazzo. Poi c’era Luca che aveva un fratello grande all’estero, Giulia la bionda, Marco lo sfigato, Mimmo il butterato.
Mi sarei cambiato anche con lui. Lo prendevano tutti in giro. Ma almeno sapevano il suo nome. Anche se spesso lo chiamavano brufolo. O pus.
Invece niente.
Scrivevo sul banco e nessuno se ne accorgeva. Rubavo i gessi prima di uscire all’intervallo e li gettavo nel cesso. Le mie mani sporche di bianco passavano inosservate e qualcuno veniva mandato a recuperare dalla bidella dei gessi nuovi.
Rigai anche la macchina del preside Laurenti (uomo affabile, alto, dorico e calvo). Ma la colpa se la prese Gennaro. Che l’aveva fatto 5 minuti dopo di me.
Rivedo la scena.
Dopo l’intervallo del mattino. Eravamo in aula e c’era lezione di tecnica. Quella col professore che sputava con le parole dai baffi spessi e sporchi di sigaro. Io non ascoltavo. Cercavo solo di essere sulla pagina giusta. Non ero il solo a sudare: era maggio avanzato. C’era l’odore delle frutta troppo matura, marcia. Quella che mi spiegheranno poi essere la pubertà.
Entrò Stefania. La coordiatrice di cui segretamente ero innamorato. Con cui segretamente ho avuto una storia inventata. E probabilmente anche qualche figlio. Certamente biondo come me. Si diceva tenesse un vibratore nella borsetta. Qualcuno aveva spiegato cosa fosse tenendo una lezione nell’intervallo. Usando il viale ghiaioso come lavagna. Disegnando un cazzo stilizzato. Come quelli che c’erano sulle piastrelle del bagno.
Comunque.
Comunque entrò Stefania con la sua scia di capelli neri-quasi-blu. Non bussò. La faccia tesa. Severa.
Disse che era successo un fatto increscioso.
Capii subito a che si riferiva.
Disse che qualcuno era stato veramente oltraggioso e non l’avrebbe certo passata liscia.
Mi sentii orgoglioso.
Disse che il preside doveva fare due chiacchiere con Gennaro. E lo guardò torvo.
Mi avevano derubato.
Niente fama e popolarità.
Niente.
Passai il pomeriggio con i miei amici immaginari a pianificare la conquista del mondo. Avremmo utilizzato il camion di Gino. Su quello non c’era dubbio. Gennaro sarebbe stato preso prigioniero. E gli avremmo messo una maschera che nessuno lo avrebbe più riconosciuto.
Quel ciccione.
Il giorno dopo c’era ancora il sole. E il caldo. E Gennaro era più famoso di prima. Forse tanto quanto Francesco.
Poi sono cresciuto.
Sono dimagrito.
Di quel periodo mi rimane una buona scorta di fantasia. Ed una grande varietà di nomi. Il più strano è Arsace. Che è un nome da uomo.
Il cameriere mi chiede se desidero un dolce.
“Il signore desidera un dolce?”
C’è odore di aria finta da condizionatore. Con retrogusto di plastica. Sterile.
Prendo il solito sorbetto al limone con ciliegia in immersione.
Cristina prende una crema alla mela verde e cannella.
La stoffa della sua camicia sembra liscia. Probabilmente è seta.
Mi chiede di Dante. Forse mi ha già incontrato con lui.
Forse.
Non ho per caso un Burberry Blu?
No.
“Certo” le dico.
“Allora eri tu!”
“Allora ero io!” sentenzio lanciando il tovagliolo macchiato a coprire altre macchie sul mio lato di tovaglia.
Il tavolo è tagliato in due dalla mia goffaggine.
La lascio parlare.
“Mi sembravi più basso”
Lo prendo come un complimento.
“E non parlavi molto”
Cerco di fare uscire la ciliegia dal flute senza far strabordare il sorbetto. Non riesco.
Lei sorride. Paziente.
Ora il problema è sputare il nocciolo senza dare nell’occhio.
Ci penso. Questa situazione devo averla vissuta. C’è sicuramente una risposta giusta. Come ai quiz in televisione.
Lei è composta. Il suo lato del tavolo immacolato. Quasi riutilizzabile. Il tovagliolo ha ancora i segni composti delle pieghe. Capace che odora ancora di lavanderia. O ammorbidente casalingo. Tipo Bolt.
