Ti rendi conto che vai sempre più avanti. Sempre più oltre. E cosa cazzo importa? Cos’è quella sensazione del freddo che sbatte sul cofano della tua auto sopravvalutata per la quale non hai voluto sentire ragioni ne argomenti? Hai sottoscritto un finanziamento che ora ti schiaccia con l’incombenza della maxirata finale. E hai il suono del caffè ancora nelle orecchie più del suono di lei che ti saluta con una guancia ancora schiacciata sul cuscino. Con un solo occhio che prova di tenere aperto. In mezzo a questo blu tagliente da mattina invernale. Pensi ai cuochi giapponesi che tagliano il sashimi quando è bello freddo, quasi congelato, per fare delle fette sottili. Con l’odore di pesce fresco che rimanda al mercato sul porto di Cervia. Quello dove passavi tante volte in bicicletta senza fermarti, lanciando solo un’occhiata a quella barca ancorata che sembrava un galeone dei pirati. Uguale a quello della Lego che avresti tanto voluto un Natale di troppo tempo fa per contestualizzarne gli anni. Diciamo che andava di moda più o meno la stessa musica di merda che si ascolta adesso. E gli occhiali dalle montature ingombranti dai colori notevoli. La marca sempre quella: Ray Ban.
La porta dell’ufficio si apre senza grosse difficoltà e dentro fa più freddo che fuori. la domanda “cosa ci faccio qui?” ormai hai smesso di portela. Ciononostante non fai carriera, anzi, retrocedi avanzando con gli anni. Presto ti supereranno i tuoi cugini che la camicia non la portano solo nelle occasioni importanti. Che sanno perfettamente la loro misura di collo e taglia di pantaloni. Che fanno acquisti per coniugare l’essere con il sarò. Non come te che cerchi di sfuggire meglio che puoi dal freddo dell’Alaska. Quel freddo che fa i salmoni rossi, quelli che costano di più alla Coop. Quelli che quando li compri cerchi sempre la commessa più attraente e ci infili una bottiglia di vino che sembra decente. E paghi con la carta di credito che ti ammazza ogni 15 del mese, lasciando piombo nella boccata d’aria dell’ultima busta paga.
Il computer fa il solito suono di avvio che ti graffia dolce arpionandoti la schiena giù, verso la sedia finta imbottita. Consumata per te da chi ci sedeva prima che ha avuto le palle di alzarsi ed andarsene. Ma a te poi checcazzo te ne frega? Basta che passi questo freddo che ti congela anche le scarpe scamosciate estive ai piedi e basta avere la tua cazzo di idea geniale che sembra quasi ti l’abbia dimenticata in un’altra vita. Come quando si dimenticano le chiavi nell’altra giacca. Proprio uguale. Solo che quella giacca mi sa che te l’ha inculata qualcuno di meno scemo. Quindi batti sui tasti ed aspetti le sei. Come se tutto quello che scrivessi avesse un senso e non fosse semplicemente la cronaca di un aperitivo di vino allungato aspettando che il ristorante giapponese porti il tuo piatto di sashimi misto.
E poi un attimo, hanno suonato alla porta.
giovedì 30 dicembre 2010
venerdì 24 dicembre 2010
Appunti che c’entravano col Natale e mi sentivo proprio di renderli pubblici
Al telegiornale ti spiegano che gli italiani preferiscono regali tecnologici. Roba di elettronica. A supporto della tesi c’è un bambino in un supermercato con una giacca aperta che lascia intravedere una sciarpa rossa ed una felpa con il disegno di Snoopy. Il bambino dice che quest’anno da Babbo Natale vuole una playstation. Dice che quest’anno è stato buono. E la madre lo conferma ad un intervistatore freddo chirurgico, professionale. La madre diciamo che è Uma Thurman in Kill Bill con un giaccone lungo in lana al posto della tutina gialla. Ha un sorriso da caminetto acceso ed albero addobbato con sobrie palle dipinte a mano.
Fuori ancora non nevica, c’è solo un freddo gesso che gratta su una lavagna.
In cucina tua madre ascolta la radio mentre sistema il vassoio degli antipasti.
Tuo padre è uscito da poco.
Intanto passa la pubblicità, ciononostante non cambi canale. Sei narcotizzato in quel limbo soffice e superficiale di consigli per gli acquisti e facili comportamenti stereotipati. Roba da totalitarismo, roba da non sentirsi imbarazzati quando si incontra qualcuno che non vediamo da un po’, roba che basta ripetere Buon Natale. E poi un sorriso. Sembra tutto così semplice che quasi dimentichi le incombenze e le bollette in sospeso dell’appartamento che dividi con Carlo. Ed il tuo lavoro di merda. E pensi ad altro. A Francesca più che altro, alla tua casella mail ancora vuota. E pensare che sei qui per colpa sua. Incastrato nella commedia del Natale in famiglia che si ripete pressoché invariata assieme alla Fabbrica del Cioccolato e Una Poltrona Per Due. Ogni tanto qualche nuovo personaggio si affaccia anche ma ha la consistenza della musica in filodiffusione nei supermercati. Ed il tuo interesse è per quello che hai nel piatto e nel bicchiere. Sarà anche perché le tue cene sono sempre più spesso fatte di surgelati ed aperitivi: retaggi dell’istinto alla sopravvivenza.
Cerchi nel telefono il numero di Francesca ma poi la linea torna allo studio e quello che hanno da dire in televisione è sicuramente più interessante di una spezzata conversazione natalizia con una ragazza che, esclusa la mail che ti ha mandato pochi giorni fa, non senti da anni.
Mentre la giornalista ti racconta le mete più gettonate per la settimana bianca ti arriva l’odore del brodo.
Ti ricorda che in fondo va bene così.
In fondo è Natale.
(E probabilmente Francesca sta scopando con qualcun altro)
Fuori ancora non nevica, c’è solo un freddo gesso che gratta su una lavagna.
In cucina tua madre ascolta la radio mentre sistema il vassoio degli antipasti.
Tuo padre è uscito da poco.
Intanto passa la pubblicità, ciononostante non cambi canale. Sei narcotizzato in quel limbo soffice e superficiale di consigli per gli acquisti e facili comportamenti stereotipati. Roba da totalitarismo, roba da non sentirsi imbarazzati quando si incontra qualcuno che non vediamo da un po’, roba che basta ripetere Buon Natale. E poi un sorriso. Sembra tutto così semplice che quasi dimentichi le incombenze e le bollette in sospeso dell’appartamento che dividi con Carlo. Ed il tuo lavoro di merda. E pensi ad altro. A Francesca più che altro, alla tua casella mail ancora vuota. E pensare che sei qui per colpa sua. Incastrato nella commedia del Natale in famiglia che si ripete pressoché invariata assieme alla Fabbrica del Cioccolato e Una Poltrona Per Due. Ogni tanto qualche nuovo personaggio si affaccia anche ma ha la consistenza della musica in filodiffusione nei supermercati. Ed il tuo interesse è per quello che hai nel piatto e nel bicchiere. Sarà anche perché le tue cene sono sempre più spesso fatte di surgelati ed aperitivi: retaggi dell’istinto alla sopravvivenza.
Cerchi nel telefono il numero di Francesca ma poi la linea torna allo studio e quello che hanno da dire in televisione è sicuramente più interessante di una spezzata conversazione natalizia con una ragazza che, esclusa la mail che ti ha mandato pochi giorni fa, non senti da anni.
Mentre la giornalista ti racconta le mete più gettonate per la settimana bianca ti arriva l’odore del brodo.
Ti ricorda che in fondo va bene così.
In fondo è Natale.
(E probabilmente Francesca sta scopando con qualcun altro)
martedì 14 dicembre 2010
Una triste storia... Berlusconi è niente al confronto
Solleticarmi con le dita le narici e frugarci dentro con selvaggia energia è sempre stato un piacere per me. Non solo in tenera età. Certo, con il tempo, quello che era iniziato come un innoquo passatempo si era trasformato in una vera e propria manìa. Anzi, ossessione è la parola corretta. Una strana forza magnetica attraeva le dita allle narici come la musica ipnotica di un flautista indiano richiama la testa del Cobra. Poi il naso ha cominciato a crescermi e le dita a farsi troppo esili e corte per raggiungere il piacere che provavo una volta ficcandomele tutte ben dentro. Così mi sono ritrovato un giorno, senza quasi rendermene conto, con un tratto pen rosso nel naso. Quale delizia riscoprire quella piacevole sensazione di un tempo... E in men che non si dica i tratto pen sono diventati prima due e, dopo poco, addirittura tre. Per narice, s'intende!
Farmi vedere in pubblico, intendo a frugarmi nelle narici come una ragazza fruga nella borsa in cerca delle chiavi del motorino, non mi metteva assolutamente a disagio. Era naturale. Lo facevo con estrema disinvoltura. Sul tram, in metro, in coda alle Poste, alle casse della Lidl, ovunque. O-V-U-N-Q-U-E. Anche al lavoro spesso non resistivo al desiderio di frugarmi le narici con le matite e le penne colorate che trovavo sulla scrivania e, pianin pianino, mi scivolavano inevitabilmente su per le narici.
