mercoledì 31 gennaio 2007

Lui, L'altro e l'erba del vicino

Arturo era passato dalla valeriana alla cocaina con la stessa velocità con cui Guido era passato dalle prostitute ai travestiti, il 20 lungo via Irnerio ed alla stessa velocità con cui la cometa di Halley si rese visibile dalla terra nel 1986.

I cinesi fumano tanto, sputano catarro e siedono sui talloni. Io vesto in giacca e cravatta, lavoro in un grattacielo e bevo il caffè alle undici. Qualcosa in comune, però, l'abbiamo: entrambi facciamo qualcosa di schifoso!

Era freddo ma nessuno se ne curava.
Erano partiti in quattro per fare la serata, ma all’1,30, nel locale che da su Largo Respighi erano rimasti solo in due: Lui e L’altro.
Guido si era congedato millantando un fastidioso mal di testa mentre Arturo accennando ad un fantomatico incontro con una ex modella lituana, sua carissima amica, tornata in Italia per trascorrervi una breve vacanza.

Guido ed Arturo, oltre che per i loro vizietti, erano anche noti, all’interno della ristretta cricca di amici che frequentavano assiduamente durante il fine settimana, per l’enormità e l’incredibile frequenza con cui raccontavano fandonie, balle.
Guido sin da piccolo, aveva sempre avuto un debole per la bella vita, nutrendo ammirazione per tutta la gente che, in un modo o nell’altro, conduce una vita agiata ostentando a destra ed a manca il proprio “status privilegiato”. Provenendo da una famiglia normalissima, come può essere la mia o la tua, già in giovane età, a causa anche della sovrabbondanza del proprio Ego, in qualunque discorso emergesse un particolare in grado di catalizzare l’attenzione dei suoi amici, Guido ne usciva dicendo con voce impostata e tremendamente ferma “...si, ma che accelerazione vuoi che abbia un Porsche da 235 cavalli... io quest’estata ho fatto un giro con la macchina da formula 3 di mio zio,... guidava lui, eh... quella si che può essere chiamata accelerazione...!”. La sua faccia tosta gli permetteva, se subito dopo si passava ad un altro discorso, di affermare “credetemi, io di incidenti e di gambe rotte ne ho viste veramente tante... ma, Sergio, non venirmi a dire che per quel taglietto lì ti hanno dato tre punti!?... allora guarda quì...” ed alzandosi una gamba del pantalone sino al ginocchio, dove un leggerissimo segnetto bianco si distingueva appena sotto la rotula, “...questo sì che si chiama taglio. Pensa che quando sono entrato al pronto soccorso, le infermiere mi volevano fare un’anestesia totale per non farmi sentire il dolore,... ma io non ho voluto...” e così continuava passando di argomento in argomento con la facilità e l’agilità di un pilota di trial. Lo zio di Guido aveva avuto tutte le macchine sopra i 400 cavalli, tutte le razze di animali più o meno esistenti dai caraibi alla tundra (arrivò, da piccolo, persino ad affermare che suo zio rifornisse di renne Babbo Natale!!), era stato in tutti i posti più reconditi del mondo e, perchè no, si era fatto la maggior parte delle modelle che passavano in televisione “... perchè, non ve lo avevo mai detto che mio zio è uno stilista?!”. Sin dall’adolescenza, quello che usciva dalla bocca di Guido veniva prima diviso per due, poi messo sotto radice in modo tale da arrivare a coglierne quel poco di vero che nascondevano!

Arturo, diversamente, ha sempre manifestato una grande passione per tutto quello che concerne l’alterazione dello stato della psiche umana per assunzione di sostanze psicotrope. A quattordici anni, durante la sua prima esperienza estiva da solo con amici, in riviera era stato fermato dalla polizia in possesso di pochi grammi di hashish e la vacanza finì subito. A diciassette anni ci fu la scoperta del mondo sintetico degli acidi ed a diciannove della cocaina. Adesso aveva 28 anni e vantava uno dei curricula più “completi” dell’intera provincia.

Inutile approfondire i profili di questi due personaggi che, in quello che sto per raccontarvi, svolgono solo un ruolo marginale, fanno solo una comparsata, peraltro già finita!

Lui e L’altro, quasi stupiti, e forse infastiditi dalla inusuale resistenza dimostrata da Guido ed Arturo (solitamente non si spingevano oltre la mezzanotte), decisero che avrebbero finito in due la serata, festeggiando e brindando con rum chiaro alla notte scura e fredda. La macchina era rimasta a casa, le chiavi ben salde al portachiavi e gli ultimi soldi rimasti già nelle sicure mani del grande Giec: l'unico barista che non faceva pesare la barriera del bancone. Lui e L’altro si conoscono da anni e da anni parlano degli stessi argomenti con l’entusiasmo e l’interesse della novità.

Quella sera, l'alcol in corpo cominciava a farsi largo tra i pensieri come i fari di una macchina fendono la nebbia fitta della pianura. I discorsi si erano via via adeguati alla circostanza e la circostanza era stata man mano influenzata dal loro stato d'animo. Finalmente adesso erano dove volevano essere; tutto quello che li circondava ed in cui erano immersi aveva forme morbide come i rumori filtrati dai doppivetri e gli spigoli smussati come i monotoni colori grigi di una giornata d'inverno. Il domani era già cominciato da un pezzo ma ancora lo si vedeva lontano quanto lo è la mattina del 22 giugno o la prima stazione di servizio quando si rimane senza benzina in autostrada. Le parole cominciavano a gonfiarsi in bocca come mollica di pane e farle uscire senza averle prima masticate un pò di volte risultava difficile come un parto plurigemellare in taxi. Nelle loro teste, fra i loro mille pensieri aggrovigliati regnava una coerente logicità ed una chiarezza che in altre circostanze non ricodavano di possedere. Quello era uno di quei momenti in cui Lui e L'altro non appartengono più al mondo in quanto è il mondo che, prostrato ai loro piedi, gli appartiene. Loro si trovavano fermi al centro di un qualcosa attorno al quale tutto gravitava; la ragione.
"... tu sbagli, mio caro, tu confondi termini e confetti..." ne uscì Lui alL'altro.
Ormai, il tempo e lo spazio costituivano due condizioni insufficienti e non necessarie.
"Carlo mi ha detto che ci ha trovato un posto dove inscenare il nostro pezzo, gliene ho parlato e mi è sembrato ben impressionato..."
"Ochei, ma chi è Carlo?"
"Massì, Carlo..."
"Ah, Carlo, l'amico di Roberto?!"
"E chi è Roberto, oltre ad essere l'amico di Carlo?"
"..."
Ma, soprattutto il tempo, anche quella sera, si rivelò l'unica variabile difronte alla quale nulla poterono se non arrendersi senza condizioni, quando dalla bocca di Giec uscirono queste poche parole "ragazzi, adesso mi spiace ma sono le quattro e mezza e, se permettete, me ne vado a letto!".

Carlo, quella sera, stava già dormendo e Roberto aveva il cellulare spento.

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