Decido di ingoiare il nocciolo. Lo accompagno con un sorso d’acqua versata nel bicchiere sbagliato.
Cristina sembra non accorgersene. Continua a parlare.
Il suo sorriso è senz’altro la cosa che mi ha colpito per prima. Riesce a frapporlo tra una frase e l’altra. Mi fa sentire interessante. Con qualcosa da dirle. Concretizzare un pensiero in questi momenti è catastrofico. Penso: qualcosa di bello, Maicol dille qualcosa di bello.
Mi viene in mente una bomba che esplode.
Teste mozzate.
Sangue.
Morte.
Niente.
Lei ha smesso di parlare dopo che io ho smesso di ascoltare. Forse aspetta una risposta.
Temporeggio giocando col tovagliolo.
Le macchie sembrano muoversi. Disporsi secondo un disegno.
Lei continua a fissarmi.
Dille qualcosa di bello.
Gonorrea.
Inizio incerto. Vorrei raccontarle di quanto è stupenda. Che il solo saperla lì con me, ad elemosinarmi un po’ del suo tempo, mi basta. Che non voglio altro. Nemmeno il caffè.
Ci provo, e suona anche molto naturale.
Non accenno al processo di rimozione della pelliccia dai procioni.
Sorrido.
Si avvicina il cameriere.
Mi domanda se desidero altro.
“Il conto” dico con sufficienza. Imitando qualche film che non ricordo. Probabilmente con Tom Cruise.
Scompare.
Rimaniamo io e lei.
Nient’altro.
Nessuno.
Poi mi trovo a pagare il conto al solito più basso di quel che mi aspettavo.
Ed esco.
Deglutisco.
Ungo sempre il bicchiere. Ed in quei momenti sorrido. E scopro il mio fato per la serata. La mia palla di cristallo è un bicchiere di vino rosso che male accompagna un secondo di pesce.
Anche Cristina sorride. Ed è proprio come quei giorni prima delle vacanze in cui si legge promosso accanto al proprio nome. Quando poi si parte per un lungo giro trionfale e ci si sente più grandi. Improvvisamente.
Cristina l’ho conosciuta da poco. Amica di amici che non conosco. Dante e Beatrice. Dante dev’essere quello che è stato alle superiori con lei Beatrice la fotoreporter. O forse mi confondo.
Facciamo un salto indietro. A quand’ero grasso. Quando non facevo niente se non girare la manopola dei secondi del mio forno nero Wirlpool con funzione crisp. Avevo 13 anni ed uscivo poco. Passavo i pomeriggi ad inventare personaggi che non conoscevo e che mi avrebbe aiutato conoscere. Gino il camionista. Danny la ragazza delle superiori. Mike il duro. Don Perignon il mio amico nobile.
Facevo la terza media ed ero l’unico ad ignorare il sapore del tabacco, a non essersi mai battuto e a non avere avuto mai una insufficienza in matematica. Era come non esistere.
Niente.
Nessuno.
Francesco era il campione del basket e lo conoscevano tutte le ragazze delle altre sezioni, Gennaro, detto il terrone, era il suo grosso braccio destro. Lo seguiva ovunque. Abitavano nello stesso palazzo. Poi c’era Luca che aveva un fratello grande all’estero, Giulia la bionda, Marco lo sfigato, Mimmo il butterato.
Mi sarei cambiato anche con lui. Lo prendevano tutti in giro. Ma almeno sapevano il suo nome. Anche se spesso lo chiamavano brufolo. O pus.
Invece niente.
Scrivevo sul banco e nessuno se ne accorgeva. Rubavo i gessi prima di uscire all’intervallo e li gettavo nel cesso. Le mie mani sporche di bianco passavano inosservate e qualcuno veniva mandato a recuperare dalla bidella dei gessi nuovi.
Rigai anche la macchina del preside Laurenti (uomo affabile, alto, dorico e calvo). Ma la colpa se la prese Gennaro. Che l’aveva fatto 5 minuti dopo di me.
Rivedo la scena.
Dopo l’intervallo del mattino. Eravamo in aula e c’era lezione di tecnica. Quella col professore che sputava con le parole dai baffi spessi e sporchi di sigaro. Io non ascoltavo. Cercavo solo di essere sulla pagina giusta. Non ero il solo a sudare: era maggio avanzato. C’era l’odore delle frutta troppo matura, marcia. Quella che mi spiegheranno poi essere la pubertà.