Ho iniziato il mio percorso per smettere di mettermi le dita nel naso quando un giorno, per puro caso, il mio capo è entrato di soprassalto nel mio ufficio e mi ha beccato con tre tratto pen nella narice sinistra e due in quella destra, con la faccia estasiata. E si è incazzato. Si è incazzato maledettamente, al punto da intimarmi con voce perentoria che mai penso fosse uscita dalla sua bocca prima di quel momento: "sei licenziato. Non ti pago per cospargere di muco e caccole le penne dell'ufficio". Ho cercato di spiegargli mentre mi sfilavo uno a uno i tratto pen che non era quello il mio intento: farmi pagare per infilarmi le dita nel naso. Ho provato in ogni modo a togliergli quel triste pensiero di me, ovvero che fossi uno scansafatiche amante del fisting nasale. Ma non c'è stato niente da fare anche perchè forse, effettivamente, io lo ero un maledetto amante del fisting nasale! Ma d'un tratto qualcosa è cambiato. In un attimo una lama di luce ha tagliato orizzontalmente i miei pensieri. Un brivido mi ha percorso la schiena proprio mentre ero davanti al mio capo. Avevo preso per la prima volta consapevolezza della mia manìa. Della mia ossessione. Allora non ho trovato alternativa. Da sotto la scrivania ho istintivamente preso le forbici dal cassetto e, mentre lui mi fissava con gli occhi pervasi dalla delusione, mi sono tagliato tutte e dieci le dita delle mani. Gliele ho mostrate ancora grondanti di sangue dicendogli: "vede, mi deve credere, le dita non mi servono più. Ho deciso di smettere... non mi infilerò più niente nel naso, a partire dalle dita... che non ho più".
Ma niente. Irremovibile. La sua convinzione era più forte di qualsiasi mio tentativo di spiegazione. Cemento armato. Le mie parole svanivano sulla membrana fonoassorbente che foderava i suoi timpani con la stessa velocità con la quale i poveri moscerini si spiaccicano sul parabrezza di una macchina sportiva giapponese lanciata a tutta velocità su Viale Tibaldi alle tre e mezzo di una notte afosa d'estate. Infatti, dopo tre minuti mi si è presentato con una lettera di licenziamento da firmare. Non sapevo come farlo non avendo più un solo dito disponibile. Così mi sono preso una penna tra i denti e ho scarabocchiato in qualche modo la mia lettera di licenziamento con l'amaro in bocca. Forse anche quella penna prima era stata speleologa nelle mie narici e il sapore che ora avvertivo sulla lingua ne era solo una triste conferma.
Mi hanno passato una pensione di invalidità e la promessa di un lavoro in quanto categoria protetta. Prospettiva più rosea di quanto potessi immaginarmi. Dopotutto ho scoperto che le mani sono un pò sopravvalutate. Non sono poi così indispensabili nella vita. Quella voglia però non mi aveva ancora abbandonato del tutto.
Per il lavoro non c'era problema, sarebbe arrivato sicuramente ma se mi volevo trovare una ragazza non potevo certo continuare ad avvertire quell'istinto di autosoddisfazione nasale. Ormai avevo trent'anni. Mi sembrava giunto il momento di impormi con ferrea volontà sui miei istinti per non correre il rischio di passare per un malato di mente con il risultato che nessuna mi avrebbe filato nemmeno di striscio. E mia mamma avrebbe dovuto continuare a sopportare la felicità delle sue amiche che raccontano le gioie di figli sposati. Quindi ho deciso di smettere. Definitivamente.
Ma è dovuto trascorrere ancora un mesetto da quel giorno prima che, non dico sparisse, ma almeno si alleviasse il desiderio di stimolarmi le narici. Proprio come quando si decide di smettere di fumare. Uguale: c'è l'intenzione, poi viene lo sforzo e, alle volte, alla fine si ha il risultato. Quindi ho messo qualche annuncio in internet del tipo: "ragazzo romantico cerca ragazza disponibile" o "ragazzo serio cerca ragazza disponibile".
Inspiegabilmente le ragazze rispondevano all'annuncio con una velocità sconcertante. E finchè le ragazze accettavano di venire a casa mia non c'era problema di alcun tipo. Nessuno strano desiderio mi pervadeva in loro presenza. L'unica volta che mi ritrovavo a pensare all'esplorazione nasale pur restando chiuso dentro casa era durante i rapporti sessuali. Esatto, poprio mentre le scopavo. Ma penso fosse normale data l'analogia dei due atti; dopotutto qualcosa entra da qualche parte ed il risultato è più o meno lo stesso: piacere. Quando invece m'è toccato uscire (intendo camminare in centro per andare al cinema o al ristorante) con alcune di loro, ogni volta era una sofferenza disumana resistere al desiderio di infilarmi qualcosa nel naso. La tentazione era sempre e ancora troppo forte. Non vedevo rami che si sporgevano dalle piante ma enormi e gustosissimi cotton fiock nasali. Le antenne delle automobili parcheggiate in doppia fila erano invitanti dita androidi con cui grattarmi il setto nasale dall'interno. Per non parlare dei freni delle biciclette legate ai pali... Che dolorosa costrizione resistere a questi inviti.
Così una sera dopo essere rientato a casa dopo una passeggiata con Puffetta84 (questo era il suo nickname) ho preso la decisione di eliminare il problema alla radice, o meglio, alla narice. Ho preso un cutter dalla valigia degli attrezzi acquistata all'Ikea nella giornata più difficile della mia vita e, stringendolo tra i moncherini, mi sono tagliato via il naso. Di netto. Come Van Gogh anche se lui lo ha fatto con l'orecchio.
Nel secondo pensiero di questo racconto ho scritto innoquo con la q. Ebbene, so che è scritto sbagliato. Correttamente sarebbe innocuo. Perchè l'ho fatto? Perchè è quasi Natale e volevo farvi un regalo. Già, proprio così: un regalo. Per qualche effimero minuto vi ho regalato l'illusione di essere grammaticalmente migliori di me.
Farmi vedere in pubblico, intendo a frugarmi nelle narici come una ragazza fruga nella borsa in cerca delle chiavi del motorino, non mi metteva assolutamente a disagio. Era naturale. Lo facevo con estrema disinvoltura. Sul tram, in metro, in coda alle Poste, alle casse della Lidl, ovunque. O-V-U-N-Q-U-E. Anche al lavoro spesso non resistivo al desiderio di frugarmi le narici con le matite e le penne colorate che trovavo sulla scrivania e, pianin pianino, mi scivolavano inevitabilmente su per le narici.
Ho iniziato il mio percorso per smettere di mettermi le dita nel naso quando un giorno, per puro caso, il mio capo è entrato di soprassalto nel mio ufficio e mi ha beccato con tre tratto pen nella narice sinistra e due in quella destra, con la faccia estasiata. E si è incazzato. Si è incazzato maledettamente, al punto da intimarmi con voce perentoria che mai penso fosse uscita dalla sua bocca prima di quel momento: "sei licenziato. Non ti pago per cospargere di muco e caccole le penne dell'ufficio". Ho cercato di spiegargli mentre mi sfilavo uno a uno i tratto pen che non era quello il mio intento: farmi pagare per infilarmi le dita nel naso. Ho provato in ogni modo a togliergli quel triste pensiero di me, ovvero che fossi uno scansafatiche amante del fisting nasale. Ma non c'è stato niente da fare anche perchè forse, effettivamente, io lo ero un maledetto amante del fisting nasale! Ma d'un tratto qualcosa è cambiato. In un attimo una lama di luce ha tagliato orizzontalmente i miei pensieri. Un brivido mi ha percorso la schiena proprio mentre ero davanti al mio capo. Avevo preso per la prima volta consapevolezza della mia manìa. Della mia ossessione. Allora non ho trovato alternativa. Da sotto la scrivania ho istintivamente preso le forbici dal cassetto e, mentre lui mi fissava con gli occhi pervasi dalla delusione, mi sono tagliato tutte e dieci le dita delle mani. Gliele ho mostrate ancora grondanti di sangue dicendogli: "vede, mi deve credere, le dita non mi servono più. Ho deciso di smettere... non mi infilerò più niente nel naso, a partire dalle dita... che non ho più".
Ma niente. Irremovibile. La sua convinzione era più forte di qualsiasi mio tentativo di spiegazione. Cemento armato. Le mie parole svanivano sulla membrana fonoassorbente che foderava i suoi timpani con la stessa velocità con la quale i poveri moscerini si spiaccicano sul parabrezza di una macchina sportiva giapponese lanciata a tutta velocità su Viale Tibaldi alle tre e mezzo di una notte afosa d'estate. Infatti, dopo tre minuti mi si è presentato con una lettera di licenziamento da firmare. Non sapevo come farlo non avendo più un solo dito disponibile. Così mi sono preso una penna tra i denti e ho scarabocchiato in qualche modo la mia lettera di licenziamento con l'amaro in bocca. Forse anche quella penna prima era stata speleologa nelle mie narici e il sapore che ora avvertivo sulla lingua ne era solo una triste conferma.
Mi hanno passato una pensione di invalidità e la promessa di un lavoro in quanto categoria protetta. Prospettiva più rosea di quanto potessi immaginarmi. Dopotutto ho scoperto che le mani sono un pò sopravvalutate. Non sono poi così indispensabili nella vita. Quella voglia però non mi aveva ancora abbandonato del tutto.
Per il lavoro non c'era problema, sarebbe arrivato sicuramente ma se mi volevo trovare una ragazza non potevo certo continuare ad avvertire quell'istinto di autosoddisfazione nasale. Ormai avevo trent'anni. Mi sembrava giunto il momento di impormi con ferrea volontà sui miei istinti per non correre il rischio di passare per un malato di mente con il risultato che nessuna mi avrebbe filato nemmeno di striscio. E mia mamma avrebbe dovuto continuare a sopportare la felicità delle sue amiche che raccontano le gioie di figli sposati. Quindi ho deciso di smettere. Definitivamente.
Ma è dovuto trascorrere ancora un mesetto da quel giorno prima che, non dico sparisse, ma almeno si alleviasse il desiderio di stimolarmi le narici. Proprio come quando si decide di smettere di fumare. Uguale: c'è l'intenzione, poi viene lo sforzo e, alle volte, alla fine si ha il risultato. Quindi ho messo qualche annuncio in internet del tipo: "ragazzo romantico cerca ragazza disponibile" o "ragazzo serio cerca ragazza disponibile".