Entrò Stefania. La coordiatrice di cui segretamente ero innamorato. Con cui segretamente ho avuto una storia inventata. E probabilmente anche qualche figlio. Certamente biondo come me. Si diceva tenesse un vibratore nella borsetta. Qualcuno aveva spiegato cosa fosse tenendo una lezione nell’intervallo. Usando il viale ghiaioso come lavagna. Disegnando un cazzo stilizzato. Come quelli che c’erano sulle piastrelle del bagno.
Comunque.
Comunque entrò Stefania con la sua scia di capelli neri-quasi-blu. Non bussò. La faccia tesa. Severa.
Disse che era successo un fatto increscioso.
Capii subito a che si riferiva.
Disse che qualcuno era stato veramente oltraggioso e non l’avrebbe certo passata liscia.
Mi sentii orgoglioso.
Disse che il preside doveva fare due chiacchiere con Gennaro. E lo guardò torvo.
Mi avevano derubato.
Niente fama e popolarità.
Niente.
Passai il pomeriggio con i miei amici immaginari a pianificare la conquista del mondo. Avremmo utilizzato il camion di Gino. Su quello non c’era dubbio. Gennaro sarebbe stato preso prigioniero. E gli avremmo messo una maschera che nessuno lo avrebbe più riconosciuto.
Quel ciccione.
Il giorno dopo c’era ancora il sole. E il caldo. E Gennaro era più famoso di prima. Forse tanto quanto Francesco.
Poi sono cresciuto.
Sono dimagrito.
Di quel periodo mi rimane una buona scorta di fantasia. Ed una grande varietà di nomi. Il più strano è Arsace. Che è un nome da uomo.
Il cameriere mi chiede se desidero un dolce.
“Il signore desidera un dolce?”
C’è odore di aria finta da condizionatore. Con retrogusto di plastica. Sterile.
Prendo il solito sorbetto al limone con ciliegia in immersione.
Cristina prende una crema alla mela verde e cannella.
La stoffa della sua camicia sembra liscia. Probabilmente è seta.
Mi chiede di Dante. Forse mi ha già incontrato con lui.
Forse.
Non ho per caso un Burberry Blu?
No.
“Certo” le dico.
“Allora eri tu!”
“Allora ero io!” sentenzio lanciando il tovagliolo macchiato a coprire altre macchie sul mio lato di tovaglia.
Il tavolo è tagliato in due dalla mia goffaggine.
La lascio parlare.
“Mi sembravi più basso”
Lo prendo come un complimento.
“E non parlavi molto”
Cerco di fare uscire la ciliegia dal flute senza far strabordare il sorbetto. Non riesco.
Lei sorride. Paziente.
Ora il problema è sputare il nocciolo senza dare nell’occhio.
Ci penso. Questa situazione devo averla vissuta. C’è sicuramente una risposta giusta. Come ai quiz in televisione.
Lei è composta. Il suo lato del tavolo immacolato. Quasi riutilizzabile. Il tovagliolo ha ancora i segni composti delle pieghe. Capace che odora ancora di lavanderia. O ammorbidente casalingo. Tipo Bolt.
Decido di ingoiare il nocciolo. Lo accompagno con un sorso d’acqua versata nel bicchiere sbagliato.
Cristina sembra non accorgersene. Continua a parlare.
Il suo sorriso è senz’altro la cosa che mi ha colpito per prima. Riesce a frapporlo tra una frase e l’altra. Mi fa sentire interessante. Con qualcosa da dirle. Concretizzare un pensiero in questi momenti è catastrofico. Penso: qualcosa di bello, Maicol dille qualcosa di bello.
Mi viene in mente una bomba che esplode.
Teste mozzate.
Sangue.
Morte.
Niente.
Lei ha smesso di parlare dopo che io ho smesso di ascoltare. Forse aspetta una risposta.
Temporeggio giocando col tovagliolo.
Le macchie sembrano muoversi. Disporsi secondo un disegno.
Lei continua a fissarmi.
Dille qualcosa di bello.
Gonorrea.
Inizio incerto. Vorrei raccontarle di quanto è stupenda. Che il solo saperla lì con me, ad elemosinarmi un po’ del suo tempo, mi basta. Che non voglio altro. Nemmeno il caffè.
Ci provo, e suona anche molto naturale.
Non accenno al processo di rimozione della pelliccia dai procioni.
Sorrido.
Si avvicina il cameriere.
Mi domanda se desidero altro.
“Il conto” dico con sufficienza. Imitando qualche film che non ricordo. Probabilmente con Tom Cruise.
Scompare.
Rimaniamo io e lei.
Nient’altro.
Nessuno.
Poi mi trovo a pagare il conto al solito più basso di quel che mi aspettavo.
Ed esco.
domenica 24 agosto 2008
Mattina molto presto (prima che suoni la sveglia)
Piacevolmente considerai che mi rimaneva ancora più di un’ora di tempo da dormire prima della sveglia. La clemenza dell’estate pareva più una avvisaglia d’autunno. Il vento soffiava sempre da sud. Dritto sulla finestra del bagno che si muoveva sui cardini incerti, ballando come su un vinile rovinato. Sopra di me c’era ancora il rassicurante soffitto appena imbiancato da Rocco. Le pale del lampadario ferme, le coperte disordinate come i petali di una rosa blu sfiorita. L’aria aveva lo stesso odore inconsistente e finto.
Passò un minuto. Si spense una luce rossa nella sveglia e se ne accesero altre. Come nel conto alla rovescia a capodanno. Solo senza vischio e spumante.
Mi rigirai sul materasso troppo economico per essere comodo.
Fuori scorreva qualche auto. Tesi l’orecchio. Capace che passava anche la raccolta dei rifiuti col suo gracchiare robotico.
“Mica male” mi dissi.
Stefania si mosse.
Trattenni il respiro.
Lei mi guardò attraverso per un secondo. Poi distese la fronte.
Il petto le si muoveva in alto ed in basso come se qualcuno le avesse infilato una pompa in culo e soffiasse ed aspirasse.
Controllai.
“Piantala!” disse girandosi di spalle.
Ascoltai un po’ il mio respirare sghembo poi riaddormentai.
Sognai di essere rapito dagli alieni.
Poi suonò la sveglia.
Passò un minuto. Si spense una luce rossa nella sveglia e se ne accesero altre. Come nel conto alla rovescia a capodanno. Solo senza vischio e spumante.
Mi rigirai sul materasso troppo economico per essere comodo.
Fuori scorreva qualche auto. Tesi l’orecchio. Capace che passava anche la raccolta dei rifiuti col suo gracchiare robotico.
“Mica male” mi dissi.
Stefania si mosse.
Trattenni il respiro.
Lei mi guardò attraverso per un secondo. Poi distese la fronte.
Il petto le si muoveva in alto ed in basso come se qualcuno le avesse infilato una pompa in culo e soffiasse ed aspirasse.
Controllai.
“Piantala!” disse girandosi di spalle.
Ascoltai un po’ il mio respirare sghembo poi riaddormentai.
Sognai di essere rapito dagli alieni.
Poi suonò la sveglia.
lunedì 21 luglio 2008
Aspettando l'ora di pranzo
Il muro decrepito che circonda il cantiere, tra brandelli di manifesti sopravvissuti alle atrocità del tempo ed alla caduta dei calcinacci, recita, con una stanchezza degna d’un pomeriggio afoso di luglio, alcune parole che non ricordo dove ho già letto: la differenza tra un intellettuale e un operaio? L'operaio si lava le mani prima di pisciare e l'intellettuale dopo.
Penso a chi potrebbe aver riportato quelle parole sul muro e mi sforzo inutilmente di ricordare chi le avesse rese note. Non ho più voglia di bere, è tardi, ma il sapore dolciastro di carne avariata che mi alberga la bocca spesso arriva fino al naso e mi da fastidio. Mi fa schifo. Sputo ma non serve a nulla. Aspiro ampie boccate di aria tiepida che del glicine o del sambuco ha poco ma ristora ugualmente un poco i miei polmoni.
Penso ad una birra fresca e gocciolante. Aumenta la salivazione. L’insegna del bar dall’altro lato della strada deserta ha un neon blù intermittente. Annuncia la sua fine a breve. Sono tentato di scommettere con me stesso sul momento esatto in cui accennerà per l’ultima volta ad un breve lampeggio. Mi concentro e mi dico che, per dieci a uno, quel neon non durerà più di due giorni. Soddisfatto, quasi come se due giorni dopo fossi ancora là sotto ad aspettare, ed il neon improvvisamente, non per me, avesse smesso per sempre. Avrei intascato la mia vincita e mi sarei rimesso in cammino. Ma al momento non ho a disposizione due giorni da dedicare al neon e soprattutto la porta del locale sembra chiusa da un bel pò di tempo.