Inspiegabilmente le ragazze rispondevano all'annuncio con una velocità sconcertante. E finchè le ragazze accettavano di venire a casa mia non c'era problema di alcun tipo. Nessuno strano desiderio mi pervadeva in loro presenza. L'unica volta che mi ritrovavo a pensare all'esplorazione nasale pur restando chiuso dentro casa era durante i rapporti sessuali. Esatto, poprio mentre le scopavo. Ma penso fosse normale data l'analogia dei due atti; dopotutto qualcosa entra da qualche parte ed il risultato è più o meno lo stesso: piacere. Quando invece m'è toccato uscire (intendo camminare in centro per andare al cinema o al ristorante) con alcune di loro, ogni volta era una sofferenza disumana resistere al desiderio di infilarmi qualcosa nel naso. La tentazione era sempre e ancora troppo forte. Non vedevo rami che si sporgevano dalle piante ma enormi e gustosissimi cotton fiock nasali. Le antenne delle automobili parcheggiate in doppia fila erano invitanti dita androidi con cui grattarmi il setto nasale dall'interno. Per non parlare dei freni delle biciclette legate ai pali... Che dolorosa costrizione resistere a questi inviti.
Così una sera dopo essere rientato a casa dopo una passeggiata con Puffetta84 (questo era il suo nickname) ho preso la decisione di eliminare il problema alla radice, o meglio, alla narice. Ho preso un cutter dalla valigia degli attrezzi acquistata all'Ikea nella giornata più difficile della mia vita e, stringendolo tra i moncherini, mi sono tagliato via il naso. Di netto. Come Van Gogh anche se lui lo ha fatto con l'orecchio.
Nel secondo pensiero di questo racconto ho scritto innoquo con la q. Ebbene, so che è scritto sbagliato. Correttamente sarebbe innocuo. Perchè l'ho fatto? Perchè è quasi Natale e volevo farvi un regalo. Già, proprio così: un regalo. Per qualche effimero minuto vi ho regalato l'illusione di essere grammaticalmente migliori di me.
martedì 23 novembre 2010
Stitichezza
Ho passato gli ultimi tempi a guardarmi attorno ed ho rimediato solo male al collo. Sarà anche l’avvicendarsi delle stagioni, le foglie che cadono e la pioggia che lava tutto fuorché lo strato grigio di sporco dalla mia auto ma tutto quello che mi sembra cambiato è il palinsesto televisivo. E, a quanto mi dicono dal pubblico, siamo anche ad una svolta importante per i reality show. Ed io macero in questo brodo primordiale arredato con colori caldi pastello che ricoprono mobili in legno impiallacciato. Mi aggrappo ad una connessione ADSL flat per affermare la mia esistenza. Il mio essere aggiornato col mondo e parlarne la stessa lingua. Il fatto è che tutto quel che sento sembra uno squittio che alla lunga andrà tutto bene, alla faccia di John Keynes. Ed allora non mi muovo, inserisco in una ricetta il topinambur ed in un'altra la corcuma. E poi scrivo su un blog di quanto è liberatorio essere vegetariani.
Peccato che poi non vado in bagno da 2 settimane.
Peccato che poi non vado in bagno da 2 settimane.
martedì 26 ottobre 2010
Noccioline
Anche quella sera a cena avevo la mia busta aperta di arachidi tostate davanti. In quel periodo vivevo in uno di quegli ostelli con la cucina in comune. Una sistemazione necessariamente minimalista e sterile. Il frigorifero era diviso in scompartimenti numerati e chiusi con un lucchetto che mi ero dovuto comprare. Il mio scompartimento aveva un numero 7 nero disegnato con del nastro isolante. Sapeva di Amuchina e dentro non c’era molto spazio ma io mi accontentavo di poco. L’importante era avere qualcosa da raccontare. Ed era questo che facevo tutto il giorno oltre al lavoro in magazzino: raccontavo storie. Passavo ore ad inviare mail. Avevo anche ripreso a parlare con Stefania tanta era la mia urgenza di comunicare. Mi sembrava che se non avessi preso appunti tutto quel periodo sarebbe stato effimero come il ricordo di un sogno che si fa sfuggevole fino ad evaporare con la giornata travisato dal sapore indeciso degli impegni.
Sabrina era felice delle mie mail. Mi rispondeva sempre, era una certezza. Era bello saperla lontana. Era tranquillizzante come i genitori in riva al mare che mi guardavano nuotare da bambino. Mio padre aveva le mani sui fianchi. In quel momento mi sembrava avesse tenuto quella posizione rigida tutta la vita. Senza spostarsi un minimo. Indifferente all’erosione del tempo.
Mio padre si era limitato a dire “buon viaggio” quando sono partito. Mi aveva abbracciato e lasciato 150 euro in contanti. Ricordo l’odore di colonia ruvida come la sua barba che ricresceva.
Quella sera Sarah aveva riso guardandomi ancora una volta mangiare noccioline. Mi aveva chiesto se era tutto quello che mangiavo. Avevo risposto di non aver voglia di altro. Lei aveva sorriso ed era tornata ai fornelli dove la sua pentola bolliva pasta scotta. Sarah veniva da Colonia, era arrivata poche sere prima e presto se ne sarebbe andata. Avrebbe trovato casa per i mesi successivi che doveva passare a Madrid e poi avrebbe terminato la sua laurea in Pedagogia in Germania. Negli appunti che raccoglievo per parlare di lei le frasi iniziavano con mi piacerebbe e vorrei. Di certo non erano adatti per la mail che volevo spedire a Sabrina. Magari ne avrei parlato con Carlo. Avrei aggiunto che aveva una maglietta azzurra e la portava disinvolta senza reggiseno, che passava i pomeriggi al parco a leggere libri spessi e che sapeva di sapone di Marsiglia.
Quella sera però non riuscivo a dirle niente. Mi aggrappavo alle frasi di circostanza che conoscevo felice del fatto che è più facile comunicare quando non si conosce bene una lingua comune poiché ognuno capisce ciò che vorrebbe sentirsi dire. E generalmente all’estero ci si sente più soli al punto che finimmo a bere le poche birre che ero riuscito ad incastrare nella mia porzione di frigorifero nel patio. C’era un tavolo di ferro verde e delle sedie in stile traforate da miliardi di buchi che sembrava avessero un senso. Sopra c’era il cielo. Un cielo vivo che mi sentivo di viverci. A milioni di anni luce dalla realtà. Dalla preoccupazione di non sapere cosa sarei diventato.
Poi è successo che sono diventato uno stronzo come gli altri e Sarah è rimasta solo un racconto che parla di noccioline.
Sabrina era felice delle mie mail. Mi rispondeva sempre, era una certezza. Era bello saperla lontana. Era tranquillizzante come i genitori in riva al mare che mi guardavano nuotare da bambino. Mio padre aveva le mani sui fianchi. In quel momento mi sembrava avesse tenuto quella posizione rigida tutta la vita. Senza spostarsi un minimo. Indifferente all’erosione del tempo.
Mio padre si era limitato a dire “buon viaggio” quando sono partito. Mi aveva abbracciato e lasciato 150 euro in contanti. Ricordo l’odore di colonia ruvida come la sua barba che ricresceva.
Quella sera Sarah aveva riso guardandomi ancora una volta mangiare noccioline. Mi aveva chiesto se era tutto quello che mangiavo. Avevo risposto di non aver voglia di altro. Lei aveva sorriso ed era tornata ai fornelli dove la sua pentola bolliva pasta scotta. Sarah veniva da Colonia, era arrivata poche sere prima e presto se ne sarebbe andata. Avrebbe trovato casa per i mesi successivi che doveva passare a Madrid e poi avrebbe terminato la sua laurea in Pedagogia in Germania. Negli appunti che raccoglievo per parlare di lei le frasi iniziavano con mi piacerebbe e vorrei. Di certo non erano adatti per la mail che volevo spedire a Sabrina. Magari ne avrei parlato con Carlo. Avrei aggiunto che aveva una maglietta azzurra e la portava disinvolta senza reggiseno, che passava i pomeriggi al parco a leggere libri spessi e che sapeva di sapone di Marsiglia.
Quella sera però non riuscivo a dirle niente. Mi aggrappavo alle frasi di circostanza che conoscevo felice del fatto che è più facile comunicare quando non si conosce bene una lingua comune poiché ognuno capisce ciò che vorrebbe sentirsi dire. E generalmente all’estero ci si sente più soli al punto che finimmo a bere le poche birre che ero riuscito ad incastrare nella mia porzione di frigorifero nel patio. C’era un tavolo di ferro verde e delle sedie in stile traforate da miliardi di buchi che sembrava avessero un senso. Sopra c’era il cielo. Un cielo vivo che mi sentivo di viverci. A milioni di anni luce dalla realtà. Dalla preoccupazione di non sapere cosa sarei diventato.
Poi è successo che sono diventato uno stronzo come gli altri e Sarah è rimasta solo un racconto che parla di noccioline.
martedì 19 ottobre 2010
Lara, oh mia dolce Lara
Avvertenze:
racconto incredibilmente lungo e a tratti dostojevskianamente noiso. Sconsigliata vivamente la lettura agli amanti di F. Moccia, Joe R. Lansdale, G. Morozzi o S. King.
"Sei sempre il solito. Aveva ragione Pierantonia mettendomi all'erta quando ti ho conosciuto... Sono stata una stupida a non averle dato retta. Sei solo un povero coglione smidollato che alla prima parvenza di difficoltà anziché metterci le palle si nasconde sotto la gonna... E adesso leva le tende, quando torno non voglio trovare la minima traccia, organica o inorganica che sia, della tua lurida presenza e poi... sì, poi vaffanculo! Ma dico io..." e blàblàblà.
Se il buongiorno si vede dal mattino, sono quasi sicuro che oggi non sarà da annoverare tra quelli. Potrei sempre sbagliarmi, dopotutto sono trent'anni che lo faccio, ma sentirsi appellare con “povero coglione smidollato “ e sentirsi mandare a fare in culo di prima mattina, mi lascia un pò perplesso. Se poi ci aggiungiamo il dolore lancinante alla testa che mi schiaccia il cervello e la trivella che mi perfora lo stomaco, bingo!