Penso, se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Non mi degno di darmi una risposta e riprendo la mia strada. In lontananza percepisco lo stridìo metallico delle ruote di un treno sulle giunture delle rotaie scandire la notte come le stelle ordinano l’universo. Unisco, tracciando con il pensiero brevi segni, alcune centinaia di stelle cercando sempre di leggerci qualcosa di nuovo, spesso alla ricerca di un buon auspicio. Ringrazio una nuvola che passando cancella tutte le mie geometrie celesti e con questa svaniscono i miei sogni di gloria. La ferrovia corre poco distante ma il vento probabilmente spira verso est allontanando ed attenuandone il rumore.
Penso ai viaggi fatti e soprattutto a quelli che farò, non so quando, forse domani, forse mai. Vorrei incontrare qualcuno, meglio se un animale, qualche essere che si limiti a starmi vicino e guardarmi con occhi pieni di compassione e misericordia, gli occhi di un cane randagio o di un gatto di periferia, di un gufo metropolitano. Invece nessuno. Lunghe ed alte file di lampioni in un rapporto di uno sano tre fulminati mi anticipano, mi seguono ed accompagnano fedeli al mio fianco come un cane zoppo portato al guinzaglio.
Penso a Don Chisciotte, Robert Jordan, Winston Smith, Jackson Pollok e Michael Jackson. Realizzo che i primi tre non sono mai esistiti. Due di loro sono morti pur non essendo mai esistiti. Alcuni pazzi ritenevano che il quarto fosse matto mentre l’ultimo potrebbe non essere mai esistito o morire da un momento all’altro e la mia vita sono certo che non si sposterebbe di un centimetro. Evito una traccia di presenza umana nella sua forma più ancestrale e per questo ben riconoscibile. Avverto la presenza dell’uomo ed allungo il passo. La sconfinata periferia non sembra accennare nemmeno per un momento ad una smorfia di stanchezza. Metallica e cementata, dai lineamenti tirati e severi, acciaccata nei vetri, nei muri e nelle recinzioni, la periferia industriale ha tutta l’aria di una salma imbalsamata, di un Lenin transurbano, dimenticato e scomodo da non esibire ma al contrario nascondere, sotterrare. Due macchine buttate lì, addosso ad una muraglia di mattoni un tempo rossi, con i finestrini infranti, le gomme a terra e la vernice slavata han ciuffi d’erba selvatica che spuntano da ogni anfratto. Calcio una lattina di birra lontano come fosse la mia vita ed il suono metallico rimbomba nella via alzandosi al cielo e disperdendosi troppo velocemente. Ne rimane solo un vago ricordo nella mia mente, archivio umano vivente di emozioni, fino all’attimo successivo in cui una sirena, con il suo grido liquido, rompe la notte. La ascolto e mi convinco.
Penso che devo partire, devo decidermi a partire. Ho maturato delle certezze, ho delle convinzioni sulla vita che mi spetta se dovessi rimanere qui, in questo non luogo a vivere questa non vita, ad aspettare le nebbie ad offuscare un pò la realtà rendendola meno terribile.
Penso al fumo di Londra, al marmo di Berlino e Vienna, alla erre moscia di Parigi, alla San Francisco beat, al Mare Mediterraneo, ai geyser islandesi, agli immigrati di Nuova York, alle ostriche della Normandia, alla Nike di Samotracia, ai leoni africani ed alle tigri di Mompracem, ai treni dell’Orient Express, all’Oceano Indiano, ai canguri di Camberra, all’aurora boreale in Alaska, al Malecon all’Avana, ai fenicotteri rosa, alla Nieva ghiacciata di San Pietroburgo, agli elefanti ed alle vacche indiane, alla Roma dei sette re, ai giardini zen in Giappone, ai clacson di Città del Messico, alle isole di totora del lago Titicaca, alle falde del Kilimangiaro ed alle cataratte del Nilo, alle due Santiago, all’elevatore di Lisbona, alle cicogne di Salamanca, alla Polinesia di Gauguin, ad Hagia Sophia ed ai mille nomi di Istanbul, alla Guinness irlandese, ai laghi canadesi, alla Terra del Fuoco ed alle isole Svalbard...