Sono le sette e qualche minuto, in soggiorno la luce filtra copiosa dalle tende che dovrebbero essere oscuranti e Lara ha appena sbattuto la porta del nostro (bè, temo che da adesso debba essere definito suo) bilocale dopo avermi gettato addosso parole di fuoco del calibro di... "Pierantonia".
Già, quella pazza nevrotica repressa sua excoinquilina che mi odia sin dal primo giorno in cui l'ho incontrata e le ho vomitato nel lavandino del bagno. Non avevo digerito gli spaghetti, o almeno questo è quello che le ho raccontato la mattina dopo. Comunque sia da quel giorno non fa altro che definirmi un pagliaccio, un vigliacco alcolizzato, un disagiato, un disadattato e attenzione attenzione, ciliegina sulla torta: un depravato... Quest'ultimo temo sia per colpa di una composizione, secondo me molto carina, che avevo allestito in camera sua quando, per il suo compleanno, Lara le aveva regalato un peluche di Hello Kitti. In un lampo di genio avevo così deciso di disporre tutti i suoi peluche più quello nuovo di Lara sul letto in modo da simulare un'orgia. Sinceramente trovavo l'idea simpatica e ironica, giudicate voi: Winnie the Pooh s'incaprettava una fattissima Hello Kitti (che se lo merita con quell’espressione beota) mentre il panda della Trudi (Re indiscusso del Regno Onanista) si spippettava orgoglioso godendosi lo spettacolo in compagnia del vogliosissimo Hello Spenk che praticava una allegra fellatio (si legge fellazio in quanto è un termine latino) al buon vecchio Re Leone. Maledetta fervida immaginazione... non l'avessi mai fatto! Aprti oh cielo, quando Pierantonia l'ha visto ha cominciato a dare in escandescenza. In realtà sapete cosa vi dico? Lo dico piano perchè se mi sentisse Lara correrei il rischio di esser denunciato all'Ordine degli Psicologi per abuso della professione. In ogni caso, credo che Pierantonia abbia trovato in me un ottimo capro espiatorio sul quale catalizzare tutta la sua rabbia repressa accumulata in anni e anni di astinenza forzata dal sesso e per via del conflitto interiore che si porta appresso da quando suo babbo all’anagrafe l’ha registrata con quel terribile nome che non voglio nemmeno ripetere... ma poco male, non mi riguarda.
Devo ammettere che ultimamente i confronti verbali con Lara si susseguono sempre più frequentemente e spesso degenerano in vere e proprie interminabili discussioni,la maggior parte delle quali fondate sul niente. Ma stamattina penso che si sia spinta un pò oltre una semplice discussione fondata sul niente... Non riesco ancora a crederci, che la mia dolce e cara Lara mi abbia proprio mandato a fanculo e senza tanti giri di parole! Robe da matti. Temo proprio che questa volta dovrò aggiornare la "situazione sentimentale" nel mio profilo di Facebook.
Ma torniamo a noi, o meglio a Lara, la mia amatissima Lara: una ragazza tutta d'un pezzo che sa sempre con matematica precisione quello che vuole, quando lo vuole e soprattutto come lo vuole. Lara è una splendida psicologa junghiana ventottenne laureatasi in corso cum laude, femminazista nata sotto il terribile segno della Vergine. Porta un caschetto molto aggressivo nero corvino e ama fasciarsi quello splendido culo a mandolino che farebbe arrapare persino Monsignor Tettamanzi con jeans attillati maliziosamente strappati nei punti giusti. Ci siamo conosciuti casualmente al vernissage di una mostra d'arte contemporanea. Lei era stata invitata da una sua amica street artist (quelli che una volta erano chiamati volgarmente graffitari e oggi ricoprono una rispettabilissima posizione sociale), che vive tra Berlino, Londra, New York e Milano; una che sicuramente non soffre l’aereo come me... una del giro di quei giovani intellettualoidi vestiti con giacche in velluto anni 70 recuperate in chissà quale armadio dei genitori o acquistate al mercato di Camden Town, pantaloni a coste o jeans scampanati, occhiali dalle montature sproporzionate e dalle tinte improbabili con l'immancabile logo della Apple in bella mostra su qualsiasi supporto tecnologico, collante ormai indispensabile per svangare una noiosissima serata tra amici... Io invece ci ero capitato semplicemente perchè un amico aveva detto che si beveva gratis. Ed era vero, porca vacca se era vero!
Per tutta la sera aveva parlato ininterrottamente lei, la splendida Lara, spaziando dalle ultime avanguardie artistiche, alla difficile situazione politica birmana, passando un attimo ad analizzare la situazione sociale della donna iraniana nel ventunesimo secolo e finendo con un monologo sull’origine storica della cravatta (sembrava di ascoltare qualcuno che legge a voce alta un pò di XL Repubblica e un pò di curiosità della Settimana Enigmistica). Nel frattempo io mi limitavo ad annuire, sorridere e dissentire a seconda della circostanza, cercando con lo sguardo di richiamare l'attenzione di qualche buonanima di cameriere che mi rabboccasse il bicchiere. Avrò detto sì e no forse venti parole ma al termine della serata si era detta inspiegabilmetne soddisfatta della "bella chiacchierata" intrattenuta con il sottoscritto elogiando, tra l'altro, le mie doti di “ottimo ascoltatore” mentre io, sbronzo come un koala astemio di un circo bulgaro, non riuscivo nemmeno a trovare le parole per congedarmi e andarmene a casa. Fatto sta che non ricordo come ma riuscì a portarmi a casa sua dove, come ho accennato prima, non ho saputo far di meglio che interrompere la nostra attività sessuale dopo circa quindici secondi per andare a vomitare nel lavandino del bagno della povera Pierantonia. Se solo avessi avuto della Xamamina a portata di mano che chiavata avremmo fatto...
Tre mesi dopo quella memorabile serata, non paga della mia serie di brutte figure inanellate come perle della Normandia ed esposte alla cena di gala del Rotary, mi aveva chiesto di andare a vivere a casa sua. Nessuna delle mie poche ragazze avute in trent’anni mi aveva mai chiesto una cosa simile e, naturalmente mi trovai spaesato. Ma considerando che dove vivevo in quel periodo era molto più simile a un centro sociale bolognese degli anni settanta che a un vero e proprio appartamento in cui, come se non bastasse, dopo un anno non avevo ancora capito quali fossero i miei coinquilini e quali gli ospiti, gli amici degli amici e i parenti di primo, secondo e terzo grado, non ci pensai troppo prima di chiarirmi le idee e risponderle: ochei, arrivo per cena!
All'inizio è stato un idillio: Lara cucinava, Lara faceva la spesa, Lara puliva e soprattutto Lara mi voleva almeno tre volte al giorno: appena svegli, appena tornata dal lavoro e prima di addormentarci. Mi svegliava riempiendomi di baci, coccolandomi con dolci parole e mi portava la colazione a letto mentre mi elencava una serie interminabile di fantastici progetti per la giornata, nemmeno fosse di cinquantadue ore... Ma purtroppo il paradiso non esiste e ben presto quella fantastica situazione amorosa cominciò a sgretolarsi molto più velocemente di un castello di sabbia sotto il sole cocente del 13 di agosto su una spiaggia molto ventosa.
Meglio regnare all'inferno che servire in cielo mi son sempre detto ma forse ultimamente sto cambiando opinione al riguardo, caro il mio buon Milton!
La prima avvisaglia l'ho avuta quando, gradualmente, Lara ha cominciato a sostituire gli iperglicemici appellativi “amore”, “cucciolo”, “tesoro”, "topino" e via discorrendo, che stavo tra l’altro cominciando ad apprezzare, con il mio nome freddo, duro e crudo: Anselmo. Poi ha cominciato a diminuire il nostro monte ore giornaliero di attività sessuale passando rapidamente dalle tre volte al giorno al singolo coito serale, trampolino di lancio per approdare velocemente alla sola volta settimanale ed infine giungere alla tristissima copulazione “una tantum”. Il campanello d’allarme che mi ha tirato giù dalle nuvole è stato quando, di punto in bianco, Lara ha cominciato a riempire le mie calme e tranquille giornate con progetti, attività frenetiche, commissioni e appuntamenti “assolutamente da non rimandare” del tipo:
* portare le scatolette di purea di salmone e petto di tacchino all’associazione “Mondogatto” che accoglie tutti i randagi della zona entro le 10.30; nemmeno fossi io a portare la colazione a quegli spelacchiati ammassi di pelo portatori sani di toxoplasmosi e clamidiosi
* passare prima delle 12.00 dal gruppo d’acquisto (cui Lara appartiene) per ritirare le tre borse straripanti di pasta, legumi e olio extravergine d’oliva di non so dove
* ritirare in lavanderia le camicie stirate prima delle 15.00; quando sappiamo tutti che la lavanderia chiude comodamente alle 19.30 proprio per permettere alla gente di fare con comodo.
E, come se non bastasse ha pensato di creare un “calendario delle pulizie” che affisse al frigorifero (non che mi dispiaccia più di tanto ma, a titolo di cronaca, il calendario è andato a coprire una nostra foto scattata a Gardaland sulla discesa del Colorado Boat dove sono ritratto con una faccia da sacerdote pederasta con l’impermeabile aperto e la fronte grondante sudore...) in cui, in colore rosso e in stampatello, spiccava sempre e unicamente il mio nome un giorno sì e uno no. Infine ha cominciato a prendere la cattiva abitudine di chiamarmi a metà mattina, mentre riposavo ancora beato sotto il piumino di piume d’oca attendendo la sveglia delle 10.20 per riuscire ad essere a Mondogatto per le 10.30, sputandomi a spruzzo un elenco di tutto quello che avrei dovuto acquistare al supermercato entro pranzo:
* mezzo chilo di susine “non troppo mature ma nemmeno acerbissime, giuste!”