Penso a me e mi chiedo quanto manchi all’alba. Sono ore che vago per questa periferia incontaminata da ogni forma di vita. Mi convinco che sia iniziata una nuova era postatomica in cui dovrò abituarmi all’idea di essere l’unico superstite. L’unico essere umano sopravvissuto alla morte del pianeta Terra. Arrivo alla conclusione che probabilmente sono semplicemente morto anch’io insieme a tutta la Terra. Non mi preoccupa più di tanto questo pensiero. Anzi, mi alleggerisce le gambe stanche dalle lunghe ore di cammino e la testa dai troppi pensieri, mi allenta la pesantezza sulle palpebre e mi attenua la fatica di respirare.
Penso a quanta gente sia morta fino ad ora, ai parenti, agli amici, alle grandi menti illuminate, alle pornostar dell'infanzia, ai sanguinari dittatori di ogni era, ai cantanti, ai calciatori dei mondiali vinti ed agli scrittori. Penso a tutti gli scrittori di sempre, a Miller, ad Orwell, a Calvino, a Thomas, ad Hemingway, a Delillo, a Kerouac, a Vittorini, a Bukowski, a Tolstoj, a Neruda, a Fante, a Ginsberg, a Corso, a Tondelli, a Pasolini, a Fenoglio, a Pessoa, a Prevert. Jacques Prevert, proprio lui, quello dell'aforisma sulla differenza tra un intellettuale e un operaio.
Già, ora mi sento meglio. Devo solo decidere dove andare.
Penso a chi potrebbe aver riportato quelle parole sul muro e mi sforzo inutilmente di ricordare chi le avesse rese note. Non ho più voglia di bere, è tardi, ma il sapore dolciastro di carne avariata che mi alberga la bocca spesso arriva fino al naso e mi da fastidio. Mi fa schifo. Sputo ma non serve a nulla. Aspiro ampie boccate di aria tiepida che del glicine o del sambuco ha poco ma ristora ugualmente un poco i miei polmoni.
Penso ad una birra fresca e gocciolante. Aumenta la salivazione. L’insegna del bar dall’altro lato della strada deserta ha un neon blù intermittente. Annuncia la sua fine a breve. Sono tentato di scommettere con me stesso sul momento esatto in cui accennerà per l’ultima volta ad un breve lampeggio. Mi concentro e mi dico che, per dieci a uno, quel neon non durerà più di due giorni. Soddisfatto, quasi come se due giorni dopo fossi ancora là sotto ad aspettare, ed il neon improvvisamente, non per me, avesse smesso per sempre. Avrei intascato la mia vincita e mi sarei rimesso in cammino. Ma al momento non ho a disposizione due giorni da dedicare al neon e soprattutto la porta del locale sembra chiusa da un bel pò di tempo.
Penso, se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Non mi degno di darmi una risposta e riprendo la mia strada. In lontananza percepisco lo stridìo metallico delle ruote di un treno sulle giunture delle rotaie scandire la notte come le stelle ordinano l’universo. Unisco, tracciando con il pensiero brevi segni, alcune centinaia di stelle cercando sempre di leggerci qualcosa di nuovo, spesso alla ricerca di un buon auspicio. Ringrazio una nuvola che passando cancella tutte le mie geometrie celesti e con questa svaniscono i miei sogni di gloria. La ferrovia corre poco distante ma il vento probabilmente spira verso est allontanando ed attenuandone il rumore.
Penso ai viaggi fatti e soprattutto a quelli che farò, non so quando, forse domani, forse mai. Vorrei incontrare qualcuno, meglio se un animale, qualche essere che si limiti a starmi vicino e guardarmi con occhi pieni di compassione e misericordia, gli occhi di un cane randagio o di un gatto di periferia, di un gufo metropolitano. Invece nessuno. Lunghe ed alte file di lampioni in un rapporto di uno sano tre fulminati mi anticipano, mi seguono ed accompagnano fedeli al mio fianco come un cane zoppo portato al guinzaglio.