* tre pompelmi rosa “mi raccomando assicurati che non vengano coltivati in terra sionista”
* due confezioni di yogurt biologico ai cereali e due al naturale “con la data di scadenza il più avanti possibile”
* due avocado “mi raccomando annusalo... se non sente di niente prendimi una papaya matura o al massimo due banane platano”
* una confezione di detersivo biologico naturale per lavare i piatti
e, come se non bastasse, dovevo anche andare al commercio equo e solidale per prendere:
* incenso alla mirra pakistana
* tè verde in foglie Darjeling delle vette dell’Himalaja
* un infuso al finocchio brasiliano e ribes delle Ande cilene
* una confezione di Karkadè del monte Ararat
* sei bustine di menta piperita dell’altopiano dell’Atlante marocchino
* un chilo di zucchero di canna delle colture venezuelane.
Ero rapidamente regredito dal mio tanto agognato periodo patriarcale (dove il maschio, l'uomo è giustamente servito e riverito dalla femmina, la donna, in quanto è colui che rischia la pelle quotidianamente affrontando cinghiali e bisonti per sfamare la propria famiglia) alla temutissima dittatura femminazista retta dal Raìs Lara.
Ma bando alle ciancie, fondamentalmente penso che la situazione sia degenerata al punto da sfiorare il fondo perchè Lara non ha mai accettato appieno la mia condizione lavorativa. Quando ci eravamo conosciuti, quella famosa serata al vernissage, le avevo detto chiaro e tondo che ero uno scrittore e che stavo lavorando al romanzo della mia vita. Le aveo pure spiegato in cosa consisteva il mio progetto: doveva essere una sorta di saga familiare ambientata a metà ottocento in Francia che vedeva protagonista una giovane ragazza aristocratica innamorata dello stalliere di famiglia, un ragazzo umile, dallo sguardo sincero e intelligente, appartenente al movimento anarchico le cui idee lo avrebbero coinvolto nell’organizzazione (insieme alla cricca del buon Felice Orsini) di quello che risulterà il fallimentare tentativo di assassinare nel 1858 Napoleone III.
Un progetto ambizioso che aveva lasciato Lara letteralmente a bocca aperta, sbalordita. Era semplicemente ammaliata dal mio progetto. Spesso quando mi guardava traspariva in toto la sua ammirazione nei miei confronti e lodava la mia preparazione storico-politica-sociale che dava per scontato possedessi per poter affrontare tutte queste tematiche. Era coinvolta a tal punto dal progetto che spesso mi poneva domande talmente specifiche da cogliermi impreparato. Mi chiedeva se nel romanzo avessi intenzione di trattare anche la condizione delle donne nella Francia di metà ottocento oppure se le idee anarchiche avrebbero occupato un ruolo principale nell’economia globale della saga... Ovviamente nel mio romanzo avrebbe trovato posto qualunque cosa fosse uscita dalla bocca di Lara!
Ma, man mano che il tempo passava, tutto il suo entusiasmo nei confronti del mio titanico progetto sembrava appassire come una rosa nel microonde. Ogni tanto mi lanciava qualche frecciatina (a dire il vero nemmeno troppo velata) circa la mia attività del tipo: “possibile che in un anno che ti conosco non ti abbia mai visto una volta buttare giù una riga che fosse una, ma dico io...” oppure “quando sei silenzioso con lo sguardo perso nel vuoto spero sempre che tu stia pensando a come inserire nel romanzo l’importanza del contesto politico-sociale del nostro territorio che ha spinto Orsini ad architettare l’attentato a Napoleone III e invece scopro che la maggior parte delle volte è semplicemente che ti sei scolato una confezione di sei birre, ma dico io...” o ancora “come fai a stare intere giornate chiuso in casa senza fare niente, anzi ancor meno di niente, nulla! Ma dico io...”. Proprio così, qualsiasi frase partorita dalla bocca di Lara finiva con un inutile “Ma dico io...” lasciato fluttuare a mezz’aria. In ogni caso il mio essere scrittore dev’essere stato in qualche modo travisato nella testa di Lara. Alle volte era come se per Lara scrivere un romanzo fosse una cosa automatica e programmabile, del tipo, che ne so, mi sveglio una mattina e dico “oggi scrivo i primi due capitoli”. No, non funziona così, cara la mia amatissima Lara. No, no. Così è come fanno gli scrittori commerciali, alla F. Moccia, Joe R. Lansdale, G. Morozzi o S. King, quelli che sotto contratto, volenti o nolenti, devono rispettare una “tabella di marcia” imposta dall’editore. Ma io non sono uno di quelli. Io scrivo quando sento l’ispirazione, quando ne avverto la vocazione... Ah, alle volte con queste esternazioni Lara mi delude e, lo dico davvero, arrivo quasi a pensare di aver sopravvalutato le sue capacità intellettive. Poco male, d’altra parte ho sempre solidarizzato con i geni incompresi, con le menti eccelse di tutti i tempi, con coloro che sanno di possedere un talento ma convivono anche con la terribile consapevolezza di non poterlo mai spendere nella società di mediocri in cui sono costretti a vivere. Povero me. Poi mi consolo quando penso che anche Conrad, il buon vecchio Joseph Conrad, ha dovuto provare a spiegare a sua moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando...
L’amore, la vera dannazione di noi artisti! Penso sia il caso, a questo punto, di stapparmi una birra. Torno subito.
Che culo, ragazzi, era l’ultima!
Ma dove eravamo rimasti? Ah sì, vi stavo spiegando che con Lara, non dico di punto in bianco ma quasi, la situazione si è capovolta. Proprio come un’autocisterna che affronta a più di 90 km orari lo svincolo d’ingresso in autostrada di Affi in direzione Brennero. Ribaltata proprio!
Per farvi rendere conto, ieri mattina mi sveglio perchè sento un pò di rumore in cucina e aspetto che, come sempre appena prima di uscire per andare al lavoro, Lara mi porti la mia tazza piena di latte tiepido, la tazzina di caffè amaro e quattro dolcetti danesi al burro di cui vado pazzo. Dunque, aspetto e aspetto ma di Lara nemmeno l’ombra e della mia colazione nemmeno il profumo. Mi giro su un fianco e finisce che mi riaddormento. Verso le undici e mezza, con i crampi della fame allo stomaco e la vescica traboccante, mi tiro a fatica giù dal letto e, con un insolito cattivo umore, vado in cucina per chiedere spiegazioni a Lara. La casa è vuota, le scarpe di Lara non ci sono e nemmeno la borsetta: segni inequivocabili della sua assenza. Appena entro in cucina il frigorifero mi avvisa, per mezzo di un foglietto strappato appeso vicino al calendario delle pulizie “se vuoi fare colazione in frigo trovi il latte e nella dispensa i biscotti. se non chiedo troppo, cerca almeno di non sbriciolare”.
Annuisco, mi metto i calzoni e una maglietta e scendo al bar per fare colazione. Da quel momento esatto ho capito che le cose tra me e Lara sono ben oltre un semplice “scricchiolare”. Dopo aver consumato alla facciazza di Lara una goduriosa colazione, me ne sono stato tutto il pomeriggio seduto sulla panchina del parco sotto casa di Lara a pensare alla mia situazione sentimentale. Tra un pensiero e un altro, osservavo gli uccellini rincorrersi felici tra i pollini dei pioppi e cani cacare allegramente sulle aiuole fiorite. Chissà cosa ci troveranno di bello quegli esseri tristemente piumati di marroncino e grigio nello svolazzare da un ramo all’altro tutto il giorno mentre sotto di loro macchine generatrici di escrementi incredibilmente grandi sorgono quà e là... Comunque sia, dato che un consiglio gli uccellini non potevamo darmelo, ho deciso di raggiungere Silvano dove, come fossi un aruspice etrusco, l'avrei sicuramente trovato nei fondi delle pinte di birra. Confesso che leggere i fondi lasciati dalla birra sul fondo dei bicchieri non è per nulla cosa semplice e immediata come qualche sprovveduto potrebbe pensare. Fatto sta che ieri pomeriggio penso di aver impiegato quasi sette o otto ore prima di rendermi conto, tra l’altro, che dalle undici pinte consultate avevo ottenuto ben undici pareri discordanti. Più le pinte aumentavano di numero, più il problema di Lara si assottiliava e si allontanava magicamente da me. Lara diventava una presenza evanescente che man mano che la birra scorreva lasciava spazio nella mia mente ad altro. Lara era un palloncino d'elio a cui hanno tagliato il filo. Ricordo perfettamente che dopo la sesta pinta già la mente aveva sfrattato definitivamente Lara per lasciar posto alla moretta che si era accomodata sullo sgabello accanto al mio. All’ottava avevo già scoperto che Loretta, questo il nome della moretta, aveva molti interessi comuni ai miei: anche lei detestava il calcio, preferiva il circo Medrano al circo di Russia e le birre doppio malto le davano molta più soddisfazione delle sciacquette lager. Alla decima pinta Silvano mi raggiunge mentre giulivo sto amabilmente conversando con la mia amica Loretta sul problema della ricerca universitaria italiana e mi dice “Anselmo al telefono c’è una certa Lara che ti vuole parlare... mi sembra alquanto irritata”. Silvano è sempre troppo gentile a dispetto di quello che ci si aspetterebbe da un barista sessantacinquenne con un occhio solo peraltro opaco e le braccia scarabocchiate da tatuaggi scoloriti color inchiostro galera. “Lara? chi è Lara? Non vedi, caro il mio Silvano, che sto chiacchiarando con questa adorabile signorina...” gli faccio io forse un pò troppo ad alta voce mentre Silvano teneva il ripetitore proteso verso di me. Ma come tutti sanno, non si possono bere birre in numero pari quindi, io e Loretta non perdemmo l'occasione di ordinare altre due pinte.
Verso le due di questa mattina, una volta che Silvano ha abbassato le serrande del bar, in qualche modo mi sono trascinato stancamente e malvolentieri a casa. Dopo aver lungamente litigato con la serratura, dopo aver incespicato nello zerbino che mi accoglieva con un sarcastico “WELCOME” e dopo aver cercato di convincere il mio stomaco a trattenere ancora per un momento il suo contenuto, mi sono diretto verso il bagno. Quei quattro metri di corridoio che separano la porta d’ingresso da quella del bagno mi sono sembrati in assoluto i più lunghi e faticosi che abbia mai percorso in tutta la mia vita. Inspiegabilmente era come se la forza di gravità si fosse spostata d’un tratto da sotto il pavimento a dietro la parete di destra. Ad ogni passo immancabilmente andavo a sbatterci violentemente contro prima con la testa, poi con le braccia, infine con le gambe e il bacino. Se non mi sono fratturato nulla è un miracolo. Il fatto è che lo stomaco non ha pazientato abbastanza e ho fatto appena in tempo ad affacciarmi nel bagno che un conato di vomito, talmente copioso da esser degno dell’”Esorcista”, ha riempito fino all’orlo il lavandino intasandolo per la seconda volta. Non ho mai capito perchè gli scarichi non li facciano più larghi, santo cielo... mica tutti riescono ad arrivare sempre alla tazza.
Ora sono quì, che cerco di alzarmi dal divano dove, per tutta la notte, ho cercato di riposare le mie ossa indolenzite. Dolorante in ogni parte del corpo, con la testa che mi pulsa più forte del cuore e una discarica di rifiuti speciali in bocca cerco tra tutte le carte attaccate al frigorifero un pezzo di carta su cui scrivere le parole adatte per scusarmi con Lara prima di "levare le tende". Niente da fare. Possibile che in una casa non ci sia mai uno straccio d'un pezzetto di carta su cui scrivere? Mah. Mi frugo istintivamente in tasca e trovo un foglietto a quadretti dove una mano incerta o molto più probabilmente sbronza ha scritto una serie di numeri: 3384409963. Stacco la cornetta dal telefono a muro e compongo il numero.
“Loretta, oh mia dolce Loretta, come va? ...che serata ieri... pensavo... cosa ne dici se tra un’oretta...”
racconto incredibilmente lungo e a tratti dostojevskianamente noiso. Sconsigliata vivamente la lettura agli amanti di F. Moccia, Joe R. Lansdale, G. Morozzi o S. King.
"Sei sempre il solito. Aveva ragione Pierantonia mettendomi all'erta quando ti ho conosciuto... Sono stata una stupida a non averle dato retta. Sei solo un povero coglione smidollato che alla prima parvenza di difficoltà anziché metterci le palle si nasconde sotto la gonna... E adesso leva le tende, quando torno non voglio trovare la minima traccia, organica o inorganica che sia, della tua lurida presenza e poi... sì, poi vaffanculo! Ma dico io..." e blàblàblà.
Se il buongiorno si vede dal mattino, sono quasi sicuro che oggi non sarà da annoverare tra quelli. Potrei sempre sbagliarmi, dopotutto sono trent'anni che lo faccio, ma sentirsi appellare con “povero coglione smidollato “ e sentirsi mandare a fare in culo di prima mattina, mi lascia un pò perplesso. Se poi ci aggiungiamo il dolore lancinante alla testa che mi schiaccia il cervello e la trivella che mi perfora lo stomaco, bingo!
Sono le sette e qualche minuto, in soggiorno la luce filtra copiosa dalle tende che dovrebbero essere oscuranti e Lara ha appena sbattuto la porta del nostro (bè, temo che da adesso debba essere definito suo) bilocale dopo avermi gettato addosso parole di fuoco del calibro di... "Pierantonia".
Già, quella pazza nevrotica repressa sua excoinquilina che mi odia sin dal primo giorno in cui l'ho incontrata e le ho vomitato nel lavandino del bagno. Non avevo digerito gli spaghetti, o almeno questo è quello che le ho raccontato la mattina dopo. Comunque sia da quel giorno non fa altro che definirmi un pagliaccio, un vigliacco alcolizzato, un disagiato, un disadattato e attenzione attenzione, ciliegina sulla torta: un depravato... Quest'ultimo temo sia per colpa di una composizione, secondo me molto carina, che avevo allestito in camera sua quando, per il suo compleanno, Lara le aveva regalato un peluche di Hello Kitti. In un lampo di genio avevo così deciso di disporre tutti i suoi peluche più quello nuovo di Lara sul letto in modo da simulare un'orgia. Sinceramente trovavo l'idea simpatica e ironica, giudicate voi: Winnie the Pooh s'incaprettava una fattissima Hello Kitti (che se lo merita con quell’espressione beota) mentre il panda della Trudi (Re indiscusso del Regno Onanista) si spippettava orgoglioso godendosi lo spettacolo in compagnia del vogliosissimo Hello Spenk che praticava una allegra fellatio (si legge fellazio in quanto è un termine latino) al buon vecchio Re Leone. Maledetta fervida immaginazione... non l'avessi mai fatto! Aprti oh cielo, quando Pierantonia l'ha visto ha cominciato a dare in escandescenza. In realtà sapete cosa vi dico? Lo dico piano perchè se mi sentisse Lara correrei il rischio di esser denunciato all'Ordine degli Psicologi per abuso della professione. In ogni caso, credo che Pierantonia abbia trovato in me un ottimo capro espiatorio sul quale catalizzare tutta la sua rabbia repressa accumulata in anni e anni di astinenza forzata dal sesso e per via del conflitto interiore che si porta appresso da quando suo babbo all’anagrafe l’ha registrata con quel terribile nome che non voglio nemmeno ripetere... ma poco male, non mi riguarda.
Devo ammettere che ultimamente i confronti verbali con Lara si susseguono sempre più frequentemente e spesso degenerano in vere e proprie interminabili discussioni,la maggior parte delle quali fondate sul niente. Ma stamattina penso che si sia spinta un pò oltre una semplice discussione fondata sul niente... Non riesco ancora a crederci, che la mia dolce e cara Lara mi abbia proprio mandato a fanculo e senza tanti giri di parole! Robe da matti. Temo proprio che questa volta dovrò aggiornare la "situazione sentimentale" nel mio profilo di Facebook.
Ma torniamo a noi, o meglio a Lara, la mia amatissima Lara: una ragazza tutta d'un pezzo che sa sempre con matematica precisione quello che vuole, quando lo vuole e soprattutto come lo vuole. Lara è una splendida psicologa junghiana ventottenne laureatasi in corso cum laude, femminazista nata sotto il terribile segno della Vergine. Porta un caschetto molto aggressivo nero corvino e ama fasciarsi quello splendido culo a mandolino che farebbe arrapare persino Monsignor Tettamanzi con jeans attillati maliziosamente strappati nei punti giusti. Ci siamo conosciuti casualmente al vernissage di una mostra d'arte contemporanea. Lei era stata invitata da una sua amica street artist (quelli che una volta erano chiamati volgarmente graffitari e oggi ricoprono una rispettabilissima posizione sociale), che vive tra Berlino, Londra, New York e Milano; una che sicuramente non soffre l’aereo come me... una del giro di quei giovani intellettualoidi vestiti con giacche in velluto anni 70 recuperate in chissà quale armadio dei genitori o acquistate al mercato di Camden Town, pantaloni a coste o jeans scampanati, occhiali dalle montature sproporzionate e dalle tinte improbabili con l'immancabile logo della Apple in bella mostra su qualsiasi supporto tecnologico, collante ormai indispensabile per svangare una noiosissima serata tra amici... Io invece ci ero capitato semplicemente perchè un amico aveva detto che si beveva gratis. Ed era vero, porca vacca se era vero!
Per tutta la sera aveva parlato ininterrottamente lei, la splendida Lara, spaziando dalle ultime avanguardie artistiche, alla difficile situazione politica birmana, passando un attimo ad analizzare la situazione sociale della donna iraniana nel ventunesimo secolo e finendo con un monologo sull’origine storica della cravatta (sembrava di ascoltare qualcuno che legge a voce alta un pò di XL Repubblica e un pò di curiosità della Settimana Enigmistica). Nel frattempo io mi limitavo ad annuire, sorridere e dissentire a seconda della circostanza, cercando con lo sguardo di richiamare l'attenzione di qualche buonanima di cameriere che mi rabboccasse il bicchiere. Avrò detto sì e no forse venti parole ma al termine della serata si era detta inspiegabilmetne soddisfatta della "bella chiacchierata" intrattenuta con il sottoscritto elogiando, tra l'altro, le mie doti di “ottimo ascoltatore” mentre io, sbronzo come un koala astemio di un circo bulgaro, non riuscivo nemmeno a trovare le parole per congedarmi e andarmene a casa. Fatto sta che non ricordo come ma riuscì a portarmi a casa sua dove, come ho accennato prima, non ho saputo far di meglio che interrompere la nostra attività sessuale dopo circa quindici secondi per andare a vomitare nel lavandino del bagno della povera Pierantonia. Se solo avessi avuto della Xamamina a portata di mano che chiavata avremmo fatto...
Tre mesi dopo quella memorabile serata, non paga della mia serie di brutte figure inanellate come perle della Normandia ed esposte alla cena di gala del Rotary, mi aveva chiesto di andare a vivere a casa sua. Nessuna delle mie poche ragazze avute in trent’anni mi aveva mai chiesto una cosa simile e, naturalmente mi trovai spaesato. Ma considerando che dove vivevo in quel periodo era molto più simile a un centro sociale bolognese degli anni settanta che a un vero e proprio appartamento in cui, come se non bastasse, dopo un anno non avevo ancora capito quali fossero i miei coinquilini e quali gli ospiti, gli amici degli amici e i parenti di primo, secondo e terzo grado, non ci pensai troppo prima di chiarirmi le idee e risponderle: ochei, arrivo per cena!