Penso a Don Chisciotte, Robert Jordan, Winston Smith, Jackson Pollok e Michael Jackson. Realizzo che i primi tre non sono mai esistiti. Due di loro sono morti pur non essendo mai esistiti. Alcuni pazzi ritenevano che il quarto fosse matto mentre l’ultimo potrebbe non essere mai esistito o morire da un momento all’altro e la mia vita sono certo che non si sposterebbe di un centimetro. Evito una traccia di presenza umana nella sua forma più ancestrale e per questo ben riconoscibile. Avverto la presenza dell’uomo ed allungo il passo. La sconfinata periferia non sembra accennare nemmeno per un momento ad una smorfia di stanchezza. Metallica e cementata, dai lineamenti tirati e severi, acciaccata nei vetri, nei muri e nelle recinzioni, la periferia industriale ha tutta l’aria di una salma imbalsamata, di un Lenin transurbano, dimenticato e scomodo da non esibire ma al contrario nascondere, sotterrare. Due macchine buttate lì, addosso ad una muraglia di mattoni un tempo rossi, con i finestrini infranti, le gomme a terra e la vernice slavata han ciuffi d’erba selvatica che spuntano da ogni anfratto. Calcio una lattina di birra lontano come fosse la mia vita ed il suono metallico rimbomba nella via alzandosi al cielo e disperdendosi troppo velocemente. Ne rimane solo un vago ricordo nella mia mente, archivio umano vivente di emozioni, fino all’attimo successivo in cui una sirena, con il suo grido liquido, rompe la notte. La ascolto e mi convinco.
Penso che devo partire, devo decidermi a partire. Ho maturato delle certezze, ho delle convinzioni sulla vita che mi spetta se dovessi rimanere qui, in questo non luogo a vivere questa non vita, ad aspettare le nebbie ad offuscare un pò la realtà rendendola meno terribile.
Penso al fumo di Londra, al marmo di Berlino e Vienna, alla erre moscia di Parigi, alla San Francisco beat, al Mare Mediterraneo, ai geyser islandesi, agli immigrati di Nuova York, alle ostriche della Normandia, alla Nike di Samotracia, ai leoni africani ed alle tigri di Mompracem, ai treni dell’Orient Express, all’Oceano Indiano, ai canguri di Camberra, all’aurora boreale in Alaska, al Malecon all’Avana, ai fenicotteri rosa, alla Nieva ghiacciata di San Pietroburgo, agli elefanti ed alle vacche indiane, alla Roma dei sette re, ai giardini zen in Giappone, ai clacson di Città del Messico, alle isole di totora del lago Titicaca, alle falde del Kilimangiaro ed alle cataratte del Nilo, alle due Santiago, all’elevatore di Lisbona, alle cicogne di Salamanca, alla Polinesia di Gauguin, ad Hagia Sophia ed ai mille nomi di Istanbul, alla Guinness irlandese, ai laghi canadesi, alla Terra del Fuoco ed alle isole Svalbard...
Penso a me e mi chiedo quanto manchi all’alba. Sono ore che vago per questa periferia incontaminata da ogni forma di vita. Mi convinco che sia iniziata una nuova era postatomica in cui dovrò abituarmi all’idea di essere l’unico superstite. L’unico essere umano sopravvissuto alla morte del pianeta Terra. Arrivo alla conclusione che probabilmente sono semplicemente morto anch’io insieme a tutta la Terra. Non mi preoccupa più di tanto questo pensiero. Anzi, mi alleggerisce le gambe stanche dalle lunghe ore di cammino e la testa dai troppi pensieri, mi allenta la pesantezza sulle palpebre e mi attenua la fatica di respirare.
Penso a quanta gente sia morta fino ad ora, ai parenti, agli amici, alle grandi menti illuminate, alle pornostar dell'infanzia, ai sanguinari dittatori di ogni era, ai cantanti, ai calciatori dei mondiali vinti ed agli scrittori. Penso a tutti gli scrittori di sempre, a Miller, ad Orwell, a Calvino, a Thomas, ad Hemingway, a Delillo, a Kerouac, a Vittorini, a Bukowski, a Tolstoj, a Neruda, a Fante, a Ginsberg, a Corso, a Tondelli, a Pasolini, a Fenoglio, a Pessoa, a Prevert. Jacques Prevert, proprio lui, quello dell'aforisma sulla differenza tra un intellettuale e un operaio.
Già, ora mi sento meglio. Devo solo decidere dove andare.
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