All'inizio è stato un idillio: Lara cucinava, Lara faceva la spesa, Lara puliva e soprattutto Lara mi voleva almeno tre volte al giorno: appena svegli, appena tornata dal lavoro e prima di addormentarci. Mi svegliava riempiendomi di baci, coccolandomi con dolci parole e mi portava la colazione a letto mentre mi elencava una serie interminabile di fantastici progetti per la giornata, nemmeno fosse di cinquantadue ore... Ma purtroppo il paradiso non esiste e ben presto quella fantastica situazione amorosa cominciò a sgretolarsi molto più velocemente di un castello di sabbia sotto il sole cocente del 13 di agosto su una spiaggia molto ventosa.
Meglio regnare all'inferno che servire in cielo mi son sempre detto ma forse ultimamente sto cambiando opinione al riguardo, caro il mio buon Milton!
La prima avvisaglia l'ho avuta quando, gradualmente, Lara ha cominciato a sostituire gli iperglicemici appellativi “amore”, “cucciolo”, “tesoro”, "topino" e via discorrendo, che stavo tra l’altro cominciando ad apprezzare, con il mio nome freddo, duro e crudo: Anselmo. Poi ha cominciato a diminuire il nostro monte ore giornaliero di attività sessuale passando rapidamente dalle tre volte al giorno al singolo coito serale, trampolino di lancio per approdare velocemente alla sola volta settimanale ed infine giungere alla tristissima copulazione “una tantum”. Il campanello d’allarme che mi ha tirato giù dalle nuvole è stato quando, di punto in bianco, Lara ha cominciato a riempire le mie calme e tranquille giornate con progetti, attività frenetiche, commissioni e appuntamenti “assolutamente da non rimandare” del tipo:
* portare le scatolette di purea di salmone e petto di tacchino all’associazione “Mondogatto” che accoglie tutti i randagi della zona entro le 10.30; nemmeno fossi io a portare la colazione a quegli spelacchiati ammassi di pelo portatori sani di toxoplasmosi e clamidiosi
* passare prima delle 12.00 dal gruppo d’acquisto (cui Lara appartiene) per ritirare le tre borse straripanti di pasta, legumi e olio extravergine d’oliva di non so dove
* ritirare in lavanderia le camicie stirate prima delle 15.00; quando sappiamo tutti che la lavanderia chiude comodamente alle 19.30 proprio per permettere alla gente di fare con comodo.
E, come se non bastasse ha pensato di creare un “calendario delle pulizie” che affisse al frigorifero (non che mi dispiaccia più di tanto ma, a titolo di cronaca, il calendario è andato a coprire una nostra foto scattata a Gardaland sulla discesa del Colorado Boat dove sono ritratto con una faccia da sacerdote pederasta con l’impermeabile aperto e la fronte grondante sudore...) in cui, in colore rosso e in stampatello, spiccava sempre e unicamente il mio nome un giorno sì e uno no. Infine ha cominciato a prendere la cattiva abitudine di chiamarmi a metà mattina, mentre riposavo ancora beato sotto il piumino di piume d’oca attendendo la sveglia delle 10.20 per riuscire ad essere a Mondogatto per le 10.30, sputandomi a spruzzo un elenco di tutto quello che avrei dovuto acquistare al supermercato entro pranzo:
* mezzo chilo di susine “non troppo mature ma nemmeno acerbissime, giuste!”
* tre pompelmi rosa “mi raccomando assicurati che non vengano coltivati in terra sionista”
* due confezioni di yogurt biologico ai cereali e due al naturale “con la data di scadenza il più avanti possibile”
* due avocado “mi raccomando annusalo... se non sente di niente prendimi una papaya matura o al massimo due banane platano”
* una confezione di detersivo biologico naturale per lavare i piatti
e, come se non bastasse, dovevo anche andare al commercio equo e solidale per prendere:
* incenso alla mirra pakistana
* tè verde in foglie Darjeling delle vette dell’Himalaja
* un infuso al finocchio brasiliano e ribes delle Ande cilene
* una confezione di Karkadè del monte Ararat
* sei bustine di menta piperita dell’altopiano dell’Atlante marocchino
* un chilo di zucchero di canna delle colture venezuelane.
Ero rapidamente regredito dal mio tanto agognato periodo patriarcale (dove il maschio, l'uomo è giustamente servito e riverito dalla femmina, la donna, in quanto è colui che rischia la pelle quotidianamente affrontando cinghiali e bisonti per sfamare la propria famiglia) alla temutissima dittatura femminazista retta dal Raìs Lara.
Ma bando alle ciancie, fondamentalmente penso che la situazione sia degenerata al punto da sfiorare il fondo perchè Lara non ha mai accettato appieno la mia condizione lavorativa. Quando ci eravamo conosciuti, quella famosa serata al vernissage, le avevo detto chiaro e tondo che ero uno scrittore e che stavo lavorando al romanzo della mia vita. Le aveo pure spiegato in cosa consisteva il mio progetto: doveva essere una sorta di saga familiare ambientata a metà ottocento in Francia che vedeva protagonista una giovane ragazza aristocratica innamorata dello stalliere di famiglia, un ragazzo umile, dallo sguardo sincero e intelligente, appartenente al movimento anarchico le cui idee lo avrebbero coinvolto nell’organizzazione (insieme alla cricca del buon Felice Orsini) di quello che risulterà il fallimentare tentativo di assassinare nel 1858 Napoleone III.
Un progetto ambizioso che aveva lasciato Lara letteralmente a bocca aperta, sbalordita. Era semplicemente ammaliata dal mio progetto. Spesso quando mi guardava traspariva in toto la sua ammirazione nei miei confronti e lodava la mia preparazione storico-politica-sociale che dava per scontato possedessi per poter affrontare tutte queste tematiche. Era coinvolta a tal punto dal progetto che spesso mi poneva domande talmente specifiche da cogliermi impreparato. Mi chiedeva se nel romanzo avessi intenzione di trattare anche la condizione delle donne nella Francia di metà ottocento oppure se le idee anarchiche avrebbero occupato un ruolo principale nell’economia globale della saga... Ovviamente nel mio romanzo avrebbe trovato posto qualunque cosa fosse uscita dalla bocca di Lara!
Ma, man mano che il tempo passava, tutto il suo entusiasmo nei confronti del mio titanico progetto sembrava appassire come una rosa nel microonde. Ogni tanto mi lanciava qualche frecciatina (a dire il vero nemmeno troppo velata) circa la mia attività del tipo: “possibile che in un anno che ti conosco non ti abbia mai visto una volta buttare giù una riga che fosse una, ma dico io...” oppure “quando sei silenzioso con lo sguardo perso nel vuoto spero sempre che tu stia pensando a come inserire nel romanzo l’importanza del contesto politico-sociale del nostro territorio che ha spinto Orsini ad architettare l’attentato a Napoleone III e invece scopro che la maggior parte delle volte è semplicemente che ti sei scolato una confezione di sei birre, ma dico io...” o ancora “come fai a stare intere giornate chiuso in casa senza fare niente, anzi ancor meno di niente, nulla! Ma dico io...”. Proprio così, qualsiasi frase partorita dalla bocca di Lara finiva con un inutile “Ma dico io...” lasciato fluttuare a mezz’aria. In ogni caso il mio essere scrittore dev’essere stato in qualche modo travisato nella testa di Lara. Alle volte era come se per Lara scrivere un romanzo fosse una cosa automatica e programmabile, del tipo, che ne so, mi sveglio una mattina e dico “oggi scrivo i primi due capitoli”. No, non funziona così, cara la mia amatissima Lara. No, no. Così è come fanno gli scrittori commerciali, alla F. Moccia, Joe R. Lansdale, G. Morozzi o S. King, quelli che sotto contratto, volenti o nolenti, devono rispettare una “tabella di marcia” imposta dall’editore. Ma io non sono uno di quelli. Io scrivo quando sento l’ispirazione, quando ne avverto la vocazione... Ah, alle volte con queste esternazioni Lara mi delude e, lo dico davvero, arrivo quasi a pensare di aver sopravvalutato le sue capacità intellettive. Poco male, d’altra parte ho sempre solidarizzato con i geni incompresi, con le menti eccelse di tutti i tempi, con coloro che sanno di possedere un talento ma convivono anche con la terribile consapevolezza di non poterlo mai spendere nella società di mediocri in cui sono costretti a vivere. Povero me. Poi mi consolo quando penso che anche Conrad, il buon vecchio Joseph Conrad, ha dovuto provare a spiegare a sua moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando...
L’amore, la vera dannazione di noi artisti! Penso sia il caso, a questo punto, di stapparmi una birra. Torno subito.
Che culo, ragazzi, era l’ultima!
Ma dove eravamo rimasti? Ah sì, vi stavo spiegando che con Lara, non dico di punto in bianco ma quasi, la situazione si è capovolta. Proprio come un’autocisterna che affronta a più di 90 km orari lo svincolo d’ingresso in autostrada di Affi in direzione Brennero. Ribaltata proprio!
Per farvi rendere conto, ieri mattina mi sveglio perchè sento un pò di rumore in cucina e aspetto che, come sempre appena prima di uscire per andare al lavoro, Lara mi porti la mia tazza piena di latte tiepido, la tazzina di caffè amaro e quattro dolcetti danesi al burro di cui vado pazzo. Dunque, aspetto e aspetto ma di Lara nemmeno l’ombra e della mia colazione nemmeno il profumo. Mi giro su un fianco e finisce che mi riaddormento. Verso le undici e mezza, con i crampi della fame allo stomaco e la vescica traboccante, mi tiro a fatica giù dal letto e, con un insolito cattivo umore, vado in cucina per chiedere spiegazioni a Lara. La casa è vuota, le scarpe di Lara non ci sono e nemmeno la borsetta: segni inequivocabili della sua assenza. Appena entro in cucina il frigorifero mi avvisa, per mezzo di un foglietto strappato appeso vicino al calendario delle pulizie “se vuoi fare colazione in frigo trovi il latte e nella dispensa i biscotti. se non chiedo troppo, cerca almeno di non sbriciolare”.
Annuisco, mi metto i calzoni e una maglietta e scendo al bar per fare colazione. Da quel momento esatto ho capito che le cose tra me e Lara sono ben oltre un semplice “scricchiolare”. Dopo aver consumato alla facciazza di Lara una goduriosa colazione, me ne sono stato tutto il pomeriggio seduto sulla panchina del parco sotto casa di Lara a pensare alla mia situazione sentimentale. Tra un pensiero e un altro, osservavo gli uccellini rincorrersi felici tra i pollini dei pioppi e cani cacare allegramente sulle aiuole fiorite. Chissà cosa ci troveranno di bello quegli esseri tristemente piumati di marroncino e grigio nello svolazzare da un ramo all’altro tutto il giorno mentre sotto di loro macchine generatrici di escrementi incredibilmente grandi sorgono quà e là... Comunque sia, dato che un consiglio gli uccellini non potevamo darmelo, ho deciso di raggiungere Silvano dove, come fossi un aruspice etrusco, l'avrei sicuramente trovato nei fondi delle pinte di birra. Confesso che leggere i fondi lasciati dalla birra sul fondo dei bicchieri non è per nulla cosa semplice e immediata come qualche sprovveduto potrebbe pensare. Fatto sta che ieri pomeriggio penso di aver impiegato quasi sette o otto ore prima di rendermi conto, tra l’altro, che dalle undici pinte consultate avevo ottenuto ben undici pareri discordanti. Più le pinte aumentavano di numero, più il problema di Lara si assottiliava e si allontanava magicamente da me. Lara diventava una presenza evanescente che man mano che la birra scorreva lasciava spazio nella mia mente ad altro. Lara era un palloncino d'elio a cui hanno tagliato il filo. Ricordo perfettamente che dopo la sesta pinta già la mente aveva sfrattato definitivamente Lara per lasciar posto alla moretta che si era accomodata sullo sgabello accanto al mio. All’ottava avevo già scoperto che Loretta, questo il nome della moretta, aveva molti interessi comuni ai miei: anche lei detestava il calcio, preferiva il circo Medrano al circo di Russia e le birre doppio malto le davano molta più soddisfazione delle sciacquette lager. Alla decima pinta Silvano mi raggiunge mentre giulivo sto amabilmente conversando con la mia amica Loretta sul problema della ricerca universitaria italiana e mi dice “Anselmo al telefono c’è una certa Lara che ti vuole parlare... mi sembra alquanto irritata”. Silvano è sempre troppo gentile a dispetto di quello che ci si aspetterebbe da un barista sessantacinquenne con un occhio solo peraltro opaco e le braccia scarabocchiate da tatuaggi scoloriti color inchiostro galera. “Lara? chi è Lara? Non vedi, caro il mio Silvano, che sto chiacchiarando con questa adorabile signorina...” gli faccio io forse un pò troppo ad alta voce mentre Silvano teneva il ripetitore proteso verso di me. Ma come tutti sanno, non si possono bere birre in numero pari quindi, io e Loretta non perdemmo l'occasione di ordinare altre due pinte.
Verso le due di questa mattina, una volta che Silvano ha abbassato le serrande del bar, in qualche modo mi sono trascinato stancamente e malvolentieri a casa. Dopo aver lungamente litigato con la serratura, dopo aver incespicato nello zerbino che mi accoglieva con un sarcastico “WELCOME” e dopo aver cercato di convincere il mio stomaco a trattenere ancora per un momento il suo contenuto, mi sono diretto verso il bagno. Quei quattro metri di corridoio che separano la porta d’ingresso da quella del bagno mi sono sembrati in assoluto i più lunghi e faticosi che abbia mai percorso in tutta la mia vita. Inspiegabilmente era come se la forza di gravità si fosse spostata d’un tratto da sotto il pavimento a dietro la parete di destra. Ad ogni passo immancabilmente andavo a sbatterci violentemente contro prima con la testa, poi con le braccia, infine con le gambe e il bacino. Se non mi sono fratturato nulla è un miracolo. Il fatto è che lo stomaco non ha pazientato abbastanza e ho fatto appena in tempo ad affacciarmi nel bagno che un conato di vomito, talmente copioso da esser degno dell’”Esorcista”, ha riempito fino all’orlo il lavandino intasandolo per la seconda volta. Non ho mai capito perchè gli scarichi non li facciano più larghi, santo cielo... mica tutti riescono ad arrivare sempre alla tazza.
Ora sono quì, che cerco di alzarmi dal divano dove, per tutta la notte, ho cercato di riposare le mie ossa indolenzite. Dolorante in ogni parte del corpo, con la testa che mi pulsa più forte del cuore e una discarica di rifiuti speciali in bocca cerco tra tutte le carte attaccate al frigorifero un pezzo di carta su cui scrivere le parole adatte per scusarmi con Lara prima di "levare le tende". Niente da fare. Possibile che in una casa non ci sia mai uno straccio d'un pezzetto di carta su cui scrivere? Mah. Mi frugo istintivamente in tasca e trovo un foglietto a quadretti dove una mano incerta o molto più probabilmente sbronza ha scritto una serie di numeri: 3384409963. Stacco la cornetta dal telefono a muro e compongo il numero.
“Loretta, oh mia dolce Loretta, come va? ...che serata ieri... pensavo... cosa ne dici se tra un’oretta...”
domenica 17 ottobre 2010
Sesto piano
Sorride dal sesto piano di una insignificante serata. La chiamiamo festa per il via del numero considerevole di persone insaccate in quel budello in affitto. In fondo è vero: non tutti abitano qui anche se molti si fermeranno addormentati in qualche precario giaciglio recuperato tra i mobili montati storti e quelli recuperati dai cassonetti. Col sapore del vino che rimane incollato sulle labbra saluteranno il giorno e si allontaneranno mesti nel cortile interno troppo grande contando le sigarette rimaste.
Ora però sotto le luci gialle e patinate, e musica alta, nugoli di persone si alternano a recuperare salatini dal discount. Ci sono anche ricercati piatti preparati in cucine rustiche da genitori o parenti di questo o quest’altro ospite. Roba di prim’ordine che va presto finita assieme all’innata timidezza per una situazione incastrata tra ruoli sociali ed egosimo innato. Superego. Ed il via vai di risposte convenzionali e discorsi galleggianti si fa più irriflesso. Quasi naturale e sincero.
E lei non mi ricorda mia madre, non ha assolutamente niente di lei. Forse la psicologia spicciola si sbagliava. in fondo il nostro tentativo di spiegare la realtà ci ha portato all’illuminismo ed alla rivoluzione industriale. Alle camicie ed alle cravatte col nodo finto. Al deodorante che dura 48 ore. Al cellulare e agli sms. Agli asili nido cui destiniamo il nostro stipendio in nome del progresso industriale. All’uomo sulla luna che agita una bandiera felice come un cane che piscia contro una staccionata in campagna. A questa festa in cui l’unica cosa di cui avrei bisogno sono un po’ di socialità in meno.
Siamo vicini. Lei ha questo suo modo di mettermi a mio agio, il sorriso e guarda giù. Io ho le mani in tasca e le possibilità di conversazione vertono sulle posizioni preferite per fare sesso. Proprio per questo aspetto che sia lei ad aprire bocca. Ma non lo fa, rimane accanto a me e guardiamo in basso assieme. Da qui il cortile interno sembra piccolo ed insignificante. Questione di prospettive.
È tutto quello che mi importa. La sola immagine che ho. E le birre mi passano di mano senza che il mio cervello si smuova dallo standby in cui l’ho confinato. Fermo su di lei. Al punto che ricordo tutti i suoi movimenti al rallentatore come quando in televisione fanno vedere il battito delle ali di una mosca.
E succedono varie cose intanto.
Poi finalmente le infilo la lingua in bocca.
E vissero tutti felici e contenti.
Ora però sotto le luci gialle e patinate, e musica alta, nugoli di persone si alternano a recuperare salatini dal discount. Ci sono anche ricercati piatti preparati in cucine rustiche da genitori o parenti di questo o quest’altro ospite. Roba di prim’ordine che va presto finita assieme all’innata timidezza per una situazione incastrata tra ruoli sociali ed egosimo innato. Superego. Ed il via vai di risposte convenzionali e discorsi galleggianti si fa più irriflesso. Quasi naturale e sincero.
E lei non mi ricorda mia madre, non ha assolutamente niente di lei. Forse la psicologia spicciola si sbagliava. in fondo il nostro tentativo di spiegare la realtà ci ha portato all’illuminismo ed alla rivoluzione industriale. Alle camicie ed alle cravatte col nodo finto. Al deodorante che dura 48 ore. Al cellulare e agli sms. Agli asili nido cui destiniamo il nostro stipendio in nome del progresso industriale. All’uomo sulla luna che agita una bandiera felice come un cane che piscia contro una staccionata in campagna. A questa festa in cui l’unica cosa di cui avrei bisogno sono un po’ di socialità in meno.
Siamo vicini. Lei ha questo suo modo di mettermi a mio agio, il sorriso e guarda giù. Io ho le mani in tasca e le possibilità di conversazione vertono sulle posizioni preferite per fare sesso. Proprio per questo aspetto che sia lei ad aprire bocca. Ma non lo fa, rimane accanto a me e guardiamo in basso assieme. Da qui il cortile interno sembra piccolo ed insignificante. Questione di prospettive.
È tutto quello che mi importa. La sola immagine che ho. E le birre mi passano di mano senza che il mio cervello si smuova dallo standby in cui l’ho confinato. Fermo su di lei. Al punto che ricordo tutti i suoi movimenti al rallentatore come quando in televisione fanno vedere il battito delle ali di una mosca.
E succedono varie cose intanto.
Poi finalmente le infilo la lingua in bocca.
E vissero tutti felici e contenti.
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